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Tag: ucraina

Israele e Ucraina vogliono spingerci in guerra – Ft. Alberto Fazolo

Oggi, nel consueto appuntamento del sabato, intervistiamo Alberto Fazolo che ci parla dell’UNRWA, del confronto tra Israele e Iran, della targetizzazione dei giornalisti nei vari conflitti in atto e ci porta le ultime dal conflitto russo-ucraino. Israele e l’Ucraina, sentendo aria di disfatta, cercano di coinvolgere gli alleati occidentali. Così Tel Aviv alza la tensione con l’Iran sperando di far entrare gli USA, mentre Kiev continua ad appellarsi all’UE nel tentativo di veder rimpiazzato il ruolo lasciato vuoto dagli USA. Una campagna indipendente per prendere una posizione: di fronte alla terribile crisi umanitaria nei territori palestinesi, le decisioni di molti paesi occidentali non ci rappresentano. Qualsiasi riduzione dei fondi incide pesantemente sulle attività dell’UNRWA. Mai come adesso il suo operato è essenziale.
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I deliri della propaganda filo-ucraina: se finiti missili e munizioni si moltiplicano le fake news

“Carissimi OttoliNERD” – ci scrive un nostro appassionato follower – “non raccontiamoci balle: onestamente, non puoi metterti contro la Russia dal punto di vista militare. E’ stupido. La Russia è un paese estremamente orgoglioso, un paese che non si fa schiacciare; non lo puoi trattare come un paese di secondo grado, come stanno tentando di fare gli americani da vent’anni, tradendo ogni accordo. Negli anni 90, ad esempio, la riunificazione della Germania era stata fatta con l’assenso della Russia in cambio della promessa da parte della NATO di non avere nessuna intenzione di espandere verso est i suoi confini: è la NATO che sta giocando da aggressore, non la Russia, anche per questioni economiche; se la Russia spende tanto in armamenti è perché è quasi costretta. Io non sono un russofilo, ma è paradossale spingere Estonia, Lettonia, Lituania, Ucraina e Polonia contro la Russia; è tutto un gioco politico americano per dividere la Russia dall’Europa, perché se la Russia si unisce all’Europa l’egemonia americana sul continente europeo finisce e noi, come europei, non dovremmo avere nessun interesse a porci come antagonisti con la Russia. La finta rivoluzione ucraina è nata semplicemente perché gli americani tentavano di bloccare il passaggio del gasdotto. Punto. Questo ormai è comprovato. Quando si sparò sulla folla, quelli che sparavano sulla folla erano dei mercenari e lo fecero per esacerbare la rivoluzione in modo che sembrasse che lo Stato sparasse sui cittadini e quindi, ovviamente, cascava giù il mondo. Non raccontiamoci balle”. A dire il vero, questa lettera è un po’ vecchiotta: risale ormai al gennaio 2022, prima dell’inizio della seconda fase della guerra per procura della NATO contro la Russia in Ucraina. L’autore? Forse lo conoscete.

L’avete riconosciuto? Esatto, è proprio lui: Parabellum, al secolo Mirko Campochiari, il pibe de oro degli analisti filoucraini che, evidentemente, più studia e più si confonde le idee: lo fa, soprattutto quando frequenti cattive compagnie. Fino a questa live, infatti, Parabellum, da bravo nerd, si faceva sostanzialmente i cazzi suoi e, se frequentava qualcuno, erano grossomodo nerd come lui, secchioni un po’ fuori dal mondo il cui unico scopo è saperne una più di te e avere ragione, proprio come piacciono a noi. Dopodiché è stato tutto un profluvio di Stirpe, Parsi e Boldrin e, soprattutto, di tanta tanta miniera con quel raffinato intellettuale di Ivan Grieco, le truppe d’assalto della propaganda imperialista e suprematista al gran completo che, passo dopo passo, lo hanno aiutato a costruire una narrazione sempre più radicalmente distaccata dalla realtà il cui unico fine è convincere l’opinione pubblica che più armi mandiamo in Ucraina e meglio è per la pace, la democrazia, ma – soprattutto – per la carriera che, per Mirko, ha subìto una svolta incoraggiante. A quarant’anni suonati, dopo 10 anni dal conseguimento della laurea in storia, Campochiari, nel giro di pochi mesi, passa magicamente dall’anonimato più totale ad essere accolto nelle famiglie della rivista Dominio prima e, addirittura, Limes poi; e, dopo un altro annetto, è pronto per il grande salto: a novembre 2023 fonda la Parabellum & Partners, un “think tank di analisi geopolitica, strategica e consulenza per aziende”, come si legge dal suo profilo Linkedin. Cosa vuol dire posizionarsi nel modo giusto al momento giusto… Peccato, però, che quella che per Campochiari è stata una straordinaria occasione di carriera che ha saputo cogliere con grande lucidità e pragmatismo, per altri sia diventata un’altra delle tante religioni laiche che la propaganda riesce ad affermare e che obnubilano le capacità cognitive più basilari, come il vincolo esterno o l’austerity, come per questo jesse pinkman su X, che sotto allo spezzone di video – pubblicato sul suo profilo da Andrea Lombardi – ha uno sprazzo di genio e commenta: “Ma chi sei, Andrea Lucidi? Io non amo Parabellum ma quelle cose non le ha mai dette… è diffamazione…” .
Di fronte alla disfatta Ucraina, la guerra di propaganda rimane l’unica guerra che vede l’Occidente collettivo e le sue oligarchie nettamente in vantaggio; tutti i gruppi di interesse del mondo, ovviamente, investono in propaganda, ma per ogni euro che tutto il Sud globale messo assieme investe per manipolare l’opinione pubblica – tra testate giornalistiche, think tank e intrattenimento – l’Occidente collettivo e, in particolare, gli USA ne investono migliaia. Il problema, però, è che il compito della propaganda occidentale al servizio delle oligarchie è molto più complicato perché qui non si tratta semplicemente di dare alla realtà una lettura più o meno favorevole, ma proprio di stravolgerla tout court e di inventarsene una parallela. Il buon Billmon su Moon of Alabama ieri mi ha sbloccato un ricordo: ve lo ricordate “il fantasma di Kiev”? Eravamo proprio nelle primissime ore dello scoppio della seconda fase della guerra per procura della NATO contro la Russia in Ucraina quando i media, improvvisamente, si riempirono di notizie di un leggendario pilota che, a bordo del suo mig-29, tirava giù gli aerei militari russi che si avvicinavano a Kiev come mosche: “Lottando contro ogni previsione con armi antiquate” ricordava Forbes “abbatté 40 aerei da guerra russi prima di soccombere finalmente al fuoco nemico tre settimane dopo l’inizio della guerra”; il ministro della difesa ucraino affermò che si trattava di uno delle dozzine di piloti esperti della riserva militare che erano tornati nelle forze armate dopo l’invasione russa e Poroshenko, l’oligarca ex presidente insediatosi dopo il golpe eterodiretto dagli USA dell’Euromaidan, nonché regista dei feroci crimini di guerra commessi contro le minoranze russofone del Donbass da lì in poi, pubblicò addirittura su Twitter quella che definiva una sua foto. Strano, perché due mesi dopo fu lo stesso comando dell’Air Force ucraina a dover ammettere che si trattava, ovviamente, di una leggenda inventata di sana pianta: la foto pubblicata da Poroshenko era una foto a caso presa dall’archivio del ministero della difesa.
“Due anni dopo” scrive Billmon “riecco la solita vecchia storia”; il riferimento è all’attacco dei droni ucraini in territorio russo la notte tra il 4 e il 5 aprile scorsi: Aerei russi distrutti in un grande attacco all’aeroporto di Morozovsk titolava il Telegraph. L’Ucraina lancia un massiccio attacco di droni distruggendo sei aerei e uccidendo 20 soldati russi replicava il Sun; L’Ucraina ha colpito aeroporti in Russia, distruggendo o danneggiando 19 aerei da guerra rilanciava col botto il sempre attendibilissimo Kyev Indipendent, ma forse si sono fatti prendere un po’ troppo dall’entusiasmo: “Non abbiamo ancora trovato alcuna prova visiva che le forze ucraine abbiano danneggiato o distrutto aerei o infrastrutture in una delle quattro basi aeree russe prese di mira dai droni nella notte tra il 4 e il 5 aprile”, dichiarava una fonte: contropropaganda ruZZa al soldo del Cremlino? Non esattamente: la citazione, infatti, è dell’Institute for the study of War, uno dei più prestigiosi think tank guerrafondai neocon americani, sempre in prima linea nel richiedere l’intervento a mano armata degli USA per qualsiasi cosa accada in ogni angolo del pianeta; d’altronde, appunto, terrorismo e guerra psicologica sono, sostanzialmente, le uniche armi rimaste a disposizione degli ucraini che se – dopo aver dilapidato tutto il dilapidabile in due anni abbondanti di guerra per procura – non possono più fare affidamento su copiose forniture di difese antiaeree e munizioni da parte dei pucciosissimi amici occidentali, possono comunque continuare a fare affidamento sui loro media e sulle decine di migliaia di persone che in Occidente, comprensibilmente, ritengono che scrivere vaccate e raccattare figure di merda seriali sia comunque meglio che lavorare.

Fino al degenero: nella giornata di lunedì, infatti, ad essere presa di mira è tornata la gigantesca centrale nucleare di Zaporizhzhia (foto), la più importante centrale nucleare non solo dell’Ucraina, ma dell’intera Europa; la centrale è entrata in pieno possesso delle forze armate russe già a partire dal marzo del 2022 ed era già stata oggetto di svariati attacchi, in particolare durante l’estate e l’inizio autunno dello stesso anno. La mattina del 7 aprile è stata nuovamente presa di mira: un primo drone, riporta sul suo canale Telegram il sempre impeccabile Andrea Lucidi, aveva colpito “un camion a cui si stava scaricando del cibo vicino alla mensa della centrale”; “Il secondo drone” continua Lucidi, risulta aver colpito “nell’area del porto di carico” mentre il terzo avrebbe colpito “la cupola dell’unità 6 della centrale”. L’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica, per voce del suo direttore generale Raphael Grossi, ha fatto sapere che, ovviamente, non ci sono minacce per la sicurezza, rivelando che “il fondo di radiazioni” non è cambiato, e graziarcazzo, direi: se per bucare una centrale nucleare bastasse un drone sarebbe piuttosto grave; è giusto per fare un po’ di caciara. E chi mai potrebbe avere l’interesse ad attaccare una postazione russa per sollevare un po’ di caciara? Sentiamo un po’. Provate a darvi una risposta.
Eehhhh… la fate facile voi propagandisti putiniani, e invece no: è tutto estremamente complicato e, come dice David settecervelli Puente, rischiate di fare affermazioni fuorvianti con contesto mancante, come per il Nord stream. I giornalisti seri, invece, vedono la complessità in tutte le sue sfaccettature: Accuse nucleari titola a 6 colonne La Stampa; “Dinamica incerta. Kiev: vogliono incolparci”. A esporre la tesi, una fonte indipendente affidabilissima: Andriy Yusov, il portavoce dell’intelligence militare ucraina che, in un’intervista all’Ukrainska Pravda, accusa la Russia di aver organizzato un attacco false flag “per minare il sostegno internazionale all’Ucraina invasa”; a differenza dell’utilizzo delle pale come armi da parte dei russi, dei denti d’oro strappati ai prigionieri come bottino di guerra, del fantasma di Kiev e delle decapitazioni di bambini di Hamas – sottolinea La Stampa – in questo specifico caso purtroppo “Né la versione russa né quella ucraina sono verificabili in modo indipendente” anche se, come sottolinea il comunicato dell’AIEA stesso, “Mentre si trovavano sul tetto del reattore – unità 6, le truppe russe hanno ingaggiato quello che sembrava essere un drone in avvicinamento”. Cioè, non solo si bombardano la centrale da soli, ma si bombardano anche i droni che usano per bombardare la centrale e poi, magari, si bombardano pure le truppe che hanno bombardato il drone che hanno usato per bombardare la centrale e, alla fine, si scopre che Zelensky – in realtà – è Prigozhin; d’altronde, li avete mai visti insieme?
Questo tipo di propaganda becera, comunque, in Occidente comincia a fare sempre meno effetto: come diceva Abramo Lincoln “Potete ingannare tutti per qualche tempo e qualcuno per sempre, ma non potete ingannare tutti per sempre” e, allora, quei pochi meglio selezionarli bene. E’ quello che sembra stiano cercando di fare gli Ucraini: lo avrebbe rivelato al britannico Times Andrei Kovalenko, capo del Centro per la lotta alla disinformazione presso il Consiglio di sicurezza ucraino; secondo Kovalenko, per l’Ucraina provocare tensioni tra gruppi etnici all’interno della Russia sarebbe “terreno fertile”. “Dopo l’attacco terroristico al Crocus di Mosca” sottolinea John Helmer “gli agenti ucraini sono diventati più attivi sui canali Telegram e cercano di incitare alla guerra etnica sfruttando l’origine etnica dei terroristi”; “Naturalmente” ha affermato Kovalenko “è molto utile per noi sostenere eventuali divisioni nazionali in Russia e fomentarle con l’aiuto dell’informazione… Stiamo usando tutto ciò che possiamo perché sappiamo che alimentando le tensioni etniche, stiamo indebolendo la Russia ”. Il Times rileva che il CPD dell’Ucraina sta cercando, attraverso i canali tagiki di Telegram, di suscitare simpatia per i terroristi che sono stati malmenati quando sono stati arrestati dalle forze di sicurezza russe: gli agenti ucraini provocano, così, i cittadini tagiki contro le forze dell’ordine russe; contemporaneamente, prosegue Kovalenko, “Kiev ha alimentato diverse voci per mettere l’uno contro l’altro russi e ceceni”. Sfortunatamente, è una tattica che non sta funzionando proprio benissimo, diciamo: secondo un recente sondaggio del centro Levada, infatti, in realtà “L’intensità complessiva degli atteggiamenti negativi nei confronti delle minoranze etniche della federazione, negli ultimi anni, è sensibilmente diminuita” e, in particolare, proprio nei confronti dei ceceni.
Insomma: anche le montagne di quattrini spesi per le migliaia di psyops portate avanti dall’Occidente collettivo nella sua guerra ibrida contro il resto del mondo rischiano, alla lunga, di rivelarsi uno spreco. Se, mano a mano che ve ne accorgete, vorrete cambiare strategia, ricordatevi degli amici che vi hanno dato buoni consiglio. Nel frattempo, se sei stanco di questa gigantesca mole di puttanate e di ciarlatani e vuoi aiutarci a tirare su il primo vero e proprio media che non ha come unico obiettivo quello di compiacere le oligarchie coloniali per arrivare a fine mese, come fare già lo sai: aderisci alla campagna di sottoscrizione di Ottolina Tv su GoFundMe e su PayPal.

E chi non aderisce è Michele Boldrin

L’Occidente è impazzito, vuole la guerra mondiale – Ft. Giacomo Gabellini

Oggi i nostri Alessandro e Gabriele ci portano Giacomo Gabellini per analizzare i principali teatri di contrasto tra l’Occidente collettivo e i paesi emergenti. In ordine spazieremo tra Ucraina, Israele-Siria e Cina, discutendo l’atteggiamento schizofrenico delle classi dirigenti occidentali. Buona visione!

La NATO invade la Svizzera? Ft. Massimiliano Arif Ay del Partito Comunista Svizzero

Oggi ospitiamo Massimiliano Arif Ay per parlare di Svizzera, di marxismo-leninismo, multipolarismo e di come le ingerenze della NATO stiano minando l’integrità territoriale e politica svizzera. La storia neutralità del paese elvetico è minacciata dal montare dell’aggressività occidentale verso la Russia e i paesi emergenti, con il pretesto del conflitto in Ucraina; il Partito Comunista Svizzero è molto attivo nel denunciare la situazione e nel cercare attivamente una soluzione. Buona visione.

Orsi vs Luttwak: Guerra tra titani!

Oggi torna a Ottolina Tv Stefano Orsi, analista e grande amico del nostro canale, per parlarci di conflitto in Ucraina, capacità bellica dei paesi occidentale e potenziale bellico francese. Quali trame si nascondono dietro la lunga di sequela di accordi bilaterali che l’Ucraina ha stretto con vari paesi europei negli ultimi mesi? E, a questo punto del conflitto, quali sono le possibilità che ha la Russia? Infine, che ruolo svolge il circuito produttivo e tecnologico cinese? Scopriamolo assieme, grazie al nostro Stefano. Buona visione!

Il fronte ucraino sta per crollare? – Ft. Alberto Fazolo

Oggi, nel suo consueto appuntamento del sabato, Alberto Fazolo ci parla di Medio Oriente e di Ucraina. Approfondiremo la strategia israeliana di regionalizzare il conflitto, coinvolgendo Siria e Iran, nel disperato tentativo di far attivare anche gli Stati Uniti e gli altri alleati occidentali. Situazione altrettanto drammatica in Ucraina, dove Kiev in sempre più seria difficoltà sembra temere il collasso del fronte e una pesante sconfitta. Buona visione!

L’incredibile confessione dei militari ucraini: aiuti o meno, la guerra è persa

“Luglio 2024. L’esercito russo è alle porte d Kiev”; pochi mesi prima, “Mentre la primavera si trasformava in estate, e gli Stati Uniti dopo mesi di litigio avevano da poco approvato il pacchetto di aiuti da 60 miliardi, le truppe di Putin avevano costretto alla ritirata gli ucraini, e avevano sfondato le linee nel sud e nell’est. E quando alla fine avevano accerchiato la capitale, una nuova ondata di rifugiati era fuggita dall’Ucraina in cerca di sicurezza dai bombardamenti incessanti”. Non è il sogno bagnato di qualche z blogger in cerca di like; è l’incipit dell’inquietante editoriale di qualche giorno fa dell’ultrà filoucraino Iain Martin, firma di riferimento del britannico Times: “Uno scenario da incubo” che però, sottolinea Martin, “è quello che attualmente fuori dai riflettori stanno contemplando tutti i politici occidentali”. E c’è chi si spinge oltre: “Come finirà la guerra russo-ucraina?” si chiede su The American Spectator il fondatore dell’International Political Risk Analytics Samir Tata; “Con una grande sorpresa ad ottobre” è la risposta. “L’Ucraina verrà sciolta e nascerà una Nuova Ucraina in virtù di una dichiarazione unilaterale dell’attuale governo ucraino, con il sostegno dell’alto comando militare. E i confini della Nuova Ucraina coincideranno con il territorio attualmente sotto il controllo amministrativo dell’attuale governo”.
A sdoganare definitivamente – anche tra i propagandisti ultra-atlantisti – l’idea che tutto il fronte ucraino possa definitivamente crollare da un momento all’altro c’ha pensato Politico che ha raccolto le testimonianze anonime di alcuni ufficiali militari ucraini di alto rango: il “quadro militare” che ne è emerso è, per usare eufemismo, “cupo”, con “le forze armate russe che potrebbero avere successo ovunque decidano di concentrare la loro prossima offensiva”. Ora, non è certo la prima volta che la propaganda accetta di riconoscere la gravità della situazione, ma fino ad oggi era sempre stato per fare pressione sugli alleati e spingere per l’approvazione di nuovi aiuti: se solo non esistessero i trumpiani e gli USA approvassero quei benedetti 60 miliardi di nuovi aiuti militari… era un po’ il retropensiero. Ora, però, la musica è cambiata: “Non c’è nulla adesso che possa aiutare l’Ucraina” avrebbe affermato una delle fonti anonime interrogate da Politico, “perché non esistono tecnologie in grado di compensare l’Ucraina per la grande massa di truppe che la Russia probabilmente scaglierà contro di noi. Noi non disponiamo di queste tecnologie e anche l’Occidente non le possiede in numero sufficiente”; “L’Ucraina” commenta Simplicius “non ha più letteralmente alcuna possibilità di fare qualcosa militarmente in questa guerra. L’unica possibilità di sopravvivenza dell’Ucraina e di Zelensky è quella di spingere la Russia ad uno scontro con la NATO”.

Valerij Zalužnyj

Al netto di tutte le millemila differenze, almeno da questo punto di vista sembra la fotocopia della situazione in Medio Oriente, dove Israele sta facendo di tutto per provocare l’Iran e l’intero asse della resistenza nella speranza di trasformare l’inutile e arbitrario sterminio della popolazione palestinese in una guerra regionale dalla quale Washington non possa tirarsi indietro; gli USA speravano di poter gestire comodamente i due fronti attraverso i loro proxy per dedicarsi a tempo pieno alla Grande Guerra contro il vero nemico principale nel Pacifico. Non sembra aver funzionato proprio benissimo, diciamo: oggi entrambi i fronti, senza l’intervento diretto degli USA, rischiano di consegnare una vittoria di portata epocale ai sostenitori del Nuovo Ordine Multipolare. Per l’Impero è un vero e proprio incubo strategico: comunque scelgano di procedere, nella migliore delle ipotesi dovrà fare i conti con una sconfitta epocale in almeno uno dei tre fronti; se decide di tornare a concentrarsi sul Pacifico prima che sia troppo tardi, dovrà accettare la sconfitta strategica sui fronti ucraino e mediorientale. Se decide, invece, di assecondare il tentativo di coinvolgerlo direttamente nei fronti ucraino e mediorientale, dovrà accettare la definitiva ascesa cinese oltre il livello che rende ancora pensabile un intervento USA nell’area; d’altronde quando, per rinviare il tuo declino, decidi di dichiarare guerra al resto del mondo senza aver fatto i conti col fatto che gli strumenti per combattere contro tutti allo stesso tempo non ce li hai più, è così che necessariamente va a finire. Ma prima di addentrarci nei meandri di questa scioccante presa di coscienza da parte della propaganda atlantista, ricordatevi di mettere un like a questo video per permetterci di combattere la nostra piccola guerra contro la dittatura degli algoritmi e, già che ci siete, ricordatevi anche di iscrivervi a tutti i nostri canali e di attivare le notifiche; anche noi, nel nostro piccolo, combattiamo la nostra guerra contro il resto del mondo: il mondo dell’informazione al servizio dell’impero e delle sue oligarchie. E l’unica arma che abbiamo siete voi.
A dare il via all’ultimo valzer di necrologi, mercoledì scorso ci aveva pensato l’Economist: “L’arrivo della primavera in Ucraina” scrivevano “porta due tipi di tregua. Il clima più caldo significa che i frenetici attacchi di missili e droni russi alle infrastrutture elettriche e del gas non saranno così insopportabili. E con il calore arriva anche il fango, e circa un mese durante il quale i movimenti sul campo diventano difficili. Questo dovrebbe ostacolare l’ondata di attacchi russi lungo la linea del fronte che si estende attraverso l’Ucraina orientale e meridionale”. Ma la calma “non durerà” avverte l’Economist: “Mano a mano che la primavera volgerà verso l’estate, il timore è che la Russia lanci una nuova grande offensiva, come ha fatto l’anno scorso. Solo che questa volta la capacità dell’Ucraina di tenerla a bada sarà molto inferiore di quanto lo sia stata allora”; parte della responsabilità è degli ucraini stessi che, alla fine, si sono ritrovati a credere un po’ troppo alla loro stessa propaganda e a quella dei finti amici della propaganda ultra-atlantista, troppo impegnati a inseguire il sogno di spezzare le reni al plurimorto dittatore del Cremlino per potersi occupare anche degli interessi concreti degli ucraini. Infarcito di pensiero magico, “il governo” sottolinea l’Economist, ha continuato a sognare anche fuori tempo massimo “una nuova controffensiva” che evitasse di dover considerare “l’attuale linea del fronte, che taglia un quinto del paese e lo priva della maggior parte del suo accesso al mare, la base per un futuro negoziato di pace”; ed ecco, così, che l’Ucraina ha perso mesi preziosi per concentrare le forze nella fortificazione di una linea difensiva decente: “Nelle ultime settimane” finalmente “gli scavatori hanno cominciato a muoversi e si stanno seminando i denti di drago”.
Potrebbe essere decisamente troppo tardi: “Un anno fa” ha scritto su X Elon Musk “ la mia raccomandazione era che l’Ucraina si rafforzasse e utilizzasse tutte le risorse per la difesa”; adesso, continua, “più a lungo va avanti la guerra, più territori guadagnerà la Russia, fino almeno a raggiungere il Dnepr, che è difficile da superare. Tuttavia, se la guerra dovesse durare abbastanza a lungo, anche Odessa cadrebbe. L’unica vera questione rimasta aperta, a mio avviso” conclude Musk “è se l’Ucraina perderà o meno l’accesso al Mar Nero. Raccomanderei una soluzione negoziata prima che ciò accada”. Grazie all’assenza di fortificazioni, l’esercito russo può ricorrere alla strategia che il quotidiano francese Le Figaro ha definito dei morsi o delle punte e, cioè, una lunga serie di piccoli attacchi su più segmenti del fronte contemporaneamente; non avendo, gli ucraini, uomini e mezzi sufficienti per coprire l’intero fronte, i russi “sono in grado di tormentare l’avversario sul campo, e ottenere così contemporaneamente piccoli avanzamenti, il dissanguamento degli ucraini e l’indebolimento delle loro riserve”, una strategia piuttosto efficace che porta anche siti apertamente schierati come Militaryland a pubblicare annunci disperati come questo: “La 153esima brigata meccanizzata non è più meccanizzata”. “La mancanza di veicoli” riporta il sito “ha costretto il comando ucraino a fare marcia indietro rispetto ai piani originali. La leadership delle forze armate ucraine ha riorganizzato la 153a brigata meccanizzata in una brigata di fanteria” e “potrebbe non essere un evento isolato”; “Secondo le nostre fonti” continua l’articolo “nel prossimo futuro è prevista anche la trasformazione della 152a brigata meccanizzata in una brigata di fanteria”: molto banalmente, “I partner occidentali non forniscono più una quantità adeguata di attrezzature per ricostituire le brigate meccanizzate esistenti” e i russi hanno spesso campo libero. Ad esempio a ovest di Bakhmut, dove i russi, secondo Simplicius, “si preparano a lanciare l’assalto a Chasov Yar”, che “è un importante snodo ferroviario, e soprattutto si trova su una collina che domina l’intero agglomerato difensivo delle forze armate ucraine della regione”, mentre si intensificano “le voci su un’eventuale evacuazione totale della città di Kharkiv, e non solo a causa dei problemi elettrici dopo gli attacchi russi alle centrali, ma soprattutto in previsione dell’apertura di un nuovo potenziale fronte da nord”.
Dalle pagine del Washington Post ( ) Zelensky stesso ha sottolineato la gravità della situazione: “Se hai bisogno di 8.000 colpi al giorno per difendere la linea del fronte, ma ne hai soltanto 2.000” ha affermato “non puoi che arretrare e accorciare la prima linea. E se si rompesse anche questa, i russi potrebbero entrare nelle grandi città”; e i colpi di artiglieria sono solo una parte del problema. Ancora più preoccupante, ammette, è la situazione della difesa antiaerea e, per convincere gli alleati a sbloccare gli aiuti, rinnova una minaccia: se non ci mandate i missili che ci servono, intensificheremo gli attacchi contro aeroporti, strutture energetiche e altri obiettivi strategici in territorio russo. “Mentre i droni, i missili e le bombe di precisione russi sfondano le difese ucraine per attaccare le strutture energetiche e altre infrastrutture essenziali” scrive Il Post, “Zelensky ritiene di non avere altra scelta se non quella di attaccare oltre confine, nella speranza di stabilire una deterrenza”; “Se non esiste una difesa aerea per proteggere il nostro sistema energetico, e i russi lo attaccano” avrebbe affermato Zelensky “la mia domanda è: perché non possiamo rispondere? La loro società deve imparare a vivere senza benzina, senza diesel, senza elettricità”.
L’articolo di Politico di ieri, però, ci regala un’altra prospettiva: “Zelensky” si legge “fa di tutto per sbloccare gli aiuti, ma la triste verità è che, anche se il pacchetto venisse approvato dal Congresso degli Stati Uniti, un massiccio rifornimento potrebbe non essere sufficiente per evitare un grave sconvolgimento del campo di battaglia”. Intanto perché, come avrebbero sottolineato le fonti anonime a Politico, ci sarebbe bisogno di “molti, molti più uomini”: prima di ricevere il benservito, verso la fine dell’anno scorso, il generale Zaluzhny aveva parlato di circa 500 mila uomini, che può sembrare anche una cifra astronomica, ma – in realtà – è poco più degli uomini che dall’inizio del conflitto, tra morti e feriti, l’Ucraina ha perso sul campo di battaglia, senza contare quelli esausti perché, da mesi, sono al fronte senza una minima programmazione della rotazione. Nei mesi successivi, però, abbiamo visto tutti le gigantesche difficoltà incontrate nel reclutamento, con gente che rincorreva i reclutatori a cavallo con l’accetta in mano o li sovrastava con un cespuglio di schiaffi nei centri delle città: ed ecco, così, che alla fine la propaganda di Kiev ha fatto di necessità virtù, con Syrski (che è il sostituto più docile di Zaluzhny) che la settimana scorsa ha avuto la faccia tosta di dichiarare che l’”Ucraina ha bisogno di molte meno truppe di quelle preventivate”; “Il piano” sostitutivo, scrive Politico, “sarebbe quello di spostare in prima linea il maggior numero possibile di personale in uniforme che ora sta dietro una scrivania o comunque non ricopre ruoli da combattenti, dopo un addestramento intensivo di 3, 4 mesi”, ma gli alti funzionari interpellati da Politico hanno affermato che il piano di Sirsky non è realistico e che “sta semplicemente seguendo la narrazione dei politici”.

Oleksandr Syrs’kyj

E poi, ovviamente, c’è il problema degli aiuti che, però, in molti ritengono – molto semplicemente – irrisolvibile perché i soldi si potrebbero anche trovare, a partire dai 60 miliardi USA bloccati dal Congresso; il problema, però, è cosa riesci a comprarci una volta che li hai ottenuti, da una parte perché, come ricorda Simplicius “Gli Stati Uniti hanno già svuotato quasi tutto il loro stock di armi principali in eccedenza utilizzabili per l’Ucraina, dai carri armati, all’artiglieria, per non parlare delle munizioni”, dall’altra perché vale la famosa teoria dell’unica possibilità di Zaluzhny e, cioè, “I sistemi d’arma diventano superflui molto rapidamente, perché i russi sviluppano continuamente nuove modalità per contrastarli”. “Ad esempio” avrebbero dichiarato le fonti militari a Politico, “abbiamo utilizzato con successo i missili da crociera Storm Shadow e SCALP, ma solo per un breve periodo”; una volta entrati in gioco, i russi si sono messi a studiare e hanno capito come contrastarli: “I russi studiano sempre. Non ci danno una seconda possibilità” e noi “semplicemente non riceviamo i sistemi d’arma nel momento in cui ne abbiamo bisogno: e quando arrivano non sono più rilevanti”. Potrebbe essere, ad esempio, il caso degli F-16: si prevede che, entro l’estate, si dovrebbe riuscire a renderne operativi una dozzina, ma – sottolineano le fonti di Politico – “ogni arma ha il suo momento giusto. Gli F-16 erano necessari nel 2023; nel 2024 non saranno più adatti” e questo, appunto, perché la Russia, nel frattempo, si è attrezzata per contrastarli. “Negli ultimi mesi” avrebbero dichiarato le fonti a Politico “abbiamo iniziato a notare missili senza testate esplosive lanciati dai russi dal nord della Crimea. Non riuscivamo a capire cosa stessero facendo, e poi lo abbiamo capito: stavano prendendo le misure”; “La Russia” continua l’articolo “ha studiato dove è meglio schierare i suoi sistemi missilistici e radar S-400, al fine di massimizzare l’area che possono coprire per colpire gli F-16, tenendoli così lontani dalle linee del fronte e dagli hub logistici principali”.
Ma se anche sbloccando gli aiuti le sorti della guerra, ormai, non possono essere in nessun modo ribaltate, perché allora Zelensky continua a minacciare sempre più interventi in territorio russo per convincere gli alleati a sbloccarli? Secondo Simplicius, appunto (come abbiamo già anticipato), Zelensky avrebbe adottato una strategia simile a quella adottata da Netanyahu: provocare il nemico per costringerlo a una reazione tale da costringere gli USA a scendere direttamente in campo; “Mentre la Russia sta schiacciando il potenziale di combattimento delle forze armate ucraine sul campo di battaglia” scrive Simplicius “Zelensky si rivolge all’ISIS per massacrare i civili russi, attacca i grattacieli di Belgorod con droni e artiglieria, e carica i Cessna di bombe per farli precipitare su edifici dove risiedono studenti africani che partecipano a programmi di scambio culturale”. “Prima l’Occidente si renderà conto che la guerra in Ucraina è perduta” ha commentato Belpietro su La Verità “e prima sarà meglio per tutti, in particolare per gli ucraini che, come si può leggere quando la censura imposta da Zelensky non riesce a tappargli la bocca, pensano esattamente ciò che pensiamo noi, e cioè che la situazione sta irrimediabilmente precipitando. Non ci sono armi” continua Belpietro “perché dopo due anni di aiuti all’Ucraina, l’America, l’Europa e gli altri alleati hanno svuotato gli arsenali. E non c’è neppure tempo per produrre missili e aerei, perché dopo 80 anni di pace, i cosiddetti Paesi democratici hanno tenuto in vita l’industria degli armamenti solo per fornire ai dittatori la dose giusta di cannoni e carri armati per reprimere le rivolte. O al massimo per combattere qualche guerra lampo in giro per il mondo contro avversari infinitamente più deboli”.
Per fortuna però che, quando la realtà si fa particolarmente complicata, c’è sempre una via di fuga: fare finta di niente e guardare altrove, che è esattamente quello che hanno deciso di fare i nostri più importanti organi di manipolazione del consenso e dell’opinione pubblica sui quali, della bomba sganciata da Politico, non c’è traccia; al suo posto, la fuffa di Stoltenberg che, di fronte ai ministri degli esteri riuniti a Bruxelles in attesa delle celebrazioni per il 75esimo anniversario della NATO, ha proposto un pacchetto da 100 miliardi in 5 anni per assicurare all’Ucraina tutto il sostegno di cui ha bisogno, anche nell’ipotesi che a novembre alla Casa Bianca arrivi The Donald. Il Foglio l’ha definita enfaticamente “Rivoluzione NATO”, ma il problema di cosa ci si possa realmente comprare con quei quattrini e che impatto possa avere su un fronte prossimo al collasso viene, semplicemente, rimosso; qualcuno sostiene che gli USA non vedano troppo di buon occhio la proposta di Stoltenberg, che segnerebbe un cambiamento importante: invece che non ricevere più aiuti sufficienti dai singoli Paesi, l’Ucraina non li riceverebbe più dalla NATO nel suo insieme.
Peccato, però, che i ministri non siano riusciti a farsi spiegare le titubanze direttamente da Blinken: è arrivato 3 ore in ritardo; il suo aereo ha avuto un guasto ed ha dovuto raggiungere Bruxelles, da Parigi, in auto. Forse, più che mandare fuori tempo massimo inutili aerei in Ucraina, sarebbe il caso di investire per tornare a far funzionare quelli che usiamo noi; la strategia dell’impero, negli ultimi 2 anni, ha rivelato tutte le sue insormontabili criticità: l’unica arma che gli rimane è quella della propaganda che, quando non può completamente distorcere i fatti, si limita a ignorarli, ma la distanza dalla realtà ormai è talmente palese che nascondere le crepe diventa impossibile. Serve solo dargli il colpo finale per far crollare tutto l’edificio: per farlo, abbiamo bisogno di un vero e proprio media in grado di fornire un’informazione completamente diversa, indipendente, ma di parte, quella del 99%. Aiutaci a costruirlo: aderisci alla campagna di sottoscrizione di Ottolina Tv su GoFundMe e su PayPal.

E chi non aderisce è Carletto librocuore Calenda



Se Israele, per evitare la catastrofe, trascina l’Occidente nella guerra totale con l’Iran

Vincere a Gaza per avere un futuro: così, ieri, la redazione del Foglio festeggiava entusiasta i 400 cadaveri che il regime suprematista di Tel Aviv si è lasciato alle spalle dopo aver esercitato il suo diritto alla difesa dell’apartheid nell’ospedale di Al Shifa e il weekend di fuoco contro le casematte iraniane in Siria e Libano, nel tentativo disperato di allargare il conflitto; chissà il giubilo quando, poi, è arrivata anche la notizia dell’assassinio mirato di 7 operatori della ONG World Central Kitchen a bordo di un convoglio umanitario perfettamente riconoscibile e che aveva coordinato i suoi spostamenti con le forze armate israeliane (per farsi colpire meglio): d’altronde, è così che dimostrano la forza i liberali che non si fanno distrarre dalla retorica dei buoni sentimenti. L’entusiasmo trionfante del Foglio, però, anche a questo giro non è condiviso proprio da tutti, nemmeno nel cuore dell’impero: a sollevare qualche perplessità su Asia Times, ad esempio, ci pensa Michael Brenner che, grazie a decine di pubblicazioni tra Cambridge University Press – il centro per gli affari internazionali dell’università di Harvard – e il Brooking Institute, rischia di poter vantare un po’ di autorevolezza in più rispetto a dei sedicenti fautori del mercato e dello Stato minimo, che senza i contributi pubblici dello Stato massimo sarebbero agli angoli delle strade a chiedere l’elemosina ; e il giudizio di Brenner è leggermente meno apologetico. “Ecco come l’Occidente si avvia alla sua fine”; “In Ucraina”, scrive, “abbiamo commesso un terribile errore geostrategico. E in Palestina” abbiamo dato un colpo mortale a “l’influenza dell’Occidente a livello globale”: il risultato è che “Due terzi dell’umanità” provano oggi “un totale disgusto di fronte alla nostra sfacciata dimostrazione di ipocrisia” che ha dimostrato come “gli atteggiamenti razzisti non si sono mai completamente estinti: dopo un periodo di letargo, la loro recrudescenza è evidente”.
Dopo essersi arrampicati sugli specchi per due anni nel tentativo di spacciare la debacle ucraina come una prova della superiorità morale dell’Occidente e la stagnazione economica, accompagnata dal crollo del potere d’acquisto delle famiglie occidentali, come una prova della resilienza dell’incubo distopico neoliberista, il nuovo cavallo di battaglia della propaganda suprematista più spregiudicata è la prova di forza di Israele che non solo non si fa intimorire dal perbenismo di chi si ostina a considerare anche popoli inferiori – come quello palestinese – esseri umani e procede nel suo sterminio di massa, ma rilancia senza indugi e riesce di nuovo a colpire dritto al cuore il cosiddetto asse della resistenza.
Ma siamo proprio sicuri che ostentare ferocia e spingere per l’allargamento del conflitto sia davvero una prova di forza? La pensa diversamente, ad esempio, il sempre ottimo magazine israelo-palestinese 972 che, nel titolo del suo ultimo editoriale, si chiede Perché Israele è terrorizzato dal cessate il fuoco?; l’articolo ricorda come, al contrario delle strampalate tesi dei democratici per il genocidio di casa nostra, “Nonostante ci siano state critiche diffuse sulla gestione del conflitto da parte di Netanyahu” e nonostante “molti israeliani condividano l’affermazione secondo la quale Netanyahu sta continuando la guerra per promuovere i suoi interessi politici e personali”, in realtà “anche i suoi oppositori, sia nel campo liberale che nella destra moderata” condividono l’idea che “la guerra non deve finire”. Il punto è che, ormai, “Anche all’interno dell’establishment della sicurezza israeliano, sempre più persone affermano apertamente che eliminare Hamas, in realtà, molto semplicemente non è un obiettivo raggiungibile”; accettare l’ipotesi di un cessate il fuoco a queste condizioni “equivarrebbe ad ammettere che gli obiettivi dell’operazione erano semplicemente irrealistici” e che, quindi, lo sterminio è stato del tutto gratuito ed insensato, una mera ritorsione del padrone indispettito dallo schiavo che ha osato alzare la testa e che, per punirlo, ha deciso di sterminargli tutta la prole. Ma non solo: “Un cessate il fuoco” sottolinea ancora 972 “costringerebbe l’opinione pubblica ebraica ad affrontare un nodo fondamentale. Se infatti lo status quo non funziona, e una guerra costante con i palestinesi non può ottenere la vittoria desiderata, allora l’unica opzione che resta è finalmente prendere coscienza della realtà: l’unico modo che gli ebrei hanno per poter vivere in sicurezza, è un compromesso politico che rispetti i diritti dei palestinesi”. Insomma: come sanno anche i bambini – a parte quelli che scrivono sul Foglio – anche in questo caso la spregiudicatezza e la ferocia, più che di forza e di sicurezza, potrebbero essere sintomi di panico e di disperazione che potrebbero non riguardare esclusivamente il governo criminale di Netanyahu e neanche solo Israele. Ma prima di addentrarci in questo ennesimo mercoledì da leoni dell’Occidente collettivo in declino, ricordatevi di mettere un mi piace a questo video per aiutarci a combattere la nostra piccola guerra contro gli algoritmi e, se non l’avete ancora fatto, anche di iscrivervi a tutti i nostri canali social e di attivare le notifiche; un piccolo gesto che, però, è indispensabile per aiutarci a costruire il primo vero e proprio media che dà voce al 99%.

Bret Stephens

L’editorialone a sostegno del genocidio de Il Foglio di ieri è una vera e propria perla di post-verità suprematista da incorniciare; a ispirarli, oltre agli ultimi episodi di efferata ferocia che non fanno mai male, anche un paio di editoriali sul giornale mainstream che, più di ogni altro, in questi mesi si è speso per diffondere fake news di ogni genere per giustificare il genocidio: il New York Times. A firmarli, il brillante Bret Stephens, già premio Pulitzer e incarnazione della fazione più guerrafondaia della grande famiglia neocon che, ormai, include l’intera classe politica USA, ad eccezione dei trumpiani più esagitati; Stephens, rampollo di una famiglia di ricchi dirigenti d’azienda ebrei, dal 2002 al 2004 è stato anche caporedattore del Jerusalem Post prima di portare la propaganda sionista su scala globale dalle pagine del Wall Street Journal e della NBC e l’ha fatto sempre senza troppi giri di parole: nel 2016 scatenò una polverone quando scrisse espressamente che l’antisemitismo è “la malattia della mente araba” aggiungendosi, così, alla lunga lista di negazionisti che vogliono cancellare le responsabilità storiche di cristianesimo e cattolicesimo inventandosi un primato antiebraico dell’Islam palesemente contrario alla realtà storica. Ma il meglio, in realtà, lo ha dato quando – in modo molto razionale e scientifico – ha sostenuto che gli ebrei askenaziti sono dotati di un’intelligenza superiore (anche se, a leggere i suoi editoriali, qualche dubbio rimane, diciamo): suprematista, islamofobo, di buona famiglia, guerrafondaio, sostenitore della guerra in Iraq e della leggenda delle armi di distruzione di massa, Stephens non poteva che conquistare il cuore dei troll del Foglio che, alle sue minchiate, ci aggiungono del loro. La teoria di Stephens che tanto ha fatto innamorare Il Foglio è quella di un mandato arabo per la Palestina: “L’ambizione a lunghissimo termine” scrivono le bimbe di Giuliano Ferrara “sarebbe quella di trasformare Gaza in una versione mediterranea di Dubai, grazie all’aiuto dei paesi arabi moderati”; e quali sarebbero questi paesi arabi moderati? Ovviamente, in primo luogo, Emirati e Sauditi, cioè due monarchie assolute fondate sulla lapidazione e che il Foglio definisce “allergici all’estremismo e aperti al mondo” – in particolare, al mondo delle centinaia di migliaia di lavoratori migranti ridotti in regime di schiavitù, come da sempre denunciato dalle stesse ONG che Il Foglio riporta con enfasi ogni volta le accuse riguardano paesi che non accettano il dominio dell’Impero, ma sulle quali, in questo caso, evidentemente è meglio stendere un velo pietoso; secondo Il Foglio, questi paesi potrebbero accettare di trasformare Gaza in un loro protettorato perché, se non si trova una soluzione, Gaza rischia di “dividere il mondo arabo, rafforzare l’Iran e minare il percorso di modernizzazione intrapreso dai migliori leader arabi”.
Io, però, sarà perché non ho studiato abbastanza il pensiero di Giuliano Ferrara e di Claudio Cerasa, ma la questione della modernizzazione l’avevo capita un po’ diversamente: ad esempio, avevo capito che un aspetto fondamentale della modernità era il passaggio dai sistemi feudali, dove il ruolo nel mondo era determinato dal sangue, all’uguaglianza dei cittadini di fronte alla legge e allo Stato; in questo senso, è assolutamente vero che nel Medio Oriente è in corso – e da parecchio – una lunga guerra per la modernità dove le repubbliche, anche quelle di ispirazione islamica, rappresentano l’uscita dal medioevo e le monarchie assolute la conservazione (che è, in fondo, anche il motivo profondo del dissidio tra l’asse della resistenza e le petromonarchie). L’affermazione delle forze nazionaliste e repubblicane nell’area rappresenta un rischio esistenziale per i regimi feudali del golfo che hanno come interesse principale quello di conservare un sistema di potere arcaico che esclude il popolo da ogni forma di potere; l’incoerenza con la quale le petromonarchie solidarizzano con la popolazione palestinese a chiacchiere, mentre continuano a collaborare con l’impero coloniale, sta tutta – appunto – in questa convergenza tra impero e monarchie regionali nel combattere l’avvento della modernità e, cioè, della sovranità popolare, un asse che, nell’era dell’unipolarismo a stelle e strisce, ha retto benissimo e che, nelle intenzioni di Washington, si doveva finalmente formalizzare con gli accordi di Abramo. Paradossalmente, però, nel tempo – e non senza contraddizioni – le petromonarchie si sono rivelate meno intransigenti degli alleati occidentali: nonostante l’interesse comune a perpetrare un sistema premoderno, dove la divisione tra chi comanda e chi viene comandato (tra schiavi e uomini liberi) è naturalizzata e istituzionalizzata, le petromonarchie hanno capito – prima dell’impero e delle sue propaggini regionali – che il mondo stava cambiando e che, per salvare il salvabile, era necessario scendere a qualche compromesso; ed ecco così che, di fronte al tentativo di escalation israeliano contro l’Iran rappresentato dall’attacco al consolato di Damasco, i sauditi hanno reagito tempestivamente con questo comunicato ufficiale che condanna l’accaduto. Nel frattempo, The Cradle parla di una visita di Wafiq Safa, capo dell’Unità di collegamento e coordinamento di Hezbollah negli Emirati Arabi Uniti, che “nonostante tutte le congetture”, sottolinea l’articolo, rappresenta “uno sviluppo innegabile: il tentativo di cominciare a sciogliere le ostilità di lunga data tra Hezbollah e un importante alleato arabo sia degli Stati Uniti che di Israele come gli Emirati Arabi Uniti” : per capire l’entità, basti ricordare che Safa è sulla lista delle sanzioni USA e la stessa Hezbollah è, a tutt’oggi, designata come organizzazione terroristica dagli Emirati. Al cuore di queste trattative, formalmente c’è una questione piuttosto circoscritta: il destino di alcuni prigionieri libanesi detenuti nell’emirato, ma quello che fa pensare è che “questo incontro insolito avrebbe potuto svolgersi a Damasco, in segreto. Gli Emirati invece hanno optato per una messa in onda pubblica, e hanno persino organizzato il trasporto di Safa via aereo negli Emirati”.
A voler essere ottimisti, sembrano tutti segnali di un sempre maggior isolamento di Israele che però, appunto, non si scoraggia e rilancia: la campagna israeliana volta a prendere di mira i massimi comandanti iraniani e i leader dei gruppi militanti dell’asse della resistenza va avanti da tempo, ma quello che è accaduto negli ultimi giorni potrebbe rappresentare un importante salto di qualità: prima ci sono stati gli attacchi aerei israeliani sulla provincia settentrionale siriana di Aleppo dove sarebbero rimasti uccisi, secondo un osservatore interpellato dal Financial Times, “42 persone” tra i quali “cinque combattenti del gruppo militante libanese” Hezbollah. “Se i numeri fossero esatti” sottolinea il Financial Times “sarebbe l’attacco israeliano più mortale in Siria dal 7 ottobre”; l’obiettivo sarebbero stati, in particolare, carichi di armi diretti proprio in Libano, ed era solo l’inizio: l’attacco al consolato, infatti, rappresenterebbe un’escalation ancora più vistosa, dal momento che “Le strutture diplomatiche” come ha ricordato, sempre al Financial Times, Dalia Dassa Kaye dell’Università di Los Angeles “sono viste come spazi nazionali protetti e sovrani. Un attacco a una struttura diplomatica è come un attacco al paese stesso”. A cadere nell’agguato, Mohamad Zahedi che, secondo Charles Lister del Middle East Institute, sarebbe stato nientepopodimeno che “l’uomo di riferimento per tutto ciò che il Corpo delle guardie della rivoluzione islamica sta facendo in Siria e Libano”: secondo quanto riportato dalla testata libanese Al Mayadeen, il responsabile delle relazioni nel mondo arabo del Fronte popolare per la liberazione della Palestina avrebbe dichiarato che Zahedi si stava “coordinando con le parti interessate per consegnare armi a Gaza”; in sostanza, secondo queste poche informazioni tutte da verificare, l’asse della resistenza sta cercando di alzare un po’ l’asticella e Israele, però, è ancora in grado di rovinargli i piani prima di ottenere risultati concreti, ma in molti sospettano che il cambio di strategia sia molto più profondo.
Quello che non torna, infatti, è che proprio mentre l’asse della resistenza alza l’asticella, gli alleati storici di Israele intensificano i canali di dialogo; Israele, quindi, comincerebbe a temere sempre di più l’isolamento e, non avendo una exit strategy ragionevole, avrebbe deciso di puntare tutto sull’allargamento del conflitto: l’allargamento del conflitto, infatti, imporrebbe un intervento ancora più massiccio da parte di Washington e, forse, anche un cambio di rotta da parte dei paesi arabi. Nessuno infatti, per motivi diversi, potrebbe in nessun caso permettere una vittoria sul campo dell’asse della resistenza: le petromonarchie perché, sotto la spinta del nazionalismo popolare, vedrebbero minacciata la tenuta dei loro regimi feudali; gli USA perché vedrebbero tutta l’area spostarsi definitivamente nella sfera d’influenza di Russia, Cina e, in generale, tutto quello che si oppone all’unipolarismo a stelle e strisce. Un collo di bottiglia strategico che giustificherebbe anche il fatto che mentre, ormai, tutti sostengono che le divergenze tra l’amministrazione Biden e il governo Netanyahu non siano esclusivamente di facciata, il sostegno concreto degli USA al genocidio non viene comunque meno, anzi: come riportava la CNN lunedì scorso, infatti, l’amministrazione Biden sarebbe a un passo da approvare la vendita di 50 nuovi F-15 a Israele per la cifra di 18 miliardi di dollari, nella “più grande vendita di armi americane a Israele dall’inizio del conflitto il 7 ottobre scorso”.
Le priorità USA appaiono quindi piuttosto chiare: 1) impedire che Israele smetta di essere la principale potenza regionale e il guardiano degli interessi dell’impero in Medio Oriente e 2) convincere Tel Aviv, gli arabi e l’asse della resistenza a non trasformare il genocidio e lo sterminio in una guerra generale che le impedisca di concentrarsi sul Pacifico per la vera grande guerra contro il nemico cinese. Le parti in causa, quindi, sarebbero sostanzialmente 4: la prima è Tel Aviv, che non può vincere la sua guerra e che potrebbe vedere nell’escalation regionale l’unica soluzione possibile; la seconda è Washington, che non può permettere a Tel Aviv di perdere, ma che non può nemmeno permettersi di impantanarsi in prima persona in una grande guerra regionale. Da questo punto di vista, l’interesse della terza parte e, cioè, del Sud globale – che è un’astrazione e non esiste – coinciderebbe paradossalmente con quello israeliano, dal momento che un’escalation, per Washington, sarebbe una tragedia che accelererebbe vertiginosamente la fine dell’unipolarismo e l’avanzata di un nuovo ordine multipolare; e, infine, c’è l’asse della resistenza che, ovviamente, condivide il grande piano di indebolire l’unipolarismo USA, ma – giustamente – deve fare i conti con il livello di distruzione che una guerra regionale comporterebbe e sulle conseguenze che potrebbe avere per la sopravvivenza stessa di alcuni Stati, dall’Iran alla Siria, e anche di potenze non statuali come Hezbollah. Quello che sappiamo è che, nel frattempo, Israele ha deciso di reagire all’impasse strategica in cui s’è infilata mettendo finalmente fine alla barzelletta dell’unica democrazia del Medio Oriente; come riporta sempre il Financial Times, da un po’ di tempo a questa parte la morsa della repressione sul dissenso interno è aumentata a dismisura: “Nurit Peled-Elhanan, una docente universitaria, si è azzardata a scrivere in un gruppo WhatsApp di insegnanti che confrontare Hamas al nazismo non era accurato, poiché il nazismo era l’ideologia di uno stato che si proponeva di sterminare le minoranze indifese sotto il suo dominio”. “Nel giro di poche ore è stata sospesa; “Era la prima volta che attaccavano un ebreo di sinistra” ha detto Peled-Elhanan”. Stessa sorte, poco dopo, è toccata a Meir Baruchin, insegnante di storia ed educazione civica; a questo giro, galeotto fu un post su Facebook con foto di abitanti di Gaza uccisi durante l’offensiva israeliana: “Intere famiglie vengono spazzate via” ha avuto l’ardire di commentare. “Nel giro di poche settimane, il comune locale l’ha licenziata e ha presentato denuncia alla polizia. Il ministero dell’Istruzione gli ha sospeso la licenza di insegnante. E infine è stato arrestato con l’accusa di tradimento, e detenuto per quattro giorni”. Lunedì sera il parlamento ha approvato una legge che dà al governo il potere di vietare le trasmissioni di Al Jazeera nel paese e di sequestrare tutti i suoi beni: Dopo le fake news sugli stupri, titolava entusiasta ieri Libero, Israele proibisce al Jazeera, l’emittente dell’odio palestinese; più che con le presunte fake news sugli stupri – che, mal che vada, non sono certo in grado di controbilanciare le fake news sui bambini decapitati, le donne squartate per estrargli il feto e altra paccottiglia che Israele impone quotidianamente alla propaganda domestica e internazionale – la stretta, in realtà, sembra collegata alla necessità di dissimulare l’esito piuttosto drammatico dell’operazione militare, da Gaza al confine col Libano. Secondo la propaganda di regime, infatti, al confine nord si sarebbero registrati 258 combattenti di Hezbollah uccisi, contro appena 10 appartenenti alle forze armate israeliane, ma “Secondo i dati sul campo ottenuti da The Cradle”, in realtà “i combattenti uccisi da Hezbollah in operazioni transfrontaliere contro lo stato occupante sarebbero oltre 230”; il trucchetto, denuncia The Cradle, consisterebbe in buona parte nell’assoldare combattenti tra le comunità beduine e druse che poi non vengono riportati, e si chiude la faccenda con un generoso assegno alle famiglie: “Ad esempio” riporta l’articolo “il 70% del 299esimo battaglione, di stanza nella zona di Hurfaish – a quattro chilometri dal confine libanese – sono membri della comunità drusa. Il battaglione ha subito numerose vittime, ma Israele ha segnalato solo una perdita fino ad oggi”.
L’impero deve fare ogni giorno i conti con i suoi limiti e con le reazioni che scatena in chi non ha nessuna intenzione di chinare la testa e le uniche armi che gli rimangono, giorno dopo giorno, sono lo sterminio indiscriminato dei più indifesi e la propaganda; impediamogli di averla vinta: continuiamo a opporci a questo genocidio con ogni mezzo necessario, a partire da un vero e proprio media che dia voce al 99%. Aiutaci a costruirlo: aderisci alla campagna di sottoscrizione di Ottolina Tv su GoFundMe e su PayPal.

E chi non aderisce è Piero Fassino















Quando l’Ucraina invase l’Iraq – ft. David Colantoni

Torniamo a parlare con David Colantoni, autore e studioso italiano che vive in Russia.
Con lui parleremo del recente attentato a Mosca e degli ultimi sviluppi bellici in Ucraina. Presenteremo, inoltre, il suo libro Quando l’Ucraina invase l’Iraq. Le mani del Pentagono sulla storia edito da Arianna Editrice, in prossima uscita.
Buona visione!

Link alla prevendita del libro: https://www.ariannaeditrice.it/prodotti/quando-l-ucraina-invase-l-iraq

Migliaia di europei morti in UCRAINA – ft. Gianandrea Gaiani

Oggi parliamo con Gianandrea Gaiani, direttore di AnalisiDifesa, del recente attentato a Mosca e di un eventuale intervento europeo a supporto dell’Ucraina sul fronte orientale. Quale è il reale potenziale francese? Cosa spinge l’attivismo di Macron? Quale è il reale potenziale di tenuta della società e dell’economia europea in caso di intervento diretto? Ne parliamo oggi cercando di rispondere ad alcune di queste domande. Buona visione.

Terza guerra mondiale in comode rate – ft. Benedetta Sabene

Oggi per il consueto appuntamento del sabato di Ottolina, abbiamo come ospite Benedetta Sabene, scrittrice e divulgatrice riguardo a questione politiche e sociali. Nel suo libro Ucraina. Controstoria del conflitto. Oltre i miti occidentali l’autrice ricostruisce la storia del conflitto ucraino, indagando anche la rete di estrema destra che da Kiev si dipana fin nel cuore dell’Unione Europea e della NATO. Non mancano i riferimenti alla situazione di Gaza, cuore pulsante dello scontro in atto tra realtà post – coloniali e vecchio impero sulla via del tramonto. Buona visione.