Ci sono più cose in cielo e in terra, diceva l’Amleto di Shakespeare, di quante se ne sognino nella filosofia; ma lo studio di tutto ciò che si trova in cielo e in terra, di tutto ciò che, proiettandosi fuori di sé, esiste, non può ignorare l’influenza manipolatrice del potere. Vale persino per il tempo, e vale anche per lo spazio; quest’ultimo, tuttavia, a un attento esame rivela caratteristiche molto peculiari: entità umbratile che esiste solo nel momento in cui due oggetti siano posti in relazione l’uno rispetto all’altro, ma non prima, da un lato è sufficientemente magmatico per accogliere il nuovo quando una rivoluzione ribalta l’ordine costituito, dall’altro è sufficientemente elastico da conservare la memoria di ciò che, al di sotto delle variegate fluttuazioni del potere, si vorrebbe cancellare. Il suo cuore è costituto da disposizione, ritmo, bellezza. Per pensare il rapporto tra lo spazio e il potere, però, occorre evadere dal singolarismo della filosofia intesa in senso stretto e aprirsi all’ascolto di discipline come l’architettura e l’urbanistica; proviamo a fare ciò in questa intervista con il professor Luka Skansi, che insegna storia dell’architettura presso il Politecnico di Milano, attraverso l’esame di tre casi di studio: i movimenti di avanguardia sovietici negli anni ’20 del XX secolo, l’architettura del confine orientale e le capitali dell’Est di fronte al capitalismo. In un mondo che va assomigliando sempre più a una zona di intersezione globale, le ombre sembrano infittirsi; non vedere la luce, tuttavia, sembra dipendere anche dalla cecità di un Occidente sempre più ostinatamente incapace di guardare – in questo pienamente singolarista – oltre se stesso e le barriere ideologiche e geopolitiche nelle quali è rimasto forse l’ultimo a credere. Buona (mai come ora) visione!









