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Tag: nato

Elena Basile – Missili nucleari NATO di nuovo operativi? Solo il Sud globale è per la pace

Elezioni europee, conferenza di “pace” a Ginevra, G7, le dichiarazioni di Stoltenberg sulla necessità della NATO di aumentare il proprio arsenale atomico immediatamente “operativo”. In questo tragico quadro, solo il Sud globale dimostra razionalità e propensione alla pace e alla diplomazia. Di tutto questo e molto altro abbiamo parlato con la sempre lucidissima ambasciatrice Elena Basile, sempre più probabile ospite di Fest8lina dal 4 al 7 luglio a Putignano (PI).

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La Russia reagisce alla minaccia dei missili NATO diventando l’arsenale dell’anti-imperialismo

Se gli occidentali stanno prendendo in considerazione l’idea di “consegnare armi agli ucraini da usare per attaccare direttamente il nostro territorio, perché mai non dovremmo avere anche noi il diritto di fornire sistemi d’arma dello stesso tipo in qualche area del pianeta che potrebbero essere usati per lanciare attacchi su qualche obiettivo sensibile dei paesi che fanno la stessa cosa con la Russia?” (Vladimir Putin): fino ad oggi l’impero ha sempre propagandato l’idea degli USA come arsenale della democrazia, anche quando sterminavano i bambini col napalm in Vietnam o firmavano coi cuoricini le bombe che il regime fasciosionista di Tel Aviv lanciava sui campi profughi; e se ora la Russia invece diventasse l’arsenale dell’anti-imperialismo?

Guido Crosetto

Nell’inevitabile escalation ucraina, gli ultimi 10 giorni sono stati i giorni dello sdoganamento definitivo dell’utilizzo delle armi fornite dagli alleati occidentali per colpire direttamente il territorio russo; come tutti i passi compiuti a intervalli più o meno regolari dall’inizio della seconda fase della guerra per procura in Ucraina e che portano gradualmente, ma inesorabilmente, verso il conflitto diretto tra potenze nucleari, anche questa escalation ovviamente viene introdotta a piccole dosi, con tanto di finta dialettica interna tra le forze coinvolte giusto per far sembrare che i singoli paesi, in realtà, mantengono una qualche forma di autonomia. Ed ecco, così, che gli USA hanno dato il via libera all’utilizzo delle loro armi in territorio russo, ma solo per colpire obiettivi militari nella zona di Belgorod, da dove partono i raid contro Kharkiv e dintorni: Francia, Olanda, Gran Bretagna e Norvegia hanno detto agli ucraini che, sostanzialmente, possono fare un po’ cosa cazzo gli pare; il Belgio, invece, sembra non volerne sapere. E in Italia Crosetto, ancora venerdì scorso sul Corriere, continuava a sostenere che “chi parla di armi usate per colpire la Russia, sbaglia” e che “su questioni così serie c’è troppa superficialità”: in Italia, infatti, le informazioni sul tipo di armi che mandiamo e come vengono utilizzate, sin dai tempi di San MarioPio da Goldman Sachs sono secretate e Crosetto ci tiene a sottolineare che non sarà certo lui “a infrangere una legge dello Stato”; ciononostante, ribadisce che, come ha già detto “mille volte: le armi italiane non colpiranno il territorio russo”.
Ovviamente, come sottolineava anche il sempre lucidissimo Gianandrea Gaiani in un articolo pubblicato su AnalisiDifesa mercoledì scorso, sono tutti distinguo un po’ farlocchi: “Le diverse posizioni assunte dagli alleati” scrive infatti Gaiani “renderebbero ambigua la gestione delle armi contro obiettivi sul territorio russo. Per esempio, gli ucraini potrebbero impiegare missili Aster 30 forniti dalla Francia per abbattere un aereo nemico nello spazio aereo russo, ma non potrebbero farlo impiegando un esemplare dello stesso missile fornito dall’Italia”; idem con patate per l’impiego di missili da crociera Storm Shadow/SCALP, utilizzabili se arrivano da Francia o Gran Bretagna, vietati se arrivano dall’Italia. Un’ottima idea, effettivamente, potrebbe essere mandare direttamente sul campo a controllare un po’ di membri del nostro governo, così vedrai le ruzze gli passano. Teatrini come questi sono la prassi dall’inizio del conflitto, ma in queste ultime settimane di campagna elettorale per le europee la messinscena è stata particolarmente spregiudicata; d’altronde, di fronte alla crescente insofferenza della stragrande maggioranza dei cittadini europei di fronte a una guerra che piano piano – a parte i giornalai de La Repubblichina e del Giornanale – un po’ tutti hanno capito che è l’ennesima guerra di aggressione USA non solo contro la Russia, ma anche contro i popoli europei, qualche cazzata se la dovevano pur inventare; e che la situazione è così delicata da dover lasciare mano libera ai vari governi zerbini di giocare al meglio le poche carte che gli rimangono per dare un contentino ai rispettivi elettorati a Washington l’hanno capito benissimo e hanno dato mandato a Stoltenberg di chiarire che, per ora, ognuno po’ fa finta di fa un po’ come cazzo je pare: “Alcuni alleati hanno imposto restrizioni sulle armi che hanno consegnato” ha affermato “altri non lo hanno fatto. Non si tratta di decisioni della NATO”.
Chiusa la partita elettorale, il via libera all’uso dei missili di tutti gli alleati NATO anche in territorio russo è solo questione di tempo e non può essere altrimenti: la situazione sul campo di battaglia è quella che è e la sproporzione tra le due basi industriali, nonostante gli annunci roboanti sulla corsa al riarmo e la nuova stagione dell’economia di guerra, invece che diminuire non fa che aumentare, con l’Occidente nel suo insieme che, come conferma una recente ricerca della società di consulenza Bain & Company, nel 2024 riuscirà a produrre al massimo 1,3 milioni proiettili di artiglieria contro i 4,5 milioni della Russia (dove, tra l’altro, ogni pezzo costa circa mille euro, contro i 4 mila dei superproduttivi paesi a capitalismo avanzato) e siccome il blocco imperialista, molto semplicemente (checché ne dicano i pacifisti) non può permettere in nessun modo alla Russia di vincere la guerra, prima di rassegnarsi sarà ovviamente costretto a un’escalation dopo l’altra qualsiasi rischio implichi. Il primo – che ovviamente, legittimamente, è in cima alle nostre preoccupazioni – è quello nucleare e che, nelle ultime settimane, ha subìto un’accelerazione decisamente inquietante che abbiamo già analizzato in lungo e in largo: il riferimento ovviamente, in particolare, è all’attacco sferrato il 23 maggio scorso contro il sito radar di Armavir, a nord della Georgia e a circa 300 chilometri dall’estremità della Crimea; come sicuramente saprete già, in questa località, da quasi una ventina di anni, la Russia ha installato e reso operativo un radar Voronezh, che fa parte dell’infrastruttura complessiva russa di allarme contro gli attacchi missilistici. Si tratta di un asset strategico di primissimo piano che permette alla Russia di monitorare eventuali attacchi missilistici contro il suo territorio provenienti da un settore che copre tutto il Mediterraneo, il Medio Oriente e parte del Mare Arabico, dove sono in grado di operare gli Ship Submersible Ballistic Nuclear statunitensi (SSBN, per gli amici) e, cioè, i sottomarini lanciamissili balistici a propulsione nucleare armati con testate nucleari. Su chi abbia realmente dato il via libera all’attacco – e con quali finalità – ci sono opinioni molto diverse: è infatti possibile, come sottolineava il 28 maggio scorso Ruggero Stanglini sempre su AnalisiDifesa, “che i russi si servissero del radar di Armovir anche per scoprire il lancio da parte dell’Ucraina di missili balistici tattici o da crociera contro obiettivi in Crimea” a partire, in particolare, dall’antiaerea che, come abbiamo sottolineato svariate volte, rappresenta uno dei principali ostacoli all’impiego efficace degli F-16 sul fronte; il punto, però, è che al netto di tutte queste valutazioni, “In base alla dottrina pubblicata dal governo russo nel 2020 circa l’impiego di armi atomiche, questo rientra proprio tra i casi suscettibili di far scattare una rappresaglia nucleare, prevista a fronte di qualsiasi attacco avversario contro infrastrutture governative o militari della Federazione Russa, la cui distruzione comprometta la capacità di risposta delle forze nucleari come appunto, chiaramente, è il caso del radar di Armavir”.
Ma c’è anche un altro risvolto che probabilmente le élite dell’Occidente collettivo non hanno ancora valutato attentamente ed è il rischio che, procedendo ineluttabilmente di escalation in escalation, si costringa la Russia di Putin a trasformarsi definitivamente, appunto – come anticipavamo nell’apertura di questo video – nell’arsenale dell’antimperialismo. La domanda, a questo punto, è proprio quella che l’analista americano di nascita, ma russo di adozione, Andrew Korybko si pone espressamente sul suo profilo Substack e, cioè “Chi potrebbe armare concretamente la Russia come risposta asimmetrica all’Occidente che arma l’Ucraina?” e cioè chi è che, concretamente, potrebbe avere sia la possibilità, sia l’interesse (eventualmente) a colpire direttamente un pezzo del blocco imperialista? Secondo Korybko, “l’unica forza che ha la volontà politica di colpire i siti occidentali sensibili” sarebbe l’Asse della Resistenza: Korybko ricorda come “questi gruppi alleati dell’Iran hanno già attaccato le basi americane in Siria, Iraq e Giordania, le prime delle quali sono state costruite senza l’approvazione di Damasco mentre le altre contribuiscono a questa occupazione illegale”; da qui, l’idea che la Russia “potrebbe prendere seriamente in considerazione l’idea di affidarsi al suo partner strategico iraniano per armare questi gruppi al fine di forzare un umiliante ritiro americano almeno da alcune parti dell’Asia occidentale, in particolare dalla Siria, o coinvolgerlo in un grave conflitto regionale proprio prima le elezioni di novembre”.
Che l’amministrazione Biden non abbia nessuna intenzione di essere coinvolta in un’escalation regionale è stato abbondantemente dimostrato dalla gestione del massiccio attacco iraniano contro Israele che ha costretto gli amici dello sterminio dei bambini palestinesi a spendere una quantità spropositata di quattrini per respingere un attacco costato poche decine di milioni di dollari senza poi, sostanzialmente, ricorrere a nessuna ritorsione concreta, un episodio che ha radicalmente modificato il bilancio di potenza nella regione a favore dell’Iran e che lascia presupporre che armando l’Asse della Resistenza la Russia non avrebbe poi granché da temere; ciononostante, ci sono diverse complicazioni possibili che potrebbero spingere Putin a non inoltrarsi lungo questo cammino. La prima è che “c’è sempre la possibilità che un’escalation regionale rischi di trasformarsi in una spirale fuori controllo a causa del fatto che Netanyahu è una mina vagante”; la seconda è che armare l’Asse della Resistenza significherebbe, inevitabilmente, anche indispettire le petromonarchie del Golfo a partire da emirati e sauditi che, come dimostra anche il Forum economico di San Pietroburgo conclusosi sabato scorso, Mosca continua a considerare interlocutori economici di primissima importanza che è fondamentale continuare a coccolare per evitare che decidano di riallinearsi completamente con l’imperialismo occidentale. Ciononostante, insiste Korybko, “La risposta asimmetrica più probabile all’Occidente che lascia che l’Ucraina usi le sue armi per colpire obiettivi all’interno dei confini universalmente riconosciuti della Russia è che la Russia armi l’Asse della Resistenza con armi migliori attraverso l’Iran in modo che abbiano maggiori possibilità di distruggere le basi degli Stati Uniti nell’Asia occidentale. Detto questo” conclude Korybko “il presidente Putin non ha ancora deciso questa linea d’azione poiché è sempre riluttante a fare mosse importanti per paura di conseguenze indesiderate, ma sembra certamente che ci stia pensando”.
In realtà, però, il Medio Oriente e l’Asse della Resistenza potrebbero non essere esattamente quello che aveva in mente Putin quando, da San Pietroburgo, ha pronunciato quelle parole: Una flottiglia della Marina russa, titolava venerdì nella sua home page The War Zone, si sta dirigendo a Cuba per delle esercitazioni, mentre Putin minaccia di armare i nemici “regionali” degli alleati dell’Ucraina: “Una flottiglia russa” specifica l’articolo “incluso un moderno sottomarino a propulsione nucleare armato di missili da crociera, è diretta a Cuba per un dispiegamento di dimensioni rare” e anche se “funzionari cubani” sottolinea l’articolo “affermano che nessuna delle navi della Marina russa dirette verso i Caraibi trasporterà armi nucleari”, il pensiero non può che correre immediatamente all’ottobre del 1962, quando la scoperta di missili balistici sovietici r-12 e r-14 su suolo cubano scatenò quella che, probabilmente, è stata la più grave e pericolosa crisi dell’intera guerra fredda; da allora Cuba resiste eroicamente al più grave e devastante embargo di tutti i tempi e continua a rappresentare l’avamposto più avanzato della resistenza antimperialista a due bracciate dalle coste statunitensi. Da Washington, continua l’articolo, fanno sapere di non essere “preoccupati dagli schieramenti della Russia, che non rappresentano una minaccia diretta per gli Stati Uniti”, anche perché non è certo la prima volta che la Marina russa fa le sue incursioni nell’area, compreso il luglio scorso quando all’Avana attraccò la nave scuola Perekop per una visita di 4 giorni.
A questo giro, però, lo schieramento messo in campo sembra, sia qualitativamente che quantitativamente, tutta un’altra cosa: tra le imbarcazioni che compongono la flottiglia, infatti, ci sarebbero anche la Kazan e la Admiral Groshkov, entrambe “dotate di silos del sistema di lancio verticale che possono ospitare missili da crociera a lungo raggio Kalibr, che possono essere utilizzati per attacchi antinave e attacchi terrestri, nonché missili da crociera supersonici antinave Oniks”; “Inoltre” continua l’articolo “l’ Admiral Gorshkov è stata la prima nave da guerra della Marina russa a schierare operativamente i nuovi missili da crociera ipersonici Zircon, almeno secondo le dichiarazioni ufficiali russe”. Ma ad alzare l’asticella, in particolare, ci sarebbe proprio il sottomarino nucleare russo classe Yasen-M: “A differenza della generazione precedente” spiega The War Zone, i sottomarini di questa classe “sono molto più versatili delle semplici piattaforme missilistiche da crociera, in grado di operare come imbarcazioni d’attacco per uso generale, nonché raccoglitori di informazioni e potenzialmente come piattaforme per missioni speciali”. Che i sottomarini Yasen, in termini di silenziosità, siano quasi alla pari con i pezzi più pregiati della marina statunitense, lo ha affermato esplicitamente anche il generale dell’aeronautica statunitense Glen Van Herck, che avrebbe “aggiunto che questa crescente classe di sottomarini rappresenterà presto una minaccia persistente per la patria americana come mai prima d’ora”. E Cuba, come avamposto della lotta antimperialista nella regione, potrebbe non essere più isolata: “All’inizio di questa settimana” sottolinea infatti ancora l’articolo “un alto funzionario statunitense ha suggerito che l’attuale dispiegamento della Marina russa potrebbe includere anche uno scalo in Venezuela”; ma quello che ha fatto drizzare ancora di più le antenne sono le recenti parole di Gustavo Petro, il primo presidente della storia recente della Colombia a non essere espressione diretta delle oligarchie nazionali a totale servizio dell’imperialismo USA.
Al contrario delle favolette degli analfoliberali e dell’aperisinistra delle ZTL, il nazifascismo altro non è stato che la fazione più cruenta dell’imperialismo che sperava, attraverso il ricorso indiscriminato alla violenza, di recuperare il gap che la separava dagli imperialismi più consolidati e avanzati; oggi come oggi, quella fazione si incarna perfettamente nelle élite di tutto l’imperialismo unitario, senza grosse distinzioni tra chi tutto sommato se lo rivendica e chi, invece, prova a trasformare anche il 25 aprile e anche il D Day in feste del revisionismo storico e della rinnovata ferocia neocolonialista. Contro i nuovi fascismi più o meno mascherati, siamo tutti chiamati a dare il nostro contributo, dall’Asia all’America Latina, passando per casa nostra; e a casa nostra, il modo più immediato che abbiamo oggi per farlo è lanciare una sfida all’egemonia in declino propagandata dai pennivendoli al servizio della ferocia dell’impero. Per farlo davvero, però, abbiamo bisogno di un vero e proprio media che dia voce al 99%. Aiutaci a costruirlo: aderisci alla campagna di sottoscrizione di Ottolina Tv su GoFundMe e su PayPal.

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Che risposta darà Putin all’escalation NATO? – ft. Gianandrea Gaiani

Torna Gianandrea Gaiani, direttore di AnalisiDifesa, per parlare con i nostri Clara e Gabriele di armi NATO fornite all’Ucraina, potenziale bellico di Kiev e Mosca, lenta avanzata russa e rischi nucleari. Il fungo atomico si avvicina o ci sono ancora speranze per i negoziati di pace? Infine, alcune riflessioni sulla situazione in Medio Oriente: Israele lancerà il suo attacco finale a Hezbollah in Libano? Perché Israele non può accettare la tregua a Gaza? Buona visione!

#Ucraina #Nato #AnalisiDifesa #Israele #Libano #Russia #Hezbollah #Gaza

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LA BOLLA – Armi NATO contro la Russia: la nuova fase della guerra

Torna l’ormai irrinunciabile appuntamento della domenica con le notizie dal fronte di Francesco dall’Aglio e Stefano Orsi. Conduttori d’eccezione: Gabriele Germani e l’amatissima Clara Statello. Buona visione

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L’Occidente attacca la deterrenza nucleare russa: siamo al punto di non ritorno?

Quasi nessuno ha riportato la notizia, ma potrebbe essere un un punto di non ritorno che segna la definitiva entrata in guerra dei paesi NATO nel conflitto e la possibilità più concreta di una guerra nucleare: nei giorni scorsi, diverse fonti russe (confermate anche da analisti occidentali) hanno lanciato l’allarme di almeno due attacchi contro stazioni radar a lungo raggio della famiglia Voronezh, stazioni che fanno parte del sistema di preallarme russo anche per attacchi missilistici nucleari; si tratta di sistemi di early warning in grado di rilevare missili nucleari balistici in arrivo e rappresentano una delle componenti fondamentali del Sistema di sicurezza e deterrenza nucleare della Federazione Russa. Insomma: sembra volontà di escalation che oltrepassa una linea rossa che mai era stata oltrepassata nella storia, nemmeno nei momenti più drammatici e conflittuali della guerra fredda. Gli attacchi sono avvenuti mentre la Russia testava, assieme alla Bielorussia, la prontezza delle sue armi nucleari non strategiche; pertanto, come suggerisce anche Clara Statello in un articolo per L’Antidiplomatico – unico articolo che ha fatto una seria analisi su questi fatti – c’è da pensare che chi ha condotto o commissionato questi attacchi stia dicendo a Mosca di essere pronta ad una guerra atomica. Secondo la sua dottrina di deterrenza nucleare, la federazione sarebbe ora legittimata ad utilizzare bombe nucleari strategiche contro gli autori dell’attacco. Già. E chi sono gli autori dell’attacco?

Dmitry Rogozin

Andiamo con ordine: il 25 maggio, l’ex capo di Roscosmos ed ex ministro della Difesa Dmitry Rogozin ha accusato l’Ucraina di voler scatenare la terza guerra mondiale con l’attacco a due torri del sistema radar Voronez DM ad Armavir, nel territorio di Krasnodar, suggerendo il coinvolgimento degli Stati Uniti. Secondo fonti russe, riprese dal portale The War Zone, l’attacco sarebbe avvenuto il 23 maggio ed è confermato dalle immagini satellitari, perfettamente in linea con quelle da terra diffuse sui social e dalle agenzie locali: “Ci sono anche prove evidenti di colpi multipli sugli edifici radar. Vale la pena notare che i sistemi radar sono generalmente sistemi molto sensibili e fragili, e anche un danno relativamente limitato può provocare una mission kill, rendendoli inutilizzabili per un lungo periodo di tempo” si legge su The War Zone – e anche da un funzionario americano che si è detto preoccupato per le possibili conseguenze di questi attacchi. Il danneggiamento della stazione di Armavir acceca la capacità di Mosca di individuare le minacce ostili e viene così a mancare la sorveglianza strategica su un ventaglio di territorio a Sud-Ovest che include la Crimea e il Mar Nero; come quasi tutti gli analisti militari hanno segnalato, lo scenario più spaventoso è che un attacco di questo genere preannunci la prima fase di un attacco nucleare. L’attacco a Orenburg non è l’unica possibilità, naturalmente, ma quella dell’incidente o dell’errore di lancio è invece fuori discussione. Qualche giorno dopo infatti, il 26 maggio, a Orenburg un altro anello del sistema di preallarme rapido è stato attaccato da dei droni, la stazione radar Voronezh-M di Orsk, costruita nel 2017 nella regione di Orenburg, ad almeno 1.500 km dal confine con l’Ucraina: per colpirla, i droni avrebbero sorvolato o violato lo spazio aereo di parte del Kazakistan settentrionale. E, infine, il canale Telegram Military Informant ha pubblicato le immagini di un drone britannico-portoghese Tekever AR3 abbattuto vicino Armavir: anche questo suggerirebbe un nuovo attacco per disattivare il Voronezh-DM sferrato con mezzi di Paesi NATO.
Ma che cosa dice la dottrina di deterrenza russa in casi come questi? La dottrina contempla la possibilità di utilizzo di armi atomiche come risposta ad un attacco contro una componente di deterrenza strategica: una volta accecato il sistema radar in un’area, questa diviene vulnerabile ad attacchi nucleari incapacitanti, cioè attacchi che paralizzano la capacità di risposta nucleare del paese colpito. Anche nel documento emanato nel giugno del 2020 la Russia definisce in modo molto chiaro le condizioni sotto cui una risposta nucleare strategica può essere possibile; all’articolo 19 troviamo scritto: “Le condizioni che specificano la possibilità dell’uso di armi nucleari da parte della Federazione Russa sono le seguenti: a) arrivo di dati attendibili sul lancio di missili balistici contro il territorio della Federazione Russa e/o dei suoi alleati; b) utilizzo di armi nucleari o altri tipi di armi di distruzione di massa da parte di un avversario contro la Federazione Russa e/o i suoi alleati; c) attacco da parte dell’avversario contro siti governativi o militari critici della federazione russa, la cui interruzione comprometterebbe le azioni di risposta delle forze nucleari; d) aggressione contro la Federazione Russa con l’uso di armi convenzionali quando è in pericolo l’esistenza stessa dello Stato.” Il comma c) corrisponde precisamente a quanto appena avvenuto, cioè all’attacco al radar di Armavir: non sappiamo quali sarà la reazione decisa da Putin né, tantomeno, sappiamo – e forse sapremo mai – chi e precisamente con quali mezzi ha sferrato l’attacco. Le opzioni più probabili sono ovviamente queste 3: 1- è stato l’esercito ucraino senza che la NATO abbia collaborato e/o ne fosse a conoscenza; 2 – è stata un’operazione congiunta tra Ucraina e uno o più paesi NATO; 3 – è stata un’operazione fatta da uno o più paesi NATO senza collaborazione Ucraina. Di fronte a questi 3 scenari è prima di tutto importante sottolineare che l’unico impatto che il danneggiamento di quei radar potrebbe avere per la linea del fronte in Ucraina è nel caso di un attacco alla Crimea con missili a lunga gittata di paesi NATO, in quanto il danneggiamento dei radar limiterebbe la capacità di rilevamento del sistema difensivo russo nell’area meridionale della federazione. Gli analisti di The War Zone sono però scettici di fronte a questa possibilità: “Il Voronezh DM” si legge nell’articolo “appartiene ad una famiglia di radar ad altissima frequenza (UHF) over-the-horizon (OTH), che quindi potrebbe non vedere bene così obliquamente se gli obiettivi si trovano al di sotto dell’orizzonte”; si tratta, insomma, di radar progettati principalmente per rilevare il lancio di missili balistici da molto più lontano. Ciò suggerisce il coinvolgimento di attori terzi che potrebbero attaccare al di fuori dell’Ucraina e, potenzialmente, anche con l’atomica. Ieri un funzionario statunitense, in condizioni di anonimato, ha rilasciato dichiarazioni per escludere un coinvolgimento USA: “Gli Stati Uniti” ha detto “sono preoccupati per i recenti attacchi dell’Ucraina contro i siti russi di allarme precoce dei missili balistici”.
Gli Stati Uniti, insomma, incolpano gli ucraini e se ne tirano fuori; su quanto queste dichiarazioni siano credibili vi lasciamo fare le vostre considerazioni. Il nostro Francesco dall’Aglio ha impostato così la questione : “Dobbiamo chiederci: a chi interessa davvero accecare le capacità di early warning russo sul Mar Nero, all’Ucraina o alla NATO? A chi interessa davvero privare la Russia delle sua capacità antiaeree nella regione, all’Ucraina o alla NATO? Chi è che voleva infliggere una sconfitta strategica alla Russia e chi ha detto più volte, e molto esplicitamente, che mandare armi è un buon investimento perché riduce le capacità militari della Russia, l’Ucraina o la NATO? La risposta a questa domanda avrà conseguenze di una certa importanza per ciò che ci aspetta”. I sospetti possono, insomma, ricadere sia solo sul governo di Kiev o su qualche suo capo militare intenzionato a trascinare la NATO in guerra, oppure su uno o più membri NATO con la volontà di assecondare la logica dell’escalation, l’unica che potrebbe evitare l’altrimenti inevitabile sconfitta occidentale nel conflitto; quest’ultima sembra l’opzione più probabile. L’ex capo dell’Agenzia spaziale russa Roscosmos ha dichiarato che un attacco del genere può essere stato effettuato soltanto con i più avanzati sistemi di puntamento e missilistici della NATO; la vera domanda ora è: dalla prospettiva dei paesi NATO qual è il significato e il risultato concreto di un simile attacco?
La risposta potrebbe essere preoccupante: la dirigenza NATO sa, ovviamente, di aver superato una linea rossa esplicitamente definita come potenziale causa di una risposta nucleare; sa anche che, nonostante la pubblicistica sulla pazzia di Putin, il presidente russo è estremamente equilibrato e razionale e che non vuole affatto avviare un conflitto nucleare da cui tutti – Russia inclusa – uscirebbero gravemente danneggiati, se non estinti. Il calcolo NATO, come fa Andrea Zhok in un suo post recente, è perciò probabilmente esprimibile nei seguenti termini: “Noi superiamo una linea rossa e mostriamo di sapere che l’avversario non risponderà in forma nucleare; così facendo dimostriamo l’illusorietà delle sue minacce di deterrenza nucleare e ne miniamo la credibilità. Inoltre lo spingiamo a qualche fallo di reazione sull’Ucraina, che può screditarlo ulteriormente.” “Questo calcolo potrebbe essere corretto” scrive il professore di filosofia; “Tuttavia qui siamo di fronte ad un gioco sottile e pericolosissimo di aspettative reciproche.” L’altra ipotesi è quella che la NATO, ormai disperata, cerca di provocare un attacco nucleare – anche con bombe tattiche – da parte di Putin, per essere legittimata anche agli occhi dell’opinione pubblica ad entrare ufficialmente in guerra. Insomma: l’opzione del conflitto diretto tra paesi NATO e Russia appare sempre più vicina. La Francia ha detto in questi giorni che invierà i suoi addestratori in Ucraina e Stoltenberg, Macron – e ora anche Scholz – hanno dato il via libera in queste ore all’utilizzo delle armi occidentali contro il territorio russo; pure Biden, nei prossimi giorni, darà con ogni probabilità il via libera. La situazione è dunque seria, perché i paesi occidentali sembrano davvero disposti a tutto pur di non riconoscere la sconfitta; il premier ungherese Orban ha così commentato: “L’Europa è così coinvolta nella guerra che non ha nemmeno una stima dell’entità dei costi e dei mezzi necessari per raggiungere l’obiettivo militare che si è prefissata. Non ho mai visto niente di più irresponsabile in vita mia”.
Avanziamo su un piano inclinato che si fa sempre più ripido anche perché, contemporaneamente, anche con la Cina gli Stati Uniti sono determinati a fare di tutto fuorché a vedere messa in discussione la propria egemonia pacificamente. La notizia è di questi giorni ed è stata riportata da diversi giornali; gli Stati Uniti si trovano di fronte a una decisione cruciale, ossia decidere se schierare nel Pacifico missili da crociera con armamento nucleare sui sottomarini, una mossa che potrebbe ridisegnare la loro strategia di deterrenza in mezzo alle crescenti tensioni con Cina e Russia. Come riporta Asia Times “Gli Stati Uniti stanno prendendo in considerazione l’impiego di missili da crociera con armamento nucleare (SLCM-N) lanciatati da sottomarini nucleari modificati della classe Virginia (SSN).” Il problema, dalla prospettiva americana, è che Cina e Russia si sono concentrate sullo sviluppo di armi nucleari tattiche a bassa potenza, considerate al di sotto del livello delle armi nucleari strategiche e destinate a sostenere operazioni militari convenzionali “E quindi l’enfasi esclusiva americana sulla deterrenza a livello strategico potrebbe aver creato una disparità di deterrenza tra gli Stati Uniti e i suoi stretti rivali, poiché l’SLCM-N offre una capacità di attacco nucleare tattico per controbilanciare le armi nucleari tattiche di Cina e Russia.” Anche nel Pacifico, quindi, l’unica strategia scelta da Washington è quella dell’escalation e tutto questo, infine, ci costringe a fare una riflessione seria e poco rassicurante sugli sviluppi della che la terza guerra mondiale a pezzi avrà nei prossimi anni e il ruolo che le armi atomiche potrebbero avere in questo conflitto: fino ad ora, infatti, si è sempre detto e pensato che l’utilizzo del nucleare da parte di un esercito implicherebbe automaticamente una sorta di insensato suicidio con annessa estinzione della specie, ed era sicuramente un fatto positivo che, a livello culturale (e forse anche ai piani dirigenziali), l’atomica avesse intorno a sé questa aurea di tabù e di apocalisse e che, dopo la seconda guerra mondiale, solo la guerra con mezzi convenzionali fosse stata fino a questo momento contemplata. Le cose stanno rapidamente cambiando: le grandi potenze, infatti, hanno ormai variato il proprio arsenale atomico tra strategiche e tattiche con decine di varianti diverse ed usi diversi ed anche burocratizzato la possibilità dei loro usi spesso con definizioni e criteri ampiamente interpretabili; pur di non perdere la propria egemonia mondiale, USA e Gran Bretagna potrebbero ormai tranquillamente ricorrere a questi ordigni e soprattutto – forse ancora più probabile – provocare Cina e Russia affinché lo facciano per primi. Una guerra convenzionale è infatti molto più costosa e vorrebbe dire chiedere alle proprie popolazioni di andare in guerra per cause verso cui non non sono più giustamente disposti a sacrificarsi. Sta anche a noi fare la nostra parte perché tutto questo non accada.
E se anche tu vuoi dare il tuo contributo affinché questa lucida follia si fermi al più presto e affinché il mondo anglosassone accetti pacificamente e senza pazzie la nascita di un nuovo ordine multipolare in cui tutti i popoli e culture della terra abbiano pari rispetto e dignità, aiutaci a costruire un media libero e indipendente che dia voce a tutti coloro che possono contribuire a questo scopo. Aderisci alla campagna di sottoscrizione di Ottolina Tv su GoFundMe e su PayPal.

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Biden vuole “punire la Cina”: come la guerra in Ucraina sta cambiando forma, da Ovest a Est

La guerra in Ucraina sta subendo una accelerazione preoccupante, sia sul fronte occidentale, dove il ministro degli esteri russo ha recentemente parlato di misure di deterrenza nucleare in risposta alle dichiarazioni dei paesi NATO sull’invio di uomini della NATO in Ucraina e sulla possibilità di colpire direttamente il territorio della Russia; ma anche sul fronte orientale le cose stanno accelerando, con i media statunitensi che riportano le intenzioni di Biden di punire la Cina per il sostegno alla Russia. Ne parliamo in questo video!

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La NATO collaborò alla strategia della tensione – l’incredibile inchiesta della procura di Brescia

Le inchieste sulle stragi nel periodo ’69 – ’74 vanno avanti e stanno portando a risultati straordinari. Davide Conti, storico del terrorismo italiano e consulente delle procure di Brescia e Bologna sull’inchiesta sui responsabili delle bombe, ripercorre la storia e il significato di quel nostro tragico periodo storico e ci spiega come sicuramente NATO e USA, anche se forse non sapremo mai con quali mezzi,  parteciparono al periodo stragista in funzione anti-comunista.

Quest’estate torna FEST8LINA, la festa del 99%, dal 4 al 7 luglio al circolo ARCI di Putignano a Pisa: quattro giornate di dibattiti e di convivialità con i volti noti di Ottolina Tv. Facciamo insieme la riscossa multipopolare! Per aiutarci ad organizzarla al meglio, facci sapere quanti giorni parteciperai
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Svizzera: Ue? NATO? No, grazie


Oggi il nostro Gabriele intervista Alberto Togni, membro del comitato direttivo dell’Associazione NO UE – NO NATO, fondata sabato passato in Svizzera. Mentre l’Italia affonda nella deindustrializzazione, nelle sanzioni e nella perdita di sovranità a vantaggio dell’UE, della NATO e degli USA, i nostri vicini nordici si organizzano per tentare di resistere ai tentacoli dell’imperialismo euroatlantico. Il Partito Comunista Svizzero, dopo una campagna elettorale all’insegna della pace e della neutralità, propone la creazione di una piattaforma politico-sociale allargata a tutte le forze che vogliono tutelare una sovranità popolare, democratica e partecipata. Non un nazionalismo trito o un sovranismo di facciata, ma la difesa dei valori tradizionali di cui la Svizzera ha fatto la sua bandiera nel mondo. Il progetto vede così la partecipazione di altre forze della sinistra anticapitalista, ecologista, socialdemocratica e persino del pacifismo cattolico o del sovranismo. Buona visione!

#Svizzera #UE #NATO #NoUE #NoNATO #NoEuro

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Gli USA vampirizzano l’Europa e vogliono la guerra- Ft. Fiammetta Cucurnia

Oggi Gabriele intervista Fiammetta Cucurnia per parlare di pace e informazione. L’occhio è puntato sulla nostra classe dirigente, sulle sue dichiarazioni e sulle mosse politiche europee e statunitensi. L’impero nordamericano, sempre più in difficoltà per l’emersione di rivali strategici globali, stringe i cordoni e usa la NATO per vampirizzare l’economia europea, in particolare quella tedesca. Ne emerge un quadro fosco, in cui il conflitto russo-ucraino diventa strumento egemonico ed imperiale che mette a rischio la vita di tutti noi e il nostro futuro condiviso. Fiammetta Cucurnia è candidata per le elezioni europee nelle liste di Pace Terra Dignità nelle circoscrizioni Nord-Est, Nord-Ovest e Sud. Buona visione!

#Pace #NATO #Guerra #Russia #europee24

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Le Filippine saranno la nuova Ucraina?

Il punto nel mondo in cui le due superpotenze, Cina e Stati Uniti, si stanno guardano dritte negli occhi e senza nessun cuscinetto di protezione non è Taiwan, ma sono le Filippine o, meglio, l’atollo di Second Thomas Shoal: attorno a questo atollo non solo si contendono rivendicazioni territoriali di vari Stati, ma esistono anche trattati di mutua difesa che impegnano gli Stati Uniti nella zona, e il recente schieramento di sistemi missilistici Typhon, armi un tempo vietate dal Trattato sulle forze nucleari a raggio intermedio; ma il trattato non c’è più e, per la prima volta, ad aprile questi lanciatori sono stati schierati dagli Stati Uniti nel teatro dell’Indopacifico. Una vicenda che può essere messa in parallelo con quello che è successo in Europa e che ha composto le tappe del percorso verso la guerra in Ucraina. Perciò in questo video parliamo di questo e di come l’India, giudicata ormai poco affidabile, sia stata sostituita con le Filippine per partecipare a quella che a Washington alcuni chiamano la NATO dell’Asia o la NATO globale!

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David Colantoni – Le prove definitive che è stata l’Ucraina a dichiarare guerra alla Russia

Nel suo ultimo libro David Colantoni porta, documenti alla mano, le prove che inchiodano l’Ucraina e la NATO alle loro responsabilità. L’infiltrazione USA in Ucraina comincia subito dopo la caduta dell’URSS ed è parte del disegno di estensione dell’impero americano alle porte del storico rivale. Il governo ucraino aveva firmato un accordo con Eltsin di non far entrare forze nemiche della Russia sul proprio territorio in cambio della Crimea. Accordo che il governo Ucraino non ha voluto rispettare, dando via alla guerra degli ultimi anni.

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Il Corriere confessa che la guerra mondiale è già iniziata e chiede la sospensione della democrazia

Mission Ukraine: così si chiama il piano che il deep state a stelle e strisce sta preparando e che i vassalli saranno chiamati a sottoscrivere a luglio a Washington, quando si riuniranno i 32 reggenti dei protettorati dell’alleanza feudale atlantica; l’obiettivo, come sottolineava sabato scorso lo storico corrispondente dagli USA del Corriere della serva Giuseppe Sarcina, sarebbe quello di preparare “una specie di polizza anti Trump, una manovra in tre mosse per garantire che il sostegno militare all’Ucraina non verrebbe meno neanche qualora l’ex presidente dovesse tornare alla Casa Bianca”. L’obiettivo, continua Sarcina, sarebbe ovviamente quello di “appoggiare la resistenza fino a quando sarà necessario” che, dopo due anni che questo equivaleva a dire fino a che l’Ucraina non ha riconquistato tutto il territorio perso dal 2014 e fatto crollare il regime del dittatore plurimorto del Cremlino, oggi – molto più modestamente – significa “fino a quando Vladimir Putin capirà che non potrà vincere la guerra che ha scatenato il 24 febbraio del 2022”; e, ovviamente, a dirci con precisione cosa significa vincere o perdere ci penserà Sarcina (appena chi gli paga lo stipendio l’avrà deciso).

Giuseppe Sarcina

Al netto della solita sequela di puttanate suprematiste e di doppi standard, l’editoriale di Sarcina, comunque, del tutto involontariamente solleva alcune questioni decisamente interessanti: prima di tutto si lascia sfuggire che i soldi sbloccati dal congresso USA con l’approvazione definitiva, due settimane fa, del pacchetto da 60 miliardi “dovrebbero bastare a puntellare l’esercito ucraino fino al termine del 2024” il che conferma, come abbiamo sottolineato più volte, che in gran parte non servono all’Ucraina, ma agli USA e al comparto militare-industriale USA, visto che se servissero davvero all’Ucraina, in base a quanto speso in media fino ad oggi, basterebbero ad arrivare (come minimo) a fine 2025. Il problema che si pone Sarcina è che, a quel punto, se Trump dovesse vincere, i soldi per la resistenza ucraina potrebbero finire; e visto che, da qui ad allora, il massimo che si può ottenere – appunto – è che Putin non possa dichiarare la vittoria totale, una volta finiti i soldi, nel giro di poco tempo la Russia riaffermerebbe con facilità la sua supremazia militare incontrastata e si avvierebbe a una vittoria certa. Ora – come chi ci segue sa – io a questa favoletta di Trump che si dà da fare per accelerare il declino e permette a Putin di trionfare mettendo così fine, come dice Boris Johnson, all’egemonia dell’Occidente, non ci credo nemmeno se la vedo: mi sembra tutta fuffa per gli appassionati di cultural war secondo i quali le potenze non hanno esigenze vitali oggettive che prescindono dalle inclinazioni ideologiche di ognuno, ma la politica è tutto un conflitto tra opinioni diverse, una sorta di gigantesco bar dove ognuno dice un po’ cosa cazzo gli pare e chi prende più voti ha il potere di stravolgere completamente l’agenda; però, magari, mi sbaglio io e quindi limitiamoci a prendere come dato che, secondo l’internazionale globalista e neoconservatrice, questa minaccia è concreta.
Data questa minaccia, l’obiettivo allora non può che essere impedire che – tramite il supposto voto democratico – i cittadini USA possano decidere liberamente se continuare o meno la guerra; cioè, bisogna trovare i tecnicismi che, anche se a volere la fine della guerra è la stragrande maggioranza degli elettori, la guerra continui inalterata. E lo strumento più adeguato per farlo sarebbe proprio la NATO, che sta alla sovranità, in termini di sicurezza degli alleati, un po’ come l’Unione europea sta alla sovranità dei suoi membri in termini di politica economica e monetaria: la annulla totalmente, sostituendo ai parlamenti e ai governi (più o meno democraticamente eletti) un’istituzione sovranazionale postdemocratica dove a decidere è, appunto, uno Stato profondo che mantiene la sua agenda inalterata a prescindere dalla volontà popolare e che, come sottolinea Sarcina, “si sta adoperando per assumere un ruolo più centrale nel conflitto, introducendo meccanismi strutturali in grado di operare anche nel medio e lungo termine, scavallando, quindi, le scadenze elettorali e l’eventuale cambio di amministrazione a Washington”. In sostanza, anche in caso di vittoria – specifica Sarcina – “Donald Trump, una volta entrato nello studio ovale, si troverebbe di fronte a un fatto compiuto, con risorse destinate a essere spese in un arco di tempo pluriennale”.
Per limitare al massimo il potere di un’eventuale amministrazione Trump di interferire con il regolare proseguimento della guerra poi, ricorda Sarcina, “L’idea è di trasferire direttamente sotto il controllo del quartier generale della NATO a Bruxelles il coordinamento degli oltre 50 paesi che finora hanno partecipato al cosiddetto gruppo di contatto, evitando così di dipendere completamente da un eventuale ministro trumpiano”, che è un altro dettaglio che non sono proprio sicurissimissimo che Sarcina ci volesse svelare e, cioè, che senza questa modifica il gruppo di contatto – e, quindi, la guerra per procura contro la Russia in Ucraina – è completamente diretta dal segretario alla Difesa USA; non tanto, molto, in maniera decisiva: completamente. Queste sono le parole scelte da Sarcina. Ora, ovviamente, anche questo non è che a noi ci sconvolga: che la NATO non sia nient’altro che un braccio armato della politica estera USA è esattamente quello che sosteniamo da sempre, ma è comunque interessante vedere confessato apertamente che è anche l’idea che hanno i pennivendoli della propaganda atlantista che, di fronte a domande esplicite su questo tema, negherebbero anche sotto tortura e, anzi, hanno sempre condannato chi sosteneva questa tesi di complottismo e di essere quinte colonne della propaganda putinista. Ma Sarcina, bontà sua, va anche oltre e svela completamente l’impianto postdemocratico dei propagandisti come lui: Sarcina, infatti, saluta con entusiasmo una terza scelta della massima importanza strategica e, cioè, quella di “attribuire più deleghe operative, e quindi più poteri, al generale americano Cristopher Cavoli, a capo del Comando supremo delle potenze alleate in Europa. Da una parte quindi” sottolinea Sarcina “viene un po’ diluito il ruolo politico del Pentagono” trasferendo, appunto, il coordinamento del gruppo di contatto dei 50 paesi coinvolti nella guerra per procura contro la Russia in Ucraina al comando NATO di Bruxelles, mentre “dall’altra si rafforza la leadership militare di un generale indicato dall’amministrazione Biden e che è anche il comandante di tutte le forze armate statunitensi di stanza in Europa”.
Insomma: è la conferma del doppio processo che da mesi cerchiamo di descrivere. Da un lato c’è la trasformazione definitiva della NATO in un vero e proprio braccio armato al servizio dell’imperialismo, completamente staccato dalle scelte sovrane e vagamente democratiche dei paesi aderenti: “Per essere chiari” sottolinea Sarcina che, evidentemente, invecchiando ha perso tutti i freni inibitori, “Cavoli guiderà le operazioni militari sul terreno, e deciderà se e come mobilitare le forze di reazione rapida” e, cioè, “circa 300 mila soldati pronti al combattimento”; dall’altro c’è l’estensione di questa macchina bellica unitaria al completo servizio dell’imperialismo ben oltre i limiti del vecchio continente, andando – appunto – a coinvolgere tutti i 50 e oltre paesi che hanno già aderito, ad oggi, al gruppo di contatto nella costruzione di una vera e propria NATO globale pronta a combattere – all’unisono e sotto una catena di comando completamente scollegata ai processi democratici – la guerra esistenziale dell’Imperialismo contro il resto del mondo. L’obiettivo fondamentale di questa macchina distopica unitaria della fase terminale dell’imperialismo sarebbe appunto, fondamentalmente, quello di non permettere al sanguinario dittatore plurimorto del Cremlino di dichiarare vittoria, ma ci pare piuttosto evidente sia soltanto un banco di prova per qualcosa di molto, molto più generale: un po’ perché l’obiettivo di impedire alle potenze emergenti del nuovo ordine multipolare di ottenere una vittoria strategica significativa si estende, ovviamente, anche a tutti gli altri fronti di questa terza guerra mondiale ibrida – dal Medio Oriente al Pacifico, passando anche per l’Africa e probabilmente, molto presto, anche l’America latina; e poi perché si va ben oltre la mera difesa. Ovviamente, questo non significa passare subito esplicitamente all’attacco, ma più semplicemente, comme d’habitude, procedere col solito meccanismo di dominio imperiale fondato sull’accerchiamento e la provocazione; dall’est Europa al Pacifico il giochino, infatti, è sempre lo stesso: impedire il raggiungimento della piena sovranità dei paesi che si ribellano al vassallaggio (dalla Russia alla Cina, passando per l’Iran e compagnia cantante) minacciandone contemporaneamente sia la sicurezza strategica, sia lo sviluppo e l’indipendenza economica e commerciale.
La partita dell’Ucraina e della sua adesione alla NATO – che è una piccola anticipazione di quello che sta avvenendo, in particolare negli ultimi mesi, nel Pacifico, con la fornitura di nuovi sistemi d’arma made in USA a Taiwan e con il rafforzamento dell’asse tra USA, Giappone e Filippine – è appunto il banco di prova ideale; ed ecco così che Sarcina ricorda, appunto, come “Stando alle dichiarazioni pubbliche di Stoltenberg, nel vertice di Washington di luglio i 32 soci fisseranno un percorso definito per l’ingresso dell’Ucraina nel club atlantico”. Tanto per cominciare, continua Sarcina, “Si procederà da subito accelerando l’integrazione, o, come dicono i militari, l’interoperabilità, tra le forze armate di Kiev e quelle della NATO” e quindi, sentenzia senza tanti fronzoli, “togliendo dal tavolo delle trattative l’ipotesi di un’Ucraina neutrale”. Ooh, lo vedi? Dai e dai, anche la propaganda suprematista concorda con noi propagandisti putinisti e complottisti vari della primissima ora: altro che opposti imperialismi di ‘sta cippa, altro che lotta coloniale per il controllo delle risorse, e altro che difesa del diritto sacrosanto degli ucraini a difendere la loro patria; Sarcina ammette candidamente che la famosa invasione russa dell’Ucraina altro non è che una reazione scontata e necessaria a una provocazione architettata meticolosamente dall’imperialismo con l’obiettivo, appunto, di impantanare Mosca in una lunga guerra d’attrito che imponga all’Europa – intesa come semplice costola dell’imperialismo unitario – di abbandonare ogni velleità di integrazione eurasiatica e la costringa a superare gli ostacoli che, fino ad oggi, ne hanno impedito un riarmo adeguato alla nuova fase di guerra totale contro il resto del mondo. Secondo Sarcina “I governi della NATO prevedono che la guerra durerà ancora a lungo”; in realtà, però, non è che lo prevedono: molto semplicemente, hanno lavorato in modo accurato proprio affinché la guerra durasse a lungo e, cioè, il tempo necessario per estenderla a tutti gli altri fronti, a partire – appunto – dal principale, che è quello del Pacifico, e chiudere la partita del conflitto globale dell’imperialismo contro il resto il mondo. Questo, di per se, non significa ovviamente necessariamente attendere una guerra cinetica per procura nel Pacifico contro la Cina come quella che si sta combattendo al confine orientale dell’Europa: gli USA, infatti, continuano a coltivare l’illusione che con la guerra commerciale (e una deterrenza adeguata a proteggerla, che è quella che stanno cercando di costruire oggi non tanto armando Taiwan, quanto – appunto – inglobando Giappone, Corea, Australia, Nuova Zelanda e Filippine nella nuova NATO globale e spingendole a un riarmo massiccio come quello che richiedono ai paesi europei) alla fine potrebbero invertire il processo, in corso da decenni, che ha visto appunto la Cina recuperare, anno dopo anno, il gap tecnologico ed economico che ancora la separa dal centro imperialistico più avanzato (in alcuni casi addirittura superandolo, e manco di poco); ma, appunto, come sembrano dimostrare gli esiti della guerra tecnologica ad oggi – che, per quanto abbiano comportato problemi enormi alla Cina, tutto sommato sembrano averne accelerato invece che rallentato e, tanto meno, interrotto la corsa verso l’indipendenza tecnologica – con ogni probabilità si tratta, appunto, solo di un’illusione, il che significherebbe che, per ottenere risultati concreti, c’è bisogno di una continua escalation, sulla falsariga di quanto effettuato dalla NATO nell’Est Europa, fino a che non si arriva necessariamente a una reazione cinese, sulla falsariga di quanto scatenato con Mosca.
Insomma: vista con quest’ottica, non si tratta più nemmeno semplicemente di affermare che il problema della terza guerra mondiale non è se scoppierà, ma quando e come, ma – piuttosto – di prendere atto che è già scoppiata, sempre ricordando che la terza guerra mondiale, nel 2024, è ovviamente una guerra ibrida; e non significa necessariamente scontro cinetico su tutti i fronti e, tantomeno, esclation nucleare, anche se escluderla per fiducia nel buon senso delle magnifiche sorti e progressive dell’umanità, a questo punto, è ovviamente un atto di fede religiosa che non ha niente a che vedere con l’analisi razionale delle dinamiche concrete. E visto che siamo in guerra, ovviamente, anche la sospensione dei normali diritti democratici delle democrazie liberali è già pienamente in atto anche se anche qui, come per la guerra, ovviamente non si tratta di ricercare la replica esatta degli strumenti e delle dinamiche registrate nel corso delle precedenti due guerre mondiali; si tratta, piuttosto, di capire concretamente gli strumenti concreti che vengono messi in campo per risolvere le contraddizioni concrete che questa fase scatena. Ed ecco così che non c’è bisogno di sospendere le elezioni democratiche nelle democrazie liberali. Basta renderle ancora più inutili: in Europa, rafforzando e accelerando il processo di unione politica che sostituisce, appunto, alle democrazie nazionali la postdemocrazia sovranazionale; negli USA, mettendo i paletti che impediranno a un eventuale presidente – che non fa completamente sua l’agenda politica già decisa dallo Stato profondo – di decidere liberamente se uscire dai binari. “Certo” specifica Sarcina “in teoria Trump se eletto potrebbe provare a smantellare tutta questa impalcatura, ma nella realtà sarebbe estremamente complicato. In un colpo solo il neo presidente dovrebbe reclamare fondi americani già impegnati, sconfessare i vertici dell’alleanza atlantica ed entrare in collisione con le alte gerarchie militari, nonché con l’industria bellica degli Stati Uniti” che, confessa candidamente Sarcina, è “di gran lunga la prima beneficiaria degli investimenti della NATO in missili, cannoni e carri armati”. La cosa interessante del ragionamento di Sarcina – che diamo per scontato rappresenti perlomeno un pezzo importante delle classi dirigenti imperiali alle quali il Corriere della serva fa da megafono – è che se questa totale sospensione della sovranità democratica noi la diamo da sempre per scontata per le periferie dell’impero, qui si estende anche al centro imperialistico stesso: questo ci costringe a rimettere un po’ in discussione alcune delle nostre categorie.
Secondo questo schema, infatti, identificare in Washington e in Wall Street il centro dell’impero, con gli altri vassalli attorno, sarebbe in qualche modo un eccesso di ottimismo perché, per quanto questo schema implichi un ordine internazionale antidemocratico (con un padrone che decide e gli altri che servono ubbidienti), comunque attribuisce un ruolo centrale al governo di un paese e quel governo, per quanto non si possa definire certo propriamente democratico – anzi – è comunque influenzato dalla sua opinione pubblica e deve trovare, comunque, una qualche forma di compromesso con le istanze del suo elettorato. Nel modello che emerge dalle parole di Sarcina, invece, non c’è manco questo: anche il governo di Washington, in soldoni, non sarebbe altro che uno strumento di un centro di potere ancora superiore che è talmente antidemocratico e dispotico che non c’ha manco non dico una sede fisica, ma manco un nome; fino a che il governo di Washington rappresenta fedelmente l’agenda politica di questo centro occulto, si può anche far finta che a guidarlo sia il presidente degli USA. Quando il governo di Washington, ammesso e non concesso che questo sia possibile, non incarna più questa agenda, anche lui può essere marginalizzato: ed ecco, così, che a comandare spunta un fantomatico centro NATO di Bruxelles che, molto banalmente, non significa un cazzo.
L’arrivo della terza guerra mondiale, in soldoni, non solo spinge un organo della propaganda come il Corriere della serva a chiedere più o meno esplicitamente la sospensione dei diritti democratici, ma anche a svelare che quella democrazia – stringi stringi – è sempre stata una gigantesca presa per il culo, un lusso accessorio del tutto velleitario del quale fare serenamente a meno non appena la situazione lo richiede. Contro la dittatura delle oligarchie (più o meno occulte) dell’imperialismo neoliberista è arrivata l’ora della riscossa multipopolare, ma per darle gambe e testa abbiamo bisogno di un vero e proprio media che dia voce agli interessi concreti del 99%. Aiutaci a costruirlo: aderisci alla campagna di sottoscrizione di Ottolina Tv su GoFundMe e su PayPal.

E chi non aderisce è Paolo Mieli

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