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OttoParlante - La newsletter di Ottolina (7/10/25)

OttolinaTV by OttolinaTV
07/10/2025
in Articoli, Asia, Cina, Europa, Medio Oriente, U.S.A.
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Il Marru

Buon 7 ottobre a tutti. Oggi nei media italiani si festeggia la giornata dell’orgoglio neocoloniale; noi vi proponiamo un bilancio di questi due anni un po’ controcorrente: a fornircelo, dalle pagine di Al Akhbar, è Jamil Mazhar, vice segretario generale del Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina. Secondo Mazhar, quella a cui stiamo assistendo non è “una guerra convenzionale tra due eserciti, ma piuttosto uno scontro tra il sistema coloniale, che si è schierato a sostegno dell’esercito di occupazione, fornendogli ogni tipo di arma di fabbricazione americana e occidentale, contro il nostro popolo, privo di ogni mezzo, se non la sua volontà, che ha trasformato gli strumenti più semplici in armi per difendere la propria esistenza”, ma “nonostante l’orribile distruzione e l’immensa tragedia”, sostiene Mazhar, “il popolo palestinese non è stato sconfitto e la resistenza non è stata spezzata. Continua, anche se con capacità estremamente limitate, a condurre una guerriglia nei vicoli di Gaza, infliggendo pesanti perdite alle forze di occupazione”; ma soprattutto, sostiene Mazhar, quello che i leader sionisti avevano sottovalutato è “il profondo impatto che lo sterminio di civili ha avuto sulla coscienza umana globale. La solidarietà si è trasformata in un movimento popolare globale senza precedenti, che ha rimesso la causa palestinese in primo piano, e sta conducendo Israele all’isolamento internazionale”. Con il suo piano, sostiene ancora Mazhar, adesso Washington cerca “di trasformare ciò che l’occupazione non è riuscita a ottenere militarmente in successi politici e diplomatici”, ma quello che, secondo Mazhar, Washington non ha ancora capito è che “lo spirito di resistenza suscitato dal genocidio di Gaza non può più essere estinto e che ogni tentativo di imporre la resa non fa che piantare i semi di una resistenza più profonda e più ampia”. Mazhar sottolinea la piena convergenza con Hamas e con le altre fazioni della Resistenza nel respingere qualsiasi forma di mandato internazionale che “collegherebbe la ricostruzione ai capricci dell’occupazione o di altre potenze straniere”, e sostiene che la soluzione risieda in “un’amministrazione nazionale provvisoria, fondata sul consenso interno, che garantisca la dignità di Gaza, e impedisca la sua separazione dall’entità palestinese”. Il leader, com’è noto, ci sarebbe già: è Marwan Barghouti, il Mandela palestinese, che dal 2002 sta scontando 5 ergastoli nelle prigioni israeliane e che oggi si trova di nuovo al centro della trattativa sul rilascio dei rispettivi ostaggi. Anche il Wall Street Journal punta i riflettori sull’isolamento di Tel Aviv: “Israele sta emergendo dalla carneficina come potenza egemone regionale con una serie di vittorie militari”, sottolinea, “ma la lotta del Paese contro il gruppo militante palestinese Hamas lo ha anche lasciato sempre più isolato politicamente e a rischio di perdere il sostegno occidentale a lungo termine, vitale per la sua sopravvivenza”.

Nel frattempo, Foreign Policy torna sull’accordo di sicurezza siglato tra USA e Qatar, che definisce “senza precedenti”: “Il mese scorso, con un colpo di penna, il presidente Donald Trump ha ribaltato il ruolo degli Stati Uniti in materia di sicurezza in Medio Oriente. Per la prima volta nella sua storia, Washington si è formalmente impegnata a difendere un partner regionale. Quel partner non è Israele, l’Arabia Saudita o l’Egitto, ma la piccola nazione araba del Golfo del Qatar. Dire che l’ordine esecutivo di Trump è stato uno shock sarebbe un eufemismo. È stata una decisione storica”.

Sul fronte interno della Guerra Civile USA, invece, torna l’Economist con un articolo dedicato all’invio dell’esercito a Chicago: la tesi dell’Economist è che “gli eccessi peggiori sembrano progettati per produrre contenuti”; ma la stretta autoritaria dell’amministrazione Trump non è solo uno show; tra millemila trumpate, forse è passata inosservata una direttiva ribattezzata NSPM-7, che Stephen Miller ha descritto come “il primo sforzo dell’intero governo nella storia americana per smantellare il terrorismo di sinistra” . Non si tratta di uno dei tanti ordini esecutivi emessi compulsivamente dall’amministrazione, come quello che definisce il movimento Antifa un’organizzazione terroristica; si tratta di una direttiva sulla sicurezza nazionale e, cioè, di “un decreto politico di ampia portata che coinvolge direttamente gli apparati di difesa, politica estera, intelligence e forze dell’ordine”: “Le direttive sulla sicurezza nazionale”, sottolinea Ken Klippenstein, “sono spesso segrete”. Un precedente celebre è la direttiva con la quale, in seguito all’11 settembre, George W. Bush “autorizzava le intercettazioni illegali a livello nazionale da parte dell’NSA. Una direttiva che non fu resa pubblica fino a quattro anni dopo”, “ma in questo caso l’amministrazione ha scelto di renderla pubblica immediatamente”. “La NSPM-7 prevede una nuova strategia nazionale volta a smantellare qualsiasi individuo o gruppo che fomenti la violenza politica, anche prima che sfocino in atti politici violenti”; “In altre parole, stanno prendendo di mira il pre-crimine, per citare Minority Report”, e l’amministrazione Trump “non sta prendendo di mira solo organizzazioni o gruppi, ma anche individui ed entità che, secondo la NSPM-7, possono essere identificati tramite uno qualsiasi dei seguenti indicatori di violenza: antiamericanismo, anticapitalismo, anticristianesimo e in generale ostilità verso coloro che hanno opinioni tradizionali americane su famiglia, religione e moralità”. La direttiva è stata firmata il 25 settembre, giusto pochi giorni prima del famigerato meeting di Quantico, dove Forrest Trump ha dichiarato che “Siamo sotto un’invasione dall’interno. La fermeremo molto rapidamente. Dopo aver speso migliaia di miliardi di dollari per difendere i confini di paesi stranieri, con il vostro aiuto, d’ora in poi difenderemo i confini del nostro Paese. Non permetteremo che ciò accada… San Francisco, Chicago, New York, Los Angeles, sono luoghi molto pericolosi e li risolveremo uno per uno. Anche questa è una guerra. È una guerra dall’interno”.

 

Gab

Proseguono le trattative tra Hamas e Israele in Egitto: dopo un iniziale momento di ottimismo, le parti volgono lentamente verso lo scetticismo; in particolare, i funzionari palestinesi avrebbero detto che l’accordo, inizialmente a portata di mano, sta lentamente sfumando su alcuni punti centrali. Israele chiede l’immediato disarmo di Hamas e il rilascio di tutti gli ostaggi; il gruppo palestinese può accettare tutto questo solo in cambio di un riconoscimento dello Stato palestinese e del ritiro dell’IDF da Gaza. Nonostante il ritiro dell’esercito israeliano dalla Striscia sia un’ipotesi sul tavolo delle trattative, già presente tra i punti iniziali proposti da Donald Trump, rimane ancora argomento lacunoso e con tempistiche poco chiare; sulla questione si giocano anche le dinamiche interne al governo israeliano, dove l’estrema destra ultra-ortodossa si è detta pronta a far cadere il governo Netanyahu in caso di un accordo di pace che preveda l’uscita da Gaza senza prima aver annientato Hamas (qui il link).
Nota Haaretz: “Il piano di Trump contiene una sola clausola con numeri esatti e un calendario preciso: il rilascio di tutti gli ostaggi israeliani in cambio di quasi 2.000 prigionieri palestinesi, tra cui 250 condannati da Israele all’ergastolo. Ma anche su questa clausola, ci sono ancora dettagli in attesa di essere negoziati.
Ad esempio, chi determinerà l’identità dei 250 ergastolani che saranno rilasciati: Israele o Hamas? Importanti leader palestinesi, come Marwan Barghouti, saranno nella lista? I prigionieri rilasciati torneranno alle loro case in Cisgiordania, Gaza e Gerusalemme Est, o saranno mandati all’estero? Per ora, non ci sono risposte a nessuna di queste domande”. Qui link per approfondire.

L’occhio del mondo rimane, però, focalizzato sulla Palestina, in particolare quello dell’opinione pubblica occidentale: ieri pomeriggio è rientrata ad Atene, dopo un breve periodo di detenzione, Greta Thunberg assieme ad altri attivisti della Global Sumud Flotilla; la giovane si è soffermata sulla lunga sequela di torture e maltrattamenti ricevuti nelle carceri israeliane, ma ha poi aggiunto che il focus ora non è una lista di maltrattamenti, quanto il genocidio in atto a Gaza, su cui tutti dobbiamo continuare a tenere gli occhi puntati (qui il link).

 

Ale

Non molla l’osso: Emmanuel Macron è stato pizzicato nella giornata di ieri a camminare da solo avanti indietro sulla Senna, probabilmente a riflettere su come fuggire, anche a questo giro, le proprie responsabilità e come cancellare dalla testa l’idea di essere considerato uno dei peggiori presidenti della storia francese e fautore del fallimento economico del Paese; a quanto pare, non intende nominare immediatamente un successore del premier dimissionario Sebastien Lecornu e ha assegnato al primo ministro 48 ore aggiuntive per negoziare coi partiti una “piattaforma d’azione”. L’unica strada fattibile per Lecornu è quella di rivolgersi al campo largo di sinistra del Nuovo Fronte Popolare per vedere se i Socialisti e i Verdi possono in qualche modo tornare sui loro passi: in cambio della fiducia, però, i due partiti chiedono una revisione della riforma delle pensioni del 2023 e una tassa sugli ultra-ricchi praticamente impossibile da digerire per il Napoleone dei Rothschild; nel frattempo, il Cac40, primo indice della borsa di Parigi, sprofondava assieme alle banche gravate del debito pubblico francese come Bnp Paribas, e il Btp italiano azzerava lo spread con l’Oat decennale francese (Materazzi vendicato?). A destra e sinistra, Jean-Luc Mélenchon e Marine Le Pen dettano la linea: ritorno alle urne per rinnovare il Parlamento o dimissioni anticipate di Macron con un anno e mezzo in anticipo rispetto alla scadenza naturale della legislatura: e mollalo, st’osso!

Come se non bastasse, nella cara, vecchia Europa oltre alla crisi economica e politica c’è anche la deriva autoritaria (e non poteva che essere così); gli inglesi, come sempre, fanno scuola e dopo aver inventato il capitalismo, adesso vogliono pure introdurre dure restrizioni al diritto di manifestazione: la ministra degli interni Shabana Mahmood ha presentato una proposta di irrigidimento delle regole del diritto di manifestazione nel Paese, suggerendo il possibile bando delle “proteste ricorrenti”. Nel fine settimana, oltre 500 manifestanti pacifici erano stati arrestati a Londra per il loro supporto a Palestine Action, il gruppo pro-Palestina designato come terroristico nel luglio scorso: la principale attività di Palestine Action è opporsi all’invio di armi o componenti dal Regno Unito a Israele, e la loro lotta si traduce in azioni di protesta contro le sedi britanniche della società di difesa israeliana Elbit System. La ministra di Starmer, a guida di un governo che continua ad avere una stretta collaborazione militare con Israele, ha parlato della possibilità di introdurre misure più restrittive a causa del disturbo cumulativo che le ormai troppo frequenti manifestazioni per la Palestina stanno causando al Paese: secondo il governo, infatti, le recenti proteste avrebbero ingenerato molto timore nella comunità ebraica, spingendolo così a intervenire. In una nota ufficiale del Ministero dell’Interno si legge che le nuove misure – che saranno introdotte “il prima possibile” – daranno alla polizia maggiori poteri per porre condizioni o vietare del tutto proteste “ripetute e di vasta portata”, valutandone “l’impatto cumulativo sulle aree locali”.

 

Il Soddu

Taiwan: “Se Trump convince la Cina a rinunciare all’isola, merita il Nobel”. Il presidente di Taiwan ha dichiarato che Donald Trump “meriterebbe il Premio Nobel per la Pace” se riuscisse a convincere la Cina a rinunciare all’uso della forza contro l’isola; le parole, riportate da Reuters, segnano un’apertura insolita di Taipei verso l’ex presidente americano, che ha promesso un approccio negoziale “pragmatico e forte” nei confronti di Pechino. Il contesto è estremamente caotico: nelle ultime settimane, la Cina ha intensificato le manovre militari intorno a Taiwan inviando caccia e navi da guerra nello Stretto in una dimostrazione di forza quasi quotidiana, mentre il governo dell’isola è in rotta con gli Stati Uniti; in questo scenario, l’ipotesi che Trump possa agire da mediatore geopolitico viene vista con dubbio dal governo della Repubblica di Cina. Eppure, il presidente taiwanese ha sottolineato che “la pace nello Stretto non si costruisce con le armi, ma con il coraggio politico” e che qualsiasi leader capace di ridurre il rischio di conflitto “sta servendo non solo Taiwan, ma il mondo intero”. Dietro la dichiarazione c’è un chiaro messaggio a Washington: Taipei riconosce l’importanza del sostegno militare statunitense, ma non vuole restare schiacciata nella logica di contrapposizione permanente tra USA e Cina; Trump, dal canto suo, ha più volte accennato alla possibilità di una “nuova grande intesa” con Xi Jinping, pur difendendo il diritto di Taiwan a “vivere libera e prospera”.

L’Ue precisa: la Risoluzione ONU 2758 non decide lo status di Taiwan. Intanto l’Unione Europea, in un eccesso di zelo da brava lacchè, getta benzina sul fuoco sottolineando che la Risoluzione 2758 delle Nazioni Unite, adottata nel 1971, non fa alcun riferimento a Taiwan e non ne definisce il suo status internazionale: lo ha dichiarato un portavoce della Commissione, spiegando che la risoluzione “riconosce la Repubblica Popolare Cinese come unico rappresentante legittimo della Cina presso l’ONU, ma non affronta la questione della sovranità su Taiwan”; e qui si vede come siano andati tutti a ripetizione dalla Kaja Kallas, perché lo status della sovranità sull’isola è sancito nelle dichiarazioni di oltre 119 Paesi del mondo, che non si fanno problemi a riconoscere il principio una sola Cina, come ricordato quest’anno da uno studio del Lowy Institute. In ogni caso, si tratta di un chiarimento di grande peso politico: Pechino da decenni utilizza quella risoluzione come base giuridica per sostenere che l’isola è parte inalienabile del territorio cinese; l’Ue, con questa interpretazione, nega che la 2758 abbia valore vincolante su Taipei, aprendo un varco diplomatico per una cooperazione diretta con le autorità taiwanesi in campo tecnologico e commerciale. Dietro la scelta europea c’è la volontà della sua catena di approvvigionamento dei semiconduttori, sempre più dipendente dalle aziende taiwanesi:  Bruxelles, pur continuando a riconoscere formalmente la politica dell’Unica Cina, si lascia trascinare a peso morto in questioni geopolitiche che non la riguardano e che potrebbero spingere la sua già debole autonomia politica nelle mani statunitensi; Pechino, manco a dirlo, ha reagito duramente, accusando l’Ue di “ipocrisia politica” e avvertendo che qualsiasi gesto che rafforzi le relazioni con Taipei sarà considerato un’ingerenza interna.

Un altro genocidio sulla piazza. L’India accusa il Pakistan all’ONU: “Sta bombardando il suo stesso popolo”. All’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, l’India ha lanciato una durissima accusa contro il Pakistan, accusandolo di “bombardare il suo stesso popolo” e di condurre un “genocidio sistematico” nelle aree tribali lungo il confine occidentale; il rappresentante indiano ha denunciato che l’esercito pakistano avrebbe colpito villaggi civili nel Khyber e nel Baluchistan, regioni segnate da instabilità cronica e da una forte presenza di minoranze etniche: “Il governo di Islamabad usa la forza militare contro i propri cittadini, sotto il pretesto della lotta al terrorismo”, ha dichiarato la delegazione indiana, chiedendo una inchiesta internazionale indipendente. Islamabad ha immediatamente respinto le accuse, definendole “false e provocatorie”: secondo il Pakistan, le operazioni militari mirano a neutralizzare gruppi jihadisti affiliati al Tehrik-i-Taliban Pakistan (TTP) che, negli ultimi mesi, hanno intensificato gli attacchi contro obiettivi statali; tuttavia, diverse organizzazioni confermerebbero che i bombardamenti nelle aree di confine hanno causato vittime civili e sfollamenti di massa. Le accuse rischiano di scaldare ulteriormente la diatriba tre le due potenze nucleari, già alimentata dalle dispute sul Kashmir e del cambio di rotta dell’India in ambito geopolitico; New Delhi cerca così di isolare Islamabad sul piano internazionale, presentandola come uno Stato “in crisi interna e moralmente delegittimato”.

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