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Sanzioni, attentati e Storm Shadow: l’Europa dei guerrafondai ritrova la fiducia negli USA di Trump?

OttolinaTV by OttolinaTV
23/10/2025
in Europa, In evidenza, Russia, U.S.A.
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Ma te guarda, a volte, le coincidenze! Il 20 ottobre, il Consiglio d’Europa ha proposto un regolamento che anticipa di diversi anni il divieto totale di comprare altro gas russo; la sera stessa, due impianti che hanno a che fare con il petrolio russo, uno in Romania e uno in Ungheria, esplodono e prendono fuoco: è l’Unione europea che dichiara guerra ai suoi membri più indisciplinati? D’altronde, che – se è per la giusta causa – far saltare in aria cose è più che legittimo, ormai è stato sdoganato anche dai tribunali; è successo in Polonia. La Germania aveva chiesto l’estradizione di un sospettato membro della squadra che 3 anni fa ha fatto saltare il Nord Stream; i giudici polacchi hanno risposto che, in realtà, non era un reato, perché era servito a indebolire Putin, e l’ex ministro degli esteri Sikorski ha augurato agli ungheresi che gli ucraini facciano altrettanto con l’oleodotto che usano per importare greggio russo: meno male che, almeno, c’è Trump che continua a trattare!
Beh, insomma… Il dipartimento del Tesoro USA ha dichiarato che se non c’è la pace è tutta colpa di Putin, e ha introdotto sanzioni nuove di pacca contro le due principali aziende petrolifere russe; nel frattempo, dopo 6 mesi di pausa, gli USA sono tornati ad autorizzare l’utilizzo di Storm Shadow guidati dall’intelligence USA per colpire fino a 200 chilometri oltre il confine russo e, il tutto, perché Lavrov ha detto a Rubio che Putin era sì disposto ad andare a Budapest, ma le condizioni rimanevano le stesse identiche che la Russia pone da ormai tipo 15 anni. Certo che è proprio permaloso Forrest Trump, eh?

26 settembre 2022: nell’arco di 12 ore, le stazioni sismiche di Danimarca e Svezia registrano due imponenti esplosioni sottomarine al largo dell’isola di Bornholm, nel mar Baltico. I due più importanti gasdotti che collegano la Russia al vecchio continente sono saltati per aria: è il più grave attentato terroristico contro un’infrastruttura strategica europea dalla fine della seconda guerra mondiale. Il presidente ucraino non ha dubbi: si tratta di “un atto di aggressione della Russia nei confronti della Ue”; le istituzioni europee sono d’accordo e Von der Leyen promette la “risposta più forte possibile”. Seguono anni di polemiche surreali, dove un esercito di pennivendoli e di debunker da cortile si inventano ogni sorta di puttanata nel tentativo di nutrire ancora almeno qualche dubbio su chi potesse essere l’autore dell’attentato; un tentativo disperato che ha il solo scopo di prendere un po’ di tempo e fare in modo che quando, a un certo punto, finalmente la realtà non sarà più opinabile, l’attenzione sia ormai scemata e non sia più necessario dare una risposta adeguata. Quel momento arriva questa estate, quando a esprimersi sulle dinamiche dell’operazione, dopo 3 anni di indagini, sono le autorità tedesche: “Il complotto”, decretano, “è stato elaborato da alti ufficiali dell’esercito ucraino e dei servizi segreti sotto il comando di un generale delle forze speciali al comando dell’unità d’élite dell’esercito”. Oooh, finalmente! Finalmente per capire cos’è successo non dovremo fidarci dei post di David Puente o dei tweet di Jacopo Iacoboni: finalmente verranno arrestati i sospettati e verrà accertata la verità processuale! Sì, colcazzo: giusto il tempo di veder emettere i primi mandati di cattura da parte delle autorità tedesche, ed ecco che l’illusione va subito in frantumi.

Il primo caso riguarda proprio l’Italia: siamo in pieno agosto, quando un uomo di 49 anni viene arrestato vicino a Rimini, dove si trovava in vacanza con la famiglia; secondo la Procura Federale tedesca, sarebbe un ex capitano dell’esercito ucraino e avrebbe coordinato le operazioni che hanno portato all’esplosione dei due gasdotti. Dopo l’arresto, la Corte d’appello di Bologna avvia la procedura di estradizione; ma, un mese e mezzo dopo, la Corte di cassazione annulla la decisione: si dovrà aspettare il responso di un’altra sezione della Corte d’appello. Poco più di un mese dopo ci risiamo: è il 30 settembre, quando un altro ucraino viene arrestato in un sobborgo di Varsavia; non si conosce il suo nome, ma solo che ha 46 anni e che, secondo la procura tedesca, sarebbe “un sommozzatore addestrato che faceva parte del gruppo che tre anni fa ha piazzato esplosivi sugli oleodotti vicino all’isola danese di Bornholm”. Ma, 15 giorni dopo, ecco un’altra doccia fredda: il tribunale distrettuale di Varsavia annuncia di aver deciso di respingere la richiesta di estradizione. Il sospettato viene rilasciato e le motivazioni sono una vera bomba atomica: annunciando la sentenza, infatti, il giudice Dariusz Lubowski ha sottolineato come gli ucraini non potevano essere considerati terroristi o sabotatori, perché, “nel perseguire l’obiettivo di difendere la propria patria”, non hanno fatto altro che “indebolire il proprio nemico”. D’altronde, c’era da aspettarselo: la Polonia è, da quasi 10 anni, sotto i riflettori dell’Unione europea perché non garantisce un’adeguata indipendenza della magistratura dal potere politico, una diatriba che è stata sostanzialmente messa a tacere proprio in virtù del ruolo che la Polonia ha intrapreso sin da subito di avanguardia della crociata antirussa; ma il problema rimane eccome, e per avere la prova provata che il potere politico non avrebbe ammesso l’estradizione del sospettato, basta vedere le reazioni alla sentenza.

Il primo a esprimersi è stato il premier Donald Tusk, che su X ha lodato la scelta del tribunale: “Caso chiuso”, ha commentato laconico. Gli ha fatto eco il ministro della giustizia Zuzek: “Si tratta di una decisione giusta e responsabile”, ha scritto su X, “in linea con la legge polacca” e, soprattutto, “nell’interesse dello Stato polacco”. Ma ad alzare definitivamente l’asticella c’ha pensato, come sempre, lui: Radoslaw Sikorski, l’ex ministro degli esteri polacco; ricordate? Subito dopo l’attentato al Nord Stream, pubblicò questo celebre tweet: “Grazie, USA”, era il commento. Insomma, un vecchio cavallo di battaglia: “Sono orgoglioso della sentenza che ha stabilito che sabotare un invasore non è reato”, ha scritto a questo giro. E, poi, è andato oltre, parecchio; rivolgendosi direttamente al ministro degli Esteri ungherese Szijjarto, scrive: “Spero che il tuo coraggioso connazionale, il maggiore Magyar, riesca finalmente a distruggere l’oleodotto che alimenta la macchina da guerra di Putin, e che tu possa ricevere il tuo petrolio attraverso la Croazia”

Il maggiore Magyar citato da Sikorski altri non è che il comandante ucraino della divisione veicoli a pilotaggio remoto Robert Brovdi, detto il Magiaro proprio a causa della sua origine etnica ungherese; l’oleodotto in questione invece è il famoso Druzhba, il grande oleodotto che trasporta greggio russo verso l’Europa centrale, in particolare Slovacchia e Ungheria, le pecore nere dell’Unione europea a trazione russofoba e neocon. A partire dal 2024, è stato sottoposto a numerosi attacchi di droni ucraini, rimanendo coinvolto in numerosi incendi che ne hanno più volte ostacolato l’operatività; in particolare proprio la scorsa estate, quando, tra agosto e settembre, si sono registrati numerosi stop temporanei alle forniture che hanno rischiato di lasciate l’Ungheria letteralmente al buio. lo ha denunciato lo stesso Szijjarto: “Il 22 agosto, a causa della sospensione delle operazioni di Druzhda in seguito agli attacchi”, ha dichiarato di fronte alla commissione europea, “eravamo a un passo da dover cominciare a raschiare il fondo delle nostre riserve strategiche. Ci siamo rivolti alla Commissione europea insieme al collega slovacco per chiedere sostegno. Sapete quando ci hanno risposto? il 10 ottobre: 49 giorni dopo”. Insomma: Sikorski, ancora una volta, invitava esplicitamente le forze armate ucraine a compiere un attentato per sabotare un’infrastruttura strategica di un paese alleato: ovviamente, ha scatenato un putiferio.

A rispondergli è stato il primo consigliere politico del presidente Orban: “Scandaloso”, ha scritto su X; “Il ministro degli Esteri polacco spera che gli ucraini riescano a far saltare in aria l’oleodotto Druzhba, che garantisce l’approvvigionamento energetico dell’Ungheria. Siamo nell’abisso più oscuro dell’isteria bellica”. La risposta di Sikorski? “Obbedite al presidente Trump, e smettete di finanziare Putin”; obbedite: ha scritto proprio così. Quando, poi, li chiami cortigiani si offendono pure – e, in effetti, stiamo ubbidendo, eccome! Il 20 ottobre, il Consiglio d’Europa ha proposto un nuovo regolamento che vieterebbe del tutto le importazioni di gas russo a partire dal primo gennaio 2026, con una piccola eccezione per i contratti esistenti che avranno al massimo altri due anni per essere conclusi. Nella notte tra il 20 e il 21 ottobre, si è verificata un’esplosione nella raffineria ungherese di Százhalombatta, alla quale sarebbe seguito un incendio di vaste dimensioni; la raffineria (manco a dirlo), caso più unico che raro in Europa, lavora principalmente petrolio proveniente dalla Russia. Poche ore prima, a Poliesti, in Romania, un’altra esplosione aveva coinvolto una raffineria del colosso russo Lukoil: “Si può dire che l’Ue sta sabotando apertamente i suoi membri più scomodi per costringerli all’obbedienza”, commenta Simplicius The Thinker, e “questo rende l’Ue una vera e propria tirannia”.

Poche ore dopo, ecco la ciliegina sulla torta; a confezionarla, a questo giro, non sono i vassalli di Bruxelles, ma la capitale dell’impero: il Dipartimento del Tesoro degli Stati Uniti, che annuncia che, a partire dal 22 ottobre, “A causa della mancanza di un serio impegno da parte della Russia per porre fine alla guerra in Ucraina”, vengono imposte “ulteriori sanzioni” che “aumentano la pressione sul settore energetico russo e compromettono la capacità del Cremlino di sostenere la sua macchina bellica”. L’azione prende di mira le due principali compagnie petrolifere russe: la Lukoil, appunto, e la Rosneft. “E’ arrivato il momento di fermare le uccisioni e di un cessate il fuoco immediato” ha dichiarato il segretario del Tesoro Scott Bessent: “Dato il rifiuto del Presidente Putin di porre fine a questa guerra insensata, il Tesoro ha deciso di sanzionare le due compagnie petrolifere russe che maggiormente finanziano la macchina bellica del Cremlino”, e “Incoraggiamo i nostri alleati a unirsi a noi e ad aderire a queste sanzioni”. Detto, fatto: manco il tempo di far circolare la notizie, ed ecco subito che Bruxelles risponde all’appello. “Abbiamo appena adottato il nostro 19esimo pacchetto di sanzioni” comunica la Kallas su X: “Prende di mira banche russe, exchange di criptovalute” e anche “entità in India e in Cina”; “Per Putin”, conclude bellicapelli, “finanziare questa guerra è sempre più difficile”. La nuova convergenza tra amministrazione Trump e Bruxelles contro Putin e contro i Paesi ribelli europei avviene proprio mentre il summit di Budapest viene, almeno temporaneamente, cancellato. Per i media guerrafondai italiani, è un’occasione di festa:  Trump sfida Putin, titola La Repubblichina; Rottura Trump-Putin, rilancia La Stampa; Il Cremlino è finito in un vicolo cieco, festeggia entusiasta la Zafesova. Lo dice, ininterrottamente, da fine anni ‘90; non dico avere dignità, che sarebbe troppo, ma a un certo punto, semplicemente, non vi rompete i coglioni da soli?

La diatriba energetica e la cancellazione del tête-à-tête tra Trump e Putin, comunque, non sono le uniche cose che hanno riacceso l’entusiasmo nei fan della guerra perpetua; sempre ieri sera, il Wall Street Jorunal aveva messo sul tavolo un altro carico da 11: Gli Stati Uniti revocano la restrizione all’uso di missili europei a lungo raggio da parte dell’Ucraina, titolava. Martedì scorso, l’Ucraina aveva utilizzato un missile da crociera britannico Storm Shadow per colpire una fabbrica di esplosivi a Bryansk, circa 150 km oltre il confine russo; secondo quanto riporta il Wall Street Journal, il sistema Storm Shadow, “per colpire i suoi obiettivi, si affida all’intelligence statunitense”. Verso la fine del mandato, Biden aveva approvato l’uso di Storm Shadow per colpire dentro il territorio russo, ma dopo l’insediamento di Trump la procedura è cambiata di nuovo: prima di usarli, serviva l’approvazione esplicita del segretario alla Difesa e, da allora, non è stato autorizzato nessun nuovo attacco – fino, appunto, a martedì scorso. Il ritorno all’utilizzo degli Storm Shadow arriva pochi giorni dopo il teatrino dei Tomahawk, che Trump aveva prima promesso e, poi, negato a Zelensky.

Ma cos’è che avrebbe fatto cambiare un’altra volta posizione a Forrest Trump? Secondo alcune ricostruzioni, sostanzialmente – come al solito – non c’aveva semplicemente capito un cazzo: pensava che, dopo aver bullizzato un’altra volta Zelensky, pendesse dalle sue labbra, che avrebbe dovuto sfiorare nella romantica Budapest; quando lunedì, però, Rubio e Lavrov si sono parlati direttamente, è riemerso con chiarezza che la Russia non si era mossa di un millimetro e che continuava a chiedere le solite due cose che chiede da sempre, e che gli USA – Trump o non Trump – non sono ancora (almeno per ora) disposte, e forse nemmeno in grado, di concedergli. Le mosse successive di Forrest e dei cagnolini europei, sarebbero una reazione a questa ennesima frustrazione. Trump, comunque, è un comunicatore coi controcazzi e, nonostante tutto, lascia ancora aperto uno spiraglio per gli appasionati di whisfhul thinking: su Truth ha inveito contro l’articolo del Wall Street Journal, definendolo, come sempre, una FAKE NEWS. Per quanto riguarda il summit di Budapest, ha fatto sapere attraverso Rubio che non è cancellato, ma solo leggermente rimandato, giusto il tempo di concordare meglio i termini del negoziato, e quando ha dato l’annuncio delle nuove sanzioni contro Rosneft e Lukoil, lo ha fatto in un modo per lui molto anomalo: si è limitato a condividere su Truth il comunicato ufficiale del Dipartimento del Tesoro senza intestarsi niente, senza commenti, senza capslock. E’ proprio un degno allievo del Silvione nazionale: fa le peggio porcate, ma le fa sempre con quel tocco di savoir faire che a noi, inguaribili romantici, lascia accesa la fiaccola della speranza. Se non la speranza di un’Occidente che si rassegna a incassare senza rompere più i coglioni, almeno la speranza che alla prossima, ennesima, inevitabile giravolta farà di nuovo schiumare di rabbia i repubblichini e le Zafesova.

il punto è che, al netto dei teatrini, dei colpi di scena e dei tatticismi, l’Occidente ha perso la guerra più importante che ha combattuto negli ultimi 50 anni, e non ha idea di come uscirne senza venire umiliato; in questo giochino, Trump, almeno, sembra avere un po’ di consapevolezza in più degli altri che qualcosa è andato irrimediabilmente storto e che l’unica chance è fare talmente tanto bordello da impedire a chiunque di capirci qualcosa. Per mantenere un minimo la barra dritta, serve come il pane un vero e proprio media indipendente, ma di parte: quella del 99% e di chi si oppone ai soprusi e all’arroganza dell’impero. Aiutaci a costruirlo: aderisci alla campagna di sottoscrizione di Ottolina Tv su GoFundMe e su PayPal.

E chi non aderisce è Anna Zafesova

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