video a cura di Davide martinotti
“Perché in Occidente non sappiamo niente della politica cinese?”: questa la domanda che si è fatto, la scorsa settimana, un giornaliste di Bloomberg, aprendo un acceso dibattito. Forse la sua domanda parte da un presupposto sbagliato: il problema non è che manchino osservatori della politica cinese; il problema è che, per anni, abbiamo scelto di ascoltare le persone sbagliate. La storia di Miles Guo (Guo Wengui) lo dimostra meglio di qualsiasi analisi: fuggito negli Stati Uniti nel 2014 con accuse di corruzione sulle spalle, Guo si è reinventato come il più celebre dissidente cinese in esilio, l’ex insider capace di svelare i segreti dell’élite di Pechino, corteggiato da Voice of America e ripreso da testate come il Wall Street Journal, la BBC e il Financial Times. Insieme a Steve Bannon, ha fondato organizzazioni “per indagare sui crimini del Partito Comunista”, ha finanziato la fuga della virologa Yan Li-Meng e la sua teoria del COVID creato in laboratorio e ha persino proclamato un “governo cinese in esilio” da uno yacht nel porto di New York. Oggi, un tribunale federale americano lo ha condannato a 30 anni di carcere per una frode da oltre un miliardo di dollari, costruita proprio su quelle fondazioni “anti-PCC” e sulla fiducia di migliaia di donatori, e quelle accuse cinesi che i media occidentali avevano liquidato come persecuzione politica si sono rivelate fondate. In questo video, ripercorriamo l’ascesa e la caduta di Miles Guo per capire un meccanismo più profondo: perché in Occidente il ruolo di dissidente funziona come un certificato preventivo di affidabilità, mentre qualsiasi comunicazione proveniente dalla Cina viene assunta come falsa per definizione; un doppio standard che non riguarda solo Guo, ma il modo stesso in cui costruiamo la nostra conoscenza della Cina e che, come dimostra questa vicenda, può costare molto caro.









