I banchieri centrali sono tutti scemi? A giudicare dalle ultime mosse e dalle giustificazioni che le accompagnano, sembrerebbe di sì, ma (purtroppo) è molto peggio: prima la BCE e poi la Fed sono tornate ad aumentare i tassi d’interesse; d’altronde, spiegano, c’è l’inflazione. Peccato che questa inflazione sia dovuta soprattutto alle turbolenze scatenate dagli Stati Uniti in Asia occidentale, e aumentare i tassi non riapre gli stretti né fa produrre più petrolio. Negli USA, comunque, qualche ragione nascosta potrebbe esserci: la corsa agli investimenti nell’intelligenza artificiale, come ripetiamo da mesi, è insostenibile. È questa la vera ragione degli appelli dei boss di Big Tech a rallentare: non il rischio di estinzione dell’umanità, ma quello di far scoppiare la bolla; con un costo del denaro più alto, rimarrebbero in corsa soltanto i colossi capaci di generare abbastanza cassa per sostenere gli investimenti. Insomma: pesce grande mangia pesce piccolo. Quanto alla concorrenza cinese, basta imporre ai vassalli di rinunciarvi, pena il ricorso alle maniere forti. Gli Stati Uniti hanno anche un altro vantaggio: le difficoltà dello yen hanno messo a rischio il famigerato yen carry trade, la pratica che sostiene le bolle finanziarie e obbligazionarie americane grazie al denaro preso in prestito a tassi molto più bassi in Giappone. Chi non ha nemmeno queste scuse è l’Europa; la BCE è stata persino più aggressiva della Fed, ricorrendo ai rialzi per la seconda volta in tre mesi. Ma probabilmente non è scemenza: è lotta di classe; il rigorismo accelera lo smantellamento degli ultimi residui di Stato sociale, favorisce privatizzazioni e rendita finanziaria e trasforma l’Europa nel bengodi del capitale internazionale, sempre alla ricerca di profitti parassitari e senza rischi. Eppure un’alternativa esiste; basta guardare a Pechino: mentre il costo del denaro aumenta in tutto il mondo, in Cina il rendimento dei titoli decennali è sceso sotto l’1,7%. È il più grande divario mai registrato tra il costo del denaro cinese e quello occidentale, un vantaggio gigantesco per il tessuto produttivo; gli economisti ortodossi chiamano questo sistema repressione finanziaria. Se vogliamo chiamarla così, è l’unica repressione che ci piace; ciò che Pechino reprime è la possibilità di inseguire liberamente la rendita: Stato e Partito controllano il sistema finanziario e indirizzano le risorse verso la liberazione delle forze produttive, mentre per l’Europa ordoliberista al servizio della grande finanza è una bestemmia. Esistono anche proposte più moderate, che non modificano davvero i rapporti di forza ma almeno provano a frenare il declino europeo: Mélenchon, per esempio, ha proposto di prendere i titoli del debito pubblico francese detenuti dalla Banque de France e gettarli metaforicamente “nel fuoco”, cioè congelarli, scaricandone il costo sulle banche private che finanziano le riserve della banca centrale. Per i paladini della rendita finanziaria, un’eresia, ma la soluzione, stringi stringi, rimane una sola: impedire alla grande finanza di determinare le scelte di politica economica e monetaria, come in Cina. Ne abbiamo parlato con Alessandro Volpi.









