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Tag: iran

I procuratori dell’Aja chiedono il mandato d’arresto internazionale per Netanhyau e Gallant – ft. Romana Rubeo

I procuratori dell’Aja chiedono il mandato d’arresto internazionale per Netanhyau e Gallant e poi ancora: Il Presidente dell’Iran Ebrahim Raisi e il Ministro degli Esteri Hossein Amir-Abdollahian sono morti in un incidente aereo, la notizia è ormai confermata dalla Tv di Stato iraniana. Cosa succede ora a Teheran? Come cambiano gli equilibri interni? Quali reazioni dobbiamo aspettarci dal resto del mondo? A trovare i resti dell’elicottero un drone che la Turchia aveva fornito in aiuto alla Repubblica Islamica dell’Iran per aiutare nel ritrovamento e negli eventuali soccorsi. Le due autorità si erano recate in una regione occidentale dell’Iran, al confine con l’Azerbaijian per l’inaugurazione di una diga. Ne parliamo con Romana Rubeo. Buona visione!

Quest’estate torna FEST8LINA, la festa del 99%, dal 4 al 7 luglio al circolo ARCI di Putignano a Pisa: quattro giornate di dibattiti e di convivialità con i volti noti di Ottolina Tv. Facciamo insieme la riscossa multipopolare! Per aiutarci ad organizzarla al meglio, facci sapere quanti giorni parteciperai
e le tue esigenze di alloggio compilando il form e, se vuoi aiutarci ulteriormente, partecipa come volontario.

Fest8lina, perché la controinformazione è una festa!

Chi ha ucciso Ebrahim Raisi?

Un nuovo appuntamento di inizio settimana con l’immancabile Matteo Lupetti.

Quest’estate torna FEST8LINA, la festa del 99%, dal 4 al 7 luglio al circolo ARCI di Putignano a Pisa: quattro giornate di dibattiti e di convivialità con i volti noti di Ottolina Tv. Facciamo insieme la riscossa multipopolare! Per aiutarci ad organizzarla al meglio, facci sapere quanti giorni parteciperai
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LA BOLLA – Iran, Ucraina e Nuova Caledonia, l’ordine globale sull’orlo di una crisi di nervi – ft Francesco dall’Aglio

Edizione leggermente ridotta in organico (ma non in qualità) del consueto appuntamento domenicale con la Bolla. Clara Statello, Gabriele Germani e Valentina Morotti porranno al nostro amatissimo Bulgaro tutte le domande relative agli eventi dell’ultima settimana dai fronti caldi del mondo.

Il tramonto dell’imperialismo USA sarà la tomba del capitalismo?

Il mondo è già multipolare ed è, sempre più chiaramente, troppo vasto e complesso per la sete di egemonia dell’impero e gli unici che sembrano non averlo capito sono le classi dirigenti degli alleati di Washington – dall’Europa al Giappone – e di ogni colore politico, che si comportano sempre di più come cortigiani dissoluti e privi di dignità alla disperata ricerca delle ultime botte di vita e di lussuria prima di ritrovarsi, inevitabilmente, ad assistere alla decapitazione dell’imperatore al quale hanno giurato eterna fedeltà. Gli analisti di geopolitica organici alla propaganda suprematista finanziata dalle oligarchie rovesciano la realtà e a suon di fake news e di doppi standard e ci raccontano un universo parallelo, ma – purtroppo per loro – nonostante la potenza di fuoco della macchina propagandistica; e anche se negli ultimi 40 anni hanno impiegato ogni mezzo necessario per trasformarci tutti in una gigantesca massa di rincoglioniti, la verità ha la testa dura e venire sistematicamente smentiti dai fatti ne sta indebolendo, giorno dopo giorno, l’egemonia.
Gli analisti geopolitici un pochino più lucidi e indipendenti, invece, quelli che hanno un minimo di competenza e che hanno a cuore anche la loro credibilità, tentano di evitare di accumulare una gigantesca montagna di figure di merda e, di fronte a dei dati oggettivi e incontrovertibili, cercano di aggiustare il tiro, anche se quello che emerge non è esattamente in linea con gli interessi delle oligarchie dalle quali, comunque, dipendono; in entrambi i casi, però, manca completamente la capacità (e forse anche la volontà) di andare al nocciolo della questione e di chiamare le cose col loro nome e il dibattito, fondamentalmente, verte sulle scelte politiche effettuate, di volta in volta, da una forza politica piuttosto che un’altra. Le guerre – fredde o calde – e i loro esiti diventano così frutto del caso e dell’arbitrio, e il mondo potrebbe essere completamente diverso da quello che abbiamo di fronte se solo il leader di turno avesse letto il libro o il rapporto giusto o avesse ingaggiato, nella sua ristretta cerchia di consiglieri, un analista piuttosto che un altro.
Noi di Ottolina Tv abbiamo un’idea leggermente diversa; saremo eccentrici, ma siamo convinti che la storia non la fanno il gossip e la psicologia da bar, ma le strutture profonde che regolano il vivere comune, a partire dalla principale delle attività umane: l’attività economica e, da questo punto di vista, il declino dell’impero e la decadenza arraffona dei cortigiani non sono scherzi del libero arbitrio, ma sono conseguenza diretta della divisione del mondo in classi sociali e dell’eterna lotta tra loro. E quello a cui stiamo assistendo non è il declino di un impero al quale, eventualmente, se ne sostituirà un altro tutto sommato identico; quello a cui stiamo assistendo è la crisi terminale dell’imperialismo, che ricorda da vicino il termine impero e, per gli analisti amici delle oligarchie, probabilmente è del tutto sovrapponibile, ma non lo è affatto. L’imperialismo, infatti, è la forma concreta e storicamente determinata che ha assunto il capitalismo quando ha cercato di rinviare l’inesorabile collasso dovuto alle sue dinamiche intrinseche, sostituendo alle leggende metropolitane della mano invisibile e della concorrenza la creazione dei monopoli e il ricorso sistematico alla forza bruta per imporne gli interessi su scala globale, a discapito di quello delle masse popolari di tutto il pianeta, un ordine globale fondato sulla rapina e sulla violenza che, purtroppo per lui e le sue groupies, però non si limita esclusivamente a distruggere il pianeta e la comunità umana (che è qualcosa di deplorevole, ma che non significa necessariamente condannarsi da soli alla sconfitta) ma, appunto – come annunciava profeticamente, ormai oltre un secolo fa, un certo Vladimir Ilic Uljianov, in arte Lenin – fornisce alle forze sociali, che hanno tutto l’interesse a rovesciarlo direttamente, la corda con la quale lo impiccheranno.

Vladimir Ilic Uljianov, in arte Lenin

E gli ultimi avvenimenti, da questo punto di vista, rappresentano una serie infinita di veri e propri esempi da manuale esattamente di questa dinamica suicida e autodistruttrice, sia dal punto di vista economico che da quello più prettamente geopolitico; mano a mano che il declino dell’impero si accentua, di pari passo aumenta la sua aggressività sia militare che economica che, paradossalmente, non sembra ottenere altro che accelerare ulteriormente il suo declino e rafforzare i suoi avversari. Ma prima di addentrarci nei dettagli tecnici su come è fatto questo cappio costruito con la corda che l’imperialismo sta fornendo ai suoi avversari, ricordati di mettere un like a questo video per permetterci di combattere la nostra piccola guerra contro la dittatura degli algoritmi e, se non lo avete ancora fatto, anche di iscrivervi a tutti i nostri canali social e di attivare tutte le notifiche: un piccolo gesto che a voi non costa niente, ma che per noi cambia molto e ci permette di provare a costruire un media veramente nuovo che, invece che parare il culo all’imperialismo in declino, contribuisca – giorno dopo giorno – a fornire gli strumenti necessari ai subalterni per bastonare il cane che affoga e liberarci, finalmente, delle nostre catene.
La svolta degli aiuti americani titolava ieri sul Corriere della serva Paolo Mieli: “Fortunatamente per i repubblicani statunitensi, e per tutti noi” sottolinea Mieli, Mike Johnson, “il cinquantaduenne legale di Donald Trump nei processi di impeachment del ‘19 e del ‘21, ultras cattolico, ostile al diritto di aborto e alle unione gay” ha stupito tutti, “si è messo in gioco” ed ha deciso di “tessere una tela tra democratici e repubblicani a vantaggio di Volodomyr Zelenski”; “Sto cercando di fare la cosa giusta” aveva affermato nei giorni scorsi Johnson per provare a giustificare il suo repentino cambio di rotta. “Sono convinto del fatto che Xi, Putin e l’Iran” ha dichiarato “costituiscano davvero l’asse del Male, e credo che si stiano coordinando. E credo che Putin, se glielo permettiamo, finita questa partita andrà sicuramente oltre, e che dopo l’ucraina verranno i paesi del Baltico, e anche la Polonia”. Mieli, che nella sua lunga e intensa vita è partito dalla militanza marxista – leninista nella sinistra extraparlamentare di Potere Operaio (simpatie per la lotta armata comprese) al comitato esecutivo dell’Aspen Institute, di giravolte se ne intende – e anche di artifici retorici per ammantarle di principi nobili; in questo caso, la giravolta opportunista di Johnson, tramite la sua penna sbarazzina, diventa la “sorpresa di un’autentica democrazia, come è, ancorché esposta a numerose ed evidenti insidie, quella degli Stati Uniti”: un discorso, dal punto di vista di una delle penne italiane in assoluto più amate dalle oligarchie, del tutto coerente. Per Paolo Mieli, come per tutta la propaganda neoliberista, democrazia – infatti – è sinonimo di potere politico saldamente in mano alle oligarchie, con la politica che deriva la sua legittimità dalla loro benedizione, invece che dal consenso popolare; e, in questo senso, gli Stati Uniti sono effettivamente ancora una democrazia, anche se cominciano ad arrivare segnali di lotta politica da parte dei subalterni – dalle mobilitazioni contro il genocidio alle battaglie sindacali – e la giravolta di Johnson, che ha rinnegato il suo mandato democratico proprio su pressione del partito unico della guerra e degli affari, è sicuramente una manifestazione di questo rapporto gerarchico, anche se tutt’altro che sorprendente.
Come sosteniamo da sempre, infatti, intorno all’approvazione degli aiuti s’è scatenata una negoziazione feroce da parte dei repubblicani per strappare qualche condizione di favore sia per gli affari personali dei loro sponsor, sia per il consenso (come nel caso della partita della lotta all’immigrazione), ma di fronte al fatto che gli aiuti diventavano sempre più indispensabili per evitare di concedere alla Russia una vittoria totale sul campo e il crollo definitivo di tutto il fronte, non ci sarebbe stata considerazione tattica possibile: l’impero sa esattamente come proteggere i suoi interessi vitali e non c’è incidente di percorso possibile che possa alterare radicalmente questo assunto; ciononostante, ce ne sono molti che lo possono alterare progressivamente. E prendere per due anni, giorno dopo giorno, una cespugliata di schiaffi nella guerra per procura contro la Russia è sicuramente uno di questi. Il pacchetto di aiuti in questione, infatti, sancisce definitivamente il gigantesco spostamento dei rapporti di forza determinato dal campo di battaglia; l’offensiva ucraina non è proprio più nemmeno un’ipotesi remota: le armi previste hanno esclusivamente carattere difensivo. Si tratta, molto banalmente, di ridare all’Ucraina i mezzi per tentare di evitare il totale controllo dello spazio aereo da parte russa e ostacolare così un’avanzata che, per quanto lenta, al momento sembra inesorabile. Come sottolinea il buon Andrew Korybko sul suo profilo Substack “Il tanto atteso pacchetto di aiuti USA all’Ucraina potrebbero impedirne il collasso, ma non respingeranno la Russia”; una condizione essenziale, sottolinea lo stesso Mieli, per provare a lavorare a un accordo tra – come li chiama lui – aggressore e aggredito e, cioè, esattamente quell’accordo che era possibile già nella primavera del ‘22, solo con qualche centinaio di migliaia di morti in più, un’economia europea completamente devastata e rapporti di forza molto più favorevoli alla Russia.
Lo spostamento dei rapporti di forza è altrettanto evidente in Medio Oriente, soprattutto dopo l’operazione True Promise da parte dell’Iran due sabati fa, all’insegna – come sottolinea The Cradle – della “precisione anziché della potenza” e, ancora di più, all’assenza di una risposta proporzionale da parte di Israele; un cambiamento radicale nella bilancia di potenza di tutta la regione dove, fino a due settimane fa, era del tutto impensabile poter attaccare direttamente Israele senza subire ritorsioni di diversi ordini di grandezza più devastanti. Una vera e propria rivoluzione resa possibile da diversi fattori; uno squisitamente militare: lo sviluppo tecnologico ha ridotto drasticamente il vantaggio che deriva da una sproporzione vistosa nei rispettivi budget militari. Con un budget limitatissimo, l’Iran, infatti, grazie all’impiego di droni low budget e di missili obsoleti (come li definisce lo stesso The Cradle) è riuscito facilmente a saturare la costosissima difesa aerea dell’alleanza messa in piedi in fretta e furia dagli USA a sostegno dello sterminio dei bambini palestinesi, permettendo così all’Iran di colpire in modo più o meno simbolico tutti gli obiettivi militari che aveva individuato e, cioè, le tre installazioni militari che avevano contribuito all’attacco criminale di Israele al consolato iraniano di Damasco; se vogliamo raccontarcela romanticamente è una classica vittoria di Davide contro Golia. Se, invece, abbiamo un bidone dell’immondizia al posto del cuore, si tratta della manifestazione di un’altra debolezza strutturale dell’imperialismo: ostaggio delle sue oligarchie, il sistema imperialista – infatti – vede il grosso di quello che spende in armamenti trasformarsi magicamente in extraprofitti per gli azionisti del comparto militare – industriale, che hanno imposto di dirottare il grosso della spesa in sedicenti sofisticatissimi sistemi d’arma che costano ordini di grandezza in più per ogni nuova generazione che arriva e che, alla prova dei fatti, possono essere agevolmente fottuti con qualche ferrovecchio.
Oltre al piano prettamente militare, però, l’imponente cambio della bilancia di potenze in Medio Oriente è anche il frutto di alcuni aspetti ancora più strutturali: il primo riguarda il difficile rapporto tra il centro imperialistico e i suoi avamposti regionali; la fase suprema dell’imperialismo prevede, infatti, il dominio totale del centro su tutto il pianeta, un pianeta che però, a causa dello sviluppo di molte periferie che esso stesso ha determinato a suon di globalizzazione e di delocalizzazioni, è sempre più grande e sempre più complesso. Per esercitare questo dominio, allora, diventano sempre più importanti – appunto – gli avamposti regionali, come è il caso di Israele nel Medio Oriente: in virtù del ruolo sempre più vitale che ricoprono all’interno del sistema imperialistico, questi avamposti acquisiscono, però, sempre maggiore potere, fino ad essere in grado di imporre scelte strategiche almeno in parte in contraddizione con il disegno strategico complessivo del centro imperialistico; che è proprio il caso di Israele, dove, sfortunatamente per gli USA, questo potere crescente si è ritrovato ad essere fortemente influenzato da delle fazioni di fondamentalisti guidati più dal fanatismo che dallo spietato calcolo razionale utilitaristico.
Completamente avulsi da una valutazione realistica dei rapporti di forza concreti, questi millenaristi invasati hanno condotto gli USA in una specie vicolo cieco, a partire dai rapporti con le petromonarchie del Golfo; nonostante le petromonarchie siano terrorizzate dal rafforzamento dell’egemonia regionale dell’Iran e delle forze popolari e antimperialiste dell’asse della resistenza, gli eccessi dell’imperialismo in declino le hanno spinte sempre di più alla ricerca di un difficile compromesso con gli avversari regionali come l’alternativa più realistica e razionale a un’egemonia USA sempre più compromessa e insostenibile. A spingere in questa direzione c’aveva già pensato l’irruzione della Cina come principale partner economico dell’area; un altro aiutino era poi arrivato dalla fine del mito dell’invincibilità dell’apparato militare USA sconfitto in Siria, incapace di permettere ai sauditi di chiudere a loro vantaggio la lunga battaglia per il controllo dello Yemen e, infine, pesantemente ridimensionato in Ucraina. Il sostegno incondizionato allo sterminio dei bambini palestinesi, che ha dimostrato l’incapacità degli USA di esercitare la loro egemonia su Israele, potrebbe essere la goccia che fa definitivamente traboccare il vaso: l’evidente precarietà di questo equilibrio è tra i fattori che hanno spinto USA e anche Israele a limitare al massimo la reazione all’attacco iraniano, al costo di certificare una sconfitta clamorosa dal punto di vista degli equilibri tra le opposte deterrenze.
L’egemonia dell’imperialismo su questi paesi è ogni giorno più fragile e ogni ulteriore passo falso potrebbe risultare essere fatale, dal Medio Oriente al Pacifico: l’imperialismo in declino, infatti, ha compreso che per poter pensare di fare la guerra alla Cina, dopo decenni di delocalizzazioni e finanziarizzazione, ha bisogno di ricostruire una base industriale comparabile e, per farlo, è tornato alle vecchie politiche protezionistiche; e a pagarne le conseguenze sono spesso proprio i paesi dove, invece, gli USA avrebbero bisogno di dimostrare tutta la loro magnanimità per convincerli che, ancora oggi, rappresentano un’alternativa migliore alla Cina esportatrice e mercantilista. Nel caso dei paesi dell’ASEAN, ad esempio, gli USA hanno girato le spalle all’accordo di libero scambio che avrebbe dovuto sostituire il vecchio trattato annullato dall’amministrazione Trump, lasciando alla Cina campo libero; ma non solo: con la politica del friendshoring, che punta a sostituire i legami economici e commerciali con i paesi considerati ostili – a partire proprio dalla Cina – con quelli con paesi considerati più amichevoli, gli USA hanno ottenuto, ad oggi, esattamente l’opposto di quanto sperato. Paesi come Vietnam o Indonesia, infatti, non hanno fatto che rinforzare i loro legami con la Cina, dalla quale importano la stragrande maggioranza dei semilavorati che impiegano nella loro industria, rendendole così sempre più dipendenti da Pechino. che viene spinta ogni giorno di più proprio dal panico diffuso nell’Occidente collettivo dal declino dell’imperialismo, a investire tutte le sue forze verso un’indipendenza tecnologica sempre più marcata.
Nonostante la Cina sia un paese che sta percorrendo la sua strada verso un’economia avanzata di tipo socialista e nonostante non abbia mai ceduto ai deliri più vistosi del misticismo neoliberista – a partire dalla volontà di mantenere una fetta consistente dei principali mezzi di produzione saldamente in mano alla Stato (a partire dal credito che, tra i mezzi di produzione, è in assoluto quello gerarchicamente più importante) – allo stesso tempo l’élite del partito, in buona parte formatasi nelle grandi università americane, è stata infatti a lungo fortemente influenzata dall’economia politica classica liberale; e nonostante sia diventata l’unica vera grande superpotenza manifatturiera del paese, in ossequio ai dictat della dottrina di Adam Smith ha sempre continuato a dipendere dall’estero per una bella fetta delle tecnologie che avrebbe dovuto spendere troppo per sviluppare in casa. Fino a che gli USA, giorno dopo giorno, sanzione dopo sanzione, non le hanno impedito di comprarle all’estero e l’hanno costretta a investire tutte le sue energie per svilupparsele da sola e accelerare in maniera esponenziale il lungo cammino che porta verso l’indipendenza tecnologica, come – ad esempio – sta succedendo nell’industria dei microchip, dove la Cina continua a scontare un ritardo significativo rispetto all’impero, ma è un gap che si è già ridotto sensibilmente negli ultimi 2 anni e non le ha impedito di costruire, con tecnologia autoctona, uno smartphone come il Mate 70 pro di Huawei che in Cina ha letteralmente asfaltato Apple. Risultato: Huawei nel 2023 è cresciuta del 10%; Apple è rimasta sostanzialmente al palo.

Xi Jinping

Le sanzioni USA contro quelli che la propaganda suprematista definisce Stati canaglia e, cioè, tutti gli Stati che non obbediscono in silenzio a Washington, non li ha spinti solo a investire di più: li ha anche obbligati a superare le loro differenze, a cooperare sempre di più e a integrarsi economicamente, andando a costruire gradualmente una sorta di blocco che, in condizioni meno burrascose, nella migliore delle ipotesi avrebbero impiegato enormemente di più a consolidare; riassumendo, quindi, l’aggressività con la quale l’imperialismo ha deciso di reagire al suo progressivo declino ha spostato gli equilibri geopolitici di diverse aree del pianeta a favore del nuovo ordine multipolare, velocizzato l’indipendenza tecnologica degli avversari, favorito la creazione di un vero e proprio blocco ormai incompatibile con il vecchio ordine e spostato sempre più in direzione di questo blocco anche i paesi più neutrali e titubanti. Rimane, però, il golden billion, il mondo del miliardo dorato composto, in gran parte, dalle ex potenze coloniali più qualche aggiunta qua e là, che rappresentano i veri e propri alleati degli USA, un insieme di Paesi che, però, sta vedendo diminuire il suo peso specifico nell’economia mondo a vista d’occhio, col G7 che è passato, nell’arco di 30 anni, da pesare più del doppio dei BRICS ad esserne addirittura superato.
Ma come fanno gli USA, quindi, a continuare a coltivare il loro sogno unipolare se non sono altro che il leader di un blocco che ormai è tutt’altro che egemone? Semplice: fottendo gli alleati, tutti gli alleati; ma proprio a saltelli. L’ultimo esempio la Corea del Sud, che non solo vede nella Cina di gran lunga il più importante partner commerciale – come ormai succede alla stragrande maggioranza dei paesi del mondo – ma è anche uno dei rarissimi casi che vanta nei confronti della Cina un consistente surplus: insomma, buona parte del benessere coreano è dovuto al mercato cinese, in particolare proprio per quanto riguarda la componentistica elettronica a partire dai chip, un mercato che su pressioni statunitensi ha dovuto gradualmente abbandonare, spingendo i cinesi a produrseli da soli. Risultato? Un grande quesito esistenziale: come titolava ieri il Financial Times, Il miracolo economico sudcoreano è finito? E loro son quelli messi meglio perché, almeno, hanno ancora qualche dubbio; Giappone e Germania, ormai in piena recessione, il dubbio non ce l’hanno più; entrambi, ormai, sono in recessione piena e – a quanto pare – rischia di essere solo l’inizio.
Bloomberg: La Banca Centrale Europea non dovrebbe affrettare ulteriori tagli dei tassi dopo giugno; a dichiararlo sarebbe stato Madis Mueller, presidente della Banca Centrale Estone e membro del consiglio della BCE. La dichiarazione segue le recenti affermazioni di Jerome Powell, presidente della Federal Reserve, che aveva recentemente congelato le aspettative per una nuova stagione della riduzione generalizzata dei tassi che, a partire dagli USA, avrebbe contagiato il grosso delle economie avanzate; il punto è che l’economia USA continua a correre e, con essa, l’inflazione: ma com’è possibile? Non era tutto in declino? Il punto, come sapete, è che proprio per reagire al declino dell’imperialismo gli USA hanno aperto i cordoni della borsa e stanno aumentando il deficit pubblico a dismisura per attrarre investimenti dai paesi alleati e questo, ovviamente, fa crescere il PIL e continua a mantenere alta anche la pressione inflazionistica (che è un’ottima scusa per dire ai bamboccioni che la FED deve continuare a mantenere i tassi alti); in realtà però, come sempre, mantenere i tassi alti a parole è una reazione dovuta, una scelta tecnica. In realtà è una precisa scelta politica: più alti sono i tassi, più i capitali più deboli crollano, a favore di quelli più forti. La rapina sistematica delle economie degli alleati per rafforzare l’egemonia USA sull’Occidente collettivo continua indisturbata e, anzi, rilancia; fino a quando i cortigiani si accontenteranno di poter banchettare alla corte dell’imperatore mentre i suoi uomini gli confiscano terre e gioielli di famiglia? Fino ad oggi, l’accettazione di questa subalternità era sostenuta anche dalla percezione dello strapotere militare USA, ma gli ultimi risultati dal campo, anche tra le groupies di Washington indeboliscono l’idea dell’invincibilità della patria di Capitan America.
Purtroppo, però, c’è un fattore ancora più profondo che continua a tenere legate le varie borghesie nazionali allo stradominio USA, nonostante – stringi stringi – le stia vistosamente penalizzando e questo fattore è lo stesso che, alla fin fine, continua a garantire la fedeltà all’imperatore anche dei cortigiani più bistrattati e, cioè, che l’imperatore è la garanzia che continui il dominio dell’aristocrazia come classe sociale, della quale (anche se in posizione subordinata) fanno comunque parte. Lì oltre una certa soglia il problema, comunque, si superava: morto un imperatore, tutto sommato, se ne fa un altro; il dubbio è che questa continuità valga anche oggi. A differenza del mondo a immagine e somiglianza del dominio delle aristocrazie, infatti, il capitalismo ha una sua peculiarità: se non cresce, muore; ma i limiti oggettivi di questo processo di crescita infinita si sono fatti sentire chiaramente già decenni fa. Per due volte è potuto ripartire solo in seguito a una devastante guerra mondiale, poi si è provato a tenerlo artificialmente in vita con il trentennio d’oro delle politiche keynesiane che, però, erano talmente aliene ai meccanismi fondamentali dell’accumulazione capitalistica da mettere le classi dominanti di fronte a un bivio: o superiamo il capitalismo o azzeriamo le politiche keynesiane. La scelta che, per le classi dominanti, è stata un scelta di sopravvivenza la conosciamo tutti: si chiama controrivoluzione neoliberale e il sistema che ne è derivato è, appunto, l’imperialismo, l’accanimento terapeutico delle oligarchie per tenere in vita un capitalismo che, nella realtà, non esiste già più.
Il meccanismo fondante del capitalismo infatti è, stringi stringi, tutto sommato piuttosto semplice: investo dei soldi, produco una merce, rivendo la merce e ottengo i soldi investiti più un profitto; questa cosa che, secondo la vulgata, sarebbe ancora oggi il meccanismo fondamentale dell’attività economica dell’uomo in ogni angolo del pianeta, molto banalmente non funziona più. Al suo posto, un gigantesco schema Ponzi, dove la ricchezza prodotta non aumenta di un centesimo e, invece, il valore fittizio delle bolle speculative si ingigantisce senza sosta: i grandi patrimoni di oggi sono, sostanzialmente, in gran parte azioni o prodotti finanziari di altro tipo che, se un giorno dovessero essere venduti, non esisterebbero abbastanza soldi in tutto il mondo per comprarseli; un castello di carte dove le oligarchie dell’Occidente collettivo vivono protette dall’impero militare e finanziario USA e sanno benissimo che, una volta venuta meno la difesa dei suoi F-35, delle sue portaerei e del suo dollaro, non potrebbe che crollare definitivamente mettendo così fine alla finzione.
Per quanto saremo ancora così coglioni da farci derubare di tutta la ricchezza che produciamo – e che saremo ancora di più in grado di produrre – perché non riusciamo a vedere che la roccaforte che dobbiamo abbattere, dietro la facciata, non è altro che un castello di carte? Contro il castello di carta dell’imperialismo e del capitalismo finanziario, abbiamo bisogno di un vero e proprio media che non si faccia abbindolare dalle leggende metropolitane e che dia voce agli interessi del 99%. Aiutaci a costruirlo: aderisci alla campagna di sottoscrizione di Ottolina Tv su GoFundMe e su PayPal.

E chi non aderisce è Bill Gates (ma povero, però)

LA BOLLA – Dall’Iran all’Ucraina: la clamorosa impotenza dell’imperialismo – ft. Stefano Orsi e Francesco dall’Aglio

Torna il dream team domenicale degli analisti geopolitici: Stefano Orsi e Francesco dall’Aglio. A fare gli onori di casa, come sempre, Clara Statello e il Marru. Buona visione

Lo stato canaglia è Israele – Ft. Alberto Fazolo

Oggi con Alberto Fazolo nel consueto appuntamento del sabato: spazieremo dal Venezuela all’Iran, con nel mezzo Israele, Ucraina e prossime presidenziali USA. Sullo scacchiere internazionale aleggia una sempre più probabile presidenza Trump. Buona visione!

Trump #Iran #USA #Israele #Ucraina

Netanyahu vuole aprire l’inferno – Ft. Samir Al Qaryouti

Oggi il nostro Gabriele intervista Samir Al Qaryouti per parlare dei fatti che nelle ultime ore e giorni hanno sconvolto il Medio Oriente. Questa notte Israele ha reagito contro l’Iran; le autorità iraniane hanno sminuito la vicenda, cercando di non innescare una pericolosa corsa alle armi. Al contrario da Tel Aviv, in molti hanno criticato il governo per la la leggerezza dell’attacco, definito una barzelletta. In primo piano, l’ammasso di soldati israeliani attorno alla Striscia di Gaza e una nuova serie di bombardamenti mattutini su Siria e Libano. Sullo sfondo, il più generale mutamento nei rapporti di forza globali.
Buona visione!

#Gaza #Israele #Iran #MedioOriente #USA #StopBombingGaza

Benzina e gas: la guerra fa esplodere i prezzi – ft. Demostenes Floros

Oggi il nostro Gabriele intervista Demostenes Floros, responsabile energia del Centro Europa Ricerca di Roma, per approfondire il legame tra geopolitica e settore energetico, concentrandosi in particolare sull’effetto che i conflitti in Ucraina e Medio Oriente stanno avendo sul prezzo (e quindi sulla nostra vita quotidiana). Nella prima parte parleremo di prezzo del gas e di come le importazioni di gas dagli USA danneggino l’ambiente e la transizione ecologica. Nella seconda, ci concentreremo sul triangolo USA, Israele e Iran e su come un’eventuale chiusura del Golfo Persico farebbe esplodere il prezzo del petrolio.
Buona visione!

#petrolio #gas #inflazione #energia #ecologia #Iran #Ucraina

L’impasse dell’impero dopo il capolavoro iraniano

Carissimi ottoliner, anche oggi, prima di passare alle cose serie, un brevissimo aggiornamento sulla nostra travagliata love story col bimbo prodigio dell’analismo geopolitico fai da te del Tubo, il dottor Parabellum 7 cervellum; grazie alla sua sconfinata cultura e alla sua irraggiungibile perspicacia, Parabellum 7 cervellum, infatti, è riuscito a dimostrare una cosa che ci mette profondamente in imbarazzo: facciamo giornalismo scandalistico e puntiamo alla pancia dei complottari più buzzurri con la favoletta del noncielodikono. La prova provata? E’ sotto i vostri occhi: il nostro motto, il media del 99% che voi ingenuotti pensavate fosse un tributo all’arcinoto slogan di Occupy Wall Street; non a caso voi siete sempre e solo i soliti poveri comunisti e Parabellum 7 cervellum, invece, è CEO di un celebre think tank e vi svela un segreto: “Prendi ad esempio la presentazione di Ottolina” ha raccontato sul canale di Iban Grieco, “loro dicono raccontiamo quello che il 99% della gente non vi racconta” e giù risate. “Cioè” continua “se lo dicono da loro: noi siamo portatori di quella verità alternativa. Io” conclude “non ho mai scritto una cosa del genere sul mio canale”; visto il livello culturale, direi che la cosa stupefacente è che – comunque – sa scrivere e, a quanto pare, anche in modo efficace: grazie a un suo reclamo, infatti, Youtube c’ha buttato giù per la seconda volta il video che lo riguarda. L’altra volta la scusa era il copyright, ora la privacy.
Non gli deve rodere poi tanto, dai; l’ha presa benissimo, talmente bene che, tra una crociata contro i complottisti e l’altra, ha anche elaborato una sua teoria del complotto: secondo Parabellum 7 cervellum, infatti, tutti i video emersi ultimamente che dimostrano come il nostro raffinato analista abbia citato spesso dati a sproposito (ma, soprattutto, abbia completamente ribaltato la sua idea sul ruolo della NATO nel conflitto Ucraino) sarebbero frutto di un coordinamento tra noi, Andrea Lombardi, Dazibao e non so chi altro, intervenuti per difendere il nostro leader maximo Marco Travaglio dopo che, con le sue argomentazioni ficcanti nella fantastica realtà parallela in cui vivono i liberioltristi, lo aveva asfaltato in diretta streaming. Non ha esplicitato, però, a che titolo e in che modo siano intervenuti anche i servizi cinesi, gli hacker nordcoreani e i delfini soldati di Putin, ma non ho dubbio che, prima o poi, riuscirà a svelarcelo; e, con questo, abbiamo finito l’ormai immancabile appuntamento quotidiano con le fantastiche rivelazioni di Parabellum 7 cervellum e torniamo a occuparci di cose serie.
Anzi, no, perché qui la situazione è drammatica, ma non seria: impanicati per le potenziali conseguenze di un’eventuale reazione muscolare da parte di Israele, dopo che sabato l’Iran ha dimostrato di essere in grado di colpire tutti gli obiettivi militari che vuole all’interno dello Stato genocidario di Israele, la propaganda suprematista è alla disperata ricerca di un qualche trofeo simbolico da offrire in pasto all’opinione pubblica e al regime suprematista di Tel Aviv come contentino. Ed ecco, immancabile, il titolone del Corriere della serva: Spinta per le sanzioni all’Iran, spiattella a 6 colonne in prima pagina; Dagli USA alla UE: studiamo le misure. Uno studio, tutto sommato, piuttosto semplice anche per degli alunni non particolarmente brillanti come i camerieri delle oligarchie che guidano le istituzioni dell’Occidente collettivo; la minaccia delle sanzioni, infatti, rischia non essere esattamente uno spauracchio efficace, soprattutto dal momento che l’Iran le sanzioni secondarie illegali degli USA (che l’impero di Washington, grazie alla dittatura del dollaro, impone anche a tutti gli altri) sono in campo ormai da oltre 40 anni e, cioè, da quando la rivoluzione khomeinista ha liberato il paese da quel pupazzo dello Scià messo lì dagli USA con un colpo di stato per rovesciare il governo popolare e sovranista di Mossadeq, e riguardano sostanzialmente tutto, aiuti umanitari e farmaci salvavita compresi.

Maurizio Belpietro

Lo ricorda, in un editoriale totalmente delirante, anche Maurizio Belpietro su La Verità, solo che per lui, appunto, è cosa buona e saggia perché è un’arma di distruzione di massa che permette democraticamente di affamare gli iraniani e mettere in ginocchio la repubblica islamica e di proteggere gli interessi di quella che ancora oggi, dopo 15 mila bambini sterminati, definisce serenamente l’unica democrazia del Medio Oriente; Belpietro, anzi, ricorda come – per un paio d’anni – il ricorso sistematico a questa arma di distruzione di massa sia stato leggermente indebolito. Ed è stata proprio quella la causa di tutti i mali: Se l’Iran minaccia il mondo, è infatti il titolo dell’editoriale, ringraziate i Dem USA; Belpietro ricorda infatti come Obama, come sempre, s’era fatto guidare dal cuore tenero e dall’infantilismo politico tipico dei democratici e aveva concesso all’Iran una riduzione delle sanzioni unilaterali illegali. In cambio, ovviamente, Obama aveva pensato di poter ottenere che l’Iran rinunciasse allo sviluppo del nucleare, per permettere a Israele di essere l’unico paese della regione a detenere segretamente il nucleare al di fuori di ogni accordo internazionale e garantire, così, la supremazia strategica dell’avamposto coloniale dell’imperialismo USA; ma siccome – si sa – gli iraniani sono cattivi, invece che sfruttare questa possibilità “per migliorare le condizioni di vita della propria popolazione… hanno usato quei soldi per armarsi e per riempire gli arsenali di una serie di movimenti terroristi dell’area, senza mai sospendere il programma nucleare”. Ovviamente l’AIEA, in realtà, dopo le sue ispezioni affermava il contrario, ma anche Saddam diceva di non avere le armi chimiche e poi Powell dimostrò il contrario con una fialetta piena di borotalco all’ONU.
Fortunatamente, però, dopo quel bambinone di Obama arrivò alla Casa Bianca un vero macho tutto d’un pezzo come Trump che, dietro consiglio di un vero statista integerrimo come John Bolton, “stracciò l’accordo con Teheran” e dichiarò guerra agli ayatollah, tra embargo, accordi di Abramo per saldare il progetto coloniale israeliano alle monarchie assolute del golfo e una bella dose di omicidi extra giudiziali ed extraterritoriali che, insieme alle sanzioni illegali, sono il vero simbolo della democrazia e dello stato di diritto con caratteristiche statunitensi; peccato, però, che dopo questa età dell’oro alla Casa Bianca siano tornati uomini senza banana arancione e senza spina dorsale che, da bravi traditori dei veri valori dell’Occidente, le sanzioni hanno deciso di allentarle e hanno permesso così all’Iran di tornare a sostenere “Hezbollah, Houthi, Hamas e qualsiasi altro movimento di tagliagole in attività nel mondo islamico” (a parte quelli democratici addestrati e foraggiati da Israele, dagli Stati Uniti e dalle illuminate petromonarchie del Golfo, ovviamente) e ora, continua Belpietro, “L’agenzia nucleare mondiale ci informa che gli ayatollah sono a un passo dalla produzione della bomba atomica”. “Insomma” conclude Belpietro, “grazie a Obama, Clinton e Biden siamo sull’orlo di una nuova guerra, che non riguarda il Medio Oriente, ma tutto il mondo”.
Ora, io di cazzate – come sapete – sono abituato a leggerne tante, ma un intero editoriale dove non c’è nemmeno una, e dico una, notizia non dico vera, ma nemmeno verosimile, forse non m’era mai capitato (e meno male che il giornale si chiama La Verità); l’Iran infatti, al contrario di cosa farfuglia Belpietro, il ramo di ulivo offerto da Obama l’ha utilizzato per dare un po’ di respiro alla sua popolazione e alla sua economia, eccome: tra il 2012 e il 2015, infatti, con l’inasprirsi delle sanzioni l’Iran aveva subìto un tracollo economico impressionante che aveva visto il PIL passare da 640 a 400 miliardi; peggio di una guerra – e con altrettanti morti. Allentate le sanzioni, che – ribadiamo – non è una concessione, ma solo un ripristino di un minimo di legalità internazionale, l’economia iraniana ha ripreso a correre: oltre il 20% in due anni, due anni di attività frenetiche e di grandi aspettative. Se Belpietro, tra una propaganda suprematista e l’altra, avesse parlato non dico con qualche antimperialista, ma anche solo con qualche imprenditore italiano (di quelli che dice di difendere e rappresentare) lo saprebbe benissimo, a partire proprio da quelli politicamente più vicini a lui: ad esempio, dallo stesso Adolfo Urso, che aveva colto l’occasione al balzo e aveva fondato una società di consulenza per le aziende ad hoc.
Un periodo che ricordo benino perché, a differenza di Belpietro, ogni tanto (per mia disgrazia) ho anche lavorato e dovevo andare con una delegazione di imprenditori italiani a Teheran per documentare alcune trattative molto importanti e promettenti, a partire dai mega progetti di ammodernamento della rete ferroviaria – dove l’Italia e alcune sue eccellenze l’avrebbero fatta da padroni – fino a che non arrivò parrucchino e la sua gang di guerrafondai suprematisti che, su richiesta dello stato terrorista di Tel Aviv, mentre in Siria foraggiavano insieme il terrorismo islamista della peggior specie, ingaggiarono una guerra per la distruzione e il regime change a Teheran e l’Italia perse di botto commesse da centinaia di milioni e potenzialmente, in prospettiva, plurimiliardarie. E l’Iran ripiombò nella crisi e comprese che ogni tentativo di trovare un nuovo dialogo con l’Occidente era del tutto velleitario. L’unico obiettivo degli USA era impedire in ogni modo la stabilità di uno Stato sovrano nella regione che mettesse a rischio il suo progetto imperiale e neocoloniale, e l’obiettivo dell’Europa, molto banalmente, non c’era: era solo obbedire a Washington e smentire sistematicamente accordi presi il giorno prima; da lì, tutti gli sforzi della repubblica islamica si sono concentrati nell’organizzazione dell’asse della resistenza per mano di uno dei più grandi strateghi militari degli ultimi decenni, il leggendario generale Soleimani, poi barbaramente assassinato da Washington nell’ennesimo omicidio extragiudiziale.
La bomba più eclatante, però, Belpietro la tira quando afferma che l’IAEA (che non sa manco come si chiama) avrebbe affermato che “Gli ayatollah sono a un passo dalla bomba atomica”; peccato che, durante la conferenza stampa di martedì, Rafael Grossi, che dell’IAEA è il direttore generale, abbia detto esplicitamente che “Per quanto riguarda l’Agenzia non abbiamo alcuna informazione o indicazione che l’Iran abbia un programma di armi nucleari” . L’editoriale infarcito di fake news di Belpietro, purtroppo, però è soltanto il caso più sguaiato ed eclatante di una propaganda che dalla notte di sabato lavora instancabilmente per tentare di rovesciare completamente la realtà e, ancora una volta, trasformare l’aggressore in aggredito, fino al paradosso. Il nostro amico Paolo Ferrero, ex ministro della solidarietà sociale, ieri infatti è stato intervistato da una piccola radio: Ferrero, ovviamente, ha ricordato il precedente dell’attacco illegale criminale del regime genocida al consolato iraniano di Damasco, al che il giornalista ha spiazzato tutti ed ha chiesto “Ministro, ma lei come ha saputo di questo bombardamento contro l’ambasciata iraniana? Perché io non l’ho letto da nessuna parte”; ma non solo, perché oltre a ribaltare platealmente il rapporto aggredito – aggressore, nell’agenda della propaganda suprematista, infatti, ci sono almeno altre due partite altrettanto importanti.
La prima è decantare la supremazia militare dell’uomo bianco, che non può mai essere confrontata con quella dei popoli inferiori, ma – come ricorda anche Guido Olimpo sul Corriere della serva – a febbraio la TV di Stato iraniana aveva trasmesso in pompa magna una strana esercitazione militare: in un poligono, erano stati ricostruiti degli hangar che assomigliavano in tutto e per tutto alle strutture della base di Nevatim, la famosa base aerea del deserto del Negev, che sono stati raggiunti da una selva di missili con gittate dai 1.400 ai 2.000 chilometri e, cioè, esattamente quello che è successo sabato scorso; nello sciorinare le altissime percentuali di abbattimenti effettuati con successo dalla possente alleanza messa in piedi in fretta e furia dagli USA a sostegno del genocidio, si dimenticano di sottolineare che, per la stragrande maggioranza, si trattava di droni da due bicci che sono stati lanciati apposta per essere abbattuti, ma che, per essere abbattuti, hanno impegnato una bella fetta dell’antiaerea che ha lasciato dei buchi grossi come case dove i missili veri, invece, sono passati eccome. Risultato: gli obiettivi militari che l’Iran voleva dimostrare di essere in grado di colpire e, cioè, tre installazioni (tutte e tre coinvolte, a vario titolo, nell’attacco criminale al consolato iraniano di Damasco), sono stati tutti colpiti. L’entità dei danni non è chiara, ma, con ogni probabilità, sono minimi – e graziarcazzo, non era quello lo scopo: lo scopo era semplicemente dimostrare che l’Iran è in grado, dal suo territorio, di colpire gli obiettivi che vuole.
La seconda partita, invece, è quella di dimostrare che in ballo non c’è la guerra tra l’imperialismo colonialista bianco e il resto del mondo, ma che abbiamo un sacco di amici anche nell’islam moderato – e, cioè, quello delle monarchie, meglio se assolute; il culmine del trash della propaganda woke al servizio di questa retorica coloniale l’ha toccato La Stampa con un articolo imbarazzante di Francesca Paci, scandalizzata perché “La sfida del velo non ci scalda più”, una battaglia coraggiosa per permettere alle donne gazawi di essere sterminate liberamente senza velo.
Ma – al di là delle solite trashate dell’imperialismo delle ZTL – in questa partita c’è anche un aspetto decisamente più inquietante: sin dall’inizio, infatti, si è giocata una partita delicatissima sul ruolo dei paesi arabi nell’alleanza che ha intercettato l’attacco iraniano. Quali paesi arabi siano stati coinvolti, e come, rimane ancora ad oggi un mistero; una cosa però è certa: se hanno aiutato Israele, lo hanno fatto contro le loro opinioni pubbliche che, anche laddove abbiano una pessima opinione dell’Iran, ovviamente questo sentimento non è comparabile con il disprezzo viscerale per l’entità sionista e l’imperialismo USA. Ergo, anche nel caso venga confermata la loro collaborazione, il loro interesse fondamentale è che rimanga tutto dietro le quinte (come d’altronde sono sempre rimaste le trattative e i negoziati, in particolare tra sauditi e israeliani) e tutto questo ancora prima che Israele sterminasse decine di migliaia di bambini e affamasse tutti gli altri; e visto che questi eventuali partner locali per Israele e per l’imperialismo USA sono fondamentali e sono in una posizione delicatissima, a rigor di logica il primo obiettivo della nostra propaganda dovrebbe essere quello di negare un loro ruolo anche di fronte all’evidenza.
Eppure, a questo giro, è successo esattamente il contrario: nonostante non vi siano notizie certe – e nonostante sauditi ed emiratini abbiano addirittura evitato sistematicamente anche solo di condannare l’operazione iraniana, al contrario di quanto avvenuto nel caso dell’attacco terrorista di Tel Aviv al consolato iraniano di Damasco, prontamente condannato in mondovisione da tutte le cancellerie dell’area – già domenica tutti i nostri media di regime sottolineavano con forza il ruolo attivo dei paesi arabi; forse, come dice Parabellum, sono diventato complottista e cavalco la retorica del noncielodikono, ma a me, sinceramente, questa roba mi è puzzata un po’ di operazione piscologica spinta dai servizi sin da subito. E quel sospetto è diventato, ieri, un’ossessione quando su La Stampa ho visto questa intervista qua: un giornalista anonimo intervista un riservista anonimo israeliano che parla di piani anonimi che prevedono il coinvolgimento anonimo di paesi arabi anonimi; quanto sono complottista inside, da 1 a 10, se mi viene il sospetto che questo articolo l’abbia pubblicato direttamente l’intelligence senza neanche passare dalla redazione? “Ci sono rapporti e smentite a proposito del ruolo svolto dai paesi arabi” chiede l’intervistatore anonimo; “qual è stato l’apporto degli stati arabi?”. “Quello che posso dire” risponde il riservista anonimo “è che per dispiegare questo tipo di difesa, in grado di bloccare un attacco di quella portata, abbiamo utilizzato risorse che non sono solo di dominio israeliano. E che a livello di spazio aereo, per affrontare qualcosa che viene da est, abbiamo dovuto volare da qualche parte a est di Israele, sopra territori che sono al di fuori dei nostri confini. Tutto è stato fatto in coordinamento, ma non posso entrare nel dettaglio di chi esattamente ha fatto cosa”; “Cosa comporta la cooperazione, in materia di sicurezza, tra Israele e i partner arabi?” rilancia l’intervistatore anonimo: “Non aspettatevi che condivida i termini esatti dell’accordo, sempre che esista questo tipo di documento. Come si può immaginare, se uno Stato partecipa a questo tipo di coordinamento e ti permette di sorvolare il suo spazio aereo, si tratta di una relazione unica. Non sono qui per svelare alcun segreto. Ma chiunque sappia fare due conti, se si pensa a un missile che vola da centinaia di chilometri verso Israele e si vuole intercettarlo prima che arrivi a destinazione, bisogna volare in cieli altrui. E non è stato certamente fatto senza chiedere permesso”.
Ora, io purtroppo non ho il curriculum di Giuliano Ferrara e devo dire che non ho mai avuto a che fare con nessun servizio di intelligence; quindi, in realtà, esattamente come operano non lo so, ma questa intervista dove nessuno dice niente, priva di ogni qualsivoglia minimo riferimento a qualcosa di verificabile, che può voler dire tutto e il contrario di tutto, tutto sotto forma anonima, non è proprio palesemente e platealmente una roba da servizi?
Ora, ovviamente qui c’è un aspetto piuttosto comprensibile che è, appunto, la necessità dell’imperialismo di far finta di fare anche gli interessi almeno di pezzi di popolazione locale, una battaglia di propaganda che ha assunto toni paradossali nel solito articolo di Di Feo: USA, Israele e sunniti: la nuova alleanza che ha fornito lo scudo politico militare anti-Iran, titolava; cioè, non i loro governi dispotici, ma proprio i sunniti come etnia che, ovviamente, prima di dare una mano al regime genocida che sta sterminando in diretta streaming i loro fratelli, si tagliano un braccio. Come ha riportato candidamente anche Deutsche Welle per mano del suo inviato in Giordania: “L’Iran non è popolare in Giordania, in generale, ma rifiuto l’intercettazione dei missili iraniani da parte della Giordania e il suo coinvolgimento involontario in questa guerra” avrebbe affermato una manifestante pro Palestina che, secondo la giornalista, rappresentava lo spirito diffuso nella piazza. Nelle ore successive, diverse fonti saudite, tra cui al Arabiya, hanno riportato dichiarazioni anonime che escludevano categoricamente ogni coinvolgimento saudita nell’alleanza costruita in fretta e furia dagli USA a difesa del genocidio. Ovviamente non significa che sia vero, anzi; ma ovviamente, immagino – che abbiano dato un sostegno o no – vedersi sputtanati così su tutti i media occidentali non credo gli abbia fatto piacere. E non credo che aumenti la capacità di USA e Israele di riportarli nettamente dalla loro parte, dopo le manovre di avvicinamento agli iraniani magistralmente coordinate l’anno scorso dalla diplomazia cinese.
Sarò ottimista, ma in questa maldestra operazione psicologica da parte della propaganda occidentale io vedo un chiaro segno di debolezza che non può che spostare ulteriormente i rapporti di forza a favore dell’asse della resistenza e convincere ancora di più le petromonarchie che il regime coloniale non è più in grado di garantirne la sicurezza in opposizione alle forze popolari e antimperialiste dell’area e che, se vuole tentare di far sopravvivere il suo regime feudale, deve provare attivamente a trovare un nuovo equilibrio regionale che le permetta di emanciparsi dal ruolo di cagnolino obbediente dell’imperialismo. L’operazione psicologica fatta dall’impero ai danni dei suoi partner arabi, da questo punto di vista, potrebbe essere un tentativo disperato di entrare a gamba tesa sulla dialettica interna a questi paesi per metterli di fronte a un fatto compiuto: è inutile che vi arrampichiate sugli specchi per dimostrare all’opinione pubblica della regione che non siete gli utili idioti dell’imperialismo, perché vi abbiamo già sputtanato. E potrebbe anche essere il tentativo di fornire un assist alle fazioni più filo-occidentali e più dubbiose sulla possibilità di costruire una nuova distensione con l’Iran e l’asse della resistenza che non metta automaticamente a rischio la sopravvivenza del loro regime premoderno.
Una cosa è certa: l’era dove USA e Israele colpivano a destra e manca senza dover temere le ripercussioni e disponendo a loro piacimento degli Stati pupazzo dell’area sembra essere definitivamente tramontata ed essere ancora in salute solo nella propaganda delle SS, gli specializzati in stronzate che ancora parassitano il nostro sistema mediatico. Mentre l’asse della resistenza dà il benservito all’imperialismo, noi almeno facciamo la nostra parte per dare il benservito ai suoi pennivendoli. Aiutaci a costruire un vero e proprio media alternativo, che dia voce al 99%: aderisci alla campagna di sottoscrizione di Ottolina Tv su GoFundMe e su PayPal.

E chi non aderisce è Maurizio Belpietro

Russia e Iran asfaltano il mito dell’invincibilità dell’impero e impongono l’ordine multipolare

Carissimi ottoliner, anche oggi – prima di passare alle cose serie – un po’ di Cabarellum e vaudeville vario dal mondo incantato delle bimbe di Bandera: ieri, infatti, vi avevamo mostrato uno screenshot che dimostra come Parabellum stia rassicurando la sua fanbase sulla sua ferma intenzione di respingere al mittente le accuse di Ottolina Tv andandolo a dire all’avvocato, dopo averlo già detto alla mamma Youtube. In 25 anni di Report, è l’atteggiamento standard che ho sempre riscontrato in chi era stato colto in castagna: invece che rispondere nel merito, annunciare una querela; ovviamente sanno benissimo che la querela non va da nessuna parte, ma per chi in cuor suo, comunque, li ha già assolti a prescindere, rappresenta una rassicurazione sempre molto efficace e se lo fanno multinazionali multimiliardarie dalle quali dipende una fetta importante della nostra vita, perché mai non dovrebbe farlo anche Parabellum che, come sottolinea lui, è addirittura CEO di un think tank? Amministratore delegato: una carica prestigiosa, mica cazzi; peccato si riferisca a un’azienda che, secondo le visure camerali, non vanta poi tantissimi dipendenti. Anzi, ne vanta 0. E’ un po’ come se quello che ti fa il cappuccino la mattina, invece che come barista, si presentasse come CEO del Bar da Luigi e Ivana, o come quando qualcuno mi definisce il direttore di Ottolina Tv, a me, che non sono in grado nemmeno di dirigere quelle due carognette dei mi’ figlioli.
Il fatto ingiurioso che avrebbe spinto un paladino del mondo libero come Parabellum a pensare di rivolgersi a un avvocato, è questa copertina – oppure questo meme (non ho capito bene, sinceramente): Parabellum sostiene, infatti, che anche quando ha avuto da ridire, ad esempio, con Lilin, non ha fatto nessun meme perché – sottolinea – “Si attacca la tesi, non il relatore”; evidentemente, come per la definizione di chi è l’aggressore e chi l’aggredito nella guerra per procura in Ucraina, crescendo (e fatturando) ha cambiato idea. Questa, infatti, è la copertina di un suo vecchio video e questo, in basso a sinistra, è Alessandro Orsini con la faccia sovrapposta a quella di Efiliate, il mostro di 300 che tradisce Sparta per passare col nemico; e questa, invece, è un’altra copertina di una live del suo sponsor principale, il raffinatissimo intellettuale e grandissimo giornalista d’inchiesta Ivan Grieco, che s’è fatto tutta una live con questa parrucca perculando sempre Orsini. Ho come il sospetto che qui c’è chi rischia di avere la bocca e le dita più veloci dei neuroni; e con questo concludiamo l’appuntamento quotidiano con l’incredibile mondo delle bimbe di Bandera e torniamo a occuparci di cose un pochino più serie.

Stephen Bryen

Secondo l’ex vice sottosegretario alla difesa USA Stephen Bryen, ormai in Ucraina “la Russia domina lo spazio aereo” e le difese aeree ucraine sono letteralmente scomparse e, secondo Bloomberg, questo ormai alimenta “la paura che l’esercito ucraino sia vicino al punto di rottura”; al che uno dice eh vabbeh, grazialcazzo, le forze armate russe mica sono un avversario qualsiasi. Prima di essere folgorato sulla via di Damasco che porta dritto all’interno dei salotti buoni della propaganda analfoliberale, pure Parabellum lo diceva che “mettercisi contro dal punto di vista militare è stupido”; il problema, però, è che l’insormontabile scoglio russo è solo la punta dell’iceberg: da ormai 4 mesi gli USA si sono ritrovati impantanati in un conflitto nel Mar Rosso che, inizialmente, la propaganda aveva provato a spacciare come una sorta di passeggiata di piacere. Contro quegli scappati di casa di Ansar Allah, il problema sembrava sostanzialmente quello di mantenere un po’ il contegno e non infierire in modo troppo violento contro un nemico così platealmente inferiore; dopo 4 mesi di bombardamenti illegali e un imponente impegno di forze e di risorse che, probabilmente, gli USA avrebbero preferito concentrare sul Pacifico – dove si continuano a scaldare i motori per il vero grande conflitto sistemico che l’impero dovrà affrontare per tentare di rinviare il suo inesorabile declino – gli USA hanno dovuto fare anche qui un discreto bagno di realtà, fino ad arrivare a dichiarare, per bocca dell’inviato speciale per lo Yemen Tim Lenderking, che “siamo consapevoli che non c’è una soluzione militare, e siamo a favore di una soluzione diplomatica”. “Gli Stati Uniti” scrive il giornalista libanese Kalil Nasrallah su The Cradle “hanno segretamente offerto una straordinaria serie di concessioni ad Ansar Allah per fermare le sue operazioni navali a sostegno di Gaza”, ma, purtroppo, “senza alcun risultato”.
Nel frattempo, gli USA subivano un attacco nella loro principale base al confine tra Siria e Giordania, che rappresentava un’altra pietra miliare nella strada che porta al declino: per la prima volta diventava chiaro che la loro contraerea non era più in grado di garantire la sicurezza delle installazioni militari dell’impero nel Medio Oriente, uno snodo storico: nel caso di un’evoluzione del genocidio in corso verso una guerra regionale, gli Stati Uniti, infatti, si troverebbero nell’impossibilità di dispiegare in sicurezza le loro forze di terra nell’area.
E, infine, ecco che arriva la spettacolare operazione militare iraniana di sabato scorso. Per capirne l’impatto reale basta vedere il panico che ha sollevato in tutte le redazioni impegnate nel sostegno allo sterminio dei bambini palestinesi che, come sempre di fronte a una realtà che non rientra nell’idea della insindacabile superiorità dell’uomo bianco rispetto al resto della popolazione mondiale, fanno presto: ribaltano la realtà e chi s’è visto s’è visto. Israele e Occidente respingono l’Iran titolava ieri Il Giornanale: “L’abbattimento del 99 per cento degli ordigni” esulta Gian Micalessinofobia “è anche la più significativa vittoria conseguita dal premier israeliano Benjamin Netanyahu in sei mesi di guerra”; beh, immaginiamoci le altre, allora… Come scriveva giovedì scorso Chaim Levinson su Haaretz, “Dobbiamo cominciare a dire chiaramente quello che non potrebbe essere detto: Israele è stato sconfitto. Una sconfitta totale”: “Gli obiettivi della guerra non verranno raggiunti” sottolinea Levinson, “gli ostaggi non verranno restituiti, la sicurezza non verrà ripristinata e l’ostracismo internazionale di Israele non finirà”.
Ora, ovviamente, fare un bilancio di un conflitto è sempre piuttosto complicato e il tutto è sempre fortemente influenzato dai vari bias cognitivi e dal wishful thinking di ognuno; la buona notizia, però, è che per il livello che interessa a noi qui, adesso, questa sostanziale impossibilità di determinare – oltre ogni ragionevole dubbio – chi vince e chi perde, non conta: il punto, infatti, è che all’impero non basta non perdere il singolo conflitto – e nemmeno vincerlo. Per stare in piedi, l’impero ha bisogno che i suoi vassalli siano convinti del fatto che, alla fine, molto banalmente non può perdere: l’idea dell’invincibilità dell’impero è il più importante e irrinunciabile dei suoi asset, a maggior ragione quando è in declino; l’impero in ascesa, o nell’era del suo massimo splendore, sui suoi vassalli è in grado di esercitare la sua egemonia, che significa che, in cambio della rinuncia alla tua sovranità, puoi comunque partecipare alla redistribuzione di una parte dei dividendi di questo ordine. Insomma: non conti una sega, non puoi decidere, ma comunque, alla fine – almeno da alcuni punti di vista – ci guadagni. L’ordine fondato sull’impero in declino, invece, tutti questi dividendi da distribuire ai vassalli per tenerli buoni e convincerli che quell’ordine è nel loro stesso interesse, non li genera più: l’impero in declino, i suoi vassalli li deruba senza dare niente in cambio e l’unica cosa che impedisce ai vassalli di ribellarsi è proprio il monopolio della forza bruta e l’idea dell’invincibilità dell’impero. Non a caso gli USA, su questo, hanno voluto eliminare ogni dubbio: le 1000 basi sparse per il pianeta e una spesa militare che, da sola, eguaglia sostanzialmente la spesa militare del resto del mondo messo assieme, servono proprio a questo, un segno chiaro e inequivocabile della propria supremazia, ma i segni, ormai, potrebbero non essere più sufficienti. Tutti gli esempi che abbiamo elencato rapidamente sopra rappresentano una mazzata gigantesca al mito dell’invincibilità e, a ben vedere, non potrebbe essere altrimenti: la gigantesca macchina bellica statunitense che è di gran lunga, ancora oggi, la più imponente dell’intera storia dell’umanità, sconta infatti due criticità strutturali che cominciano ad avere un peso insostenibile.
La prima è che buona parte di quello sterminato budget serve molto più a ingrassare le casse delle oligarchie del comparto militare industriale (e le tasche di quella che il nostro amico David Colantoni definisce la classe militare) che non a potenziare davvero la macchina bellica USA: l’esempio eclatante sono la quantità smisurata di quattrini che vanno sempre in nuovi armamenti che promettono magie e, alla fine, sul campo si rivelano più o meno avere la stessa funzionalità dei vecchi – ma con costi di ordini di grandezza superiori – che, spesso, sottraggono risorse a cose che non fanno tanta notizia, ma che sono davvero indispensabili, come le munizioni. La seconda è quello che definiamo il vantaggio asimmetrico della resistenza antimperialista che è, ad esempio, quello che ha portato gli USA a subire una disastrosa sconfitta in Vietnam e che, comunque, anche nelle guerre successive gli ha impedito di ottenere vittorie stabili e durature anche dopo aver temporaneamente annientato un nemico infinitamente più debole. Ma prima di proseguire in questo viaggio dentro la fine del mito dell’invincibilità dell’impero, ricordatevi di mettere mi piace a questo video per aiutarci a combattere la nostra piccola guerra asimmetrica contro la dittatura degli algoritmi e, già che ci siete, anche quella di logoramento contro la propaganda suprematista iscrivendovi a tutti i nostri canali e attivando le notifiche; perché se l’impero, nonostante tutto, ancora oggi continua a infinocchiare qualcuno con il mito dell’invincibilità è solo a causa della gigantesca macchina propagandistica che affianca quella militare, ma che, come quella militare, dovrà fare i conti sempre di più con il vantaggio asimmetrico dell’antimperialismo e, cioè, voi, la gente comune e onesta che s’è rotta i coglioni di sorbirsi le loro cazzate.
Tra i tanti meriti dell’operazione militare effettuata dall’Iran sabato scorso, sicuramente una menzione speciale va a come abbia, per l’ennesima volta, esposto chiaramente a tutti la ferocia di cui è capace il suprematismo colonialista dell’uomo bianco quando qualcuno si azzarda davvero a metterlo in discussione armi alla mano: i giornali di ieri erano un tripudio di sostegno incondizionato allo sterminio dei sottouomini, con una proliferazione degli ormai onnipresenti SS, i sostenitori di stronzate, da fare impallidire i regimi più sanguinari della storia umana. Secondo Il Foglio “Si è svelato il vero Iran”: “Israele” scrivono gli amici del genocidio grazie ai soldi delle tue tasse “fa la stabilità del Medio Oriente contro l’Iran, mina vagante”, con a fianco una imperdibile chicca delle sempre imbarazzante Cecilia Sala che sostiene, addirittura, che “Allo stadio e in fabbrica gli iraniani dicono: non siamo chi ci governa” e chiedono info per prendere la tessera di Italia Viva; d’altronde, rilancia Micalessinofobia su Il Giornanale, “Per Netanyahu” si è trattato di “una vittoria totale”. “Forza Israele” rilancia ancora Il Foglio: “La nuova guerra per la libertà che combatte Israele riguarda tutti noi”.
Ma il vero colpo di classe è che, contemporaneamente, la stessa identica propaganda suprematista fa un salto mortale e prova a coprire anche l’interpretazione diametralmente opposta e, così, basta scorrere una pagina e, da un terribile attacco alla stabilità della regione (che ai bambini sterminati da Israele tanto stabile forse non appare), l’operazione iraniana ecco che, per magia, diventa una cos’e niente architettata da degli scappati di casa che non riuscirebbero a fare paura manco a una scolaresca. Il trait d’union tra queste due versioni apparentemente inconciliabili è uno solo: l’impero è invincibile e, come la metti la metti, non c’è resistenza che possa ottenere risultati significativi; tocca solo capire se ignorarla perché, alla fine, è innocua o raderla al suolo perché si è azzardata ad alzare la testa. Decidere razionalmente di compiere un’azione, portarla a termine e raccoglierne i risultati è una prerogativa della superiore civiltà dell’uomo bianco; gli altri sono attori irrazionali che a volte scalciano, a volte sconigliano, ma che mai e poi mai possono avere e perseguire un’agenda politica autonoma e razionale: ma siamo proprio sicuri sia davvero andata così?

droni sulla Spianata delle moschee

Prima questione: l’operazione militare è stata una minaccia inquietante contro il resto del mondo o una pagliacciata? Ovviamente, piuttosto chiaramente, nessuna delle due; che non si sia trattato di una semplice pagliacciata lo dimostra un dato su tutti: l’Iran, in tutto, avrebbe speso alcune decine di milioni, Israele – e i vari amici sostenitori dello sterminio dei bambini palestinesi – oltre 1 miliardo. Se è stata una pagliacciata, per il mondo libero di sterminare non è stata a buon mercato. L’Iran avrebbe speso così poco per un motivo molto semplice: il meglio del suo arsenale non l’ha tirato in ballo. Il motivo è piuttosto semplice: la risposta iraniana all’attacco criminale di Israele contro il suo consolato a Damasco voleva essere misurata e proporzionale. L’obiettivo mi pare chiaro: si voleva evitare di offrire a Israele una scusa valida per replicare, a sua volta, con un’altra ritorsione sproporzionata che avvicinerebbe una regionalizzazione del conflitto che non vuole nessuno (a parte, appunto, i suprematisti sionisti in preda al peggiore dei deliri ideologici autodistruttivi). Per calibrare l’attacco, l’Iran – addirittura – avrebbe trattato direttamente con gli USA per capire qual era il limite possibile per infliggere a Israele un duro colpo strategico, ma permettere, comunque, agli USA e agli altri amici del genocidio di mantenere una certa distanza da Israele e non supportare acriticamente ogni tipo di reazione, fatto per cui alcuni analisti un po’ confusi hanno parlato, appunto, di una messa in scena teatrale che non fa altro che rafforzare l’occupazione sionista; una lettura molto superficiale che denota una scarsa capacità di lettura di cosa sia e come funzioni l’imperialismo.
Per quanto gli USA vogliano, in tutti i modi, evitare un’escalation regionale, la loro copertura di Israele in quanto avamposto dell’imperialismo USA nella regione non potrà mai venire meno, dal momento che una sconfitta di Israele significherebbe una vittoria del mondo multipolare e postcoloniale; quindi, anche nel caso Israele decidesse di trasformare il genocidio in una guerra regionale, per quanto contrario l’imperialismo USA non potrebbe che correre in loro soccorso facendo, così, naufragare definitivamente la strategia USA che comporta un disimpegno dal Medio Oriente per potersi concentrare sul Pacifico. In sostanza, le priorità USA hanno un ordine gerarchico preciso: primo, impedire agli attori del nuovo ordine multipolare di avanzare fino a trasformare alcune aree del pianeta in aree sotto la loro influenza e totalmente indipendenti dal progetto imperiale USA e, solo dopo, riuscire a mantenere questo equilibrio grazie ai propri proxy per potersi permettere di concentrarsi principalmente nel principale dei fronti della guerra contro il declino imperiale che è, ovviamente, il Pacifico. La strada che si trova, quindi, a percorrere l’Iran è oggettivamente stretta e va percorsa con cautela; chi, invece, ci vede un’autostrada da percorrere con l’acceleratore a paletta rischia di essere o un incompetente o un avventuriero, ma sulla pelle altrui: all’interno di questa strada strettissima, allora, il punto è stabilire se l’Iran abbia ottenuto qualcosa di veramente significativo oppure, come sostengono i detrattori, abbia semplicemente fatto una messa in scena per accontentare la sete di vendetta del suo popolo che, in quanto non occidentale, è ovviamente feroce e anche parecchio limitato.
Il primo obiettivo, ovviamente, è quello della deterrenza e come sottolinea giustamente su X la nostra amica Rania Khalek di BreakThrough News “Se Israele fosse stato colto di sorpresa e non avesse avuto a disposizione diversi giorni per mitigare l’impatto dell’attacco iraniano, il danno sarebbe stato enorme. Una vera guerra al contrario non verrebbe annunciata in anticipo in modo che Israele possa preparare una sorta di sinfonia delle difese aree dei suoi alleati. Biden” deduce Rania “comprende questo rischio, ed è il motivo per cui ha affermato che non sosterrà un eventuale contrattacco israeliano” soprattutto perché, appunto, ammesso e non concesso che gli arsenali svuotati dei sostenitori dello sterminio dei bambini palestinesi e la loro base industriale sia, alla prova dei fatti, in grado di sostenere questo livello di fuoco, a non poterlo sostenere – probabilmente – sarebbero ancora prima i portafogli. “L’equazione nella regione” conclude Rania “è cambiata, e l’Iran lo ha fatto magistralmente e responsabilmente senza innescare la grande guerra”.
Nello specifico dell’operazione militare iraniana, un altro aspetto molto interessante è quello sottolineato dal sempre ottimo Fadi Quran di Avaaz, sempre su X: ricordando una vecchia lezione a cui ha assistito alla Stanford University, Fadi sottolinea come “La portata dell’attacco iraniano, la diversità dei luoghi presi di mira e le armi utilizzate, hanno costretto Israele a scoprire la maggior parte delle tecnologie antimissilistiche di cui dispongono gli Stati Uniti e i suoi alleati nella regione. Gli iraniani” continua “non hanno usato armi che Israele non sapeva avessero, ma ne ha semplicemente usate molte. Gli iraniani invece ora probabilmente hanno una mappa quasi completa di come appare il sistema di difesa missilistico israeliano, così come di dove in Giordania e nel Golfo gli Stati Uniti hanno installazioni”; “questo” sottolinea ancora Quran, per Israele rappresenta “un costo strategico enorme: l’Iran adesso può decodificare tutte queste informazioni e ha gli strumenti per un futuro attacco enormemente più mortale”. “Chiunque sta sottolineando che si è trattato soltanto di un’operazione scenografica, non tiene in dovuta considerazione il fatto che raccogliere informazione sulle posizioni del nemico è estremamente prezioso, soprattutto se siamo di fronte a una lunga guerra di logoramento”; “Netanyahu e il governo israeliano” conclude “preferiscono una guerra rapida, calda e urgente in cui possano attirare l’America. Gli iraniani invece preferiscono una guerra di logoramento più lunga che privi Israele delle sue capacità di deterrenza e lo renda per gli arabi e gli Stati Uniti un alleato troppo costoso da sostenere”, soprattutto dal momento che questo continua ad essere solo uno dei tanti fronti e altrove non è che le cose vadano esattamente molto meglio.
Le difese aeree sono scomparse, titola Asia Times; la Russia domina lo spazio aereo dell’Ucraina: nell’articolo, il vice sottosegretario alla difesa USA Stephen Bryen ricorda come “La maggior parte dei sistemi di fascia alta precedentemente forniti dagli Stati Uniti e dall’Europa sono stati distrutti o hanno esaurito i missili intercettori”; “Ora” continua Bryen “gli Stati Uniti hanno annunciato che forniranno 138 milioni di dollari per mantenere e riparare i sistemi di difesa aerea HAWK precedentemente consegnati all’Ucraina”. Un sistema che, però, ormai non riscuote più molto successo: Taiwan ha recentemente deciso di liberarsene, sostituendoli con un sistema autoctono denominato Tien Kung e Israele ha dichiarato che quelli che gli rimangono sono ormai in pessime condizioni e non sono operativi, e che li sta sostituendo con i suoi Fionda di David. D’altronde l’HAWK è un sistema di difesa antiaerea semimobile che, nella sua versione originale, risale ormai agli anni ‘50; nel tempo sono stati implementate diverse migliorie, ma il grosso delle componenti sono “circuiti integrati di media scala che sono per lo più fuori produzione”: “è piuttosto improbabile” sottolinea Bryen “che una qualsiasi fonderia sia disposta a intervenire sulle sue linee per produrre una manciata di queste componenti, e quindi i computer, i componenti di guida, il sistema di controllo del fuoco, i radar e l’elettronica di bordo potrebbero avere i giorni contati”. E anche se riuscissero a risolvere questo collo di bottiglia, la reale efficacia, comunque, rimarrebbe opinabile: “Quanto sia efficace HAWK contro le minacce moderne” sottolinea infatti Bryen, “non è chiaro”; “Generalmente si ritiene che la capacità di uccisione di HAWK contro gli aerei sia superiore all’85% se lanciato in tandem (e, cioè, due missili per bersaglio)”, se il bersaglio è sufficientemente vicino, però. La gittata dei missili HAWK, infatti, non supera le 30 miglia; le bombe plananti – che vengono usate sempre di più dall’aviazione russa – partono da ben più lontano, ma ancora più dubbi ci sono sulla capacità del sistema HAWK di neutralizzare sciami di droni e missili balistici – per non parlare degli ipersonici. Insomma, “La conclusione” scrive Bryen, è che nonostante tutti i soldi e i quattrini di USA e alleati “ l’Ucraina non dispone più di difese aeree efficaci in grado di proteggere le infrastrutture critiche o fermare gli aerei russi sul campo di battaglia o nelle sue vicinanze, e senza difese aeree efficaci, la Russia domina lo spazio aereo dell’Ucraina”. E proprio grazie, in buona parte, al dominio dello spazio aereo, ribadisce Bloomberg, “Gli attacchi russi all’Ucraina alimentano la paura che l’esercito sia vicino al punto di rottura”: “Gli attacchi missilistici della Russia al sistema energetico ucraino, il bombardamento della sua seconda città più grande e l’avanzata sul fronte alimentano le preoccupazioni che lo sforzo militare di Kiev sia vicino al punto di rottura”, ricorda Bloomberg; “Una grave carenza di munizioni e manodopera lungo il fronte di 1.200 chilometri e le lacune nella difesa aerea mostrano che l’Ucraina è nel suo momento più fragile in oltre due anni di guerra” e “il rischio è un crollo delle difese ucraine, un evento che darebbe al Cremlino la possibilità di fare un grande passo avanti per la prima volta dalle fasi iniziali del conflitto”.
Nel condurre la sua guerra contro il resto del mondo per perpetuare un sistema globale fondato sul primato di una piccola tribù sul resto della popolazione mondiale, l’impero, quindi, si trova a combattere contemporaneamente da un lato con grandi potenze militari contro le quali sconta un importante deficit in termini di base industriale e, dall’altro, con attori in grado di sfruttare in vario modo i vantaggi asimmetrici (che così, a occhio, come minimo, è più che sufficiente per far venire qualche dubbio sul supposto strapotere dell’impero) e quando un servo comincia ad annusare che lo strapotere del suo padrone potrebbe non essere più così solido, inevitabilmente comincia a guardarsi intorno per capire se ci sono alcune alternative, soprattutto se è consapevole che, in un eventuale successo della rivolta degli schiavi, insieme al padrone ad essere decapitato sarebbe pure lui. Da questo punto di vista, la caduta dell’impero potrebbe anche essere accelerata dal collo di bottiglia in cui si è infilato a causa del suo continuo ricorso a dei proxy per portare avanti i suoi obiettivi strategici, come d’altronde è già successo in passato con l’islam radicale; idem ora col sionismo radicale, in particolare degli alleati più esplicitamente clericofascisti del governo Netanyahu: l’agenda politica dei Ben Gvir e degli Smotrich, infatti – come, d’altronde, quella dei banderisti più oltranzisti in Ucraina – sembra guidata, in buona parte, non solo da opportunismo e utilitarismo (che, con tutti i loro difetti, per lo meno sono atteggiamenti che spingono a confrontarsi sempre con la realtà materiale e i reali rapporti di forza esistenti), ma proprio da un fervore ideologico degno della peggiore feccia nazifascista alla quale, spesso, si ispirano esplicitamente.
Al contrario delle oligarchie USA che, per quanto deprecabili, hanno dimostrato di saper fare piuttosto bene il loro interesse e, quindi, di avere un’idea piuttosto precisa della realtà (altrimenti l’impero più vasto e potente della storia umana, di sicuro, non lo costruisci) questa feccia iperideologizzata vive in una realtà parallela e rischia di portare le oligarchie stesse a sbattere contro il muro – che sarebbe anche un ruolo oggettivamente positivo se non fosse che, nel farlo, hanno questo vizietto di sterminare una quantità spropositata di esseri umani e di portare l’intera umanità a un passo dall’autodistruzione definitiva anche senza nessuna utilità evidente; il problema, però, è che le oligarchie, per quanto possano anche realizzare lucidamente che i neonazisti di Azov – come i coloni millenaristi – facciano più danni della grandine, non possono sottrarsi dal sostenerli perché, comunque, la priorità strategica è impedire ai loro nemici (e, cioè, a qualsiasi paese che punti a indebolire l’unipolarismo USA per rafforzare la sua sovranità, accelerando la transizione verso un nuovo ordine multipolare) di ottenere qualche successo significativo. Ed ecco, così, come un genocidio e una pulizia etnica, anche se controproducenti per gli obiettivi strategici USA, alla fine si trasformano nella meno peggio delle opzioni.
In questo scenario inquietante la speranza, appunto, è che laddove vi siano dei margini di manovra, gli stati vassalli ne approfittino per prendere le distanze; purtroppo, però, al momento questa speranza appare spesso decisamente vana: nel caso di Israele, ad esempio, le forze europee effettivamente hanno fatto meno ostruzionismo degli USA per trovare una soluzione nell’ambito dell’Assemblea generale e del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite; ciononostante, però, per implementare le decisioni della Corte internazionale di giustizia, prima, e del consiglio di sicurezza, poi, non hanno mosso mezzo dito, mentre quando si è trattato di difendere lo stato genocida di Israele dalla legittima reazione iraniana – tutto sommato contenuta e fin troppo proporzionata – hanno ritrovato tutto lo smalto che sembravano aver perso e hanno messo in campo tutta la loro forza militare deterrente.
Da questo punto di vista, vorrei spezzare una lancia a favore del governo italiano, in particolare Antonio Tajani: tra i leader europei, infatti, così a occhio, è stato quello che ha espresso probabilmente la posizione più avanzata. Prima di tutto ha sottolineato il nesso diretto con l’attentato criminale all’ambasciata iraniana di Damasco, lasciando campo libero all’interpretazione di Teheran, prima, e di Mosca poi, che l’operazione militare iraniana sia stata del tutto legittima dal punto di vista del diritto internazionale. Ma poi è stato anche uno dei primissimi a esprimere pubblicamente e con parole chiare l’auspicio che Israele non risponda a questo attacco; probabilmente hanno pesato le forti relazioni commerciali che il nostro paese ha sempre intrattenuto con Teheran, dove eravamo in prima linea anche per le infrastrutture ferroviarie, un megabusiness al quale abbiamo rinunciato in ossequio alle politiche imperiali USA – un altro esempio eclatante delle ferite che gli sgarbi dell’arroganza imperiale hanno seminato a destra e manca e che, in una fase di declino, potrebbero riemergere in superficie con più forza e più rapidità di quanto sia oggi prevedibile.
Il dominio imperiale USA è il principale nemico dell’umanità; la storia, inevitabilmente, troverà il modo di presentare il conto. Scopo dell’informazione mainstream oggi è coprire, con ogni mezzo necessario, la realtà di questo processo storico devastante ed è per questo che abbiamo sempre più urgentemente bisogno di un vero e proprio media che, invece che fare da megafono alle follie della propaganda suprematista, dia voce al 99%. Aiutaci a costruirlo: aderisci alla campagna di sottoscrizione di Ottolina Tv su GoFundMe e su PayPal.

E chi non aderisce è Maurizio sambuca Molinari

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