Ma cosa succederebbe davvero se un Paese decidesse sul serio di bloccare la fuga dei capitali e tassare i ricchi? A Shenzhen alcuni clienti delle società che amministrano i patrimoni delle famiglie più facoltose provano ad accedere ai propri conti, ma è tutto bloccato; per riaverli, il fisco pretende la ricostruzione dei movimenti di capitale verso l’estero e il pagamento delle imposte sulle plusvalenze mai dichiarate. Poi, Pechino colpisce le polizze finanziarie offshore di Hong Kong, i trust alle Cayman, gli immobili, le azioni e le criptovalute; in alcuni casi ricostruisce operazioni che risalgono fino all’anno 2000. La finanza globale insorge; Nigel Green, fondatore di un gruppo che vive gestendo i patrimoni internazionali dei super-ricchi, avverte: così i capitali scapperanno, gli investimenti spariranno e la Cina perderà più di quanto incasserà. È la minaccia che in Occidente funziona sempre: basta evocare la fuga dei capitali perché i governi abbassino le tasse, offrano sanatorie e costruiscano regimi fiscali su misura; in Cina, un po’ meno. Mentre le sinistre occidentali ripetono Tax the rich dentro un sistema progettato per impedirglielo, la Cina turbocapitalista va a caccia dei capitali offshore e li tassa davvero, perché la differenza non è tra chi vuole tassare i ricchi e chi non vuole farlo: è tra gli Stati che comandano sui ricchi e quelli che sono già al loro servizio.














