Il Marru
Fare peggio di Mario Monti, di Elsa Fornero, di Enrico Letta, di Matteo Renzi e di San Mario Pio da Goldman Sachs è una missione quasi impossibile; gli elettori italiani, però, hanno un fiuto infallibile per il fallimento, e quando si è presentata la possibilità di fare un ulteriore balzo verso il baratro, l’hanno colta al volo.

“Da Bruxelles arriva una doccia gelata sulle prospettive della nostra economia”, scrive Paolo Baroni su La Stampa: “In base alle previsioni d’autunno rese note ieri dalla Commissione europea quest’anno il PIL del nostro Paese dovrebbe crescere solamente dello 0,4% anziché lo 0,7 stimato in primavera, nel 2026 dovremmo attestarci su un +0,8 (anziché +0,9) come pure l’anno seguente”. I peggiori della classe…

I 3 anni di governo Meloni non potevano trovare coronamento peggiore; d’altronde, quella di essere gli ultimi della classe, come ricorda anche Mario Deaglio sempre su La Stampa, è “una tendenza” che ormai va avanti ininterrotta “da circa un quarto di secolo”. Quello che grida vendetta è che, di fronte a questo scenario più che prevedibile, il governo dei Patrioti e dei figli della Destra Sociale stia licenziando una manovra di bilancio che basterebbe a malapena per risistemare un condominio di periferia; e come viene riportato tutto questo dalla stampa filogovernativa?

Ok, questo è Il Giornale, e da quando non c’è più il Silvione nazionale, da gridare al golpe contro la Trojka è diventata la componente istituzionale e più smaccatamente filo-Bruxelles della compagine filogovernativa; più significativa, invece, la giravolta della destra più populista. Questo è Libero:

Ma il mio preferito è questo:

La Verità, la testata degli antisistema contro le bugie del globalismo: è diventato l’ufficio stampa di Mario spread Monti. Non c’è niente di irrazionale in tutto questo; non è questione di competenze o di abbagli: è una strategia precisa che viene perseguita con lucidità e spregiudicatezza.

L’obiettivo, sottolinea Il Giornale citando Giorgetti, “rimane la disciplina di bilancio”, che “sbloccherà risorse per miliardi”, che servono a una cosa sola: indovinate quale?

Esatto: la guerra. è quello il compito che ci spetta nella divisione del lavoro internazionale, in quanto manovalanza del centro imperiale: tenere i conti in ordine per permetterci di accelerare il processo di riarmo e tornare a dare del filo da torcere a Mosca; al netto di un po’ di salutare dialettica tra le fazioni del Partito Unico della Guerra, una strategia interamente bipartisan, in grado di riunire come un sol uomo il mondo libberoh e democraticoh.

Soddu
Alibaba non è davvero capitalista?!?! Un memo di sicurezza della Casa Bianca, citato dal Financial Times, accusa Alibaba di aver fornito al Partito Comunista Cinese e, in particolare, all’Esercito Popolare di Liberazione, strumenti tecnologici che minacciano direttamente gli Stati Uniti; tra le presunte consegne: dati sensibili di utenti (IP, registri dei pagamenti, informazioni Wi-Fi), servizi cloud/AI e perfino la condivisione di vulnerabilità software zero-day, cioè exploit ancora non patchati. Secondo il memo, queste capacità non sono marginali: consentirebbero al PLA di rafforzare le sue operazioni cibernetiche contro obiettivi statunitensi; le accuse, se confermate, mettono in luce un meccanismo di fusione militare-civile molto attivo in Cina, dove le grandi aziende tech non sono solo entità economiche, ma anche leve strategiche del potere statale. Alibaba ha respinto con forza le accuse, definendole nonsense e politicamente motivate; dall’altra parte, Pechino nega ogni obbligo legale di fornire dati o tecnologia all’esercito. Per gli Stati Uniti, queste rivelazioni sono una pezza d’appoggio: indicano che le aziende private cinesi non possono essere considerate solo fornitori globali, ma potenziali attori strategici al servizio dell’apparato militare. Il memo potrebbe spingere verso un nuovo giro di regolamentazioni, restrizioni agli investimenti e possibili sanzioni, anche in un momento di tensione economica-altalenante tra Washington e Pechino.
Il grande conflitto puntella la diplomazia asiatica. Il dibattito sulla memoria storica torna prepotentemente al centro della diplomazia dell’Asia orientale. Le parole del presidente dell’Assemblea nazionale sudcoreana, che accusa il Giappone di mantenere una visione distorta del proprio passato coloniale, non arrivano in un momento qualsiasi: Seoul e Tokyo sono formalmente impegnate in un percorso di riavvicinamento strategico, sostenuto con forza da Washington nell’ottica di contenere la Cina, ma la questione delle responsabilità storiche rimane una faglia pronta a riaprirsi ogni volta che qualcuno tocca i nervi scoperti dell’opinione pubblica coreana. La memoria non è mai solo memoria: è politica, potere, identità nazionale; in questo caso diventa anche geopolitica, perché la capacità di Seoul e Tokyo di cooperare realmente dipende dalla gestione di un passato che non è stato pacificato: la Corea del Sud teme che un Giappone che rifiuta i nodi della propria storia possa tornare a gesti unilaterali poco concilianti; il Sol Levante, dal canto suo, vede in queste critiche un limite al proprio tentativo di emanciparsi militarmente. In una regione sempre più polarizzata, la storia resta un campo di battaglia e ogni dichiarazione come questa ricorda quanto sia fragile l’alleanza trilaterale USA-Giappone-Corea del Sud, costruita in gran parte su basi strategiche, ma ancora arenata sulle paludi della memoria.
La politica interna indiana e il predominio del BJP. Il predominio politico del BJP non è più un dato ciclico: è ormai una struttura portante della vita politica indiana. Le elezioni non sono solo contese elettorali, ma conferme di un sistema in cui Modi e il suo partito hanno ridefinito gli equilibri istituzionali, culturali e mediatici del Paese; non è solo la forza del BJP a determinare la situazione attuale, ma la radicale frammentazione dell’opposizione, priva di un progetto coerente e di un leader riconoscibile. Per la più grande democrazia del mondo, questo scenario apre interrogativi non banali: la concentrazione del potere attorno a un partito che controlla reti territoriali, apparato comunicativo e risorse istituzionali rischia di trasformare l’India in un sistema formalmente pluralista, ma- di fatto – sbilanciato; a lungo termine, l’opposizione dovrà decidere se unirsi attorno a un’agenda condivisa, un’operazione tutt’altro che semplice in un Paese così eterogeneo, oppure rassegnarsi a un paesaggio politico dominato da un’unica forza per gli anni a venire. Il BJP ha dimostrato di sapere interpretare il nazionalismo indù contemporaneo come linguaggio politico universale; gli altri partiti, invece, parlano ancora a comunità e segmenti isolati. E in politica, quando uno parla alla nazione e l’altro ai distretti, il risultato è quasi sempre scritto.
Economia globale e catene di fornitura – La centralità della Cina. La Cina rimane l’architrave dell’economia manifatturiera mondiale, anche quando le aziende decidono di spostarsi altrove; il caso di Learning Resources, che delocalizza parte della produzione in Vietnam, non racconta un’uscita dalla Cina, ma esattamente il contrario: l’impossibilità di liberarsene. Le filiere tecnologiche, i fornitori specializzati, i tempi di consegna: tutto continua a dipendere da Pechino; il Vietnam cresce, sì, ma come estensione funzionale del sistema cinese e non come alternativa. Sul versante politico, le commissioni del Congresso USA lanciano l’allarme sulla dipendenza statunitense dai principi attivi farmaceutici cinesi; è un nodo noto da anni, ma ora diventa terreno di scontro elettorale: la vulnerabilità sanitaria viene letta come vulnerabilità strategica, soprattutto in un momento in cui Washington tenta una derisking economy che, però, procede a rilento. Spostare pezzi di filiera non basta: la Cina resta la piattaforma industriale più completa, più integrata e più competitiva del globo e, per quanto gli Stati Uniti cerchino di separare economia e geopolitica, la realtà è che il mercato mondiale continua a funzionare con logiche che ignorano le rivalità tra Stati (gli approfondimenti di Bloomberg qui e qui).
Il piano di Trump per Gaza non convince Cina e Russia. Il Consiglio di Sicurezza appoggia un piano firmato Trump, con Cina e Russia che scelgono l’astensione; l’astensione, in diplomazia, vale quanto una dichiarazione: Pechino e Mosca non vogliono assumersi il peso di un veto su un progetto che il nuovo establishment americano considera centrale per il riequilibrio in Medio Oriente. Allo stesso tempo, però, non concedono un sì pieno per non legittimare una soluzione percepita come calata dall’alto; il piano di Trump, così come presentato, riflette l’approccio securitario della sua amministrazione: stabilizzazione forzata, ricostruzione condizionata, ruolo centrale degli Stati Uniti come arbitri finali del processo politico a Gaza. L’ONU che lo sostiene mostra due cose: la stanchezza internazionale verso il conflitto e la volontà di accreditarsi presso Washington in una fase di turbolenze globali. Resta una domanda cruciale: quanta sostenibilità reale ha un piano che si inserisce in una regione compressa tra crisi umanitaria, tensioni con Israele e disintegrazione dell’ordine regionale? Per ora, l’ONU manda un segnale: qualsiasi proposta, purché esista un canale politico; ma il terreno, a Gaza, è ancora troppo instabile per immaginare una soluzione duratura.









