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Tag: dazi

La guerra commerciale degli USA contro la Cina è il funerale delle democrazie liberali

“Mentre leggete questo articolo, il sistema commerciale globale si sta disintegrando” titola l’Economist; depositario da sempre dei dogmi religiosi più oltranzisti della globalizzazione neoliberista, almeno ha il merito di dimostrare una certa coerenza. L’annuncio di Rimbambiden, martedì scorso, di un aumento stratosferico dei dazi su una serie infinita di prodotti cinesi segna definitivamente la fine di un’epoca, una vera e propria bomba atomica lanciata contro le colonne portanti dell’ordine economico mondiale che ha regolato le nostre vite negli ultimi 40 anni; i dazi, infatti, rappresentano la negazione per eccellenza del cosiddetto Washington Consensus, l’insieme di 10 regole create a immagine e somiglianza degli interessi delle oligarchie euroatlantiche e che Washington ha imposto al resto del mondo anche attraverso colpi di Stato, rivoluzioni colorate e tante tante bombe umanitarie e che, appunto, nella formulazione originale che nel 1989 ne ha fatto l’economista angloamericano John Williamson, prevedono la liberalizzazione del commercio con l’eliminazione di ogni restrizione quantitativa e il crollo, appunto, delle tariffe. Ma per chi trova questi temi un po’ astratti e poco intuitivi, tranquilli: ce n’è anche per voi perché questo terremoto non può che avere anche enormi ripercussioni di carattere politico e istituzionale; al contrario di quanto sostengono gli analfoliberali, infatti, la forma specifica delle nostre istituzioni politiche – le cosiddette democrazie liberali in nome delle quali l’Occidente collettivo si è arrogato il diritto di sanzionare (se non addirittura di bombardare) mezzo pianeta – non si fonda ovviamente su particolari principi o valori (che sono solo fuffa per i poveri di intelletto), ma sul fatto che sono la forma istituzionale più adeguata proprio ai dettami neoliberisti del Washington Consensus.
Con la scusa dell’inviolabilità delle libertà individuali e della divisione dei poteri, infatti, le democrazie liberali, che hanno sostituito gradualmente, senza fare troppo rumore, le democrazie costituzionali moderne – che erano nate dopo due guerre mondiali proprio per eliminare le cause profonde che avevano portato ai conflitti imperialistici e all’affermazione del nazifascismo – impediscono ogni forma di concentrazione del potere alternativa a quella del grande capitale privato trasformando lo Stato in un semplice comitato d’affari al servizio degli interessi egoistici delle oligarchie. Anche la famosa democrazia dell’alternanza, a ben vedere, ha sostanzialmente questa finalità: ridurre le elezioni a un televoto tra due fazioni, divise su temi di facciata, di un partito unico degli affari e della guerra la cui agenda fondamentale è dettata, appunto, da oligarchie inamovibili; con la fine dell’ordine economico neoliberale sancita dal ritorno del protezionismo, quindi, è del tutto inevitabile che anche la sua incarnazione istituzionale sia destinata a subire la stessa sorte (e molto più rapidamente di quanto possiate immaginare).

Charles Michel

Lo ha anticipato, in modo cristallino, nientepopodimeno che il presidente del consiglio europeo di persona personalmente, l’universalmente odiatissimo Charles Michel che, nonostante l’appartenenza alla famiglia cosiddetta progressista, ha deciso di buttare alle ortiche un antico tabù: “Nei partiti che vengono definiti di estrema destra” ha dichiarato “vi sono personalità con cui si può collaborare”; l’importante è che siano “pronti a collaborare per sostenere l’Ucraina e a rendere l’Ue più forte”. Che, tradotto, significa che siano schierati dalla parte giusta nella guerra che l’imperialismo ha dichiarato ai paesi sovrani di tutto il mondo e che siano pronti a demolire quel poco di democrazia che è rimasta a livello di Stati nazionali per trasferire tutto il potere in un’istituzione post democratica come l’Unione europea. D’altronde, non è certo una novità: liberali e fascisti sono sempre andati a braccetto, da quando Benedetto Croce e Luigi Einaudi salutavano con entusiasmo l’arrivo di un Duce in grado di reprimere nel sangue le intemperanze delle classi lavoratrici, che rischiavano di importare anche in Italia il morbo della rivolta antimperialista che aveva travolto la Russia; anche se non c’è più l’Unione Sovietica, stringi stringi, la dinamica è esattamente la stessa. Ma prima di provare a capire nel dettaglio perché la svolta protezionista di Rimbambiden comporta la morte dell’ordine economico mondiale e delle democrazie liberali, vi invito a mettere un like a questo video per aiutarci a combattere la nostra piccola guerra quotidiana contro un’altra dittatura (quella degli algoritmi) e, se non l’avete fatto, anche a iscrivervi a tutti i nostri canali social e ad attivare tutte le notifiche: a voi non costa niente, ma per noi può fare la differenza.
Da oltre 30 anni, il culto del mercato e del libero scambio è l’unica vera religione civile rimasta in tutto l’Occidente collettivo e, come ogni religione, ha comportato le sue guerre in nome dell’evangelizzazione di ogni genere: in nome dell’imposizione del binomio liberalizzazione del commercio/istituzioni liberali si sono strozzati paesi nel debito, imposte sanzioni di ogni genere, architettato colpi di Stato e, quando ancora non bastava, pure raso al suolo interi paesi, fino a che qualcosa non è cominciato a cambiare. Una prima avvisaglia è arrivata con la prima amministrazione Trump durante la quale ci fu un primo ricorso al caro vecchio strumento delle barriere tariffarie, proprio nel paese che, più di ogni altro, si era fino ad allora speso per impedirle in tutto il resto del mondo; una contraddizione che venne fortemente denunciata anche dall’opposizione democratica e dallo stesso Rimbambiden, che proprio sulle parole d’ordine del dogma liberoscambista ha incentrato una bella fetta della sua prima campagna elettorale. Una volta salito al potere, però, la retorica ha fatto spazio alla realpolitik: le sanzioni sono rimaste tutte dov’erano e ora, alla vigilia di un’altra campagna elettorale infuocata, si rilancia con proporzioni assolutamente inedite e inaspettate.
Il tema del momento, ovviamente, sono le auto elettriche, per le quali i dazi passeranno dal 25 al 100% – come aveva già minacciato Trump nelle settimane scorse a più riprese; ma è solo la punta dell’iceberg: i dazi su tutti i tipi di batterie, dal 7,5%, saranno innalzati al 25, come per la grafite e le terre rare che, fino ad oggi, pagavano zero. Da zero a 25 anche le gigantesche gru utilizzate nei porti; per le celle solari, che pagavano già il 25, si passerà al 50. Stessa cosa per i semiconduttori; per alluminio e acciaio, invece, l’aumento sarà più contenuto, dal 7,5 al 25. Ovviamente il valore complessivo attuale dell’interscambio delle merci coinvolte, in realtà non è granché (circa 18 miliardi di dollari) e, ovviamente, si tratta di una manovra dal chiaro sapore elettoralistico, tant’è che i cinesi, grossomodo, li stanno perculando: “Un tipico atto di bullismo” l’ha definito il ministro degli esteri cinesi Wang Yi che, sostiene, ha “messo in luce la mancanza di fiducia piuttosto che la forza di Washington” e che, sottolinea, “non fermerà lo sviluppo della Cina, ma al contrario ispirerà 1,4 miliardi di cinesi a lavorare di più”; ma, nonostante gli effetti immediati sull’ascesa cinese e sull’economia americana siano piuttosto limitati, si tratta comunque di una svolta storica che indica chiaramente la strada che è stata irrevocabilmente intrapresa. La domanda è: perché? Perché, nonostante le cifre – tutto sommato contenute – in ballo, si è deciso di minare definitivamente le fondamenta stesse della religione civile sulla quale è stato costruito l’unipolarismo USA che ha dominato negli ultimi 40 anni? Cos’è cambiato?
Per capirlo è necessario fare un piccolo riassuntino delle puntate precedenti e provare a capire perché il mito del libero scambio, negli ultimi decenni, ha rappresentato la pietra miliare del sistema economico mondiale che le oligarchie USA hanno costruito a loro immagine e somiglianza. Secondo i dogmi liberisti, il libero scambio tra due paesi rappresenterebbe uno stimolo incredibile allo sviluppo e alla crescita: da un lato, infatti, permetterebbe a tutti i paesi coinvolti di avere accesso alle merci competitive e, dall’altro, permetterebbe ai singoli paesi di specializzarsi in quei settori nei quali hanno dei vantaggi competitivi; e così, alla fine, a beneficiarne sarebbe il sistema nel suo insieme perché la mano invisibile del mercato farebbe piazza pulita di tutte le inefficienze e di tutto quello che sta in piedi esclusivamente per valutazioni che con la gestione efficiente delle risorse non hanno niente a che vedere. E intendiamoci: questo assunto è tutt’altro che campato in aria, anzi! L’integrazione delle economie ha rappresentato spesso uno straordinario impulso allo sviluppo e alla crescita della quale tutti hanno beneficiato, ma c’è un piccolo problemino: il giochino funziona se e solo se a integrarsi sono economie – tutto sommato – abbastanza simili; non simili nel senso che producono le stesse identiche cose, ovviamente, ma simili nel senso che, complessivamente, hanno un livello comparabile di sviluppo e di diversificazione economica. Quando invece a integrarsi sono due economie a un livello molto diverso di sviluppo, quello che accade è molto semplice: la più forte diventa sempre più forte e la più debole sempre più debole; e a guadagnarci sono solo le oligarchie (che è esattamente quello che è successo con la globalizzazione neoliberista). E non è stato un incidente di percorso: nessuno sa meglio degli USA che, prima di poter trarre vantaggio dal libero scambio, l’unica strada possibile è quella di sviluppare l’industria nazionale con politiche ferocemente protezionistiche; l’hanno fatto per un secolo. Fino alla seconda guerra mondiale, per recuperare il gap che li separava dalle economie del vecchio continente gli USA hanno mantenuto un regime di dazi e tariffe astronomico: attorno al 40%; durante la globalizzazione neoliberista, le tariffe medie su scala globale sono state tenute con la forza sotto al 3.
E quello statunitense non è certo un caso isolato: prima di loro, anche la Gran Bretagna aveva fatto altrettanto, adottando tariffe – di nuovo – nell’ordine del 40% fino a quando non si è garantita un vantaggio competitivo nei confronti del resto del mondo; dopodiché, di punto in bianco, come per magia ecco che le tariffe spariscono – come spariscono manu militari in tutti i paesi dove l’impero britannico era in grado di dettare legge. Quindi, in soldoni, la globalizzazione neoliberista è consistita, appunto, nell’imporre la religione liberoscambista riassunta nei 10 punti del Washington Consensus a tutto il resto del mondo, sicuri che – visto che si partiva da una posizione di vantaggio competitivo – questo non avrebbe fatto altro che aumentare il divario con gli altri paesi; che è, fondamentalmente, anche il motivo per cui erano convintissimi che avrebbero potuto investire quanto volevano in Cina senza che per questo la Cina potesse ambire a diventare un competitor in grado di mettere in discussione la loro egemonia. Avevano fatto i conti senza l’oste: in quanto paese sovrano e (per quanto agli analfoliberali questa sembri una bestemmia) democratico, la Cina non ha mai visto negli investimenti esteri, fondamentalmente, un’opportunità per le sue oligarchie di arricchirsi a dismisura ed entrare così a far parte del club esclusivo del grande capitalismo transnazionale; come molti predicano (ma in pochi fanno davvero), la Cina ha visto questi investimenti come una necessità e un’opportunità non solo, genericamente, per svilupparsi, ma anche per raggiungere una qualche forma di indipendenza tecnologica e finanziaria – e, quindi, sfuggire a quella che viene definita la middle income trap, la trappola in cui cadono i paesi imprigionati dalla logica fondante della globalizzazione neoliberista non appena superano un primo stadio di sviluppo e, da paesi arretrati e sottosviluppati, diventano paesi industrializzati (ma sempre subordinati al centro imperialistico).
La globalizzazione neoliberista, infatti, in realtà fa anche cose buone, perché quando i capitali cominciano ad arrivare in un paese sottosviluppato per approfittare dei salari bassi e della sudditanza dei governi assetati di investimenti, inizialmente – in realtà – producono anche un reale sviluppo: paesi che, fino ad allora, avevano fondato la loro economia in buona parte su un’agricoltura di sussistenza a bassissima produttività, hanno l’opportunità di avviare una prima industrializzazione; ma non solo, perché per produrre in modo efficiente non basta costruire una fabbrica nel mezzo del nulla e riempirla di schiavi semianalfabeti. Bisogna liberare un po’ le forze produttive e, per farlo, servono infrastrutture – dalle strade all’energia – e, tutto sommato, servono anche un po’ di servizi sociali: un minimo di istruzione e anche un minimo di servizio sanitario. Ed ecco così che, anche nell’ambito della globalizzazione neoliberista, anche i paesi del Sud del mondo dove si sono concentrati gli investimenti per le delocalizzazioni, oggettivamente attraversano un periodo di sviluppo; certo, non privo di conseguenze, perché comunque il capitalismo non è molto previdente e, quindi, tutto quello che non è strettamente necessario nell’immediato per ottimizzare le spese non viene cacato, come – ad esempio – la tutela degli ecosistemi. Ma uno sviluppo c’è; il problema, però, è che poi, a un certo punto, inesorabilmente e magicamente si arresta e, cioè, quando si arriva al livello di sviluppo che permette a chi gerarchicamente sta in cima alla piramide di estrarre il massimo di plusvalore possibile. A quel punto, gli interessi di sviluppo del paese entrano in conflitto con quelli del centro imperiale – e delle élite compradore che hanno cooptato – e il coltello dalla parte del manico ce l’ha chi sta in cima alla piramide perché, nel frattempo, il grosso dei dividendi di questa fase di sviluppo, comunque, li ha incassati lui e li ha usati per rafforzare il suo rapporto gerarchico nei confronti dei sottoposti, aumentando sempre di più il divario tecnologico e la concentrazione dei capitali.
La parabola che le oligarchie imperialiste avevano in mente per la Cina era esattamente questa: una parabola che non solo avrebbe impedito alla Cina di diventare un competitor in grado di contendere le posizioni di comando delle catene del valore globale, ma che avrebbe dovuto anche costringere la Cina a diventare un pezzo integrante dell’ordine economico neoliberale guidato da Washington e da Wall Street; l’idea, infatti, era che quell’ordine è anche negli interessi delle oligarchie cinesi, che possono continuare a estrarre valore dalla loro gigantesca economia e poi indirizzare i loro capitali laddove c’è la massima concentrazione di capitali, nella cima della piramide dove, in cambio di una rendita cospicua, sarebbero stati felici di partecipare da subordinati al grande banchetto dello schema Ponzi della speculazione finanziaria a stelle e strisce. Avevano fatto i conti senza l’oste: quello che non avevano messo in conto, infatti, è che per quanto anche la borghesia cinese si sia arricchita a dismisura, il partito non le ha mai consentito di trasformare questa ricchezza in potere politico, che è rimasto sempre saldamente nelle sue mani e l’ha usato proprio per porre le basi per non rimanere impantanato nella middle income trap; sin dal principio la Cina, infatti, ha avuto le idee piuttosto chiare su cosa era necessario fare per non diventare una colonia, nonostante l’impatto enorme dei capitali esteri e il crescente potere delle oligarchie interne.
Il primo punto, ovviamente, è evitare di diventare una colonia tout court e, quindi, attrezzarsi per resistere a qualsiasi tentativo di imporre qualcosa di estraneo ai propri interessi internazionali attraverso il ricorso alla forza bruta (e su questo, sinceramente, credo nessuno – tutto sommato – si sia mai fatto troppe illusioni); il secondo è l’aspetto finanziario: mantenendo il controllo pubblico delle grandi banche – e, quindi, il controllo politico di dove vanno i soldi per fare cosa – la Cina ha impedito di consegnare il controllo della sua economia alle oligarchie che, naturalmente, hanno interesse a indirizzare i soldi dove rendono di più – e, cioè, nelle bolle speculative dirette dalle oligarchie USA e non dove serve al paese per continuare a svilupparsi. Il terzo è utilizzare lo sviluppo per diminuire il gap tecnologico, invece di vederlo aumentare come succede quando ti affidi al cosiddetto libero mercato; per fare questo, sin da subito la Cina ha posto delle condizioni molto chiare a chi voleva andare a investire in Cina: formare delle joint ventures con imprese locali, molto spesso di proprietà pubblica, in modo da garantire un trasferimento di tecnologia costante. E così, con i loro soldi e le loro tecnologie, hanno messo in piedi – giusto per fare l’esempio che oggi preoccupa di più – la filiera dell’auto elettrica, che sono tutte case nazionali che usano tecnologie nazionali e anche capitali nazionali; o quando, come nel caso di BYD (dove, tra gli azionisti, c’è la Berkshire di Warren Buffet), vedono una grossa partecipazione delle oligarchie internazionali, è comunque sempre in posizione subordinata rispetto alle borghesie nazionali che, se entrano in conflitto col partito, rischiano sempre di fare la fine di Jack Ma. E ovviamente, visto che – dopo 30 anni di deindustrializzazione negli USA e di investimenti in Cina – la Cina oggi è l’unica vera superpotenza manifatturiera mondiale che, da sola, produce circa un terzo di tutto quello che viene prodotto nel mondo, va da se che, a parte per alcuni significativi ma limitati settori specifici, i rapporti di forza si sono completamente invertiti; e, quindi, il libero scambio necessariamente favorisce la Cina e penalizza gli USA.
Ed ecco così che, in men che non si dica, le fondamenta della religione civile che ci hanno imposto per decenni magicamente non contano più e possono essere gettate nel cesso e, insieme a loro, si cominciano già a vedere i primi segni della fine anche dell’involucro politico che meglio rappresentava queste profonde dinamiche materiali – e che gli analfoliberali ci spacciavano come una libera scelta dovuta a valori e principi condivisi e fortemente radicati.
Insomma: l’Occidente, per come l’abbiamo conosciuto e per come c’è stato spacciato, è finito e i rapporti materiali che, sotto il velo di Maya dell’ideologia neoliberale, ne hanno sempre determinato il funzionamento, emergono in tutta la loro ferocia in superficie. Basterà per farci capire quanto ci hanno sempre preso profondamente per il culo? In buona parte dipende anche da noi e da quello che sapremo fare concretamente per approfittare di questa vera e propria incursione della verità nel mondo della post verità, a partire da un vero e proprio media che sia in grado di mettere a nudo l’ipocrisia e i doppi standard dell’imperialismo neoliberista e dia finalmente voce agli interessi concreti del 99%. Aiutaci a costruirlo: aderisci alla campagna di sottoscrizione di Ottolina Tv su GoFundMe e su PayPal.

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