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“Grazie, Occidente!” – Federico Rampini e il suprematismo metafisico

admin by admin
16/09/2024
in Cultura, In evidenza, Spin8ff
0

“La superiorità dell’Occidente, è nei fatti. Gli altri, almeno quegli altri che hanno avuto successo, ci hanno semplicemente copiato”; “La Russia vive da molti secoli in un limbo: in ammirazione del progresso e del benessere occidentali, attratta dall’America e dall’Europa di cui è per certi aspetti invidiosa, ma incapace di diventare una di noi”. Federico Rampini, a cui dobbiamo questi straordinari versi tratti della sua ultima fatica letteraria Grazie, Occidente!, non ha invece nulla da invidiare a un Platone, un Hegel o un Dostojevscki e deve – anzi – essere considerato appieno uno dei più grandi pensatori del ventunesimo secolo. Nato 1957 a Genova, famoso per vestire sempre con delle bretelle (in omaggio ai suoi beniamini e datori di lavoro anglosassoni), il Rampini diventa presto noto alle cronache televisive e letterarie grazie alla sua preziosa ed instancabile opera di zerbinismo: il pensatore di Genova per tutta la vita si dividerà, infatti, tra Roma e Washington nella veste di intellettuale collaborazionista, esercitando di fatto il più antico mestiere del mondo nella punta di diamante delle colonie mediterranee dell’Impero; è con il trittico Fermare Pechino. Capire la Cina per salvare l’Occidente, Suicidio occidentale. Perché è sbagliato processare la nostra storia e cancellare i nostri valori e America. Viaggio alla riscoperta di un Paese che il nostro affina definitivamente il suo stile xenofobo e paranormale, consacrandosi come membro di punta della corrente letteraria del suprematismo metafisico in compagnia giganti assoluti come il Cerasa, il Molinari e il Parenzo. Spesso chiamato in televisione per commentare i fenomeni più complessi dell’attualità geopolitica, il poeta risponde sempre presente e contribuisce al pubblico dibattito con riflessioni mai banali come questa: “Putin vuole a tutti i costi perdere contro la NATO. Adesso infatti, sta perdendo contro la piccola Ucraina. Per evitare brutte figure quindi, deve trascinare a tutti i costi la NATO in Guerra, al fine di salvarsi la faccia” (LA7, ottobre 2022). O ancor più con straordinarie premonizioni metafisiche di questo calibro: “Alla fine di quest’anno, la crescita del PIL americano potrebbe essere addirittura doppia rispetto a quella della Repubblica Popolare Cinese” (Corriere della Sera, 2 settembre 2023) e potremmo continuare. Ma è infine con il suo ultimo lavoro Grazie, Occidente! che il percorso intellettuale del Rampini raggiunge la sua piena maturità: un’opera preziosa, un’opera straordinaria, un grande omaggio alla tradizione metafisica. Nella prefazione, ad esempio, si possono assaggiare versi come questi: “Cinesi o indiani, brasiliani o africani, il mondo è popolato da miliardi di persone che devono la loro esistenza…a noi (l’Occidente)!” e in cui capita di imbattersi in uno di quegli interrogativi esistenziali che da sempre accompagnano l’esistenza umana sulla terra, tipo “Quali tratti originali della nostra civiltà hanno fatto sì che da mezzo millennio il progresso nasca qui (in Occidente, naturalmente) e non altrove?” Insomma: un’opera destinata a rappresentare per le future generazioni di occidentali il non plus ultra del suprematismo metafisico e, al tempo stesso, un imprescindibile vademecum per ogni liberale che si rispetti.

Federico Rampini mentre guarda un pastorello Masai

“È ora che qualcuno lo dica: Grazie, Occidente!”; l’attacco rampiniano, degno di un dardo apollineo, mette subito le cose in chiaro: non saranno fatti sconti al lettore. Basta infingimenti e basta girare intorno alle cose: tutto deve essere detto e deve essere detto fino in fondo; “Grazie, Occidente. Sono due parole che non sentiremo mai pronunciate insieme. Mai”. Grazie e Occidente mai… “Non in quest’epoca storica, perlomeno”. Ehhh: “È un’espressione proibita, un tabù del nostro tempo che pure si considera tollerante” continua amaro il poeta; eppure il Rampini non teme certo di ripeterle. “Grazie, Occidente” e sembra quasi di vederlo, il poeta, durante una di queste ultime notti estive, seduto malinconico sulla battigia ripetere sibilanti le parole proibite al ritmo del frangersi e rifrangersi delle onde. Grazie, Occidente, “Ma non si può dire” continua digrignando i denti e stringendo la sabbia nei pugni. Ma perché no, poeta? A quale rischio? “A rischio di attirarsi addosso una fatwa laica” ci risponde severo; “l’equivalente della condanna che i sacerdoti scagliano contro chi osa rappresentare il Profeta”. Ecco, ma soffermiamoci un istante sulla potenza di questa immagine: la dolorosa solitudine del Rampini che, pur consapevole delle terribili ritorsioni che il pronunciare le parole proibite gli costerebbe, incurante del pericolo e al tempo stesso amareggiato per la sua gente, decide comunque di farlo… Grazie, Occidente! E poi? E poi il nulla; il lettore viene lasciato lì, sospeso, fluttuante in un desiderio insoddisfatto fino a quando il poeta non lo riprende per mano e lo conduce con sé in un flashback africano: “Sono vicino ad Arusha, in Tanzania, quando quelle due parole mi vengono in mente, scandalosamente unite”. “La frase tabù” ci racconta quasi ancora spaventato al ricordo di quell’esperienza, come Dante al ricordo del suo viaggio all’Inferno, “mi viene in mente una prima volta quando vedo un pastorello Masai, a guardia del gregge di capre, con l’occhio sul suo cellulare. Sì, in questa riproduzione del giardino dell’Eden, in quest’angolo di natura pressoché incontaminata, il ragazzino è aggrappato a quel gadget tecnologico perché ha campo, anche se per ora è solo un 3g”; “Meno veloce rispetto a quello a cui noi siamo abituati” puntualizza a questo punto il Rampini, dimostrando di essere non solo uomo di lettere, ma anche di scienza. “Quel cellulare” continua poi “è il suo mondo, gli apre gli orizzonti, popola le sue giornate con qualcosa di nuovo oltre il mestiere di accudire bestiame”: che immagine ricca di evocazioni e simbolismi nascosti! Il pastorello della Tanzania che deve tutto quello che ha a quel gadget tecnologico; e quell’apparentemente piccolo e insignificante gadget tecnologico che rappresenta, in verità, tutta la civiltà Occidentale a cui il pastorello deve – naturalmente – tutto. “Ecco: quel pezzo di tecnologia gliela abbiamo portata noi al pastorello Masai” aggiunge quasi alzando un po’ la voce il poeta “perché la telefonia mobile, è un’invenzione dell’Occidente”; e non solo certo la telefonia mobile. Per non parlare dei vaccini e dei farmaci che noi, l’Occidente, distribuiamo gratuitamente all’Africa: “Dimostriamo una certa faziosità” riflette su questo punto il Rampini, rendendo omaggio alla tradizione metafisica, “quando da una parte esaltiamo Medici Senza Frontiere ed Emergency, e dall’altra demonizziamo un miliardario come Bill Gates che distribuisce gratis reti anti-zanzare e vaccini”. E come dargli torto: “Prima la centrali a carbone, poi il petrolio, poi il gas naturale, l’idroelettrico e il nucleare, il solare, l’eolico, sono stati modi in cui l’Occidente ha traghettato il continente nero verso stadi progressivamente più efficienti e meno inquinanti”. L’uomo bianco può, insomma, dirsi soddisfatto del lavoro che ha compiuto in Africa; certo, il lavoro non è ancora finito, conclude realistico e consapevole dei sacrifici futuri, ma una cosa è indubbia : “il progresso è merito nostro”.
Quindi orgoglio, certo, ma poi sopraggiunge tutta l’amarezza perché, a questo punto, uno si aspetterebbe almeno un bel Grazie, Occidente da questi primitivi; e invece cosa fanno questi? “Mentre attraverso la Tanzania, le oligarchie politiche che comandano in Africa stanno mettendo in scena l’ennesimo processo politico all’Occidente”. [..] “Dentro il palazzo di vetro, nella città dove abito (New York) l’assemblea generale dell’ONU rimbomba delle arringhe pronunciate dai leader del Grande Sud Globale per condannare l’appoggio dell’Occidente a Israele”. Che vergogna! Che ingrati! Paradosso dei paradossi: dopo avergli dato tutto il progresso agli africani, loro ci ripagano in questo modo? E proprio nei giorni in cui il poeta sta attraversando la Tanzania? E questo processo, conclude, ha luogo “non solo in Africa, ma in tutto il mondo”. Ecco: e adesso seguiamo la penna rampiniana, tra sferzanti sillogismi e visioni oniriche, fino al cuore pulsante dell’opera: Perché possiamo dirci superiori è il titolo del capitolo centrale dove, citando raffinati studiosi occidentali, il nostro dimostra perché gli occidentali possono dirsi scientificamente superiori a tutti gli altri uomini. “La superiorità dell’Occidente, è nei fatti” afferma perentorio; “gli altri – almeno quegli altri che hanno avuto successo – ci hanno semplicemente copiato”. Un esempio su tutti? Ma la Cina, naturalmente: “Oggi” argomenta il poeta, incurante della realtà, “è di moda a Pechino teorizzare il declino dell’Occidente e la superiorità cinese […] Ma nella misura in cui Xi cerca di seguire una strada alternativa a quella americana o europea, lo fa con un mix di socialismo (dottrina che tra i massimi fondatori ha Karl Marx, tedesco) e di keynesismo (nel nome dell’economista inglese John Maynad Keynes)”. E alla luce di tutto questo ancora i cinesi fanno le bizze per i missili americani nel Pacifico puntati contro Pechino? Solo una parola: vergogna! E non solo loro, perché il vero obiettivo polemico di questa insuperata invettiva non è tanto il resto del mondo (che viene considerato alla stregua di omuncoli di robinsionana memoria), ma noi stessi: è infatti a guardarci allo specchio – la figura letteraria per eccellenza – che il Rampini ci invita; un vero e proprio bagno di realtà, un bagno di realtà metafisica. “L’America, e con essa l’intero Occidente” – riflette – “viene considerato l’impero del male da una parte delle nuove generazioni”; “La sconfitta del nazifascismo” si legge nel capitolo La fortuna di essere atlantici “fu possibile perché una generazione di giovani americani pagò una prezzo altissimo, fino a sacrificare la vita, in un conflitto europeo che non li minacciava direttamente”. E anche la democrazia italiana (non scordiamocelo mai) è, in fondo, opera americana: “In Italia una vera democrazia, e il diritto di voto alle donne, arrivarono solo dopo la liberazione a opera delle forze alleate”; “Tutto ciò è stato dimenticato. Nelle nostre scuole forse si insegna altro. E tutto questo” come se non bastasse “lo paghiamo a caro prezzo, perché sanguinari dittatori ci osservano, capiscono bene le nostre debolezze date dal nostro continuo processo a noi stessi, e se ne approfittano.”
Inutile girarci attorno: il riferimento all’Ucraina non può più essere rimandato. E invece di fare come nella seconda guerra mondiale, di mostrare i muscoli e combattere Putin il sanguinario con tutto quello che avevamo a disposizione per la libertà e la democrazia, questa volta “le armi all’Ucraina, quando arrivavano erano in ritardo, sempre in quantità e qualità inferiori rispetto al la necessità, a lungo vincolate da restrizioni pesanti. Così, mentre Putin strepitava slogan propagandistici contro l’America guerrafondaia, prendeva le misure dell’estrema cautela di Biden”. E scrutando lontani orizzonti di incertezza, e quasi presentendo catastrofi incombenti, il suprematista pone a tutti noi la più universale delle domande: “Forse un giorno nelle scuole sarà utile soffermarsi sul significato del D DAY in Normandia e Anzio, affrontando la domanda seguente: l’Europa sarebbe stata liberata dai nazifascismi, se una generazione di americani ottant’anni fa avesse rifiutato la chiamata alle armi e scelto invece di sfilare in cortei pacifisti contro Hitler?”.
Cari amici, è quasi arrivato il momento di lasciarci. E concludiamo, però, in bellezza solo con qualche citazione tratta dal capitolo Gli accerchiati siamo noi in cui il pensatore di Genova, incurante delle ripercussioni personali, non esita a chiamare il nemico per nome e cognome; anzi, i nemici: la Russia e la Cina, e la loro malvagia alleanza. Ma come e perché è nata questa amicizia del Male? si chiede. “La lunga visita di Putin nella Repubblica Popolare” recita l’attacco rampiniano “ha cementato un Asse (da notare la lettera maiuscola) che non ha alcuna logica economica: l’interscambio fra Cina e l’Occidente vale sei volte quello con la Russia”. E allora perché? Perché? Rispondici, poeta! “Tra quei due il collante è molto più forte dell’interesse materiale: è l’avversione al mondo libero”. Eccolo, lo strappo al velo di Maya; il climax metafisico ha raggiunto il suo vertice e le parole lasciano il posto all’estasi suprematista: quello che dobbiamo fare è “non lasciare che Putin e Xi Jin Ping prendano l’iniziativa nel Grande Sud Globale” e, soprattutto, educare meglio i nostri giovani nelle scuole e nelle università per evitare che si affollino ancora in “cortei pro-Hamas che trasudano odio contro l’Occidente”. Quello che proprio questi giovani non voglio capire infatti, è che “L’egemonia dell’Occidente, nei secoli in cui si è allargata a vaste aree del pianeta, non fu solo legata a una superiorità materiale, tecnica. […] la nostra espansione geografica univa lo sviluppo materiale a quello morale”. E, con queste parole, si chiude il sipario. Ma se volete nuovi spettacoli come questi e letture tratte delle opere dei migliori suprematisti metafisici contemporanei, allora mettete mi piace a questo video e aderite alla campagna di sottoscrizione di Ottolina Tv su GoFundMe e su PayPal.

E chi non aderisce è un suprematista metafisico

Tags: federicograzieoccidenteRampini
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  1. mao says:
    2 anni ago

    Ale_cavallo_da_corsa!
    performance fantastica , grandissimo!

    Rispondi

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