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Tag: sanzioni

Sanzioni alle banche cinesi: gli USA preparano la “sanzione definitiva”?


Il segretario di stato statunitense Blinken è in Cina e alla vigilia del suo viaggio il Wall Street Journal ha rivelato che gli Stati Uniti stanno elaborando sanzioni che minacciano di tagliare fuori le principali banche cinesi dal sistema finanziario globale. Si tratta di uno dei più potenti strumenti di coercizione finanziaria che Washington possiede, che permette tagliar via l’accesso al dollaro per queste banche, e il dollaro è la denominazione della maggior parte del commercio globale… Insomma, pare che gli Stati Uniti vogliano usare l’ultima risorsa che hanno a disposizione, ma qual è lo scopo?
L’articolo del WSJ: https://www.wsj.com/politics/national…

La Cina di Xi umilia l’impero e costringe Rimbambiden e le oligarchie a chiedere la grazia

Alleluja, alleluja! Forse Rimbambiden, finalmente, comincia a prendere atto della realtà e abbassa un po’ la cresta: Stati Uniti e Cina tornano al dialogo titolava ieri Libero; Una telefonata per il disgelo rilanciava Il Giornale. Martedì scorso, infatti, Rimbambiden ha smesso per ben 105 minuti la divisa da padrone del pianeta e ha chiesto udienza a Xi Dada; avrebbe preferito continuare a provocarlo con i suoi berretti verdi mandati ad addestrare il personale taiwanese a 2 chilometri dalla costa della Repubblica Popolare, ma probabilmente ha realizzato che, giorno dopo giorno, la grande strategia per arrivare al conflitto diretto contro l’unica superpotenza in grado di sfidare il primato USA perde sempre più pezzi. Il braccio armato dell’impero per il dominio del Medio Oriente ha perso la capa e, dopo 6 mesi di sterminio indiscriminato, rischia di impantanare gli USA in una guerra regionale in Medio Oriente senza via d’uscita; dopo due anni di guerra per procura in Ucraina, la Russia sembra più in forma che mai e l’Europa non è riuscita a fare mezzo passo per accollarsi la guerra di logoramento e lasciare gli USA liberi di concentrarsi sul Pacifico e il terzo fronte, quello della guerra economica e commerciale contro la Cina, ha raggiunto risultati soddisfacenti solo negli editoriali de Il Foglio e der Bretella Rampini. Per Foreign Affairs, invece, meglio non farsi troppe illusioni perché “La Cina sta ancora crescendo” e, in un lungo e dettagliato articolo, spiega – numeri alla mano – perché tutto l’allarmismo della propaganda suprematista occidentale è, molto banalmente, completamente infondato.
L’unica nota positiva, non da poco, è che sono riusciti a bastonare talmente forte gli altri membri della NATO che nessuno ha più neanche l’ambizione di far sentire la sua voce e gli USA si sono garantiti un altro anno di crescita economica letteralmente rapinando gli alleati, ma anche qui le perplessità non mancano perché, per scippare gli investimenti ai vassalli, gli USA hanno dovuto aprire i rubinetti del debito pubblico e proprio mentre, per attirare capitali, alzavano i tassi dei buoni del tesoro USA a livelli record. Risultato: Bloomberg Economics ha eseguito un milione di simulazioni per valutare le prospettive del debito americano e “L’88% mostra che l’indebitamento segue un percorso insostenibile”, ma non solo; per tentare di tornare ad essere una grande superpotenza manifatturiera – che è una precondizione necessaria anche solo per pensare di poter fare una guerra contro la Cina e uscirne vivi – gli USA hanno rinunciato a rafforzare i legami commerciali con il resto del mondo, a partire dai paesi dell’ASEAN, i 10 paesi del Sudest asiatico strategicamente indispensabili per accerchiare la Cina. Gli USA partivano pure avvantaggiati perché, ovviamente (e anche legittimamente), come sempre, i paesi temono di più il gigante cinese che hanno dietro casa che non quello USA che sta a migliaia di miglia di distanza, anche se è strutturalmente più aggressivo e, infatti, ancora l’anno scorso, secondo un sondaggio dello Yusof Ishak Institute, il 61% degli abitanti dei paesi dell’ASEAN dichiarava di preferire gli USA alla Cina; un anno dopo il quadro era totalmente stravolto, con i filocinesi che diventavano, per la prima volta nella storia, maggioranza assoluta raggiungendo quota 50,5%, un’evoluzione che vi avevamo anticipato qualche mese fa quando, proprio mentre Xi e Biden si stringevano la mano a San Francisco, il vertice dell’APEC si concludeva con un clamoroso nulla di fatto. Gli USA, infatti, sulla spinta sacrosanta dei principali sindacati del paese, si sono rifiutati di siglare l’Indo-Pacific economic framework, l’accordo di libero scambio che avrebbe aperto i mercati statunitensi ai produttori del sud est asiatico, e hanno lanciato così un segnale chiaro ai paesi dell’area: abbiamo bisogno di voi per contrastare l’ascesa cinese, ma non ci chiedete qualcosa in cambio perché, in questo momento, non ce lo possiamo permettere.
La Cina invece, nel frattempo, consolidava la sua posizione di principale partner commerciale per tutti i paesi dell’area e, in parte, è proprio grazie alle geniali strategie di USA e vassalli all’insegna del decoupling e del friendshoring che hanno avuto una conseguenza paradossale: importiamo meno dalla Cina e di più da altri paesi asiatici che, però, spesso non fanno altro che assemblare prodotti cinesi e, quindi, diventano sempre più dipendenti dalla Repubblica Popolare. Ma non solo: la Cina, infatti, che è a corto di risorse solo sui nostri giornali, è tornata a investire pesantemente lungo la via della Seta e, come al solito, nonostante badi ai suoi interessi, in modo molto meno predatorio di quanto fatto in passato dalle ex potenze coloniali. Come, ad esempio, in Indonesia: Widodo ha deciso di mettere fine al furto di nichel da parte delle multinazionali e ha introdotto il divieto all’esportazione della materia prima non lavorata, imponendo così alle aziende di investire nel paese per introdurre la lavorazione della materia prima e portare così occupazione e ricchezza. Le oligarchie occidentali si sono incazzate come bestie; i cinesi, invece, l’hanno sostenuto e hanno fatto investimenti giganteschi. Risultato: il 70% degli indonesiani afferma di preferire la Cina agli USA. Ma prima di andare avanti e raccontarvi, per filo e per segno, come Rimbambiden è riuscito a inimicarsi mezzo pianeta, ricordatevi di mettere un like a questo video per aiutarci a combattere la nostra piccola guerra quotidiana contro gli algoritmi e, già che ci siete, anche di iscrivervi a tutti i nostri canali e attivare le notifiche: a voi non costa niente e a noi aiuta a provare a rompere il muro della propaganda suprematista.

Joe rimbamBiden

Prima che Rimbambiden si decidesse ad alzare la cornetta, a capire che non era tanto il caso di fare troppo i bulli con Xi Dada erano stati le stesse oligarchie USA: il primo appuntamento risale al novembre scorso quando, a latere dell’APEC di San Francisco – mentre gli USA facevano infuriare gli uomini d’affari americani e asiatici rifiutandosi di siglare l’Indo-Pacific economic framework – Xi veniva accolto, come titolava il Financial Times, dal mondo del business con una standing ovation; il 22 marzo, poi, una delegazione di dimensioni mai viste si è recata ricca di speranza al China Development Forum, la Davos cinese e, due giorni dopo, una rappresentanza di una ventina di multimiliardari capitanati da Stephen Schwarzman di Blackstone e Cristiano Amon di Qualcomm sono andati a rendere omaggio direttamente a Xi nella Grande sala del Popolo, il luogo in assoluto più iconico del governo indiscusso del Partito Comunista cinese. Il motivo è piuttosto semplice: tutte le favolette sulla crisi cinese che leggete dagli analfoliberali del gruppo Gedi o sentite farfugliare sul web dai vari Boldrin e Forchielli, molto semplicemente, sono sostanzialmente puttanate e chi, nella vita, non ambisce ad altro che a fare sempre più quattrini, lo sa bene. E per scoprirlo non c’ha manco bisogno di seguire Ottolina Tv: basta leggersi l’Economist o Foreign Affairs, dove Nicholas Lardy del Peterson institute for international economic si è preso la briga di smontare, una per una, le principali leggende metropolitane della propaganda suprematista.
Lardy ricorda come “Per oltre due decenni, la fenomenale performance economica della Cina ha impressionato e allarmato gran parte del mondo. Ma dal 2019, la crescita lenta della Cina ha portato molti osservatori a concludere che la Cina ha già raggiunto il picco come potenza economica e il presidente Biden lo ha anche affermato chiaramente nel suo discorso sullo Stato dell’Unione di marzo: Per anni, ha dichiarato, ho sentito molti dei miei amici repubblicani e democratici dire che la Cina è in crescita e l’America è in ritardo. E’ il contrario della realtà”, “ma questa visione sprezzante del paese” sottolinea sarcastico Lardy “potrebbe sottovalutare la resilienza della sua economia”; secondo Lardy, il pessimismo sulle prospettive dell’economia cinese si fonda su una lunga serie di fraintendimenti, regolarmente contraddetti dai dati oggettivi: il primo è “che il reddito delle famiglie, la spesa e la fiducia dei consumatori in Cina siano deboli”. Purtroppo però, fa notare Lardy, “I dati non supportano questa visione”; nel 2023, infatti, ricorda Lardy, sono successe due cose significative: la prima è che mentre in tutto l’Occidente collettivo il potere d’acquisto delle famiglie crollava a causa dell’inflazione e della moderazione salariale, “in Cina il reddito reale pro capite è aumentato del 6%” – mentre a noi, in Italia, in due anni ci levavano dalle tasche l’equivalente di poco meno di due stipendi. Ma non è tutto, perché in Cina, al contrario delle leggende, il consumo pro capite aumentava ancora di più: +9%; in Italia, per dire, il consumo al dettaglio è in diminuzione da 20 mesi consecutivi. “Il secondo fraintendimento” continua Lardy “è che la Cina sia entrata in una fase deflattiva” e, cioè, quando i prezzi – nel tempo – diminuiscono invece che aumentare, disincentivando sia i consumi che gli investimenti e aprendo, così, le porte alla recessione. Ora, “E’ vero che i prezzi sono aumentati soltanto dello 0,2% l’anno scorso”, ma questo è dipeso, in buona parte, dal fatto che ad essere diminuiti sono stati i costi di cibo ed energia mentre il resto, quella che si chiama inflazione core, è aumentata dello 0,7%, tant’è che le aziende, invece di usare i profitti per abbattere il debito (come si fa quando è in arrivo una recessione), si sono indebitate ulteriormente per investire e “gli investimenti nel manifatturiero, minerario, dei servizi pubblici e dei servizi in generale”: ed ecco così che, alla fine del 2023, nel paese si contavano la bellezza di 23 milioni di nuove aziende familiari; in Italia ne erano state chiuse qualche decina di migliaia.
Quello che confonde gli analfoliberali e i cantori della finanziarizzazione, come sottolinea l’Economist, è che “quando un paese raggiunge il livello di sviluppo della Cina, l’economia tipicamente ruota verso i servizi”. Ma nel caso del socialismo con caratteristiche cinesi “il cuore del governo è altrove”; come sottolinea Tilly Zhang di Gavekal Dragonomics “Ciò che la Cina vuole veramente essere è il leader della prossima rivoluzione industriale” e non è solo questione di crescita nominale del PIL – e fa specie che, per vederlo scritto, si debba leggere una bibbia dell’ortodossia come l’Economist, perché la sinistra progressista non ci arriva manco se ce li accompagni per mano. Il tema è quello dello sviluppo delle Nuove forze produttive, il nuovo tormentone del vocabolario ufficiale del partito: “L’espressione nuove forze produttive” scrive l’Economist “evoca l’idea dialettica secondo cui un accumulo di cambiamenti quantitativi può provocare una rottura qualitativa o un salto improvviso, come diceva Hegel, come quando un aumento incrementale della temperatura a un certo punto trasforma l’acqua in vapore. Marx” continua l’Economist “notava che quando nuove forze produttive raggiungono un peso sufficiente nell’economia, possono stravolgere l’ordine sociale: Il mulino a mano ti dà la società con il signore feudale, scrisse; il mulino a vapore, la società con il capitalista industriale”.
Secondo Barry Naughton dell’Università della California, “La strategia di innovazione della Cina è il più grande impegno di risorse governative della storia verso un obiettivo di politica industriale”; “I risultati” continua l’Economist “sono stati migliori di quanto qualsiasi paese a reddito medio potesse aspettarsi” e ricorda come l’Australian Policy Research, l’anno scorso, aveva documentato come – in una lunga lista di 64 tecnologie critiche – la Cina, in termini di impatto delle pubblicazioni scientifiche in materia, dominava in tutte, a parte una decina. “Il Paese” continua l’Economist “è il numero uno nelle comunicazioni 5G e 6G, nonché nella bioproduzione, nella nanoproduzione e nella produzione additiva. È all’avanguardia anche nei droni, nei radar, nella robotica e nei sonar, nonché nella crittografia post-quantistica”. Il Global Innovation Index, pubblicato dall’Organizzazione Mondiale per la Proprietà Intellettuale, combina circa 80 indicatori che abbracciano infrastrutture, normative e condizioni di mercato, nonché investimenti in ricerca, numero e importanza dei brevetti e numero di citazioni nella letteratura scientifica: un paese a reddito medio con un PIL pro capite come quello cinese si dovrebbe collocare, su per giù, verso la sessantesima posizione; la Cina è al 12° posto.
E mentre la Cina continua a concentrare una quantità incredibile di risorse per sviluppare le nuove forze produttive, anche a costo di rinunciare a qualcosina in termini di crescita nominale del PIL e in attesa che l’intensità tecnologica sia tale da imporre un cambio radicale anche dei rapporti di produzione, le occasioni per fare una montagna di quattrini non mancano: basta vedere l’incredibile caso di Huawei che nel 2023, nonostante la guerra commerciale a 360 gradi ingaggiata dall’Occidente collettivo (che, ormai, ha abbandonato completamente la retorica del libero mercato e combatte la concorrenza esclusivamente a colpi di protezionismo e restrizioni), ha registrato una crescita dell’utile netto del 144%; oltre alle infrastrutture per le telecomunicazioni, dove Huawei – nonostante tutto – rimane leader indiscussa, a trainare i conti dell’azienda a partire dall’ultimo trimestre, in particolare, è stato il Mate 60 pro, lo smartphone che ha fatto sudare freddo tutto l’Occidente. Come ricorda Asia Times, infatti, il Mate 60 pro è dotato di un processore che “a causa delle sanzioni imposte dagli USA e che hanno impedito all’olandese ASML di vendere in Cina i suoi sistemi di litografia ultravioletta estrema, il dipartimento del commercio statunitense aveva pensato che sarebbe stato impossibile produrre”; per arrivare a questo risultato, Huawei “ha speso per la ricerca e lo sviluppo nel 2023 il 23,4% dei suoi ricavi, più del doppio di quanto investe la coreana Samsung. E’ il terzo anno di fila che la spesa supera il 20% del fatturato, e permette di diversificare la linea di prodotti e aggirare le sanzioni imposte dagli USA”. In generale, sottolinea uno studio del Center for Strategic and International Studies, “Il sostegno statale cinese per la politica industriale è eccezionalmente alto, stimato a 406 miliardi di dollari, ovvero l’1,73% del PIL, nel 2019. Contro lo 0,39% del PIL negli Stati Uniti e allo 0,5% in Giappone”; il Financial Times ricorda come “Negli Stati Uniti e in Europa, i politici temono che una spesa così pesante si tradurrà in un’ondata di esportazioni di prodotti high tech a basso costo dalla Cina che potrebbero spostare le industrie nazionali e mettere a rischio la sicurezza nazionale”.
Ma quanto saranno belli gli imperialisti e i suprematisti? Fino a che gli torna comodo, spacciano la libertà del commercio come l’unica vera religione civile rimasta; quando poi non sono più competitivi, gettano la religione nel cesso e reintroducono sanzioni arbitrarie e misure protezionistiche di ogni tipo e quando, poi, uno reagisce investendo tutto quello che ha per guadagnarsi l’indipendenza tecnologica, si mettono a frignare perché, grazie a quegli stessi investimenti, minaccia di invaderli con prodotti enormemente più competitivi anche nei settori tecnologicamente più avanzati, che pensavano fossero appannaggio dell’uomo bianco per manifesta superiorità culturale, se non – addirittura – genetica. E poi uno si chiede del perché l’Occidente non faccia altro che scatenare guerre ovunque… e graziarcazzo: non è che gli rimangano poi tante carte da giocarsi, a meno che non lo rovesciamo come un calzino e mandiamo a casa i Rimbambiden di tutto il pianeta; per farlo, abbiamo bisogno di un vero e proprio media che, invece che alla fuffa suprematista, dia voce al 99%. Aiutaci a costruirlo: aderisci alla campagna di sottoscrizione di Ottolina Tv su GoFundMe e su PayPal.

E chi non aderisce è Michele Boldrin


















Come la Russia di Putin ha vinto la guerra economica contro l’Occidente collettivo. Un’altra volta.

“L’economia russa ancora una volta sfida i profeti di sventura”: ad affermarlo non è qualche nostro compagno di qualche lista di proscrizione, ma nientepopodimeno che l’Economist, la testata controllata dalla più filoatlantista delle grandi famiglie del capitalismo italiano: gli Agnelli/Elkann; dopo aver clamorosamente smentito le previsioni sul crollo del suo PIL innumerevoli volte, gli ultimi cavalli di battaglia della propaganda analfoliberale e russofoba sono stati a lungo la fantomatica inarrestabile ascesa dell’inflazione e, di pari passo, l’ancor più inarrestabile declino del rublo. Lo spettro dell’iperinflazione incombe su Putin mentre l’economia russa crolla titolava, già nell’agosto scorso, il sempre attendibilissimo Telegraph; “Il rublo russo è destinato a scendere costantemente oltre quota 100 rispetto al dollaro nel 2024” rilanciava ancora, nel novembre scorso, Reuters e per mesi, sulle nostre bacheche, siamo stati bombardati da analfoliberali – che, rispetto ai giornalisti di Telegraph e Reuters, c’hanno pure l’aggravante di farlo a gratis per pura passione – che si postavano i grafici dell’andamento del rublo e dell’inflazione annunciando l’ennesimo imminente catastrofico crollo del sanguinario regime putiniano; ora l’Economist certifica che è andata un po’ diversamente: siamo ormai al terzo mese del 2024, ma invece che oltre 100 rubli per comprare un dollaro, ne bastano 90 (prima del conflitto ne servivano 75).

Dopo tutto questo sciabolare di spade, la situazione si è conclusa semplicemente con una piccola svalutazione competitiva in perfetto stile italiano, almeno fino a quando la finalità era far crescere l’economia e non, esclusivamente, arricchire le banche e le oligarchie finanziarie; discorso simile anche per l’inflazione che, dal minimo del 3% nell’aprile del 2023, era cresciuta costantemente fino ad arrivare il picco del 7,5 nel novembre scorso e sembrava destinata a non fermarsi più, ma “Ancora una volta” sottolinea l’Economist “l’economia russa sembra aver smentito clamorosamente i pessimisti”: “I dati che saranno pubblicati il 13 marzo” e cioè oggi, scrive l’Economist, “ci si aspetta che dimostrino che i prezzi a febbraio sono saliti dello 0,6%, contro l’1,1% degli ultimi mesi dell’anno scorso”. “Molti previsori” ora, continua l’Economist, “prevedono che il tasso annuale scenderà presto al 4%, e anche le preoccupazioni delle famiglie sull’inflazione futura sono rientrate”. E graziarcazzo, aggiungerei: contro inflazione e svalutazione del rublo, infatti, la Banca Centrale era entrata a gamba tesa che più tesa non si può, innalzando i tassi di interesse fino al 16%.
Ma come, Marru, per amore di zio Vlad, dopo aver infamato per una vita i banchieri dell’austerity, ora ti metti a esaltarli? Non esattamente: il punto, molto banalmente, è che c’è inflazione e inflazione e quella russa, con quella che abbiamo vissuto noi, non c’azzecca proprio niente. Intendiamoci: anche da noi i banchieri centrali dicevano che bisognava alzare i tassi perché i salari stavano crescendo troppo; il problema è che, molto semplicemente, era una bugia e i nostri salari sono costantemente aumentati incredibilmente meno dell’inflazione arrivando, nell’arco di un anno, a fregarci sostanzialmente un intero stipendio. In Russia, invece, nell’autunno scorso l’aumento nominale dei salari – ricorda l’Economist – aveva raggiunto il 18% e, cioè, 10 punti in più dell’inflazione. Insomma: una volta tanto l’inflazione era trainata davvero dalla spinta dei salari e quindi, in quel caso, la risposta standard dell’aumento dei tassi di interesse non dico sia giusta, ma sicuramente è ragionevole; l’inflazione, infatti, in buona parte era dovuta al fatto che il maggiore potere d’acquisto dei lavoratori si era trasformato in maggiori consumi e, come spiega l’Economist, “La domanda di beni e servizi era cresciuta oltre la capacità dell’economia di fornirli, portando i venditori ad aumentare i prezzi”. “Tassi più alti” invece, continua l’Economist, “hanno incoraggiato i russi a mettere i soldi nei conti di risparmio invece di spenderli”.
Per capire invece se, oltre che ragionevole, la scelta di alzare i tassi sia stata anche giusta, va fatto un passettino oltre perché il punto, ovviamente, è se – oltre a contenere l’inflazione – l’aumento dei tassi innesca anche una recessione e, se innesca una recessione, chi la paga; e in Russia, molto semplicemente, la recessione non è arrivata, anzi! “La Russia” infatti, scrive l’Economist, “sembra avviata verso un atterraggio morbido, in cui l’inflazione rallenta senza deprimere l’economia. L’andamento dell’economia è ora in linea con il trend pre – invasione, e lo scorso anno il PIL è cresciuto in termini reali di oltre il 3%. La disoccupazione nel frattempo resta ai minimi storici. E non ci sono segni di difficoltà da parte delle aziende. Anzi: il tasso di chiusura delle imprese ha recentemente raggiunto il livello più basso degli ultimi otto anni” e siamo solo all’inizio: il Fondo Monetario Internazionale s’è dovuto adeguare all’evidenza e ha raddoppiato le previsioni di crescita per il 2024 al 2,6%; l’area euro e il Giappone, per intenderci, è previsto che cresceranno soltanto dello 0,9, l’Italia dello 0,7, la Gran Bretagna dello 0,6 e la Germania dello 0,5.
Ma come ha fatto il paese più sanzionato della storia dell’umanità a reggere botta? E cosa comporta la tenuta della Russia per le magnifiche sorti e progressive di quella che, come lamenta La Verità, nonostante tutte le evidenze i dittatori del politically correct ci continuano a vietare di dire che è una civiltà superiore? A suonare l’ennesimo campanello d’allarme, a fine febbraio, c’aveva pensato sempre l’Economist: Le sanzioni, titolava, non sono il modo per combattere Vladimir Putin. La prima enorme ondata di sanzioni aveva mostrato tutta la sua debolezza da tempo: subito dopo l’inizio della seconda fase della guerra per procura della NATO contro la Russia in Ucraina “La serie di sanzioni rivolte a una delle più grandi economie del mondo” ricorda l’Economist “era stata salutata come senza precedenti; e all’Economist stesso avevamo ipotizzato che lo shock che ne sarebbe derivato avrebbe potuto portare a una crisi di liquidità insostenibile e addirittura a un cambio di regime”. “La realtà” ammette onestamente l’Economist “si è rivelata drasticamente diversa”; “L’economia russa si è rivelata enormemente più resiliente del previsto, e il tentativo di imporre sanzioni molto meno efficace di quanto si sperasse”; “Subito dopo l’inizio della guerra, il FMI prevedeva che il PIL russo si sarebbe ridotto di oltre un decimo tra il 2021 e il 2023. Nell’ottobre dello scorso anno ha calcolato che in realtà in quel periodo al contrario la produzione è addirittura aumentata”, ma ancora più significativamente, continua l’Economist “La guerra ha dimostrato quanto velocemente il commercio globale e i flussi finanziari trovino un percorso per aggirare le barriere poste sul loro cammino”.
E’ un caso da manuale di come si diventa facilmente vittime della propria stessa propaganda: da anni ci prendiamo pesci in faccia perché sosteniamo che il mondo è già multipolare e che continuare a ragionare come se fossimo ancora nel mondo unipolare a trazione USA, per quanto sia ancora ampiamente la principale potenza esistente, sia ormai sostanzialmente irrealistico e velleitario; la propaganda suprematista del partito unico della guerra e degli affari continua a spacciare fake news e ad arrampicarsi sugli specchi per contestare questo semplice assunto e alla fine, a forza di ripeterselo tra di loro, va a finire che ci credono e ci fanno credere anche un pezzo consistente di classe dirigente, che fa scelte che non stanno né in cielo, né in terra. “L’Occidente” sottolinea l’Economist “aggiunge instancabilmente aziende e individui russi alle sue blacklist. Ma gran parte della popolazione mondiale vive in paesi che molto semplicemente le sanzioni occidentali non ha nessuna intenzione di applicarle, e c’è poco che possa impedire a nuove aziende di nascere e fare affari lì”; ed ecco così che se “anche le esportazioni dall’UE verso la Russia sono crollate, luoghi come Armenia, Kazakistan e Kirghizistan hanno iniziato a importare di più dall’Europa e sono misteriosamente diventati importanti fornitori di beni critici per la Russia” e questo, diciamo, è il primo episodio della saga e il finale, ormai, l’hanno dovuto accettare anche i propagandisti più spregiudicati, da Maurizio sambuca Molinari a Federico bretella Rampini.
Il secondo episodio della saga, allora, si apre con i guardiani della galassia analfoliberale che tentano di rilanciare: sono le cosiddette sanzioni secondarie, l’arma di distruzione di massa dell’imperialismo finanziario USA attraverso le quali l’impero in declino cerca, da sempre, di imporre ai paesi più recalcitranti di allinearsi alla sua agenda geopolitica; con le sanzioni secondarie, infatti, gli USA non si limitano a perseguire direttamente il paese sanzionato, ma anche tutte le terze parti che continuano a intrattenerci rapporti violando la volontà del wannabe padrone del globo, uno strumento molto potente ed efficace che sta comportando un cambio di atteggiamento in diversi paesi, dall’Uzbekistan alla Turchia, passando anche per la Cina. “Ma anche queste pongono un altro problema” scrive l’Economist, perché “sebbene siano potenti, hanno effetti collaterali proibitivi”; l’efficacia delle sanzioni secondarie, infatti, si basa fondamentalmente su un elemento: il ruolo del dollaro come valuta di riserva globale e come valuta preferita per il commercio internazionale. Ogni istituto che opera con i dollari, infatti, deve avere un conto in una banca americana e con le sanzioni secondarie, se svolgono un qualsiasi ruolo in uno scambio commerciale sottoposto a sanzioni USA, questo conto – e quello che c’è sopra – possono essere bloccati: ed ecco così che, lo scorso febbraio, alcune delle principali banche turche e tre banche cinesi hanno annunciato ufficialmente ai propri clienti l’interruzione di ogni rapporto con Mosca; secondo alcuni scettici si tratta, più che altro, di operazioni di public relation. Come scrive il sempre ottimo Conor Gallagher su Naked Capitalism, ad esempio, “Già a settembre il presidente del Kazakistan aveva rassicurato il cancelliere tedesco che il suo paese avrebbe attuato le sanzioni contro la Russia. Il giorno successivo, ha dichiarato che avrebbe sviluppato le relazioni commerciali con la Russia”.
Il punto è che ricostruire l’intera filiera delle transazioni commerciali, infatti, è più facile da dire che da fare; d’altronde, sono 30 anni che gli USA, per primi, incentivano il sistema finanziario globale a diventare sempre più opaco in modo da favorire la fuga dei capitali verso i paradisi fiscali e, infine, verso le bolle speculative a stelle e strisce, e quella stessa opacità, ora, gli si ritorce contro: “Funzionari europei” riporta l’Economist “affermano che spesso sono necessari 30 passaggi lungo la catena finanziaria per risalire al proprietario di un conto bancario estero, dieci volte di più rispetto anche soltanto a dieci anni fa”. “Molti governi di paesi terzi” continua l’Economist “hanno un atteggiamento da laissez-faire nei confronti della violazione delle sanzioni, o addirittura la approvano tacitamente. L’Indonesia e gli Emirati Arabi Uniti sono nella lista grigia della Financial Action Task Force, un regolatore internazionale, in parte perché sono accusati di essere a conoscenza del cattivo comportamento delle banche locali. Alla domanda se gli Emirati Arabi Uniti ritengono che alcune delle sue 500 nuove aziende potrebbero eludere le sanzioni, un funzionario europeo alza le spalle: Lo sanno, eccome se lo sanno. Semplicemente, non gli importa”; in un mondo che, ormai, va ben oltre il giardino ordinato delle ex potenze coloniali e dove i 120 membri del movimenti dei paesi non allineati ormai pesano per il 38% del PIL globale, rispetto al 15% di 30 anni fa, le sanzioni occidentali, decreta l’Economist, “hanno costi sempre maggiori e benefici sempre inferiori”.
Ma ammesso e non concesso che, al di là degli slogan, le sanzioni secondarie siano davvero ancora implementabili, c’è un altro effetto collaterale che spinge a una certa cautela, perché se il nocciolo di tutto è il fatto che si usano i dollari per gli scambi commerciali, una soluzione possibile – appunto – è, molto semplicemente, smetterla di usare il dollaro. C’è già chi si è portato un bel pezzo avanti: lo scorso marzo, la Cina annunciava che – passando dai 434 miliardi di dollari di febbraio ai 549 miliardi di marzo – per la prima volta in tutta la storia gli scambi commerciali internazionali della Cina in yuan avevano superato quelli in dollari; una parte sempre più consistente riguarda, appunto, gli scambi commerciali con la Russia che, dopo la fuga delle aziende occidentali – per fare un esempio – è diventata il più grande importatore di auto cinesi al mondo: oltre 325 mila unità solo nel 2023, per un valore di oltre 4,5 miliardi di dollari – +543% in un anno.

Conor Gallagher

L’altro grande partner commerciale della Russia è l’India: come ricorda sempre Gallagher su Naked Capitalism “Nei primi otto mesi dell’anno fiscale 2023/24 terminato a marzo, le esportazioni totali dell’India verso la Russia sono aumentate del 46,2%. Le importazioni del 54,8%”. Alla base di tutto ci sono le esportazioni di petrolio russo in India che vengono pagate, in buona parte, in rupie; siccome la rupia non è una valuta convertibile, i russi si sono ritrovati con montagne di rupie che non sapevano come usare: la soluzione? Importare più merci dall’India e pagarle con le rupie accumulate; già a fine 2022, così, la Russia ha condiviso con l’India un elenco di centinaia di articoli che desiderava importare, tra cui – elenca Gallagher – “pistoni, paraurti, cuscinetti e materiali di saldatura”. Gli indiani hanno colto la palla al balzo ed ecco così che, riporta Gallagher “Le esportazioni indiane di articoli tecnici verso la Russia sono cresciute dell’88% a dicembre, mentre nel periodo aprile – dicembre sono aumentate del 130%”; ora Russia e India stanno trattando per cominciare a usare, in parte delle transazioni, direttamente lo yuan. Insomma, le sanzioni secondarie stanno incredibilmente accelerando quello che è, in assoluto, il più grande degli incubi USA: la nascita di un sistema di scambi commerciali parallelo che non si fondi sul dollaro.
Ma la spinta definitiva verso la fine del dominio del dollaro e per la costruzione di un nuovo ordine monetario multilaterale non è l’unico risultato controproducente per l’agenda ideologica, ancor più che economica e militare, del neoliberismo made in USA; la guerra delle sanzioni, infatti, ha evidenziato anche un altro aspetto fondamentale: il socialismo e la pianificazione economica guidata dallo Stato funzionano, parecchio. E’ la conclusione alla quale arriva Martin Sandbu del Financial Times in un lungo e, a tratti, delirante articolo: Ci sono lezioni dalla crescita del PIL russo si intitola, ma non quelle che pensa Putin; “E’ un errore” scrive Sandbu, compiendo un’acrobazia logica veramente encomiabile, “derivare dalla crescita del PIL russo l’idea che le sanzioni abbiano fallito. Il ragionamento contro – fattuale corretto da fare sarebbe immaginare quanto male si sarebbe comportata l’economia russa in queste circostanze se fosse rimasta nella sua configurazione passata. In tal caso le conseguenze delle sanzioni sul PIL sarebbero state senz’altro maggiori”; e invece – te guarda alle volte il caso – la Russia, invece che lasciarsi asfaltare per tenere fede ai feticci ideologici del neoliberismo, una volta sotto attacco ha reagito trasformandosi radicalmente: “Mosca” scrive Sandbu “sta sfruttando una possibilità che le democrazie di mercato liberali ignorano: se si ignorano le ortodossie della politica economica, è possibile mobilitare risorse per obiettivi politici e, nel processo, spremere più attività reale da un’economia”. Quindi, in soldoni, le sanzioni avrebbero funzionato se la religione neoliberista avesse un qualche fondamento razionale, ma essendo una gigantesca puttanata creata ad arte solo per giustificare la gigantesca rapina effettuata dalle oligarchie nei confronti di chi lavora, purtroppo erano destinate al fallimento, soprattutto se – dall’altra parte – c’è una sorta di moderno principe machiavellico che, al contrario di quello che sborbotta confusa la sinistra delle ZTL (ormai completamente incapace di ragionare in termini di struttura economica) sarà cinico e feroce quanto vi pare, ma da quando è salito al potere ha avuto come suo obiettivo principale proprio quello di ridimensionare le oligarchie e accentrare il potere per modernizzare il paese e ridare alla Russia il ruolo che le spetta nella storia, un obiettivo che, come abbiamo sottolineato a suo tempo in questo video dal titolo “Il new deal di Putin”, non era riuscito a perseguire fino ad oggi e che è tornato ad essere alla sua portata proprio grazie all’entrata in vigore delle sanzioni. E’ abbastanza paradossale che tocchi a lui il compito di ricordarci una cosa che un tempo, quando da noi c’era la democrazia moderna – prima della controrivoluzione liberista e l’era della dittatura delle oligarchie finanziarie – davamo per scontata, e cioè che, come sottolinea lo stesso Sandbu, “mobilitare e destinare ingenti risorse a investimenti proficui è perfettamente fattibile”; ovviamente, sottolinea Sandbu, Putin è cattivo, mentre noi occidentali che – per Sandbu come per La Verità – siamo una civiltà superiore, invece siamo buoni e quindi, mentre lui pensa alla guerra, noi potremmo pensare a fini più nobili: dalla transizione ecologica alla lotta alle disuguaglianze. Ma, a parte questi distinguo, dovremmo comunque prendere coscienza della “sua capacità di raggiungere obiettivi economici indirizzati politicamente” perché “Come disse Keynes” conclude Sandbu “tutto ciò che possiamo effettivamente fare, possiamo permettercelo”; d’altronde era un limite di Keynes: non possiamo certo pretendere che non sia un limite di uno dei più importanti commentatori economici del Financial Times. Quello che a Sandbu – come a Keynes – sembra mancare, infatti, è un’idea realistica di chi detiene il potere per farci cosa, come se fossimo tutti riuniti democraticamente in un bel simposio dove vince chi ha l’idea migliore e non esistono i rapporti di forza; l’idea tutto sommato semplice e decisamente condivisibile che esprime Sandbu non fa più parte del dibattito pubblico perché le oligarchie, a partire da quelle che finanziano il suo giornale, ci hanno fatto la guerra e l’hanno vinta, e ci hanno imposto la loro religione alla quale, come tutti i sacerdoti che si rispettano, sono i primi a non credere, ma alla quale hanno costretto a credere tutti quelli che ne subiscono le conseguenze sulla loro pelle.
Per sperare di tornare ad imporla, bisogna mettere in conto un’altra guerra contro le oligarchie, e come vincerla: fa un po’ ridere che chi non ha idea non solo di come combattere questa guerra, ma della necessità stessa di combatterla, descriva con tono paternalistico chi – per sua stessa ammissione – la sta vincendo; noi un’ideina di cosa serve per combattere le oligarchie, in questi due anni, ce la siamo fatta e siamo convinti che, prima di tutto, serva un vero e proprio media che dia voce al 99%. Aiutaci a costruirlo: aderisci alla campagna di sottoscrizione di Ottolina Tv su GoFundMe e su PayPal.

E chi non aderisce è Victoria Nuland

Altro che Houti… Se la Cina umilia gli USA nella Grande Guerra per il Controllo del Mare

Mar Rosso, il conflitto è globale: ci sono arrivati pure La Stampa e Lucia Annunziata: “in gioco” scrivono nel sottotitolo “c’è la tenuta dell’America come superpotenza nel confronto con la Cina”; il motivo ve lo abbiamo raccontato in dettaglio in un altro video della scorsa settimana e, come scrive giustamente l’Annunziata, consiste nel fatto che “sul Mar Rosso è in gioco la tenuta da potenza globale degli Usa, fondata sul suo essere padrone dei mari”. “La US Navy” continua l’Annunziata “è oggi una delle strutture militari più potenti del mondo, dedicata ad assicurare quello che è la principale garanzia del mercato: la libera circolazione di merci e persone”, che poi tutta sta libera circolazione delle persone, ecco, insomma… anche se poi nel capitalismo, in realtà, pure le persone sono merci, ma questo è un altro tema; il punto vero – che solleva anche la Annunziata – qui è un altro e cioè esiste ancora questa supremazia USA? Ecco, in questo video cercheremo di rispondere a questa domanda; come prevedibile, stiamo tornando a una nuova grande guerra per il controllo del mare. Siamo proprio sicuri di essere in grado di vincerla?

Al contrario di quanto narrano le leggende metropolitane degli analfoliberali, a fare il mercato è sempre lo Stato; a fare il mercato globale, in particolare, c’ha pensato lo Stato USA, con le navi militari. Quando, a un certo punto, si è cominciato a capire che per vincere la lotta di classe dei ricchi contro tutti gli altri bisognava dare la possibilità ai padroni delle ferriere di delocalizzare lontano dai paesi dove sindacati e partiti di massa stavano alzando un po’ troppo la cresta, ci si è posti immediatamente il problema: chi garantirà che le merci poi possano attraversare in tutta sicurezza tutto il pianeta? Il comparto militare industriale a stelle e strisce un’ideina ce l’aveva: riempiteci di quattrini e ci pensiamo noi, e così fu. A partire da metà anni ‘70, il budget della marina militare, dopo anni di declino, cominciò a crescere a ritmi vertiginosi raddoppiando nell’arco di appena 5 anni, per poi continuare senza freni fino a raggiungere l’apice verso la fine dell’amministrazione Reagan; nel 1987 la flotta americana poteva contare su circa 600 navi da combattimento, in gran parte nuove di pacca o quasi, soprattutto – da quando, poco dopo, l’Unione Sovietica crollò – più che sufficienti per garantire la sicurezza di tutti i mari del globo. Da allora gli USA sono sempre stati considerati i padroni indiscussi del mare. Pure troppo: negli anni, infatti, tutta questa sicurezza e l’assenza di un vero contendente globale ha convinto gli USA che di navi, probabilmente, ne bastavano meno, parecchie meno. La metà: oggi la marina militare statunitense, infatti, di navi da guerra a disposizione ne ha meno di 300 (291, per la precisione); ed ecco così che qualche anno fa è cominciato a suonare l’allarme.
Maggio 2019, Popular Mechanics, la mitica rivista USA dedicata alla tecnologia: “La Cina adesso ha più navi da guerra degli Stati Uniti”; “La marina dell’Esercito di Liberazione Popolare” si legge nell’articolo “ha appena superato la soglia psicologica delle 300 unità da guerra. 13 in più degli Stati Uniti”. Nemmeno 5 anni dopo, quel gap si è quintuplicato: 340 contro, appunto, 291. Ma state tranquilli, amici suprematisti; immancabilmente, anche a questo giro arriva la rassicurazione perché, sottolinea sempre Popular Mechanics, “spesso la qualità prevale sulla quantità” e – come sanno tutti i lettori della propaganda suprematista e analfoliberale – la qualità è una prerogativa dell’uomo bianco e del suo giardino ordinato.
Nella giungla selvaggia che ci circonda, è tutta ferraglia: la retorica sul primato tecnologico, infatti, è parte del problema perché di sicuro, in tutti questi anni, al comparto militare industriale non sono state tolte risorse, anzi! Solo che invece che spenderle per fare le navi che servivano per continuare a garantirsi davvero il predominio sul mare, le hanno concentrate tutte in poche grandi navi e in sistemi d’arma spacciati come ultrasofisticati. Sul vantaggio concreto che tutta questa sofisticazione dà sul campo di battaglia, però, i pochi che non ci si gonfiavano il portafoglio hanno sempre avuto più di qualche dubbio e anche a quelli che prima non ne avevano, dopo le figure di merda raccattate in Ucraina sono cominciati a venire. E la fuffa del primato tecnologico potrebbe essere ancora più eclatante quando dalle trincee si passa al mare aperto: A vincere sono le flotte più grandi; così titolava, nel gennaio scorso, il suo lungo e dettagliatissimo articolo pubblicato dallo US Naval Institute il capitano della marina in pensione Sam J. Tangredi che, nel sottotitolo, specificava “Nella guerra navale, una flotta più piccola di navi di qualità superiore non è la via per la vittoria. A vincere quasi sempre è la fazione che semplicemente ha il maggior numero di navi”. “La qualità è più importante della quantità” scrive Tangredi; “ultimamente lo sento dire da troppe persone. E vorrei essere chiaro: no. Non lo è. E’ una delle cose più stupide che ho mai sentito. Non solo la quantità ha un valore di per se, ma a parità di competenza professionale, si rivela quasi sempre decisiva anche nella guerra navale”. Tangredi ha condotto una lunga ricerca su 28 guerre navali del passato: “In 25 casi” rivela “a vincere è stato chi aveva la flotta più grande. Quando le dimensioni erano le stesse, a fare la differenza sono state la superiorità strategica, l’addestramento e la motivazione degli equipaggi. E solo in 3 casi ad avere la meglio sono state flotte più piccole che vantavano una netta superiorità tecnologica”; “e con un confronto navale potenzialmente sempre più realistico tra una flotta statunitense in declino e una marina dell’Esercito Popolare di Liberazione (PLAN) in piena espansione, gli insegnamenti della storia sono tutt’altro che rassicuranti”.
Evidentemente non è il solo a essersene reso conto: “La marina americana è in una corsa per colmare il divario della flotta cinese” scriveva il 15 gennaio scorso Gabriel Honrada su Asia Times “ma la realtà” sentenzia Honrada “è che l’America non ha la capacità di farlo”.

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A denunciare il fatto “che gli Stati Uniti non possono eguagliare la Cina in termini di numero di navi” direttamente alla CNN ci aveva pensato poco prima il segretario della marina americana Carlos Del Toro; perché? Semplice: come ha sottolineato sempre Del Toro, “La Cina ha 13 cantieri navali, uno dei quali ha una capacità maggiore di tutti e sette i cantieri navali statunitensi messi insieme”. Sul banco degli imputati generalmente viene messa l’intera strategia USA che, al contrario della Cina, non ha creduto nella possibilità di fondere l’industria militare con quella civile; nel 2017 la Cina è arrivata addirittura a creare una nuova commissione centrale ad hoc interamente dedicata allo sviluppo della fusione civile – militare e che vede al suo interno tutto il gotha della politica cinese, dal presidente Xi al premier, passando per i membri principali del politburo e altri 12 leader a livello ministeriale. Negli USA invece, sottolineano i detrattori, non se ne parla proprio. E graziarcazzo: l’industria civile navale negli USA, molto semplicemente, non c’è; come riporta il Manuale delle statistiche del commercio e dello sviluppo della Conferenza delle Nazioni Unite del 2022, infatti, durante l’anno precedente la Cina aveva costruito il 44,2% della flotta mercantile mondiale, seguita dalla Corea del Sud con il 32,4% e dal Giappone con il 17,6%. Gli Stati Uniti risultavano essere a quota 0,053% – ripeto 0,053%; non c’è poi tantissimo da integrare, diciamo. Quanto pesi questo fattore l’ha spiegato chiaramente il sottoammiraglio indiano, nonché arcinoto analista della Observer Research Foundation, Monty Khanna che, in un articolo del 2019 pubblicato da Maritime Affairs, sottolineava come “la costruzione di navi da guerra e navi civili negli stessi cantieri da parte della Cina ha consentito alla sua industria di costruzione navale di operare al massimo delle sue capacità indipendentemente dalle recessioni economiche, di applicare tecniche di produzione di massa per navi civili alla costruzione navale militare, di applicare tecnologie civili avanzate alle navi da guerra, di mantenere la cresciuta capacità produttiva per la costruzione navale militare ed eludere le sanzioni mirate ai suoi programmi di modernizzazione militare”. Risultato: nonostante Washington abbia da poco annunciato il finanziamento più grande mai autorizzato per cercare di colmare il gap, la Cina prevede di costruire altre 100 navi nei prossimi 6 anni; gli USA 80 nei prossimi 11.
Insomma: gli USA non sono più in grado di assicurare la sicurezza della navigazione sulla quale hanno fondato la legittimità del loro dominio imperiale; gli rimangano le basi nei pressi dei colli di bottiglia più importanti delle rotte commerciali globali, da Hormuz a Bab-el-Mandeb, da Malacca a Panama. Mantenere salda l’alleanza con i paesi che le ospitano è vitale come non mai e conferisce a questi paesi un potere che non hanno mai avuto: il nuovo ordine multipolare procede anche in questo modo. Per reagire, gli USA di scorciatoie realmente efficaci non ne hanno; devono affrontare il problema alla radice: per sperare di poter vincere la guerra contro altre grandi potenze, l’unica strada è la reindustrializzazione. Tra mille ostacoli, è esattamente quello che stanno cercando di fare con questa nuova ondata neoprotezionista, alimentata a suon di incentivi miliardari a chi va a investire negli USA, e smette di investire nei paesi suoi alleati. E anche questo, a suo modo, più che ostacolare – se solo avessimo una classe dirigente che fa gli interessi nazionali dei nostri paesi – dovrebbe accelerare la costruzione del nuovo ordine multipolare. Nel sistema kafkiano costruito dagli USA a immagine e somiglianza degli interessi delle sue oligarchie, tornare a curare i nostri interessi nazionali sarebbe già un atto rivoluzionario; non saranno le nostre borghesie compradore a farlo: ci dobbiamo pensare noi. Tutti, prima che sia troppo tardi – a partire da un vero e proprio media che stia dalla parte dello sviluppo e della pace contro i deliri dell’impero in declino. Aiutaci a costruirlo: aderisci alla campagna di sottoscrizione di Ottolina Tv su GoFundMe e su PayPal.

E chi non aderisce è Edward Luutwack

Incontro a Pechino: l’Unione Europea minaccia di sanzionare la Cina, ma con che legittimità?

“Abbiamo identificato un elenco di aziende sospettate di svolgere un ruolo nell’elusione delle nostre sanzioni”, ha detto Charles Michel, Presidente del consiglio europeo, ai giornalisti dopo i colloqui con Xi Jinping a Pechino, in occasione del vertice Cina-UE. Il riferimento è a 13 aziende con sede in Cina sono nel mirino dell’UE mentre il blocco cerca di rafforzare le fughe di beni a duplice uso esportati in Russia, che secondo Kiev e i suoi alleati occidentali stanno consentendo la guerra di aggressione contro l’Ucraina. Il comunicato cinese diffuso dai media statali non fa menzione di nessuna risposta di Xi Jinping su questo tema, e nel corso degli ultimi due anni la Cina si è opposta alle sanzioni unilaterali di Europa e Stati Uniti. A giugno l’ambasciatore cinese presso l’Unione Europea ha dichiarato che “gli strumenti per risolvere questo problema sono ancora tutti da definire, e il governo cinese non ha preso alcun impegno a riguardo”. Quindi? Ne parliamo in questo video!

Boom economico e tecnologie all’avanguardia: il clamoroso autogol delle sanzioni alla Russia

Nella migliore delle ipotesi – o nella peggiore (dipende dai punti di vista) – l’economia russa nel 2024 crescerà 3 volte più rapidamente di quella dell’eurozona – +1,5, contro +0,5% – e il gap continuerà anche per tutto l’anno successivo, il 2025, durante il quale l’eurozona dovrebbe crescere dell’1,2%, e la Russia del 2, poco meno del doppio. Ad affermarlo non è qualche propagandista filo – putiniano estratto a sorte dalle liste di proscrizione del Corriere della serva, ma qualcuno che non è certo imputabile di remare contro le magnifiche sorti e progressive dell’Occidente collettivo: si chiama Amundi ed è di gran lunga il principale fondo di investimenti del vecchio continente, il braccio armato delle oligarchie finanziare europee o, almeno, di quello che ne resta dopo due anni di guerra per procura alla Russia. In soldoni, “Significa che Stati Uniti, Europa, Giappone e Australia non sono in grado di sanzionare un paese in modo efficace” avrebbe affermato il capo degli investimenti di Amundi, Vincent Mortier, durante una conferenza stampa; “Possiamo deplorarlo” ha sottolineato, “ma è una realtà”. Certo, le sanzioni sono servite a congelare il patrimonio di un certo numero di persone – ha continuato Mortier – ma gli effetti sulle importazioni e le esportazioni russe nel complesso sono stati, tutto sommato, irrilevanti. Il mese scorso il Fondo Monetario Internazionale aveva rivisto al rialzo le stime sulla crescita della Russia nel 2023 , di parecchio: dall’1,5% di luglio al 2,2; nell’aprile scorso stimavano una crescita dello 0,7%.

Vladimir Putin

Secondo Putin, si tratta di stime eccessivamente caute: “Abbiamo sempre detto con cautela che la crescita sarebbe stata intorno al 2,5%. Ora possiamo affermare con sicurezza che supereremo senz’altro il 3%. Nel frattempo la Commissione europea, invece, ha rivisto al ribasso le stime sulla crescita dell’eurozona: dallo 0,8 ad appena lo 0,6%. “Se facciamo il punto sulla guerra in Ucraina” ha concluso Mortier “per gli USA l’impatto è stato neutrale; Turchia, Asia Centrale e Asia in generale ne hanno beneficiato; e l’unica a soffrire direttamente e fortemente è stata l’Europa”. Ma te guarda alle volte il caso, eh? Fortunatamente, però, ora che ad ammettere che le sanzioni contro la Russia sono state principalmente sanzioni contro l’Europa ci s’è messo anche il gotha del capitalismo finanziario europeo stesso: la Commissione, finalmente, ha deciso di intervenire. Come? Ma con altre sanzioni – ovviamente – e con meccanismi più rigidi che dovrebbero garantire che anche quelle vecchie, finalmente, siano implementate come si deve ma che – come sottolinea giustamente il nostro amato Andrew Korybko – anche a questo giro potrebbero non fare altro che “uccidere definitivamente la competitività delle nostre stesse aziende tecnologiche”. Cosa mai potrebbe andare storto?
Certo, dal punto di vista economico le sanzioni alla Russia sono state come darci una martellata sui coglioni, ma chissà almeno quanti danni gli abbiamo fatto dal punto di vista militare! Eh, come no… Tantissimi proprio: “La Russia sta iniziando a far valere la sua superiorità nella guerra elettronica” titola l’Economist; “Gran parte dell’attenzione su ciò di cui l’Ucraina ha bisogno nella sua lunga lotta per liberare il suo territorio dalle forze d’invasione russe si è concentrata sull’hardware: carri armati, aerei da combattimento, missili, batterie di difesa aerea, artiglieria e grandi quantità di munizioni. Ma una debolezza meno discussa” sottolinea l’autorevole rivista inglese “risiede invece nella guerra elettronica; e i sostenitori occidentali dell’Ucraina finora hanno mostrato scarso interesse nell’affrontarla”.
La discrepanza tra le capacità ucraine e quelle russe era evidente sin dall’inizio del conflitto, ma – sottolinea l’Economist – “ha avuto a lungo un impatto limitato. Ora però che le linee di contatto sono diventate relativamente statiche, la Russia è stata in grado di posizionare le sue formidabili risorse dove possono avere il maggiore effetto”. “Già a partire dal marzo scorso” ricostruisce l’Economist “l’Ucraina ha cominciato a notare come i suoi proiettili Excalibur guidati dal GPS avevano improvvisamente iniziato ad andare fuori bersaglio, a causa del disturbo russo” e lo stesso era cominciato a succede alle bombe guidate JDAM e anche ai razzi a lungo raggio GMLRS che nella maggioranza dei casi – sottolinea l’Economist – “ora vanno fuori strada”: parliamo di armi intelligenti a cui sono stati dedicati decine e decine di titoli dalla propaganda occidentale e che avrebbero dovuto cambiare per sempre l’andamento del conflitto ma che ormai, grazie alla tecnologie per la guerra elettronica sviluppate negli anni dai russi, non fanno quasi mai il loro dovere. E ancora peggio sembrerebbe andare con gli sciami di droni: “l’Ucraina” scrive l’Economist “ha addestrato un esercito di circa 10.000 piloti di droni che ora sono costantemente impegnati in un gioco del gatto e del topo con operatori di guerra elettronica russi sempre più abili” che sono in grado di “confondere i loro sistemi di guida o bloccare i collegamenti radio con i loro operatori” e fanno fuori qualcosa come “oltre 2.000 droni la settimana”. Ma non solo, perché i russi sarebbero in grado “di acquisire con una precisione di un metro le coordinate del luogo da cui il drone viene pilotato, per trasmetterle poi ad una batteria di artiglieria” che a quel punto avrebbe un bersaglio facile.
Quello che manca all’Ucraina in questa guerra impari contro gli armamenti per la guerra elettronica dei russi, svela l’Economist, è “il sostegno degli alleati occidentali”: “La guerra tecnologica” spiega l’Economist “rientra infatti in una categoria di trasferimento tecnologico limitato da un regime di controllo delle esportazioni rigidamente vigilato dal Dipartimento di Stato” e “c’è una certa riluttanza, soprattutto da parte degli americani, a mostrare la mano alla Russia, anche perché le informazioni utilizzabili, ad esempio sulle frequenze o sulle varie tecniche utilizzate, dalla Russia potrebbero finire anche in mano ai cinesi”. Quello che speravano gli alleati occidentali, piuttosto, era che anche i russi prima o poi potessero trovare delle difficoltà a fornire il fronte continuamente di nuovi strumenti per la guerra elettronica, che sono sì progettati e prodotti in Russia, ma dentro – spesso e volentieri – hanno anche tecnologia a stelle e strisce che non dovrebbe arrivare più e invece – misteri della fede – arriva eccome; come sottolinea infatti Bloomberg, nonostante la Russia sia il paese più sanzionato della storia delle sanzioni “anche impedire a tecnologia sensibile di raggiungere la Russia si è rivelato più complesso del previsto”. Attraverso “triangolazioni tramite paesi come il Kazakhstan, la Serbia e la Turchia” la Russia, infatti, sarebbe stata in grado “di mettere le mani sui cosiddetti articoli ad alta priorità” inclusi in questa lunga lista aggiornata dall’Unione nel settembre scorso (https://finance.ec.europa.eu/system/files/2023-09/list-common-high-priority-items_en.pdf ) e che possono essere “utilizzati per scopi militari”. “I recenti dati commerciali visti da Bloomberg” sottolinea l’articolo “mostrano che le esportazioni da quelle nazioni, oltre che da Armenia, Azerbaigian e Uzbekistan, sono sì diminuite parzialmente nella seconda metà di quest’anno, ma rimangono perlopiù superiori ai livelli prebellici”. Ancora più importanti nella fornitura di questi articoli ad alta priorità alla Russia risulterebbero essere Cina ed Hong Kong, dai quali proverrebbe – sottolinea Bloomberg – “oltre l’80% degli acquisti esteri russi. E la Russia” continua Bloomberg “sarebbe stata in grado di costruire anche nuove vie commerciali attraverso paesi come la Thailandia e la Malesia”. L’unico paese che ha costituito un altro canale prezioso per le triangolazioni e che si è detto disposto a introdurre norme più restrittive sarebbero gli Emirati Arabi; purtroppo però, sottolinea Bloomberg, “non forniscono dati commerciali tempestivi, rendendo difficile valutare i progressi”.
Contro le scappatoie che hanno reso le sanzioni totalmente inefficaci – allora – la Commissione ha proposto di provare a stringere la cinghia, proponendo una nuova serie di regole “che impedirebbero agli importatori di rivendere alla Russia i cosiddetti articoli ad alta priorità”, ma non solo: la proposta prevede infatti anche di obbligare le aziende importatrici a depositare dei soldi in un conto ad hoc dal quale la Commissione sia in grado di prelevare automaticamente qualora venissero contestate delle violazioni.

Andrew Korybko

“Almeno metà dei soldi depositati” riporta Bloomberg “verrebbe trasferita a un fondo fiduciario per l’Ucraina” e vederseli sottrarre potrebbe essere estremamente facile perché le aziende non risponderebbero soltanto per se, ma anche nel caso non avessero prontamente segnalato comportamenti illeciti da parte di aziende terze con le quali sono in affari; un pacchetto di manovre che – commenta l’analista Andrew Korybko – rischiano di “uccidere la competitività delle aziende tecnologiche europee” – un problema che sarebbe stato sollevato, riporta Bloomberg, anche da “inviati diplomatici di un gruppo dei principali stati membri”. A preoccupare, in particolare, la potenziale arbitrarietà dell’applicazione della regola sul congelamento dei beni depositati, dal momento che non passerebbe preventivamente da un tribunale, ma non solo: a preoccupare i potenziali partner commerciali, infatti, sarebbe anche il fatto che “chiunque si ritrovasse a fare affari con le società tecnologiche dell’Unione” commenta Korybko “dovrebbe essenzialmente permettere alla Commissione di spiare le sue attività al fine di monitorare il rispetto delle sanzioni”. Di fronte a tutti questi rischi – sottolinea Korybko – i clienti potrebbero essere scoraggiati “e optare invece per accordi molto più semplici e senza vincoli con aziende cinesi”. D’altronde che je frega?
A spingere per questa nuova ondata di restrizioni e ovviare, così, al fallimento di tutte le sanzioni con sanzioni ancora più nocive sono paesi che hanno poco da perdere perché – a parte una bella montagna di ideologia pro Washington – di aziende tecnologiche che producono “articoli ad alta priorità” semplicemente non ne hanno. A partire, ad esempio, dai paesi baltici – la punta di lancia degli USA contro gli interessi dei concorrenti europei: “Il loro interesse” sottolinea Korybko “è esclusivamente quello di limitare l’accesso della Russia a tutti i costi, compreso far perdere quote di mercato ai partner europei a favore della Cina”. L’industria tecnologica che – già di per sé – in Europa non è che sia particolarmente in forma, non sarebbe comunque l’unica ad essere penalizzata da questo dodicesimo pacchetto di sanzioni: un’altra mossa geniale, infatti, consisterebbe nell’aggiungere alla lista delle importazioni dalla Russia sottoposte a sanzioni anche i diamanti; Washington lo ha già fatto da mo’, l’Unione europea – invece – per ora ha declinato. Tutta colpa del Belgio: come ricorda il Brussels Time, infatti, “Si stima che circa l’86% dei diamanti grezzi del mondo passino ancora da Anversa almeno una volta”. Quello dei diamanti è un mercato che, a livello globale, vale oltre 100 miliardi e oltre un terzo dei diamanti di tutto il mondo arrivano proprio dalla Russia; tagliare le gambe così ad Anversa non sarebbe esattamente un ottimo affare e – soprattutto – sarebbe totalmente inutile. Gli indiani, infatti, non aspettano altro: già oggi la cittadina di Surat, 300 chilometri a nord di Mumbai, è la capitale mondiale della lavorazione dei diamanti e – in attesa di scippare ad Anversa tutto quello che proviene dalla Russia – al commercio e alla lavorazione dei diamanti ha dedicato quello che è stato descritto dai media l’edificio in assoluto più grande del mondo: 5 mila uffici che occupano la bellezza di 700 mila metri quadrati di superficie, collegati da oltre 130 ascensori; tanto a pagarlo saremo noi, sempre pronti a martellarci i coglioni quando si tratta di fare un regalino a zio Biden.
Contro la vocazione al suicidio delle elité degli svendipatria europei abbiamo bisogno di un media che dia voce agli interessi del 99%. Aiutaci a costruirlo: aderisci alla campagna di sottoscrizione di Ottolina Tv su GoFundMe e su PayPal.

E chi non aderisce è Paolo Gentiloni