OttolinaTV
  • Articoli
  • La Tv
    • All
    • ¡Desaparecinema!
    • 8 Ore
    • 8Storia
    • Antrop8lina
    • Bett8lina
    • Dazibao
    • Dirette
    • Fardelli d'Italia
    • Fiond8lina
    • Global Southurday
    • Guerriglia Radio
    • I Pipponi del Marrucci
    • Internazionale
    • Intervist8lina
    • La Bolla
    • La Rassegna Stramba
    • Le Pillole di Ottolina
    • Lo Spuntino
    • Marru vs
    • Metamorfosi
    • Mondo Cina
    • Non chiamatelo TG
    • Non Talk
    • OttoliNerd
    • Ottosofia
    • Ottosofia Live
    • Ottovolante
    • OvoSoddu
    • Pane e Volpi
    • Salutame a Socrate
    • Spin8ff
    Immagini che riconducono agli Epstein files. Bill Gates, Volodymyr Zelensky e Vladimir Putin in primo piano

    Epstein Files e Maidan: l’ombra nera della “massoneria pedofila” sull’Ucraina – ft. Stefano Orsi

    Palazzo del Parlamento europeo. Mario Draghi, Ursula von der Leyen e Donald Trump in primo piano

    “Campioni europei” e “mercato unico”: cosa si nasconde dietro la retorica Ue?

    Mappa di Taiwan con carri armati

    HIMARS americani a pochi chilometri dalla Cina: il dialogo USA-Cina rischia di deragliare

    Immagini di italiani poveri. Friedrich Merz brinda a champagne con Giorgia Meloni in primo piano

    Eurobond e riarmo: Europa e Meloni preparano un’altra truffa contro gli italiani?

    Jean-Paul Sartre a 8 bit

    Viaggio nel pianeta Sartre

    Tavola rotonda dell'ONU vuota. Donald Trump di spalle in primo piano

    Trump chiude all’OMS: 6 cure contro il cancro in 10 giorni

    Torre Eiffel. Emmanuel Macron, Friedrich Merz e Giorgia Meloni che flirtano in primo piano

    Perché Francia e Germania si fanno la Guerra? (e perché l’Italia ha deciso di stare con Berlino)

    Rappresentazione degli Epstein files. Gabriel Rockhill in primo piano

    Are intellectuals really free? Chomsky, Parenti, and class power – ft. Gabriel Rockhill

    Eliseo e studio televisivo affiancati. Emmanuel Macron e Francesca Albanese in primo piano

    Perché media e Francia hanno dichiarato guerra a Francesca Albanese?

    • ¡Desaparecinema!
    • 8 Ore
    • 8Storia
    • Antrop8lina
    • Cosm8lina
    • Dazibao
    • Fardelli d’Italia
    • Fiond8lina
    • Global Southurday
    • Guerriglia Radio
    • I Pipponi del Marrucci
    • Intervist8lina
    • La Bolla
    • La Rassegna Stramba
    • Marru vs
    • Mondo Cina
    • Non Talk
    • Ottosofia
    • Ottovolante
    • Salutame a Socrate
    • Spin8ff
  • I Temi
    • All
    • Africa
    • Americhe
    • Asia
    • Cina
    • Cultura
    • Economia
    • Europa
    • Italia
    • Medio Oriente
    • Mondo
    • Russia
    • Scienza e Ambiente
    • Scienza e Tech
    • U.S.A.
    Immagini che riconducono agli Epstein files. Bill Gates, Volodymyr Zelensky e Vladimir Putin in primo piano

    Epstein Files e Maidan: l’ombra nera della “massoneria pedofila” sull’Ucraina – ft. Stefano Orsi

    Palazzo del Parlamento europeo. Mario Draghi, Ursula von der Leyen e Donald Trump in primo piano

    “Campioni europei” e “mercato unico”: cosa si nasconde dietro la retorica Ue?

    Mappa di Taiwan con carri armati

    HIMARS americani a pochi chilometri dalla Cina: il dialogo USA-Cina rischia di deragliare

    Immagini di italiani poveri. Friedrich Merz brinda a champagne con Giorgia Meloni in primo piano

    Eurobond e riarmo: Europa e Meloni preparano un’altra truffa contro gli italiani?

    Jean-Paul Sartre a 8 bit

    Viaggio nel pianeta Sartre

    • Cultura
    • Economia
    • Italia
    • Mondo
    • Scienza e Tech
  • Eventi
    • Eventi Completati
  • Ottoteca
    • Bibli8teca
    • Libreria
  • Shop
    • Carrello
    • Pagamento
    • Account
    • Termini & Condizioni
  • 8lina
    • Staff
    • Contatti
  • BETT8LINA
    • Log-In
    • Bett8…chè?
    • Registrazione Bett8lina
    • Password dimenticata?
    • Tutti i Gruppi
    • Blog degli utenti

Nessun prodotto nel carrello.

No Result
View All Result
OttolinaTV
No Result
View All Result

Dazi, chip e Tacos: come le mosse cinesi mandano in panico Wall Street

OttoParlante - La newsletter di Ottolina (13/10/25)

OttolinaTV by OttolinaTV
13/10/2025
in Articoli, Asia, Europa, Medio Oriente, U.S.A.
0

Il Marru

Giovedì scorso, due terribili esplosioni sono state registrate contemporaneamente a Kabul e nella provincia orientale afghana di Paktika; il giorno dopo, durante una conferenza stampa, il Ministero della Difesa afghano ha attribuito la responsabilità delle esplosioni al Pakistan, “senza fornire però ulteriori dettagli”, sottolinea Al Jazeera: “L’incidente”, ricostruisce la testa qatariota, “è avvenuto in un momento di forte crisi nelle relazioni tra Afghanistan e Pakistan, che ha accusato il governo talebano, al potere dall’agosto 2021, di fornire rifugio a gruppi armati, in particolare ai talebani pakistani, noti con l’acronimo TTP, che Islamabad ritiene responsabili di un’ondata di attacchi alle sue forze di sicurezza”, e “le esplosioni”, continua Al Jazeera, “hanno coinciso anche con l’arrivo, giovedì, del ministro degli esteri dell’amministrazione talebana, Amir Khan Muttaqi, in India per una visita di sei giorni, il primo viaggio del genere dal ritorno al potere dei talebani” (sul riavvicinamento tra India e talebani, leggi qui ). Un tempo considerati sinceri alleati, tra talebani e pakistani, negli ultimi anni, le relazioni si sono decisamente complicate: il 2024 è stato uno degli anni più sanguinosi dell’ultimo decennio e ha registrato innumerevoli episodi di violenza di varie dimensioni, che hanno portato alla morte di oltre 2500 persone. Con la mediazione della Cina, poi, ci sono stati numerosi tentativi di dialogo, ma non sono andati benissimo: “Secondo il Pakistan Institute for Conflict and Security Studies (PICSS), un think tank con sede a Islamabad, la violenza nei primi tre trimestri del 2025 ha quasi eguagliato l’intero bilancio delle vittime del 2024”. Il Pakistan combatte la più feroce insurrezione talebana degli ultimi dieci anni, titola il New York Times, “E negli ultimi giorni, il Pakistan ha assistito a un’ulteriore escalation di violenza. Una serie di attacchi ha ucciso decine di soldati, principalmente nella provincia nordoccidentale di Khyber Pakhtunkhwa, che condivide un lungo e permeabile confine con l’Afghanistan”: sono scosse di assestamento, oppure qualcosa sta degenerando rapidamente?

La settimana scorsa, Forrest Trump l’isolazionista aveva dichiarato la sua volontà di riportare le truppe statunitensi nella base aerea di Bagram, in Afghanistan: l’idea è stata immediatamente esplicitamente “respinta dai talebani, cosa prevedibile per salvare le apparenze a questo punto”, ma, in realtà, “i colloqui sarebbero già in corso”; allo stesso tempo, il Pakistan si è riunito con Iran, Cina e Russia e, insieme, hanno rilasciato una dichiarazione congiunta che respinge i piani statunitensi. Sempre il Pakistan però, in realtà, da 3 anni a questa parte – e, cioè, dal golpe contro Imran Khan – in realtà ha iniziato a virare verso Occidente, una tendenza che, riflette il buona Andrew Korybko, è stata accelerata “dal ritorno al potere di Trump e dalla sua ossessione di punire l’India per non essersi subordinata al ruolo di più grande Stato vassallo degli Stati Uniti di sempre”, e ora, come titola il Financial Times, Il Pakistan corteggia gli Stati Uniti con la proposta per un nuovo porto sul Mar Arabico: “L’audace piano, visionato dal Financial Times, prevede che gli investitori americani trasformino la cittadina costiera di pescatori di Pasni in un terminal per il trasporto dei minerali essenziali del Pakistan. Pasni dista solo 160 chilometri dall’Iran e 112 chilometri dalla città pakistana di Gwadar, che ospita un porto sostenuto dalla Cina”; “L’iniziativa riflette il modo in cui i funzionari del Pakistan stanno valutando come trarre vantaggio dal profondo sconvolgimento geopolitico verificatosi nell’Asia meridionale negli ultimi mesi”. Qui la ricostruzione degli ultimi avvenimenti da parte della testata pakistana in lingua inglese Dawn.

 

Gab

Tra mille criticità, l’accordo di pace mediato da Donald Trump in Medio Oriente sembra tenere; Hamas ha liberato i primi sette oggi israeliani, diffondendo scene di calorosi saluti tra i miliziani e i cittadini che tornavano alle loro case: “Gli applausi sono scoppiati in Israele, dove decine di migliaia di persone si erano radunate per assistere alle proiezioni pubbliche dei passaggi di consegne lunedì, quando i canali televisivi hanno annunciato che i prigionieri erano con il CICR” (qui il link). Il successo mediatico non cancella, però, i dubbi della diplomazia e della stampa internazionale; in particolare rimane il nodo del dopo conflitto: chi amministrerà Gaza? Con quale legittimità? “Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump è partito domenica per Israele ed Egitto per una missione di pace di alto profilo, dichiarando che la guerra è finita a Gaza nonostante l’incertezza su ciò che seguirà un accordo di cessate il fuoco tra Israele e Hamas” (qui il link).

Il The Jerusalem Post riporta l’uccisione (post accordo) di Saleh Aljafarawi, giovanissimo giornalista palestinese, trovato ucciso da svariati colpi alla testa e alla schiena: la testata ultra-sionista, espressione della destra israeliana, fa il suo sporco lavoro e definisce il coraggioso informatore “influencer di Hamas”; qui il link per stomaci forti. L’uccisione è opera di un clan palestinese rivale dell’amministrazione di Gaza: “L’escalation tra Hamas e il clan Doghmush è iniziata quando i membri del clan hanno teso un’imboscata a diversi agenti di Hamas vicino all’ospedale giordano di Gaza City lo scorso venerdì, poco dopo l’entrata in vigore di un cessate il fuoco”; il TJP dimentica, però, di dire come fu lo stesso gabinetto Netanyahu, mesi fa, ad ammettere di aver sostenuto l’opposizione interna a Gaza, anche jihadista, per destabilizzare la città (qui il link). Sulla situazione generale, chiosa Al Jazeera, (articolo citato in testa): “Il vicepresidente degli Stati Uniti JD Vance è sembrato riconoscere domenica che la strada verso la stabilità sarebbe stata difficile: Ci vorrà una leva costante e una pressione costante da parte del presidente degli Stati Uniti verso il basso (…)“. In un’intervista separata con ABC, Vance ha detto che i 200 soldati statunitensi inviati in Israele per monitorare il cessate il fuoco non sono destinati ad avere un ruolo di combattimento e non si schiereranno in territorio palestinese: “L’idea che avremo truppe sul terreno a Gaza, in Israele, non è la nostra intenzione, non è il nostro piano“, ha detto Vance. Insomma: ancora divisioni in casa MAGA…

Come se non bastasse, qualche pensiero arriva anche dal Sahel, punto nevralgico per il commercio mondiale dell’uranio (qui il link):  “Il ministero degli Esteri di Bamako ha annunciato le misure reciproche domenica, dopo che gli Stati Uniti hanno iniziato a richiedere ai cittadini maliani in cerca di visti d’affari o turistici di emettere pesanti obbligazioni tra i 5.000 e i 10.000 dollari a partire dal 23 ottobre”. Il mondo sta cambiando e, tra mille contraddizioni, l’amministrazione Trump finalmente ha sviluppato una sua linea; resta ora da capirne coerenza e affidabilità…

 

Ale

È nato ufficialmente nella notte italiana il Lecornu 2, il secondo esecutivo in sette giorni per l’ex ministro macroniano che, dopo il fallimento del primo governo (durato meno di mezza giornata), ha annunciato “un governo di scopo” volto a varare la manovra finanziaria entro la fine dell’anno: escluso l’appoggio di Le Pen e Melenchon, Lecornu può solo sperare in un governo di minoranza con l’appoggio esterno di socialisti, ecologisti e i centristi dissidenti che decideranno sulla fiducia soltanto dopo la dichiarazione di politica generale di Lecornu, che ha dato appuntamento in Assemblée Nationale per martedì prossimo.
Primo risultato del nuovo governo è la spaccatura e la crisi ormai definitiva dei Républicains: il partito della destra che fu neogollista, guidato da Bruno Retailleau, aveva annunciato da giorni che i suoi esponenti non sarebbero entrati a far parte del Lecornu 2, spiegando che i paletti socialisti – soprattutto la sospensione, richiesta da quel partito, della riforma delle pensioni – avrebbe impedito qualsiasi risanamento delle finanze pubbliche; stasera, però, ben 6 ministri del partito della destra francese figuravano nella lista del governo Lecornu 2. Pochi minuti dopo l’annuncio ufficiale della lista, è arrivata la scomunica di Retailleau, che aveva annunciato per primo di non voler essere confermato nel ruolo di ministro dell’Interno. Un approfondimento interessante sulla crisi francese e i futuri scenari politici è uscito oggi sul Fatto Quotidiano: “Amici miliardari, Mélenchon è come Robespierre!”; “Tutto su Lepen… anzi no, su Bardella! (Le Pen è troppo di sinistra)”.


Questo potrebbe essere la sintesi dell’articolo di Martine Orange, la quale ha intervistato diversi esponenti di spicco delle oligarchie economiche francesi facendo emergere tutta la loro insoddisfazione per Macron, reo di aver riportato alla ribalta nell’opinione pubblica, a causa della sua incompetenza, questioni come la giustizia sociale e la redistribuzione della ricchezza; improvvisamente, sembra diventato possibile rimettere in discussione i vantaggi acquisiti dal mondo imprenditoriale che, per trent’anni, ha dettato l’agenda economica. Per loro, il presidente non ha saputo evitare che il dibattito prendesse una dimensione ideologica , in particolare dopo la pubblicazione di studi come quello della Commissione d’inchiesta senatoriale che ha rivelato l’ammontare delle sovvenzioni pubbliche alle aziende francesi: 211 miliardi di euro all’anno. La principale priorità rimane, ovviamente, impedire che La France Insoumise e, in generale, la sinistra accedano al potere: “Mélenchon è come Robespierre!” hanno rivelato in anonimato alcuni oligarchi (impauriti per la loro testa). Così, l’idea che, già l’anno scorso, cominciava a farsi strada nel mondo imprenditoriale si sta affermando ora con ancora maggiore forza: i Repubblicani devono portare a termine la loro metamorfosi accettando di avvicinarsi al Rassemblement National (Rn) per pervenire all‘unione delle destre. Dal giugno 2024, gli imprenditori hanno dunque moltiplicato gli incontri con i responsabili del partito di estrema destra, che giudicano troppo deboli sui temi economici; sembra che abbiano prestato particolare attenzione a Jordan Bardella, il braccio destro di Marine Le Pen.
Per il mondo degli affari, il nome Le Pen, anche se non è più ingombrante come lo è stato in passato, resta comunque imbarazzante; inoltre, Marine Le Pen ha inserito nel suo programma misure considerate spaventose e di sinistra, come l’abrogazione della riforma delle pensioni e la tassa sul capitale finanziario. Il fatto che Marine Le Pen sia stata dichiarata ineleggibile dai giudici (nell’ambito della sentenza di primo grado nel processo sulla truffa all’Unione europea, ndt.) facilita il loro avvicinamento al Rn; con Bardella, tutto diventa più semplice e lui sa ascoltare: il partito ha avviato discretamente una revisione del proprio programma economico, con l’obiettivo di armonizzarlo e di eliminare alcune misure che potrebbero irritare il resto della destra.

Intanto, per l’Italia sarà la Meloni a guidare la delegazione italiana ai negoziati di pace per Gaza a Sharm el Sheikh; come noto, il ruolo del nostro Paese nell’accordo per il cessate il fuoco è stato minimo o nullo, ma adesso ci sono da monitorare possibili opportunità economiche che riguardano la ricostruzione di Gaza, e il governo si è dichiarato interessato ad essere presente partecipare con un nucleo militare che potrebbe avere funzioni di monitoraggio ed eventuali azioni di sminamento delle macerie delle Striscia.
Per l’Europa presente anche il premier britannico Keir Starmer, il presidente francese Emmanuel Macron, quello spagnolo Pedro Sanchez e, per l’Ue, parteciperà Antonio Costa.

Il Soddu

Pechino a Trump: devi stare a cuccia! Mentre l’Occidente affronta una fase di incertezza economica, finanziaria e strategica, il baricentro globale continua a spostarsi verso est: negli ultimi giorni, diversi segnali provenienti dal mondo finanziario, diplomatico e commerciale indicano come la Cina stia diventando rifugio per i capitali globali. Le grandi banche d’investimento americane Citi e JPMorgan, che, negli anni passati, avevano mantenuto posizioni prudenti sul mercato cinese, oggi rilanciano con toni insolitamente ottimistici: entrambe hanno segnalato che i titoli azionari della Repubblica Popolare offrono margini di stabilità e rendimento superiori rispetto a quelli di molte altre piazze, anche in presenza di nuove minacce tariffarie e in un contesto globale segnato dalle guerre valutarie, decoupling e frammentazione del commercio internazionale. Citi, nel suo ultimo outlook, ha evidenziato che il mercato cinese è “strutturalmente meno correlato” alle dinamiche inflazionistiche occidentali, in quanto alimentato da fattori interni come il credito controllato, la pianificazione settoriale e la crescita dei consumi interni sostenuta dalle misure di welfare recentemente introdotte; JPMorgan, invece, ha insistito sulla “tenuta strutturale” della domanda interna, citando il rimbalzo della spesa delle famiglie, il ritorno di investimenti nell’innovazione industriale e nella manifattura avanzata e la ripresa dei settori legati all’intelligenza artificiale applicata alla produzione. Le due banche riconoscono inoltre la capacità di Pechino di mantenere margini di manovra politica attraverso la regolazione statale del credito e la stabilità del renminbi, che offre ai capitali stranieri un porto relativamente sicuro rispetto alla volatilità dei mercati occidentali (la presenza dello Stato che diventa un fattore di stabilità? Chi lo avrebbe mai detto!). Mentre i mercati americani restano dominati da una politica monetaria altalenante e i listini europei soffrono una stagnazione combinata di crescita e domanda, la Borsa di Shanghai e quella di Shenzhen offrono un punto d’appoggio sempre più percepito come anticiclico; in sostanza, l’argomento delle grandi banche è chiaro: in un mondo dove le turbolenze aumentano, la Cina potrebbe trasformarsi da rischio sistemico percepito a rifugio tattico per capitali globali in cerca di equilibrio, e questo potrebbe essere un grave problema per gli Stati Uniti. Questo ribaltamento di prospettiva non è solo economico, ma anche politico: se due tra le principali banche statunitensi riconoscono un valore strutturale all’economia cinese, significa che una parte dell’élite finanziaria americana considera ormai Pechino una componente necessaria di stabilità nel sistema globale, non più soltanto un concorrente strategico da contenere.

A confermare questo clima di distensione, almeno sul piano verbale, sono arrivate anche le parole di Donald Trump, che ha sorpreso osservatori e analisti ammorbidendo il proprio linguaggio nei confronti di Pechino; ma qui dobbiamo fare un piccolo passo indietro: le relazioni commerciali tra Stati Uniti e Cina che, fino a pochi giorni fa, sembravano vivere una tregua apparente, sono state recentemente scosse da una serie di mosse statunitensi considerate errate e mal calibrate. Dopo che la Cina ha adottato contromisure per proteggere i propri interessi strategici, il presidente Trump ha reagito rilanciando il ricatto dei dazi, scatenando una nuova ondata di volatilità sui mercati americani, con tutti e tre i principali indici in calo e un diffuso panico tra investitori e analisti di Wall Street: il 12 ottobre, Jamieson Greer, rappresentante commerciale statunitense, ha dichiarato che Pechino non aveva fornito alcuna notifica preventiva sull’introduzione di nuove normative sulle terre rare, materiali essenziali per l’industria high-tech e l’elettronica avanzata – dai chip ai jet da combattimento; gli Stati Uniti hanno tentato di contattare immediatamente le autorità cinesi, ma ogni tentativo è stato respinto, sottolineando la volontà di Pechino di gestire autonomamente le proprie politiche commerciali. Trump e il vicepresidente Vance hanno successivamente rilasciato dichiarazioni ambigue, interpretate da molti osservatori come una volontà di moderare le minacce tariffarie, ma il mercato ha reagito negativamente perché, al di là delle parole concilianti, le azioni preventive cinesi avevano già alterato le aspettative di approvvigionamento e costi per settori chiave dell’economia americana.
In questo caso la Cina ha dimostrato crescente sicurezza, imponendo nuove regole sulle terre rare senza negoziazione preventiva: l’effetto immediato è stato una svendita sui mercati azionari statunitensi, con perdite stimate intorno ai 2.000 miliardi di dollari il 10 ottobre, mostrando come la percezione di rischio reale, legata alla sicurezza delle catene di approvvigionamento tecnologiche, possa superare l’impatto rassicurante di dichiarazioni politiche, anche se apparentemente concilianti; e qui arriviamo all’intervista fatta al presidente americano, nella quale ha dichiarato di non voler “una nuova guerra commerciale con la Cina” e ha lasciato intendere che la sua priorità non sarà quella di rialzare le barriere economiche, ma di trovare “terreni comuni” per cooperare. Con una battuta ironica, “Forse torneremo ai tacos, non ai dazi” è stato dato un tono leggero a quella che, in realtà, rappresenta una revisione strategica della linea più dura che aveva caratterizzato questa amministrazione americana: quella frase ha rievocato il gioco di parole TACO, usato sia dai suoi sostenitori che dai commentatori, interpretato come acronimo di Trump Always Comes Over, cioè “Trump torna sempre indietro”; il termine è diventato un modo per descrivere la sua tendenza a cambiare rotta, pur mantenendo l’immagine dello sbruffone. Nel linguaggio politico americano, TACO è stato adottato anche come simbolo della politica flessibile trumpiana: una combinazione di pragmatismo, improvvisazione e marketing personale. La scelta di abbassare i toni con la Cina risponde a diverse esigenze, tra le quali le pressioni provenienti dal mondo industriale e finanziario statunitense, sempre più preoccupato per gli effetti a catena delle restrizioni sull’import di semiconduttori, batterie e componenti cinesi: molti settori manifatturieri americani, dall’automotive all’elettronica, restano fortemente dipendenti da forniture asiatiche, e i dazi rischiano di aggravare l’inflazione e ridurre la competitività interna. Alcuni consiglieri di Trump, tra cui esponenti dell’ala economica più moderata, avrebbero suggerito una linea più realista e meno ideologica: cooperare quando conviene, colpire solo dove serve; nella sostanza, l’ex presidente cerca di riposizionarsi come un negoziatore, in grado di trattare duramente ma senza compromettere l’interesse industriale nazionale (qui il link).

Mentre a Washington si modulano i toni, a Pechino parlano i numeri: a settembre, le importazioni cinesi di soia hanno toccato un nuovo record, superando le stime e consolidando la leadership del Brasile come principale fornitore; per il quarto mese consecutivo, la Cina ha quasi completamente evitato di acquistare dai produttori statunitensi, preferendo rivolgersi all’America Latina, con Brasile e Argentina, e rafforzando i legami con paesi africani e asiatici emergenti. Questo cambiamento non è tecnico, ma strategico: la soia, materia prima chiave per la zootecnia e l’industria dei biocarburanti, è da anni uno dei simboli dell’interdipendenza economica tra Stati Uniti e Cina; sostituire Washington con il Sud globale significa ridisegnare il sistema di alleanze commerciali in chiave multipolare e ridurre drasticamente la vulnerabilità strutturale alle pressioni americane. Pechino utilizza i dazi non come deterrente, ma come occasione per ampliare la propria rete di cooperazione economica, trasformando l’isolamento imposto in un vettore di diversificazione.

Questo pezzo non potrebbe concludersi con niente di più simbolico. la Cina ha compiuto una mossa dal valore simbolico enorme: il governo ha deciso di interrompere la pubblicazione di documenti ufficiali in formato Microsoft Word, sostituendoli con formati sviluppati integralmente in ambienti digitali nazionali; è un gesto tecnico solo in apparenza, che rappresenta un atto di sovranità tecnologica. Pechino lavora da anni alla costruzione di un ecosistema digitale sovrano, in cui software, protocolli, server e sistemi operativi siano completamente indipendenti da fornitori esteri; l’abbandono del formato .docx, emblema dell’egemonia americana nel digitale, è parte di un più vasto programma di autarchia informatica che prevede la progressiva sostituzione di sistemi occidentali con versioni locali, come il Kylin OS e la promozione di standard crittografici nazionali. Washington continua a estendere le restrizioni sull’export di chip e componenti sensibili e la Cina ha intenzione di mostrare la sua maturità industriale: il dragone non solo difende la sicurezza dei propri dati, ma mira a imporre standard internazionali alternativi, riducendo la dipendenza strutturale dall’Occidente e trasformando la sicurezza digitale in un pilastro di sovranità.

 

Il resto del Mondo

Paesi Bassi
Il 12 ottobre 2025, il governo olandese ha nazionalizzato Nexperia, uno dei principali produttori europei di semiconduttori con sede a Nijmegen, di proprietà della società cinese Wingtech; la decisione è stata motivata da preoccupazioni relative a “gravi carenze nella governance” e al rischio che queste mettessero in pericolo la sicurezza tecnologica ed economica dei Paesi Bassi e dell’intera Europa. Per bloccare o annullare le decisioni aziendali ritenute dannose, il governo ha invocato la Goods Availability Act, una legge d’emergenza poco utilizzata in precedenza, garantendo la continuità della produzione di chip fondamentali per settori strategici come l’industria automobilistica e l’elettronica di consumo. Nexperia, ex divisione di Philips e acquisita da Wingtech nel 2018 per 3,63 miliardi di dollari, ha visto sospendere il proprio CEO, Zhang Xuezheng, e istituire un consiglio di amministrazione temporaneo, comprendente un membro indipendente non cinese con diritto di voto decisivo; l’intervento olandese si inserisce in un contesto più ampio di crescente controllo europeo sugli investimenti tecnologici cinesi: già nel 2022 il Regno Unito aveva bloccato un’acquisizione di Nexperia per motivi simili, mentre gli Stati Uniti avevano inserito Wingtech nella Entity List, limitandone l’accesso a tecnologie sensibili. Wingtech ha espresso forte disappunto, definendo la mossa come una “azione geopolitica” e annunciando l’intenzione di ricorrere legalmente per tutelare i propri interessi, mentre il titolo ha subito un calo del 10% alla Borsa di Shanghai. L’episodio evidenzia quanto i semiconduttori siano diventati un bene strategico e quanto l’Europa sia disposta a intervenire per proteggere le proprie capacità tecnologiche in un contesto globale sempre più polarizzato (link qui, qui e qui).

Regno Unito
Spostiamoci Nel Regno Unito, dove un documento riservato trapelato alla stampa ha rivelato che il governo britannico non intende perseguire penalmente presunte “spie cinesi” coinvolte in inchieste di intelligence, nonostante la retorica ufficiale continui a presentare la Repubblica Popolare come principale minaccia per la sicurezza nazionale. La notizia ha innescato reazioni politiche e mediatiche che mettono in luce l’incoerenza tra dichiarazioni e atti concreti; secondo alcuni analisti, la scelta di non procedere contro presunti agenti cinesi risponde a una logica di convenienza: Londra ha bisogno di mantenere aperti i canali economici con Pechino per sostenere le esportazioni e attrarre capitali in un periodo post-Brexit segnato da debolezza industriale. Il risultato è un doppio linguaggio sempre più evidente: l’allarme spionaggio cinese viene agitato nei discorsi pubblici, ma, nei fatti, prevale la prudenza diplomatica e commerciale.

Pakistan
Infine, nel grande scacchiere geopolitico asiatico, Trump ha annunciato la sua intenzione di fare la pace tra Pakistan e Afghanistan, dopo le recenti settimane di scontri di confine tra le forze dei due Paesi: “Sono bravo a fare la pace”, ha dichiarato con tono ironico, ma la mossa ha suscitato reazioni significative. L’area di confine tra i due Paesi, teatro di tensioni da decenni, è un punto nevralgico della competizione tra potenze: il Pakistan è oggi uno dei principali alleati strategici di Pechino, legato al grande progetto del Corridoio Economico Cina-Pakistan (CPEC), arteria fondamentale della Belt and Road Initiative che collega lo Xinjiang al porto di Gwadar sul Mare Arabico; ogni intervento americano in quell’area, anche solo simbolico, tocca dunque direttamente gli interessi cinesi. Gli scontri di frontiera, che hanno coinvolto milizie tribali e forze regolari, hanno provocato centinaia di sfollati e un aumento della tensione politica interna in entrambi i Paesi: il Pakistan accusa Kabul di ospitare gruppi militanti anti-pakistani, mentre l’Afghanistan ribatte denunciando incursioni armate oltre confine. Nel contesto attuale, l’offerta di Trump di mediare tra i due Paesi assume il tono di un tentativo di rientrare nel gioco regionale dopo anni di disimpegno americano; non si tratta solo di diplomazia elettorale: Washington osserva con crescente preoccupazione il consolidamento della presenza cinese e russa nell’Asia centrale, dove nuovi corridoi energetici e infrastrutturali ridisegnano le rotte della globalizzazione. La pace di Trump, se mai dovesse concretizzarsi, sarebbe un modo per rientrare in una regione che ormai parla sempre più la lingua di Pechino.

Tags: afghanistanborsacinacrisidazidonald trumpemmanuel macronForrest Trumpfrance insoumisefranciaimran khanisraelejd vanceJean-Luc Mélenchonmarine le penmedio orientenewsletterolandaostaggiottoparlantepakistanpalestinaRassemblement NationalreminbirilascioSaleh Aljafarawisebasten lecornustabilitàusa
ShareTweet
Next Post
Macerie di Gaza. Benjamin Netanhyau e Donald Trump brindano in primo piano

L'accordo di tregua è l'atto finale del genocidio? - Non chiamatelo Tg del 13 ottobre 2025

Lascia un commento Annulla risposta

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

NEWSLETTER

Politica di Riservatezza

Mail: info@ottolinatv.it

Pec: giulianomarrucci@pec.it

P. IVA: 01780540504

Seguici su:

Ottolina TV | © Copyright 2024 | Tutti i diritti riservati

Politica di Riservatezza

Mail: info@ottolinatv.it

Pec: giulianomarrucci@pec.it

P. IVA: 01780540504

Ottolina TV | © Copyright 2024 | Tutti i diritti riservati

Politica di Riservatezza

Pec: giulianomarrucci@pec.it

Mail: info@ottolinatv.it

P. IVA: 01780540504

Ottolina TV | © Copyright 2024 | Tutti i diritti riservati

No Result
View All Result
  • Bettolina
    • Log-In/Log- Out
    • Bett8…chè?
    • Registrazione Bettolina
    • Password dimenticata?
    • Tutti i Gruppi
    • Blog degli utenti
  • Shop
    • Negozio
    • Pagamento
    • Carrello
    • Termini & Condizioni
    • Il mio account
  • Eventi
    • Eventi Completati
  • La Tv
    • ¡Desaparecinema!
    • 8 Ore
    • 8Storia
    • Antrop8lina
    • Cosm8lina
    • Dazibao
    • Dirette
    • Fardelli d’Italia
    • Fiond8lina
    • Global Southurday
    • Guerriglia Radio
    • I Pipponi del Marrucci
    • Internazionale
    • Intervist8lina
    • La Bolla
    • La Rassegna Stramba
    • Le Pillole di Ottolina
    • Mondo Cina
    • Ottosofia
    • Ottosofia Live
    • Ottovolante
    • Pane e Volpi
    • Spin8ff
  • I Temi
    • Africa
    • Asia
    • Cina
    • Cultura
    • Economia
    • Europa
    • Italia
    • Americhe
    • Medio Oriente
    • Mondo
    • Russia
    • Scienza e Tech
    • U.S.A.
  • Bibli8teca
  • Libreria
  • Contatti
  • Chi siamo