Washington comincia a fare i conti con l’incrocio tra i due fronti energetici: ha chiesto a Kiev di non colpire le petroliere che trasportano il greggio kazako attraverso Novorossijsk e guarda con preoccupazione anche agli attacchi contro le raffinerie russe; con la guerra iraniana che restringe i flussi dal Golfo e la Cina che limita le esportazioni di carburanti, infatti, il problema non è più soltanto trovare greggio, ma avere abbastanza raffinerie per trasformarlo in diesel, benzina e cherosene. Ed è proprio la guerra con l’Iran ad aver accelerato la trasformazione degli equilibri regionali; con gli Stati Uniti più arretrati rispetto al passato, Arabia Saudita, Turchia e Pakistan provano a costruire con gli accordi della Mecca un sistema di sicurezza più autonomo, ma le prime crepe sono già evidenti: Riad ha bloccato l’ingresso dell’Egitto temendo che informazioni riservate arrivassero a Israele, mentre gli Emirati guardano con sospetto alla nascita di un nuovo asse saudita capace di ridimensionarne l’influenza. La competizione passa inevitabilmente anche dalle rotte energetiche: Riad lavora con interessi statunitensi a nuove raffinerie e infrastrutture fuori da Hormuz e a una configurazione dell’IMEC che collegherebbe Oman, Arabia Saudita e Giordania fino a Israele, permettendo a merci e, attraverso nuovi oleodotti, petrolio di raggiungere il Mediterraneo aggirando i colli di bottiglia controllabili dall’Iran, progetti che diventano ancora più urgenti perché, sul piano militare, Teheran rivendica di aver ottenuto esattamente il risultato opposto, cioè rendere il Golfo Persico troppo rischioso per la tradizionale presenza navale americana. Prima della guerra, Washington ha disperso le unità della Quinta Flotta concentrate in Bahrein; con il conflitto e gli attacchi iraniani le principali navi statunitensi hanno continuato a operare, soprattutto fuori da Hormuz.













