Dopo mesi di declino, lo yen giapponese è precipitato ai livelli più bassi degli ultimi quarant’anni; poi, nel giro di meno di un’ora, ha recuperato oltre il 3 per cento del suo valore: un normale rimbalzo dei mercati? No. Dietro quel movimento c’era un intervento coordinato tra Tokyo e Washington: gli Stati Uniti hanno deciso di sostenere lo yen perché un suo ulteriore crollo avrebbe potuto costringere il Giappone a vendere una parte degli oltre 1.100 miliardi di dollari di titoli del Tesoro americano che possiede, facendo salire i rendimenti e mettendo ancora più sotto pressione il debito federale, il dollaro e la bolla finanziaria di Wall Street. Ma la parte più significativa è un’altra: per comprare yen, Washington ha venduto euro; in altre parole, gli Stati Uniti hanno salvato il Giappone e protetto il proprio sistema finanziario scaricando una parte del costo sull’Europa. Con Alessandro Volpi analizziamo cosa rivela questa operazione sui rapporti di forza dentro il blocco occidentale: il Giappone resta subordinato agli Stati Uniti e schierato contro la Cina, ma quando il prezzo dell’alleanza diventa troppo alto, riesce comunque a presentare il conto; l’Europa, invece, emerge ancora una volta come il più mansueto dei vassalli, quello che paga di più, subisce di più e chiede meno al padrone di Washington.















