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Tag: occidente

L’Occidente è impazzito, vuole la guerra mondiale – Ft. Giacomo Gabellini

Oggi i nostri Alessandro e Gabriele ci portano Giacomo Gabellini per analizzare i principali teatri di contrasto tra l’Occidente collettivo e i paesi emergenti. In ordine spazieremo tra Ucraina, Israele-Siria e Cina, discutendo l’atteggiamento schizofrenico delle classi dirigenti occidentali. Buona visione!

Orsi vs Luttwak: Guerra tra titani!

Oggi torna a Ottolina Tv Stefano Orsi, analista e grande amico del nostro canale, per parlarci di conflitto in Ucraina, capacità bellica dei paesi occidentale e potenziale bellico francese. Quali trame si nascondono dietro la lunga di sequela di accordi bilaterali che l’Ucraina ha stretto con vari paesi europei negli ultimi mesi? E, a questo punto del conflitto, quali sono le possibilità che ha la Russia? Infine, che ruolo svolge il circuito produttivo e tecnologico cinese? Scopriamolo assieme, grazie al nostro Stefano. Buona visione!

Il fronte ucraino sta per crollare? – Ft. Alberto Fazolo

Oggi, nel suo consueto appuntamento del sabato, Alberto Fazolo ci parla di Medio Oriente e di Ucraina. Approfondiremo la strategia israeliana di regionalizzare il conflitto, coinvolgendo Siria e Iran, nel disperato tentativo di far attivare anche gli Stati Uniti e gli altri alleati occidentali. Situazione altrettanto drammatica in Ucraina, dove Kiev in sempre più seria difficoltà sembra temere il collasso del fronte e una pesante sconfitta. Buona visione!

Occidente allo sbando: se in Bielorussia cala la cortina d’acciaio – ft. Matteo Peggio

Oggi ad Ottolina Tv parliamo con Matteo Peggio del Comitato Solidarietà Bielorussia per approfondire l’attualità e la storia di questo Stato e per conoscerne, al di là dei luoghi comuni, la società. Il modello bielorusso, per certi versi affine a quello cinese, coniuga il meglio dell’intervento statale e del mercato, permettendo servizi pubblici avanzati ai propri cittadini, l’inserimento nel circuito economico e geopolitico multipolarista (con possibile adesione ai BRICS) e la difesa dell’indipendenza nazionale. L’aggressività occidentale sembra quindi riconducibile alle profonde radici antifasciste e anticapitaliste dello Stato che alla fine dell’URSS ha scelto di non tradire la propria storia. Buona visione!

IL collasso dell’impero USA. Dal Niger a Baltimora fino all’ONU, cronaca di un disastro annunciato

Quella che sta volgendo al termine, per l’impero a stelle e strisce è stata una vera e propria settimana da incubo; anzi, due: la sfilza delle cattive notizie era iniziata due settimane fa, quando la giunta patriottica del Niger aveva deciso di alzare l’asticella della sua guerra anticoloniale e aveva annunciato, di punto in bianco, la sospensione della cooperazione militare con gli Stati Uniti, mettendo a rischio la sopravvivenza della più importante base USA dell’intero Sahel. Lunedì, poi, è stato il turno della storica risoluzione del Consiglio di sicurezza dell’ONU, che ha isolato completamente il regime genocida di Tel Aviv ed ha costretto gli USA a prendere le distanze dal suo più importante alleato in Medio Oriente; martedì, a Washington, erano ancora lì a cercare di capire come tenere insieme il sostegno incondizionato al genocidio e il fatto che tutto il resto del mondo di vedere sterminare i bambini palestinesi si sarebbe anche leggermente rotto i coglioni, che ecco un uno due che avrebbe messo al tappeto pure lo Sugar Ray Robinson dei tempi migliori: il primo colpo è arrivato, di nuovo, dall’Africa occidentale, dove il cocco delle potenze occidentali Macky Sall ha dovuto riconoscere la vittoria di Diomaye Faye, il leader anticolonialista che era in carcere da 11 mesi per un post su Facebook fino ad appena due settimane fa e che ora promette di rimettere in discussione le concessioni petrolifere che il suo predecessore aveva sostanzialmente regalato alle oligarchie occidentali. Il secondo, invece, è arrivato proprio da sotto casa, quando una gigantesca portacontainer è andata a sbattere contro il ponte più importante di Baltimora facendolo crollare interamente – come un castello di carte – in meno di 20 secondi, e per non vedere, in queste immagini, il simbolo stesso del declino della dittatura globale di Washington, ci vuole veramente parecchio impegno.

Bassirou Diomaye Faye

Prima di procedere oltre e raccontarvi nel dettaglio la settimana nera dell’imperialismo USA e dei suoi utili idioti, ricordatevi di mettere un like a questo video per aiutarci a combattere la nostra piccola guerra contro il dominio degli algoritmi e, se non lo avete ancora fatto, anche di iscrivervi a tutti i nostri canali e di attivare le notifiche; a voi costa soltanto un centesimo di secondo del vostro tempo, a noi invece aiuta a crescere e a far arrivare anche fuori dalla nostra bolla qualche notizia che non sia proprio esattamente la fuffa propagandistica che gli rivogano continuamente i pennivendoli dei media mainstream.
Come ricorda il mitico Billmon dal suo blog Moon of Alabama “Senza alcuna sorpresa, lo stesso New York Times, che si è basato su testimoni menzogneri per affermare falsamente che Hamas aveva violentato donne israeliane, sta mentendo anche sulla risoluzione di cessate il fuoco per Gaza approvata ieri dal Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite”; il riferimento è alla lunga serie di figure di merda che la testata di riferimento del finto progressismo imperialista e suprematista del giardino ordinato ha raccattato nel disperato tentativo di legittimare lo sterminio dei bambini palestinesi a Gaza: un primo esempio eclatante è l’ormai famigerato articolo dello scorso 28 dicembre dove i cronisti sionisti del Times mettevano in fila una serie di testimonianze, in gran parte anonime, su fantomatici casi di violenza sessuale durante l’operazione della resistenza palestinese Diluvio di al aqsa del 7 ottobre. Tra le testimonianze più importanti, quella di un sedicente paramedico di un commando israeliano che denunciava il ritrovamento del cadavere di due ragazze nel kibbutz di Be’eri che “riportavano segni evidenti di violenza sessuale”; peccato che, poco dopo, sia sfuggito alle maglie della propaganda un video girato esattamente in quel contesto da un soldato israeliano che mostrava i cadaveri delle donne e che, come è stato costretto ad ammettere lo stesso Times, “non avevano nessun segno evidente di abusi sessuali”.
D’altronde, non dovrebbe sorprendere: la principale fonte a cui il Times, come il grosso della propaganda dei sostenitori del genocidio, si è rivolto per le sue fake news sugli stupri della resistenza palestinese è la famigerata avvocatessa Cochav Elkayam-Levy, a capo di una fantomatica auto – nominata commissione civile creata in fretta e furia per indagare i crimini commessi da Hamas il 7 ottobre contro donne e bambini, una campagna mediatica in grande stile che l’ha portata, più volte, a sciorinare i risultati delle sue indagini in prime time sulla CNN e addirittura alla Casa Bianca; un attivismo infaticabile che le è valso anche il Premio Israele, la massima onorificenza possibile immaginabile da parte del governo sionista, il tutto rigorosamente basato su pura fuffa in modo così plateale da dover essere riconosciuto, poco dopo, dal governo israeliano stesso che, tramite un suo portavoce, ha dichiarato al principale quotidiano israeliano YNet che “le sue ricerche sono inaccurate” e rischiano di dare forza a chi sostiene “che diffondiamo fake news”. Il numero di bufale della Levy spacciate come notizie dalla propaganda occidentale sono innumerevoli, a partire da quella supersplatter del feto strappato dal ventre di una donna prima di violentarla; la cosa divertente è che la Levy, con questo giochino, ci si è fatta ricca: attraverso il suo Deborah Institute, infatti, ha raccolto milioni di dollari di finanziamento, a partire dall’ambasciatore USA in Giappone, l’ebreo Rahm Emanuel. Aveva deciso di donarli dopo aver visto una sua presentazione ad Harvard dove aveva mostrato le foto di corpi di donne uccise e stuprate, sosteneva, al Nova Electronico Music Festival; peccato che, come rivelò poi il sempre ottimo Max Blumenthal, fossero in realtà foto di guerrigliere curde morte in combattimento. Ora, dopo aver diffuso a piene mani questo genere di minchiate, figuratevi che problemi si possono fare quelli del Times a distorcere la realtà semplicemente, che è esattamente quello che hanno fatto descrivendo la storica risoluzione del Consiglio di sicurezza dell’ONU che ha costretto gli USA, per la prima volta, a non porre il veto a una risoluzione contraria all’azione del governo genocida di Tel Aviv; la partita, infatti, si gioca essenzialmente tutta intorno a una questione: la richiesta di cessate il fuoco è o no vincolante?
Nel tentativo disperato degli USA di giustificare il plateale mancato rispetto del mandato del Consiglio da parte di Israele che, dopo la sentenza, ha continuato a bombardare più di prima e a cercare di sterminare i palestinesi di Gaza, oltre che con le bombe, anche con la fame bloccando gli aiuti dell’UNRWA, l’amministrazione Biden, ovviamente, ha subito sottolineato come la risoluzione fosse non vincolante e come avesse, come premessa, il rilascio degli ostaggi; e il Times, ovviamente, ha sposato senza se e senza ma questa linea distorcendo platealmente le parole: come sottolinea Billmon, infatti, secondo il Times “Il Consiglio di sicurezza avrebbe invitato al cessate il fuoco” usando scientemente il termine calling for e “Se il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite invita qualcuno a fare qualcosa, ciò equivale giuridicamente a chiedere per favore. Non ha conseguenze reali”. Fortunatamente, però, l’ONU non ha invitato proprio nessuno: nella risoluzione, infatti, il termine usato è demand, richiedere, che è legalmente vincolante; idem con patate per l’eliminazione di “tutti gli ostacoli alla fornitura di assistenza umanitaria” che, secondo il Times, l’ONU avrebbe invocato e, invece, la risoluzione ha espressamente ordinato. Possono sembrare dettagli, ma non lo sono affatto; certo, è assolutamente vero che, mancando all’ONU strumenti diretti per far rispettare le sue risoluzioni, le conseguenze non possono essere immediate e non sono in grado di mettere immediatamente fine al massacro, ma questo non significa che questa risoluzione – e chiarire che si tratta di una risoluzione legalmente vincolante – non siano questioni di primaria importanza.

Gustavo Petro

Il primo motivo l’ha chiarito il presidente colombiano Gustavo Petro in un breve tweet: “Se Israele non rispetta la risoluzione delle Nazioni Unite sul cessate il fuoco” annuncia Petro “romperemo le relazioni diplomatiche con Israele” e, se lo dice Petro, invece che perdere tempo e fiato per lamentarci che tanto non cambia niente, sarebbe il caso di mobilitarsi seriamente perché lo dicano anche i governi europei – a partire dal nostro – che, probabilmente, troverebbero paradossalmente anche meno ostacoli. Per capirlo, basta vedere i commenti sotto il tweet di Petro: “Fai lo sbruffone con Israele, che è in un altro continente, ma non dici niente sulla dittatura venezuelana che hai accanto e che non permette elezioni libere” tuona Republicano; “E con Maduro non romperai le relazioni per non aver permesso all’opposizione di andare alle elezioni?” rilancia abuelo embaraccado. “E sul Venezuela, niente da dire? Ipocrita” sentenzia Emmanuel Rincon: tutti profili da decine di migliaia di follower, il braccio armato della propaganda delle oligarchie svendipatria filoyankee colombiane che hanno governato il paese da sempre e che, ancora oggi, rappresentano un’opposizione estremamente potente e pericolosa al governo patriottico e sovranista dell’ex guerrigliero marxista leninista Gustavo Petro. Petro, però, da lunedì dalla sua ha – appunto – una nuova carta che, se la maggioranza della popolazione si mobilita con forza per sostenerla, può risultare decisiva: la sua posizione, infatti, dopo la risoluzione, è chiaramente l’unica legalmente difendibile; il resto è puro crimine internazionale.
Come faranno a difendersi i sostenitori a giorni alterni dell’ordine internazionale basato sulle regole? Come nel caso della sentenza della Corte Internazionale di giustizia, l’impero del doppio standard si trova di fronte a un bivio molto delicato: deve decidere se voltare le spalle all’avamposto dell’imperialismo nel Medio Oriente o se dichiarare, una volta per tutte, che il diritto internazionale non esiste e che valgono esclusivamente i rapporti di forza e gli interessi strategici dei wannabe padroni del mondo che siedono a Washington: in entrambi i casi, nella grande guerra dell’Occidente collettivo contro il resto del mondo, un esito non esattamente favorevolissimo, diciamo, e quando ci si trova di fronte a due opzioni entrambe devastanti, a fare la differenza potrebbe essere davvero, appunto, la mobilitazione popolare che, nel frattempo, è chiamata a combattere un’altra partita fondamentale.
Martedì scorso, infatti, gli USA sono stati travolti da un’altra sentenza storica: alle 10 e 30 della mattina, l’Alta Corte del Regno Unito ha annunciato ufficialmente che la decisione definitiva sull’estradizione di Julian Assange viene rimandata di tre settimane, durante le quali le autorità americane dovranno presentare garanzie sufficienti che, una volta trasferito negli USA, il fondatore di Wikileaks non verrà condannato alla pena capitale, non verrà discriminato nel processo sulla base della sua nazionalità non americana e, soprattutto, godrà della protezione del primo emendamento, che garantisce protezione costituzionale alla stampa. Che, intanto, significa una cosa molto semplice: gli USA saranno anche la patria della democrazia, ma di default questi diritti fondamentali non li garantiscono. Ovviamente, anche qua le reazioni non sono state di giubilo, perché la tagliola continua a pendere sulla testa di Assange e, nel frattempo, si farà altre 3 settimane di carcere dopo 9 anni di martirio; ciononostante, non era per niente scontata: “Temevamo l’estradizione” ha affermato Jeremy Corbyn, da sempre in prima fila in questa fondamentale battaglia di civiltà. “Credo che questo verdetto segni un cambiamento, e che sia dovuto anche alla persistenza delle campagne per la liberazione di Julian. La pressione serve” ha concluso Corbyn, “non possiamo mollare”.

Julian Assange

Anche qui, ovviamente, c’è un nodo legale irrisolvibile che pone la corte britannica di fronte al solito bivio: scontentare il boss di Washington o dichiarare la fine dello stato di diritto. L’accusa, infatti, è stata piuttosto chiara: Assange, non essendo cittadino americano, non può invocare il rispetto del primo emendamento; da qui le due obiezioni fondamentali proposte dalla difesa e recepite dalla corte. Uno: Assange non può essere discriminato a causa della sua nazionalità e due (intimamente connesso, come ricorda Stefania Maurizi su Il Fatto): “L’estradizione è incompatibile con l’articolo 10 della Convenzione europea dei Diritti dell’Uomo, che protegge la libertà di stampa e di espressione”; essendo il nodo legale indistricabile, quindi, anche in questo caso la decisione in realtà sarà eminentemente politica, e la politica la influenzano anche le mobilitazioni di massa. Ed ecco perché, proprio come nel caso della risoluzione dell’ONU, come sottolinea Corbyn, adesso “non possiamo mollare”.
Come ripetiamo da un po’ di tempo a questa parte, l’era del disfattismo e della dittatura di TINA – il There is no alternative di thatcheriana memoria – è definitivamente tramontata: l’impero è in declino e la sua egemonia incontrastata, quella che aveva portato un’imbarazzante mezza calzetta come Francis Fukuyama a diventare una sorta di guru con la sua pagliacciata sulla fine della storia, è ormai il delirio di una piccola minoranza che, per quanto potente, è tutta rivolta al passato; e in questa lunga fase di declino, per i popoli si apre una nuova, gigantesca opportunità di tornare ad essere protagonisti del loro destino. Questi due casi sono due esempi eclatanti esattamente di questa nuova stagione dove l’esito di quello che succede dipenderà sempre di più dalla nostra capacità di tornare a fare sentire la nostra voce. Ovviamente, come molti di noi ripetono fino alla nausea da tipo 30 anni, abbiamo fatto di tutto per farci trovare completamente sguarniti e impreparati a questo appuntamento con la storia: 30 anni di fuffa liberal hanno ridotto le organizzazioni popolari in briciole e lo sforzo a cui siamo chiamati oggi per recuperare il tempo perso è a dir poco titanico; la buona notizia è che si può fare. E’ la lezione che ci arriva chiaramente dal Sud globale: le ultime settimane, per l’impero USA e i suoi vassalli, infatti, sono state un vero calvario.
La prima pessima notizia risale ormai a una decina di giorni fa: il 16 marzo, infatti, “Il Niger” riportava Al Jazeeraha sospeso il suo accordo militare con gli Stati Uniti con effetto immediato, segnando così un duro colpo per gli interessi di Washington nella regione”; dopo il golpe patriottico del luglio scorso, la giunta nigerina aveva malamente cacciato i francesi, ma aveva tenuto aperto il dialogo con gli USA, tanto che alcuni analisti un po’ confusi erano arrivati addirittura a sostenere che i patrioti nigerini non fossero patrioti per niente e fossero dei pupazzi in mano a Washington impegnati a dargli man forte in una lotta tutta interna all’Occidente collettivo, una tesi che noi abbiamo sempre respinto con forza. Piuttosto – abbiamo affermato in svariate occasioni – in questo contesto gli USA sono stati meno ottusi del solito: hanno capito che l’ondata anticoloniale era inarrestabile e, invece di impelagarsi in un muro contro muro che li avrebbe portati a una sconfitta certa, hanno cercato una mediazione. Ecco, così, che invece di invocare sanzioni e interventi militari come i francesi, hanno riconosciuto il nuovo governo e sono scesi a patti; l’obiettivo era, ovviamente, quello di mantenere un presidio nel paese per evitare di consegnarlo completamente alla sfera di influenza militare russa e a quella economica cinese: il presidio in questione è la famosa base aerea 201, “il progetto di costruzione più costoso mai intrapreso dal governo degli Stati Uniti nel continente” sottolinea Al Jazeera; una base strategica perché, con la scusa della “guerra alle operazioni terroristiche”, continua Al Jazeera, in realtà è anche un elemento fondamentale della “proiezione di grande potenza contro Russia e Cina”. Purtroppo per gli USA, però, evidentemente il suprematismo lo puoi domare per un po’, ma non lo puoi sedare del tutto e, prima o poi, torna a galla; ed ecco così che in occasione della visita di una delegazione USA in Niger, gli inviati avrebbero deciso di tirare un po’ troppo la corda, fino a “minacciare un’azione contro il Niger se non avesse tagliato i legami con i due grandi avversari geopolitici” e i nigerini non l’hanno presa proprio benissimo, diciamo: “Il governo militare” ha dichiarato il portavoce della giunta Adbramane la sera stessa a reti unificate, “denuncia con forza la minaccia di ritorsione del capo della delegazione americana nei confronti del governo e del popolo nigerino”. “Il governo del Niger, tenendo conto delle aspirazioni e degli interessi del suo popolo” ha concluso “revoca, con effetto immediato, l’accordo relativo allo status del personale militare degli Stati Uniti e dei dipendenti civili del Dipartimento della Difesa” e dichiara con forza che il patto di sicurezza in vigore dal 2012 “viola la costituzione del Niger”.
Ma una lezione ancora più grande di come, contro l’impero in declino, chi la dura, la vince è arrivata martedì dal Senegal, dove è stata annunciata ufficialmente la vittoria alle elezioni del giovane attivista anticolonialista Bassirou Diomaye Faye; appena due settimane fa, Diomaye Faye era ancora in carcere e il regime del cocco dell’Occidente Macky Sall aveva rinviato le elezioni di un anno: il regime filo – occidentale sembrava esser riuscito a sconfiggere le forze del cambiamento con la repressione. Poi, con grande sorpresa di tutti gli osservatori, di punto in bianco la Corte costituzionale – che Macky Sall e i suoi sponsor pensavano di avere in pugno – ha deciso di annullare il decreto che rinviava il ritorno alle urne; il regime, allora, provava l’ultima carta e fissava la data delle elezioni pochissimi giorni dopo, sperando che gli avversari non avessero il tempo minimo necessario per organizzare un po’ di campagna elettorale (soprattutto dal momento che nel frattempo, circa un anno prima, il loro partito era stato smantellato manu militari e dichiarato fuorilegge) e dal momento che Faye, in realtà, non fosse altro che un sostituto: il vero leader dell’opposizione, Ousmane Sonko, era stato infatti fatto fuori a suo tempo con una persecuzione giudiziaria senza capo né coda, dopo anni di violente repressioni di piazza che sono continuate fino a poco fa. Come oltre un migliaio di suoi compagni di lotte, anche Faye era stato tra le vittime di questa ondata di repressione inedita per il Senegal; era stato condannato a 11 mesi per un post su Facebook: “Alcuni magistrati, una minoranza infima” aveva scritto “si sono dati come missione di sgozzare, squartare e servire della carne fresca di oppositore al presidente Macky Sall, per fargli decidere in quale modo cucinarlo”. Una repressione poliziesca che non ha scoraggiato i nostri paladini della democrazia, che hanno continuato a coccolare Macky Sall che, giusto un mesetto fa, è stato accolto con tutti gli onori a Roma per la pagliacciata del summit sul Piano Mattei, ma le oligarchie dell’Occidente erano rimaste le uniche a sostenerlo: manco a dirlo, tra i cavalli di battaglia del Pastef, il partito di Sall, e Faye, c’è da sempre una feroce critica al ruolo del colonialismo e, in particolare, della Francia, con l’obiettivo dichiarato – al pari di Mali, Niger e Burkina Faso – di abbandonare il franco CFA (forse il principale di tutti gli strumenti di dominio neocoloniale ancora in essere) per creare una valuta locale adatta alle esigenze economiche del paese e alla sua tanto ambita indipendenza economica.

Ousmane Sonko

Ma quello che, oltre che i francesi, spaventa anche tutte le altre oligarchie dell’Occidente collettivo è la promessa di rimettere in discussione tutte le concessioni estrattive imposte dalle multinazionali occidentali al paese a condizioni al limite della rapina. Una partita particolarmente importante dal momento che, come ricorda Nigrizia, “Negli ultimi anni in Senegal sono stati scoperti vasti giacimenti offshore sia di petrolio che gas. Al largo della costa occidentale del paese, si stima la presenza di oltre un miliardo di barili di petrolio, mentre il giacimento al confine con la Mauritania conterrebbe in profondità addirittura 900 miliardi di metri cubi”: tutta ricchezza che, grazie a contratti capestro firmati dall’amichetto della nostra Giorgiona nazionale Macky Sall, sarebbe dovuta andare a gonfiare le casse delle oligarchie occidentali (a partire dagli azionisti di British Petroleum che, nella regione, la fa un po’ da padrone) e che oggi, invece, potenzialmente rappresentano per il presidente anticolonialista Faye una solida base di partenza per un’agenda che permetta finalmente al Senegal di emanciparsi da secoli di soprusi dell’uomo bianco, andando ad arricchire ulteriormente la ormai interminabile schiera di paesi che dell’impero in declino si sarebbero anche abbondantemente rotti i coglioni.
C
hissà se anche in Senegal fino a due giorni fa, come da noi, c’era pieno di finti lucidi e veri cinici commentatori che invitavano a starsene a casa a farsi i cazzi propri, tanto non cambia mai niente: dal Niger al Senegal, fino ad arrivare nel cuore del vecchio continente, l’era dei bubbolatori inconcludenti è finita ed è arrivato il momento di prenderci le nostre responsabilità per far crollare definitivamente il castello di carte della sempre più anacronistica dittatura delle oligarchie svendipatria; per farlo, abbiamo bisogno di un media che, invece che spacciare fuffa come il New York Times, aiuti il 99% a prendere consapevolezza del furto sistematico che le élite svendipatria commettono sulle loro spalle. Aiutaci a costruirlo: aderisci alla campagna di sottoscrizione di Ottolina Tv su GoFundMe e su PayPal.

E chi non aderisce è Giorgia Meloni

L’Occidente in panico per il trionfo di Putin reagisce a suon di fake news e leggende metropolitane

I media occidentali non sembrano avere dubbi: sapete chi è stato il vero vincitore delle elezioni in Russia? Alexander Navalny! Lo sapevo! Hai presente quando ti ritrovi a un megapranzo di famiglia e c’è il parente scemo – e anche un po’ antipatichello – e non si capisce bene per quale motivo sei un po’ in apprensione perché temi si metta in imbarazzo da solo con qualche discorso a cippadicazzo? Ecco, il mio mood per tutto il weekend è stato esattamente quello: speravo che i nostri giornali, per elaborare il lutto del trionfo elettorale di Putin, non si inventassero qualche megastronzata galattica delle loro che ci fa apparire sempre di più lo zimbello dell’universo mondo, ma la speranza è durata pochino. Il primo episodio, che ormai conoscerete già tutti, è quello di questo video; tra i primi a ripostarlo in Italia è l’infallibile Daniele Angrisani, uno dei più brillanti e acuti giornalisti d’inchiesta della penisola, firma di punta della sempre puntualissima e scrupolosissima Fanpage e arcinoto nel microcosmo dei NAFO più intransigenti per il suo incrollabile ottimismo che, in passato, l’ha portato ad affermare che “La Russia ha già perso la guerra”(maggio 2022), che “La Russia può e deve essere sconfitta militarmente” (settembre 2022)

e che ci sono ben “Otto motivi per cui l’Ucraina può vincere la guerra nel 2023 (dicembre 2022). Il video condiviso da Angrisani riprenderebbe un militare russo che entra in fretta e furia in un seggio e poi si affaccia in due cabine elettorali “chiedendo cortesemente”, sottolinea Angrisani, “di vedere il voto”, ma così a occhio non sembra esattamente convincentissimo, diciamo: solo per rimanere alle cose più eclatanti, infatti, si nota immediatamente che dentro le cabine manca un piano dove appoggiarsi per scrivere sulla scheda e, all’arrivo del militare, le persone che stanno votando non hanno nessunissima reazione; manco si girano. Nonostante il controllo poliziesco, chi sta riprendendo inquadra la scena in maniera perfetta, senza muoversi di un millimetro e quindi, si presume, è perfettamente visibile dal militare che, però, non ha niente da ridire e che entra in scena esattamente al momento giusto dal lato giusto; manca solo una vocina che dica ciak, si gira: potevano fare di meglio, diciamo, ma tanto – avranno pensato – con tutti st’invasati che girano su Twitter un Angrisani che se la beve, in Occidente, lo troviamo di sicuro lo stesso.
Il problema è che, oltre a un Angrisani qualsiasi, a crederci – o a sperare che ci creda chi li segue – sono anche parecchi altri e il video, così, viene trasmesso da tutti i principali tg nazionali, da La7 a RAI 1, e quando è montata l’indignazione ecco che, immancabile, è arrivato anche il MacGiver del debunking, David 7cervelli Puente che, irreprensibile come sempre, ha denunciato come “La propaganda russa si sta impegnando per far passare il video come falso e fabbricato da parte degli ucraini, ma le prove fornite risultano deboli”. Quelle a sostegno dell’autenticità, invece, sono inossidabili: “Diversamente da altri casi verificati” ammette lo stesso Puente “il video non risulta geograficamente individuabile” e “non si conosce” né “l’esatta ubicazione del seggio”, né “in quale giorno sia accaduto il presunto episodio”; inoltre, riporta sempre Puente, l’account che ha caricato il video per primo sul social VK non è più presente, ma sono tutti dettagli che per alzare un polverone a caso sullo svolgimento del voto russo, evidentemente, possono essere trascurati e, purtroppo, questa trashata era destinata a non essere altro che un piccolo antipastino del delirio che sarebbe seguito.
Carissimi Ottoliner, ben ritrovati: oggi vi allieteremo con un altro entusiasmante racconto della cripta della post verità; prima di andare oltre, però, ricordatevi di mettere un like per aiutarci nella nostra guerra quotidiana contro la dittatura degli algoritmi e anche di iscrivervi e di attivare le notifiche su tutti i nostri canali, compreso quello in lingua inglese – e così vediamo se insieme riusciamo a rompere l’oscurità della propaganda che ci circonda.
Durante tutto il weekend, mano a mano che cominciavano ad arrivare i primi dati che facevano odorare un’affluenza record alle urne in tutta la Russia, passo dopo passo la propaganda suprematista metteva le basi per la sua sceneggiata da oscar ricalcando la tecnica propagandistica sviluppata in mesi e mesi di sconfitte eclatanti sul fronte ucraino e che affonda le sue radici nella teoria della macchina del fango dell’FBI di Hoover: di fronte a un evento dall’esito scontato e di un’entità che rende impossibile ignorarlo tout court, si tenta di creare una narrazione ad hoc che miri perlomeno a ridurre la portata e l’impatto dell’evento stesso; una realtà parallela costruita ad hoc dove una cacatina ininfluente, sufficientemente gonfiata, distoglie l’attenzione dall’evento che si vuole dissimulare e permette di creare una cortina fumogena all’interno della quale è possibile continuare a sostenere una narrazione palesemente irrealistica, almeno di fronte al pubblico più distratto o ideologicamente più favorevolmente orientato. E’ esattamente quello che si è cercato di ottenere con le varie operazioni mediatiche sul fronte ucraino – dallo sbarco di qualche disperato a bordo di qualche barchino sulla riva orientale dello Dnepr spacciata per potenziale testa di ponte, agli attacchi suicidi dei lettori di Kant in quel di Belgorod. A questo giro, a mettere le basi della brillante strategia che avrebbe permesso alla gigantesca macchina propagandistica dell’Occidente collettivo di negare il trionfo di Putin qualsiasi fosse stato il risultato, c’aveva pensato lo stesso Navalny nella sua ultimissima apparizione: si chiamava Mezzogiorno contro Putin e consisteva, molto banalmente, nel recarsi alle urne alle 12 di domenica. A fare cosa? Assolutamente niente. E come si sarebbero riconosciuti? Ma in nessunissimo modo, ovviamente: un po’ come se io ora organizzassi un boicottaggio contro Carrefour, accusata di commerciare prodotti che arrivano direttamente dai territori occupati illegalmente da Israele, e dessi appuntamento ai protestatari in qualche catena concorrente nell’ora di punta di un giorno che precede una festività importante senza indicare, appunto, nessuna azione da fare e nessun segno distintivo; poi, all’ora X, faccio un po’ di foto alle code che si formano inevitabilmente a quell’ora (protesta o non protesta) e con la connivenza dei media le spaccio per la prova del grande successo della mia protesta. Gli italiani boicottano Carrefour. Alla vigilia di Natale migliaia di persona in fila alla Conad e alla Coop in sostegno alla campagna lanciata da Ottolina Tv: come presa per il culo sembra un po’ troppo spregiudicata; eppure è esattamente quello che è successo con queste elezioni.
A dare il la, già domenica, c’aveva pensato l’Economist: La farsa della rielezione di Vladimir Putin – titolavaè degna di nota solo per le proteste; in serata, Reuters riportava le parole di Leonid Volkov, l’”aiutante di Navalny in esilio che è stato attaccato con un martello la scorsa settimana a Vilnius” e che, sottolinea Reuters, “stima che centinaia di migliaia di persone si siano recate ai seggi elettorali a Mosca, San Pietroburgo, Ekaterinburg e in altre città”. “Reuters” però, purtroppo – sottolinea l’articolo con una forma davvero apprezzabile di autoironia british involontaria – “non ha potuto verificare in modo indipendente tale stima”, però, aggiunge, “giornalisti Reuters hanno notato code di diverse centinaia di persone, in alcuni luoghi anche migliaia”; peccato si fossero dimenticati il telefonino a casa e, alla fine, la foto più esplicativa che sono riusciti a recuperare è questa. Ciononostante, ieri mattina sui giornali italiani la grande mobilitazione delle bimbe di Navalny dominava la scena in modo totalmente bipartisan: Migliaia di persone si sono radunate davanti ai seggi per il mezzogiorno contro Putin titolava Il Domani; Code per Navalny – rilanciava Libero – “I sostenitori dell’attivista in massa ai seggi alla stessa ora”. “Le immagini che Vladimir Putin e i suoi sodali non avrebbero mai voluto vedere” riporta concitato Roberto Fabbri sul Giornanale “hanno fatto il giro del mondo”: “Code di centinaia di metri” insiste, “nonostante rischino perfino anni di carcere”; ma che dico anni, millenni! E che dico centinaia di metri di coda: decine di migliaia di chilometri, che dimostrano chiaramente “il coraggio di chi resiste nel regime che uccide l’opposizione”. “Un sassolino nella macchina da guerra del trionfo annunciato di Vladimir Putin” rilancia sempre sul Giornanale Andrea Cuomo che, di solito, quando parla di sassolino si riferisce al liquore (visto che si occupa di enogastronomia), ma – d’altronde – per fare un po’ di propaganda spiccia con vaccate del genere non è che serva un master in relazioni internazionali, diciamo; basta un po’ di estro creativo che a Cuomo, onestamente, non manca: questo, continua infatti ispiratissimo, “è un sassolino che fa rumore”, un rumore che “per lo Zar che, salute permettendo, resterà al Cremlino fino al 2030 è fastidioso”, ma che “per i russi e per buona parte del mondo” è “una sottile melodia di libertà”.
Anche Marco Imarisio sul Corriere della serva era partito col caricatore della retorica bello pieno; strada facendo, però, gli deve essere montato qualche dubbio e dalle centinaia di migliaia di persone citate da Reuters, passa a un più modesto e realistico “Piccolo incremento di presenze ai seggi attorno alle 12” per poi ammettere che le immagini divulgate dall’opposizione “mostrano assembramenti di dimensione contenuta che solo con un notevole sforzo di fantasia possono essere definiti una moltitudine”. Fantasia che, evidentemente, al nostro esperto di enogastronomia del Giornanale non manca: “Una forma di obiezione non illegale, ma comunque clamorosa” – sottolinea – e per la quale, continua con la solita enfasi poetica, “ci voleva coraggio, ma questo al fiero popolo russo non manca di certo”.
Ora, non so se si possa parlare di coraggio, ma che siano fieri mi pare indubbio: come spesso capita ai popoli che si sentono accerchiati, i russi, invece che arretrare, sembrano piuttosto aver voluto rilanciare con decisione e, per farlo, hanno dato un mandato pieno al loro presidente che più pieno non si può perché, ovviamente, sull’esito del voto dubbi non ce ne erano; ma sminuire il fatto che si sia recato alle urne il maggior numero di elettori in assoluto dalla fine dell’Unione Sovietica, ho come l’impressione che potrebbe impedire, ancora una volta, di farci un’idea minimamente sensata di cosa stia accadendo in Russia. Con l’88% del 78% degli aventi diritto che si è recato alle urne, Putin conferma di essere uno dei leader contemporanei con in assoluto il maggior sostegno popolare al mondo, soprattutto se confrontato con la stragrande maggioranza dei leader occidentali, dove non solo quel livello di consenso non viene nemmeno sfiorato da nessun leader, ma nemmeno dalla somma dei consensi di tutte le varie fazioni del partito unico della guerra e degli affari. I consensi per i leader al governo nei vari paesi occidentali, infatti, sono ormai praticamente sistematicamente al di sotto della maggioranza (e, spesso, manco di poco): secondo i dati di Morning Consult, a parte Berset in Svizzera e Tusk in Polonia (che gode ancora dei fasti delle ormai sempre più brevi lune di miele tra elettorato e leader neoeletti), quella messa meno peggio sarebbe proprio la nostra Giorgia Meloni con il 44% di approvazioni; Biden sarebbe al 37, Sunak al 27, Macron al 24 e Scholz addirittura sotto al 20 che, a ben vedere, è una situazione meno paradossale di quanto possa apparire; come sottolinea sempre il nostro guru Michael Hudson, infatti, da quando è finita la democrazia moderna e siamo entrati nell’era della distopia neoliberista, abbiamo imparato a definire autocratici tutti i regimi che hanno ancora abbastanza potere da tenere a bada gli appetiti delle oligarchie, mentre definiamo democrazie tutti quei regimi dove le oligarchie dettano legge incontrastate e i rappresentanti politici sono relegati al ruolo di utili idioti che si prendono gli insulti dalla gente per aver messo la faccia nelle varie azioni di rapina condotte in nome dei loro datori di lavoro. Da questo punto di vista, quindi, i leader occidentali sono i rappresentanti dell’1% contro il 99 e, quindi, che riescano comunque ad avere tassi di approvazione a doppia cifra è già un mezzo miracolo, in buona parte dovuto al ruolo che continuano a svolgere la propaganda e i mezzi di disinformazione di massa.
Discorso diametralmente opposto, invece, per i leader dei paesi che definiamo autocratici, che non derivano il loro potere dalle oligarchie, ma – in qualche misura – si potrebbe dire, appunto, dal popolo contro le oligarchie; e quindi, da questo punto di vista, che i leader che noi definiamo autocratici – da Putin a Xi Jinping, da Maduro a Raisi – registrino un sostegno, appunto, non solo maggiore rispetto a qualche singolo leader occidentale, ma – più in generale – alla somma di tutti i leader occidentali, sembra essere un dato piuttosto normale e strutturale.
Ma se ancora servisse un’altra prova provata della strutturale debolezza delle opposizioni filo occidentali (e quindi, volenti o nolenti, filo oligarchiche) all’interno delle autocrazie, in generale – e di quella russa, in particolare – basta vedere il risultato dell’unica new entry della politica russa, il giovane Vladislav Davankov, candidato presidenziale del piccolo partito liberale Nuova Gente, un liberale con caratteristiche russe che non si presta, in realtà, a rappresentare davvero il voto dei dissidenti, ma che, ciononostante – proprio in quanto quarto parzialmente incomodo – era stato indicato proprio dai dissidenti come la meno peggio delle alternative; che su di lui siano confluiti i voti dei giovani liberali cosmopoliti lo dimostra il fatto che nelle grandi metropoli europee, sia Mosca che San Pietroburgo, ha ottenuto i risultati di gran lunga migliori con, rispettivamente, il 6,6 e il 7%. A livello nazionale, però, si è fermato al 3,9, appena una manciata di voti in più rispetto a quelli ottenuti dal suo partito alle elezioni parlamentari del 2021. Insomma: il peso della dissidenza filo occidentale antiputin si pesa, ad essere generosi, in qualche centinaio di migliaia di voti quasi tutti concentrati nelle grandi metropoli europee, ma ciononostante, insiste Vittorio Da Rold sul Domani, “Il segnale per il Cremlino è forte e chiaro: c’è un forte malcontento verso Vladimir Putin che cerca solo un catalizzatore politico interno o una crisi esterna per esplodere”; non a caso Da Rold, come sottolinea orgoglioso in ogni sua biografia che si trova online, è Media Leader del World Economic Forum, che vuol dire essersi dimostrato sufficientemente allineato con gli interessi delle oligarchie da godere della loro fiducia per moderare gli eventi più importanti del loro salotto buono.
“La folla, e quindi le immagini feticcio dall’effetto balsamico per le illusioni occidentali” conclude amaramente Imarisio sul Corriere della Serva “c’è stata, ma altrove, lontano dalla Russia”: quando davvero ci sbarazzeremo definitivamente della nostra supponenza coloniale e impareremo a conoscere e a rispettare gli altri popoli per quello che sono realmente – e non per quello che dovrebbero essere per permettere alle nostre oligarchie e ai loro leccapiedi di continuare a vivere al di sopra delle loro possibilità – una bella fetta della grande rivoluzione verso un nuovo ordine multipolare sarà già fatta; per arrivarci, prima di tutto abbiamo bisogno di un vero e proprio media nuovo di zecca che, invece che all’arroganza del miliardo d’oro, dia voce agli interessi concreti del 99% del pianeta. Aiutaci a costruirlo: aderisci alla campagna di sottoscrizione di Ottolina Tv su GoFundMe e su PayPal.

E chi non aderisce è Maurizio sambuca Molinari

USA BANDISCE TIKTOK: come balletti e food porn minacciano la sicurezza occidentale

La camera dei rappresentanti ha approvato il disegno di legge che di fatto bandirebbe Tiktok negli Stati Uniti e vieterebbe l’utilizzo della piattaforma a qualunque cittadino statunitense. Il testo ora passa al Senato con Biden che si è detto pronto a firmare la legge. Balletti, food porn e video di costume sono la grande minaccia alla sicurezza occidentale?

I militari NATO scavalcano i governi e dichiarano guerra totale a Russia e Cina – ft. David Colantoni

Intervista importante per la cassetta degli attrezzi di OttolinaTv, oggi David Colantoni ci parla di fine del capitalismo, classe militare e lotta tra militari di professione e borghesia. Il Pentagono è il nuovo centro di potere in Occidente? E i militari alimentano i conflitti per continuare a drenare risorse ai sistemi produttivi? Russia e Cina rappresentano il vecchio capitalismo industriale contrapposto all’Occidente “militarizzato”? Cerchiamo di fare chiarezza assieme.

Crisi del commercio globale: come la Cina si sta facendo un WTO tutto suo

“La Cina non sta solo cercando di creare un ordine mondiale alternativo. Ci sta riuscendo”, si trova scritto sul Financial Times. “Molti in Occidente non riescono a valutare il successo che la Cina sta avendo nel resto del mondo, ma mentre l’Occidente si avvia al disaccoppiamento dalla Cina, il resto del mondo si sta riorientando verso la Cina”. L’articolo parla della crisi del WTO e del commercio globale, e di come la Cina stia costruendo una rete di accordi bilaterali paralleli al WTO per proteggere il suo commercio. Ne parliamo in questo video!

DRAGO CINESE: come nasce e cosa rappresenta? (e perché è diverso dal drago occidentale)

II drago è un animale immaginario e leggendario sia in Cina e sia in Occidente, ma mentre i cinesi amano così tanto il drago da ritenersi i suoi discendenti, in Occidente invece il drago è simbolo del diavolo, o del male che bisogna sconfiggere… Inoltre in Cina il drago è associato all’elemento dell’acqua, mentre in Occidente è associato al fuoco. Ma il drago, per quanto antico, solo recentemente è diventato simbolo della nazione cinese, dopo una lunga storia che provo a raccontarvi in questo video!

“La censura in Europa è come in Cina”, secondo Ai Weiwei, dissidente cinese censurato in Europa

“La censura in occidente è paragonabile a quella della Cina maoista, o in alcuni casi è anche peggiore”. È una frase provocatoria, ma la cosa interessante è che ad averla pronunciata in questi giorni è stato un artista cinese sottoposto a censura, ma non in Cina, in Occidente. lui è Ai Weiwei, un artista che ha diviso gran parte della sua vita tra la Cina, dove è nato, gli Stati Uniti, dove è maturato come artista, e l’Europa, dove risiede dal 2015, dopo la sua detenzione a Pechino. Insomma, un parere che vale la pena ascoltare di uno che di censura se ne intende!

L’incredibile regola segreta che impone agli editorialisti del Corriere di NON CAPIRE NIENTE

Carissimi ottoliner, ben ritrovati. Siccome la scorsa settimana sono stato assalito da un forte calo di autostima, per risollevarmi il morale nel weekend ho deciso di immergermi nel variegato club del disagio e oggi sono qui a presentarvi la mia nuova crush: si chiama Danilo Taino ed è l’anonimo editorialista del Corriere a cui viene sbolognata la patata bollente ogni volta che c’è da fare un po’ di propaganda sconclusionata e di mettere il nome su qualche figuretta barbina (tanto lui, sostanzialmente, manco se n’accorge); e venerdì scorso ha dato veramente il meglio di sé. Il nostro pigro fatalismo si intitola l’editoriale (pure un po’ poeta il Taino, con quel ciuffetto sbarazzino); il pigro fatalismo che Taino vuole combattere è quello che spinge “la conversazione in corso nelle democrazie” a vedere un “futuro solo oscuro” e a pensare che tutto andrà per il peggio: “l’Ucraina perderà la guerra di resistenza alla Russia, in Medio Oriente ci sarà un’escalation dei conflitti, Taiwan finirà in mani cinesi, la Jihad tornerà a colpire l’Europa, l’America vacillerà, il 2024 sarà un disastro per le libertà e i commerci e le economie crolleranno”. Insomma: secondo Taino Ottolina Tv, in sostanza, avrebbe stravinto la battaglia per l’egemonia, ma a Danilo Taino non la si fa; tra un video con altri fini pensatori come Scacciavillani e Forchielli e un retweet di Marco Taradash o di Marco Capezzone e l’altro, Taino – infatti – ha sviluppato un’idea tutta sua di come il giardino ordinato possa uscire vincitore dal conflitto con quello che ha definito “l’asse dei despoti contro l’egemonia degli USA”, e la soluzione si chiama una botta di ottimismo. Basterà?

Danilo Taino

Nell’editoriale del Corriere di venerdì scorso, Danilo Taino ci ricorda che il 2024 sarà l’anno della democrazia: mai nella storia umana, infatti, così tante persone in tutto il mondo sono state chiamate alle urne nell’arco di 12 mesi e, sottolinea Taino, è iniziato alla grande, “con uno stop alle pretese della più potente autocrazia”: “Lo scorso 13 gennaio” infatti, ricorda Taino, “Taiwan ha votato a nuovo presidente il candidato inviso a Pechino, nonostante le minacce del partito comunista cinese”; “La situazione nell’isola resta tesa”, concede, “ma il dato di fatto è che le prime elezioni importanti dell’anno non sono andate come il gigante illiberale asiatico voleva”. Quello che Taino, però, dimentica di sottolineare è che il partito democratico progressista – che è, appunto, quello più smaccatamente filo occidentale – rispetto alle scorse elezioni ha perso 3 milioni di voti e pure la maggioranza in parlamento, e la questione indipendenza sembra essere stata totalmente derubricata; non era per niente scontato: nell’agosto del 2022 i democratici statunitensi avevano cercato disperatamente l’escalation con la missione a sorpresa di Nancy Pelosi, la senatrice USA famosa per aver utilizzato il suo ruolo politico per favorire il conto in banca del marito. Un flop totale. Ma a parte la questione taiwanese, nel disperato tentativo di cercare uno sprazzo di ottimismo, le cose che Taino si dimentica di dire di queste prime tornate elettorali sono anche molte altre: Taino si dimentica di dire, ad esempio, che in Senegal il cocco dell’Occidente Macky Sall per non venire completamente asfaltato alle elezioni previste per questo febbraio dal giovane militante anticolonialista Sonko – che si apprestava a trionfare per interposta persona, nonostante sia già stato da tempo rinchiuso in carcere con accuse palesemente infondate – il voto l’ha dovuto proprio rimandare e non di qualche settimana, ma di un anno, e chi ha protestato è stato preso a mazzate e gettato in carcere senza che sui mezzi di produzione del consenso del nostro giardino ordinato se ne facesse menzione. Anzi, tra i millemila leader che hanno tirato il pacco alla Meloni per la sua pantomima del vertice Italia – Africa che doveva inaugurare in pompa magna il piano immaginario Mattei, uno dei pochi ad essersi presentato è stato proprio Macky Sall, che è stato accolto come il sol dell’avvenire mentre, a casa sua, se arriva al 20% dei consensi è oro colato.
Taino sembra aver rimosso anche un altro appuntamento elettorale, ancora più paradigmatico: parliamo, ovviamente, delle elezioni in Pakistan, un vero e proprio spettacolo; anche qui, come in Senegal, il candidato di gran lunga più popolare – il leader populista, sovranista e anti – establishment Imran Khan – dopo essere stato detronizzato con il solito caro vecchio golpe bianco, è stato incarcerato per impedirgli di partecipare alle elezioni. Ma non solo: al suo partito è stato addirittura impedito di presentarsi utilizzando il suo simbolo che, in un paese dove il tasso di analfabetismo supera abbondantemente il 40%, è una mazzata al cubo; ciononostante, oltre ogni più rosea previsione Khan ha fatto il pieno e per impedirgli di ottenere la maggioranza assoluta sono dovuti ricorrere alle peggio schifezze. Dal Senegal al Pakistan, passando per il Sahel, l’ondata populista e sovranista sembra inarrestabile e il bello è che, comunque, all’Occidente collettivo, nonostante le nuove strategie della tensione, non va bene comunque: lo scontro in Pakistan, infatti, non era tra soldatini dell’impero e multipolaristi; anche i golpisti che ora, in qualche modo, accrocchieranno il tutto per tenere Imran Khan fuori dai giochi, infatti, guardano più alla Cina che non al giardino ordinato. Sono loro, infatti, ad aver dato il via al China Pakistan Economic Corridor che, tra tutti i singoli tassellini che compongono la belt and road initiative, è probabilmente il più grande in assoluto.

Joko Widodo (Jokowi)

Nei giorni scorsi, poi, si è votato anche in Indonesia e qui il famoso asse delle autocrazie – con il quale Taino indica tutti i paesi che si sono definitivamente rotti i coglioni del colonialismo occidentale – ha vinto ancora prima che si cominciassero a contare i voti: nel 2019, infatti, la carta anticinese aveva giocato un ruolo di primissimo piano nella contesa elettorale, diventando l’arma retorica per eccellenza dell’opposizione reazionaria e filo – occidentale che si batteva per negare a Joko Widodo un secondo mandato. Fortunatamente allora quell’opzione venne battuta alle urne; questa volta, invece, non ci s’è nemmeno presentata: durante il suo secondo mandato, infatti, Jokowi non solo ha cominciato a raccogliere tutti i frutti della sua azione riformatrice fatta di welfare state, sviluppo economico e rafforzamento della sovranità nazionale – grazie a un forte processo di sempre maggiore integrazione economica con la superpotenza manifatturiera cinese – ma è addirittura riuscito a includere in questa nuova prospettiva di liberazione e sviluppo nazionale anche l’opposizione. Il candidato che risulterebbe di gran lunga vincente alle elezioni, infatti, è proprio il leader della vecchia opposizione, Prabowo Subianto, che Jokowi decise di assoldare nel suo governo come ministro della difesa per tentare una sorta di percorso di unità nazionale. Un’operazione riuscita: a questo giro, infatti, l’ex oppositore Prabowo è stato direttamente da Jokowi; della fantomatica minaccia cinese in campagna elettorale non ha parlato nessuno, e l’opzione dell’indipendenza nazionale e la volontà di tenersi al di fuori dalla contrapposizione per blocchi è diventata sostanzialmente unanime. E non è certo solo questione di ideologie: nel sottofondo, infatti, c’è la solita vecchia guerra tra borghesie nazionali e borghesie compradore; le seconde, ovviamente, guardano con maggior simpatia alle oligarchie occidentali e vorrebbero continuare a imprigionare l’Indonesia nel vecchio sistema neocoloniale, limitando l’economia indonesiana alla sola esportazione di materie prime non lavorate che non necessitano investimenti. Vuol dire che i latifondisti e i grandi proprietari si limitano a incassare rendite senza avviare nessun percorso di sviluppo, che è la precondizione per la nascita e la crescita di un vero movimento dei lavoratori e, quindi, di una vera democrazia; la borghesia nazionale, invece, si vuole arricchire come gli altri, ma non è pregiudizialmente contraria all’idea che per farlo si debba investire e permettere all’economia nel suo insieme di crescere, anche se comporta ritrovarsi di fronte lavoratori più attrezzati per far valere i loro diritti. Prabowo, originariamente, apparterrebbe più alla borghesia compradora che a quella nazionale, ma l’ottimo lavoro portato avanti da Jokowi in 10 anni di presidenza sembrerebbe aver spostato definitivamente i rapporti di forza a favore delle borghesie nazionali, con il sostegno della stragrande maggioranza della popolazione: Jokowi, infatti, gode di una popolarità senza precedenti, e invertire il processo che ha avviato – e che ha avuto il suo culmine assoluto nella messa al bando totale dell’esportazione di nickel come materia prima, imponendo che almeno una parte della lavorazione avvenga in Indonesia – potrebbe non essere alla portata delle forze della reazione; Prabowo – che è un opportunista, ma non è scemo – lo sa benissimo e ha deciso di porsi in piena continuità con l’amministrazione Jokowi, che l’ha sostenuto – come l’hanno sostenuto anche i cinesi. Per la borghesia compradora potrebbe essere la sconfitta definitiva.
Insomma: nel Sud globale, ormai, lo scozzo è tra due sfumature diverse di multipolarismo; quella più soft e paracula dei vecchi establishment che cercano di adeguarsi al mondo che cambia senza perdere i loro privilegi e quella più strong delle forze politiche emergenti che cercano di approfittare del mondo che cambia per cambiare tutto anche in casa. E al giardino ordinato, intanto – tutto in subbuglio per il grande anno delle elezioni globali – non rimane che interpretare le poche elezioni che si svolgono davvero regolarmente capovolgendo la realtà e stendere un velo pietoso su tutte le altre. E anche fare un po’ di sano vittimismo, come quando a Davos, il mese scorso, la crème de la crème delle oligarchie parassitarie del pianeta si è riunita per lanciare all’unisono un allarme accorato sul rischio fake news e disinformazione; cioè, gli azionisti di maggioranza di tutti i mezzi di produzione del consenso dell’Occidente collettivo ci volevano convincere che il problema non sono gli eserciti di Danili Taino sul loro libro paga e il monopolio delle piattaforme social in mano loro, ma Ottolina Tv e il fantasma di Giulietto Chiesa.
D’altronde l’odio di Taino per la democrazia ha radici antiche: era il luglio del 2015 e con la scusa del feticcio dell’austerity la Germania si apprestava a ridurre in cenere la povera Grecia; dieci anni dopo, tutti i principali protagonisti di quella stagione hanno fatto il mea culpa e hanno ammesso pubblicamente che la stagione dell’austerity a tutti i costi è stata un gigantesco errore, da Mario Draghi a Mario Monti, passando per Angelona Merkel. All’epoca, però, chi s’azzardava a dubitare finiva immediatamente nelle liste di proscrizione, esattamente come i fantomatici propagandisti putianiani negli ultimi due anni – almeno fino a quando anche Limes non ha cominciato a dire quello che tutti noi, a libro paga di Putin, sommessamente sostenevamo sin dall’inizio; allora come ora, a guidare la campagna per l’adeguamento forzato al pensiero unico confuso, era il Corriere della Sera e tra i cani da guardia più feroci dell’ortodossia analfoliberista non poteva che esserci il suo corrispondente dalla Germania e, cioè, proprio Danilo Taino, una vera e propria bimba di Wolfgang Schauble e dell’ordofascismo allora tanto in voga e che, in suo nome, si scagliava come un mastino inferocito contro la deriva scandalosa intrapresa dal governo Tsipras: chiedere il parere del popolo. Contro il pacchetto lacrime e sangue imposto dalla troika, infatti, Tsipras aveva avuto la terrificante idea di indire un referendum; apriti cielo! “A meno di un colpo a sorpresa ad Atene, ad esempio la caduta del governo di sinistra” scriveva Taino “domenica prossima i greci voteranno”: “Nominalmente” continua Taino, si tratta di un voto “sul programma di aiuti proposto dai creditori del Paese” e cioè, appunto, la ricetta lacrime e sangue della troika per punire l’indisciplinata Grecia e far arricchire le oligarchie; “in pratica” però, continua scandalizzato Taino, si voterà “sulla permanenza o meno della Repubblica ellenica nell’Unione monetaria”. Con il ricorso al voto popolare, rincara Taino, “il governo di sinistra” sta cercando di usare “il popolo greco come un’arma” cercando di “schierarlo contro gli avversari, che sarebbero rappresentanti del capitalismo europeo che ricatta i greci, come ama dire Tsipras”: “Convocando il referendum” continua Taino “più che dare la parola al popolo lo hanno chiamato a dare l’assalto al Palazzo d’Inverno dell’eurozona”. Come poi si scoprirà, purtroppo, avevano anche dei difetti.
Danilo Taino, comunque, non si limita a denunciare la pigrizia dell’Occidente collettivo solo nei tentativi di ribaltare i risultati delle urne: anche in Ucraina, con un po’ di fatalismo in meno, “le prospettive di una vittoria ucraina nel fermare l’aggressione russa sarebbero migliori”. Per rinfocolare un po’ del pensiero magico che ha occupato i media mainstream per due anni e che ora sembra aver perso un po’ di slancio, Taino si appiglia all’ultima trovata dell’internazionale Iacobona e Molinara: abbandonate con 6 mesi di ritardo le speranze totalmente infondate sulle magnifiche sorti e progressive della controffensiva immaginaria, il nuovo tormentone della propaganda suprematista infatti è che “si dimentica, però, che la Russia sta perdendo la battaglia del Mar Nero”; una vera e propria ossessione. E Taino ha recepito il messaggio: La Russia sta perdendo la battaglia per il Mar Nero titolava il 28 gennaio entusiasta l’Economist; La vittoria dell’Ucraina in mare rilanciava con un lunghissimo articolo Foreign Affairs la settimana dopo; “L’Ucraina afferma di aver affondato un’altra nave da guerra” replicava gasatissima la CNN giusto un paio di giorni fa. Come ha commentato laconicamente il nostro Francesco dall’Aglio: “Poverini, fagli festeggiare qualcosa…”. Nel frattempo, infatti, nel mondo reale il nuovo capo dell’esercito ucraino Oleksander Syrski annunciava il ritiro definitivo delle truppe ucraine da Adveevka: probabilmente è il vero motivo dell’avvicendamento alla testa delle forza armate ucraine e anche la ragione per la quale, alla fine, Zaluzhny ha incassato il defenestramento senza montare chissà quale cagnara; il nuovo capo si dovrà fare carico della debacle definitiva e Zaluzhny ha colto al volo la possibilità di abbandonare la nave, prima che affondasse definitivamente, per poi imporsi come il più autorevole dei leader possibili per la mini Ucraina che rimarrà dopo il conflitto. Festeggiare per qualche successo in mare durante una guerra di terra dove vieni preso a schiaffi un giorno sì e l’altro pure è un po’ come se mentre dalla lotta per lo scudetto ti ritrovi a lottare contro la retrocessione, ti metti a festeggiare perché hai vinto i Goal Awards che premiano la divisa più bella.

Babbo Natale

Come per le elezioni a Taiwan, però – diciamo – Taino è di bocca buona e si accontenta di poco; dall’Ucraina, al Medio Oriente: “L’uscita dalla guerra nel Medio Oriente” ammette “è molto complicata, ma la possibilità che dalla tragedia nasca un equilibrio più stabile non è irrealistica”. Per Taino, infatti, “se le democrazie ci credono”, congelando il conflitto e l’estensione degli insediamenti in Cisgiordania, tornando a discutere dei due Stati in cambio del riconoscimento diplomatico da parte dell’Arabia Saudita e, magari, anche invocando l’intervento di Babbo Natale per far dimenticare a suon di regali ai bambini di Gaza i loro amichetti sterminati sotto le bombe, si infliggerebbe una sconfitta epocale all’Iran che in Medio Oriente diventerebbe “isolato”: Ansar Allah riconsegnerebbe Sana’a ai proxy sauditi, l’Iraq si consegnerebbe alle cellule del Mossad attive nel Kurdistan e invece di cacciare gli ultimi americani rimasti ne chiederebbe i rinforzi, Nasrallah si convertirebbe al protestantesimo, Bashar Assad trasformerebbe la Siria in una gigantesca Rojava e le masse arabe, da idolatrare Abu Obeida, Abdel Malek Al Houthi e l’ayatollah Kamenei, si convertirebbero al culto di Ernesto Galli della Loggia. D’altronde, sottolinea Taino, “siamo in un’era in cui l’impensabile può materializzarsi” e, quindi, perché non sognare? E il sogno di Taino, infatti, procede inesorabile ignorando ogni contatto con la realtà: il raggiungimento di questo nuovo ordine pacifico, continua infatti Taino, “sarebbe la testimonianza che gli Stati Uniti sono ancora l’unica potenza in grado di non far esplodere un conflitto”; nel mondo incantato di Taino sostanzialmente la carneficina di Gaza non solo non è un genocidio, ma proprio non esiste, come non esistono tutte le guerre scatenate dagli USA nella regione negli ultimi 30 anni. E, quindi, che ci vorrà mai a rilanciare l’immagine degli USA portatori di pace? Basta, appunto – come dice Taino – farla finita col nostro pigro fatalismo e, a quel punto, si “darebbe modo ai paesi del Sud globale di considerare quali sono le forze che favoriscono la stabilità che aiuta lo sviluppo”: quindi, nella realtà parallela di Taino, il superimperialismo statunitense ha garantito la pace e lo sviluppo del Medio Oriente e dell’Africa, che poi sono state messe a ferro e fuoco dalla Russia e dalla Cina.
Il problema, sostiene Taino in soldoni, è solo che non facciamo abbastanza propaganda per affermare questa incontrovertibile verità: “La pigrizia dei chierici occidentali e dei loro governi” afferma polemicamente “rischia di essere la quinta colonna” non solo – si badi bene – “degli autocrati”, ma addirittura anche “dei terroristi”; “I migliori” scrive ancora, citando il poeta inglese William Butler Yeats, “mancano di ogni convinzione, mentre i peggiori sono pieni di fervente energia”. “Quei peggiori” sottolinea Taino per chi, a fine articolo, non l’avesse ancora capito “sono oggi i Putin, gli Xi Jinping, gli ayatollah e i loro sodali” e cioè, appunto, Ottolina Tv e tutti quelli che, come noi, sono a libro paga delle DITTATUREEHH!!, rigorosamente scritto in caps lock con 2 H finali e 6 punti esclamativi, mentre i Danilo Taino sacrificano la loro vita per gli ideali della democrazia e della libertà. Ma la pacchia è finita, avverte Taino, perché chi come noi fa propaganda ruzzah si sente forte perché “convinto della mancanza di volontà e di convinzione delle democrazia” e invece, minaccia Taino, “possiamo ancora deluderli”.
Tranquillo Danilo: per ora, diciamo, te e i pennivendoli analfoliberali amici tuoi non ci avete mai deluso; ogni volta che abbiamo un calo di autostima o siamo assaliti da un qualche dubbio, basta riguardare le puttanate che scrivete e il morale torna alle stelle. E quindi, buona settimana antimperialista a tutti, ma ricordatevi, però, che per quanto la propaganda sia strampalata e venga smentita continuamente dai fatti, i mezzi di produzione del consenso sempre in mano loro rimangono e ,quindi, bullizzarli è giusto e sacrosanto, ma non basta: per dargli il benservito definitivo, abbiamo bisogno di contrapporre ai loro mezzi di produzione del consenso un mezzo di produzione del senso critico; ci serve subito un vero e proprio media che, invece che dalla parte delle oligarchie suprematiste, stia dalla parte del 99%. Aiutaci a costruirlo: aderisci alla campagna di sottoscrizione di Ottolina Tv su GoFundMe e su PayPal.

E chi non aderisce è Danilo Taino