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Altro che Houti… Se la Cina umilia gli USA nella grande guerra per il controllo del mare

OttolinaTV by OttolinaTV
05/02/2025
in I Pipponi del Marrucci, In evidenza, Mondo
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Mar Rosso, il conflitto è globale: ci sono arrivati pure La Stampa e Lucia Annunziata: “in gioco” scrivono nel sottotitolo “c’è la tenuta dell’America come superpotenza nel confronto con la Cina”; il motivo ve lo abbiamo raccontato in dettaglio in un altro video della scorsa settimana e, come scrive giustamente l’Annunziata, consiste nel fatto che “sul Mar Rosso è in gioco la tenuta da potenza globale degli Usa, fondata sul suo essere padrone dei mari”. “La US Navy” continua l’Annunziata “è oggi una delle strutture militari più potenti del mondo, dedicata ad assicurare quello che è la principale garanzia del mercato: la libera circolazione di merci e persone”, che poi tutta sta libera circolazione delle persone, ecco, insomma… anche se poi nel capitalismo, in realtà, pure le persone sono merci, ma questo è un altro tema; il punto vero – che solleva anche la Annunziata – qui è un altro e cioè esiste ancora questa supremazia USA? Ecco, in questo video cercheremo di rispondere a questa domanda; come prevedibile, stiamo tornando a una nuova grande guerra per il controllo del mare. Siamo proprio sicuri di essere in grado di vincerla?

Al contrario di quanto narrano le leggende metropolitane degli analfoliberali, a fare il mercato è sempre lo Stato; a fare il mercato globale, in particolare, c’ha pensato lo Stato USA, con le navi militari. Quando, a un certo punto, si è cominciato a capire che per vincere la lotta di classe dei ricchi contro tutti gli altri bisognava dare la possibilità ai padroni delle ferriere di delocalizzare lontano dai paesi dove sindacati e partiti di massa stavano alzando un po’ troppo la cresta, ci si è posti immediatamente il problema: chi garantirà che le merci poi possano attraversare in tutta sicurezza tutto il pianeta? Il comparto militare industriale a stelle e strisce un’ideina ce l’aveva: riempiteci di quattrini e ci pensiamo noi, e così fu. A partire da metà anni ‘70, il budget della marina militare, dopo anni di declino, cominciò a crescere a ritmi vertiginosi raddoppiando nell’arco di appena 5 anni, per poi continuare senza freni fino a raggiungere l’apice verso la fine dell’amministrazione Reagan; nel 1987 la flotta americana poteva contare su circa 600 navi da combattimento, in gran parte nuove di pacca o quasi, soprattutto – da quando, poco dopo, l’Unione Sovietica crollò – più che sufficienti per garantire la sicurezza di tutti i mari del globo. Da allora gli USA sono sempre stati considerati i padroni indiscussi del mare. Pure troppo: negli anni, infatti, tutta questa sicurezza e l’assenza di un vero contendente globale ha convinto gli USA che di navi, probabilmente, ne bastavano meno, parecchie meno. La metà: oggi la marina militare statunitense, infatti, di navi da guerra a disposizione ne ha meno di 300 (291, per la precisione); ed ecco così che qualche anno fa è cominciato a suonare l’allarme.
Maggio 2019, Popular Mechanics, la mitica rivista USA dedicata alla tecnologia: “La Cina adesso ha più navi da guerra degli Stati Uniti”; “La marina dell’Esercito di Liberazione Popolare” si legge nell’articolo “ha appena superato la soglia psicologica delle 300 unità da guerra. 13 in più degli Stati Uniti”. Nemmeno 5 anni dopo, quel gap si è quintuplicato: 340 contro, appunto, 291. Ma state tranquilli, amici suprematisti; immancabilmente, anche a questo giro arriva la rassicurazione perché, sottolinea sempre Popular Mechanics, “spesso la qualità prevale sulla quantità” e – come sanno tutti i lettori della propaganda suprematista e analfoliberale – la qualità è una prerogativa dell’uomo bianco e del suo giardino ordinato.
Nella giungla selvaggia che ci circonda, è tutta ferraglia: la retorica sul primato tecnologico, infatti, è parte del problema perché di sicuro, in tutti questi anni, al comparto militare industriale non sono state tolte risorse, anzi! Solo che invece che spenderle per fare le navi che servivano per continuare a garantirsi davvero il predominio sul mare, le hanno concentrate tutte in poche grandi navi e in sistemi d’arma spacciati come ultrasofisticati. Sul vantaggio concreto che tutta questa sofisticazione dà sul campo di battaglia, però, i pochi che non ci si gonfiavano il portafoglio hanno sempre avuto più di qualche dubbio e anche a quelli che prima non ne avevano, dopo le figure di merda raccattate in Ucraina sono cominciati a venire. E la fuffa del primato tecnologico potrebbe essere ancora più eclatante quando dalle trincee si passa al mare aperto: A vincere sono le flotte più grandi; così titolava, nel gennaio scorso, il suo lungo e dettagliatissimo articolo pubblicato dallo US Naval Institute il capitano della marina in pensione Sam J. Tangredi che, nel sottotitolo, specificava “Nella guerra navale, una flotta più piccola di navi di qualità superiore non è la via per la vittoria. A vincere quasi sempre è la fazione che semplicemente ha il maggior numero di navi”. “La qualità è più importante della quantità” scrive Tangredi; “ultimamente lo sento dire da troppe persone. E vorrei essere chiaro: no. Non lo è. E’ una delle cose più stupide che ho mai sentito. Non solo la quantità ha un valore di per se, ma a parità di competenza professionale, si rivela quasi sempre decisiva anche nella guerra navale”. Tangredi ha condotto una lunga ricerca su 28 guerre navali del passato: “In 25 casi” rivela “a vincere è stato chi aveva la flotta più grande. Quando le dimensioni erano le stesse, a fare la differenza sono state la superiorità strategica, l’addestramento e la motivazione degli equipaggi. E solo in 3 casi ad avere la meglio sono state flotte più piccole che vantavano una netta superiorità tecnologica”; “e con un confronto navale potenzialmente sempre più realistico tra una flotta statunitense in declino e una marina dell’Esercito Popolare di Liberazione (PLAN) in piena espansione, gli insegnamenti della storia sono tutt’altro che rassicuranti”.
Evidentemente non è il solo a essersene reso conto: “La marina americana è in una corsa per colmare il divario della flotta cinese” scriveva il 15 gennaio scorso Gabriel Honrada su Asia Times “ma la realtà” sentenzia Honrada “è che l’America non ha la capacità di farlo”.

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A denunciare il fatto “che gli Stati Uniti non possono eguagliare la Cina in termini di numero di navi” direttamente alla CNN ci aveva pensato poco prima il segretario della marina americana Carlos Del Toro; perché? Semplice: come ha sottolineato sempre Del Toro, “La Cina ha 13 cantieri navali, uno dei quali ha una capacità maggiore di tutti e sette i cantieri navali statunitensi messi insieme”. Sul banco degli imputati generalmente viene messa l’intera strategia USA che, al contrario della Cina, non ha creduto nella possibilità di fondere l’industria militare con quella civile; nel 2017 la Cina è arrivata addirittura a creare una nuova commissione centrale ad hoc interamente dedicata allo sviluppo della fusione civile – militare e che vede al suo interno tutto il gotha della politica cinese, dal presidente Xi al premier, passando per i membri principali del politburo e altri 12 leader a livello ministeriale. Negli USA invece, sottolineano i detrattori, non se ne parla proprio. E graziarcazzo: l’industria civile navale negli USA, molto semplicemente, non c’è; come riporta il Manuale delle statistiche del commercio e dello sviluppo della Conferenza delle Nazioni Unite del 2022, infatti, durante l’anno precedente la Cina aveva costruito il 44,2% della flotta mercantile mondiale, seguita dalla Corea del Sud con il 32,4% e dal Giappone con il 17,6%. Gli Stati Uniti risultavano essere a quota 0,053% – ripeto 0,053%; non c’è poi tantissimo da integrare, diciamo. Quanto pesi questo fattore l’ha spiegato chiaramente il sottoammiraglio indiano, nonché arcinoto analista della Observer Research Foundation, Monty Khanna che, in un articolo del 2019 pubblicato da Maritime Affairs, sottolineava come “la costruzione di navi da guerra e navi civili negli stessi cantieri da parte della Cina ha consentito alla sua industria di costruzione navale di operare al massimo delle sue capacità indipendentemente dalle recessioni economiche, di applicare tecniche di produzione di massa per navi civili alla costruzione navale militare, di applicare tecnologie civili avanzate alle navi da guerra, di mantenere la cresciuta capacità produttiva per la costruzione navale militare ed eludere le sanzioni mirate ai suoi programmi di modernizzazione militare”. Risultato: nonostante Washington abbia da poco annunciato il finanziamento più grande mai autorizzato per cercare di colmare il gap, la Cina prevede di costruire altre 100 navi nei prossimi 6 anni; gli USA 80 nei prossimi 11.
Insomma: gli USA non sono più in grado di assicurare la sicurezza della navigazione sulla quale hanno fondato la legittimità del loro dominio imperiale; gli rimangano le basi nei pressi dei colli di bottiglia più importanti delle rotte commerciali globali, da Hormuz a Bab-el-Mandeb, da Malacca a Panama. Mantenere salda l’alleanza con i paesi che le ospitano è vitale come non mai e conferisce a questi paesi un potere che non hanno mai avuto: il nuovo ordine multipolare procede anche in questo modo. Per reagire, gli USA di scorciatoie realmente efficaci non ne hanno; devono affrontare il problema alla radice: per sperare di poter vincere la guerra contro altre grandi potenze, l’unica strada è la reindustrializzazione. Tra mille ostacoli, è esattamente quello che stanno cercando di fare con questa nuova ondata neoprotezionista, alimentata a suon di incentivi miliardari a chi va a investire negli USA, e smette di investire nei paesi suoi alleati. E anche questo, a suo modo, più che ostacolare – se solo avessimo una classe dirigente che fa gli interessi nazionali dei nostri paesi – dovrebbe accelerare la costruzione del nuovo ordine multipolare. Nel sistema kafkiano costruito dagli USA a immagine e somiglianza degli interessi delle sue oligarchie, tornare a curare i nostri interessi nazionali sarebbe già un atto rivoluzionario; non saranno le nostre borghesie compradore a farlo: ci dobbiamo pensare noi. Tutti, prima che sia troppo tardi – a partire da un vero e proprio media che stia dalla parte dello sviluppo e della pace contro i deliri dell’impero in declino. Aiutaci a costruirlo: aderisci alla campagna di sottoscrizione di Ottolina Tv su GoFundMe e su PayPal.

E chi non aderisce è Edward Luutwack

Tags: Bab-el-Bab-el-MandebcinacommerciodelocalizzaredifesadominioEsercito popolare di liberazioneflotteguerraimperialeimperialismoMalaccamar rossomarianpadronePanamasanzionistretto di Hormuzucrainaus navy
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