Il pippone del Marru
Donald Trump sta facendo a pezzi il Sud globale? Il 30 gennaio, il Venezuela ha approvato una legge che mette fine al processo di nazionalizzazione delle risorse petrolifere inaugurato con la rivoluzione chavista oltre 25 anni fa; due giorni dopo, Forrest Trump ha strappato a Modi la promessa di staccarsi dal petrolio russo per comprare quello venezuelano gestito dalle corporation statunitensi, ovviamente in dollari. In cambio, avrebbe ricevuto una riduzione dei dazi dal 50 al 18% – che è comunque il 18% in più di quelle che erano in vigore fino a un anno fa; e, se non gli basta quello venezuelano, a breve potrebbe potersi comprare, sempre in dollari, anche quello iraniano. L’accumulo di forze USA nel Medio Oriente per provare a convincere la leadership di Teheran a piegarsi ai desiderata di Corporate America prima di fare la fine di Maduro continua senza sosta e, dietro ai soliti proclami machisti, la Repubblica Islamica sembra sempre più disposta a cedere qualcosa: basterà a salvare il dominio del dollaro?
Mercati e speculatori non sembrano essersi fatti ancora un’idea precisa: fino a venerdì scorso, sembravano tutti in fuga dal dollaro per andarsi a rifugiare nel porto sicuro dell’oro, dell’argento e delle altre materie prime; poi, venerdì, è arrivato un vero e proprio terremoto che, nell’arco di poche ore, ha bruciato qualche migliaia di miliardi di capitalizzazione dei metalli preziosi. E non solo: anche le borse asiatiche sono scese in picchiata. Seoul, da sola, ha perso oltre il 5%; merito di Kevin Warsh, sostengono alcuni, il nuovo presidente della FED che ha allontanato i timori di un Trump intenzionato a minare alle fondamenta la credibilità della più importante banca centrale del pianeta: fautore della linea dura contro l’inflazione, Warsh non sembra il tipo da assecondare i tagli senza criterio dei tassi desiderati da Forrest Trump e questo ha rassicurato mercati che, per un momento, sono tornati a credere nel dollaro. Ma è durata poco perché, a quanto pare, Warsh ha in mente qualcosa di ancora più rischioso: tornare a fare quantitative easing – e, cioè, stampare dollari senza un domani. Ed ecco, così, che oro, argento e mercati azionari asiatici tornano a correre e, mentre sto scrivendo questo video, Seoul sta segnando un impressionante +6,7%. E’ come essere sulle montagne russe, e i tratti più estremi devono ancora arrivare; se la Casa Bianca non ha strumenti per uscire dalla crisi di credibilità del dollaro, ci proverà Corporate America: Elon Musk ha annunciato la fusione di X, l’ex Twitter, e SpaceX. Obiettivo: una quotazione a Wall Street da 1.500 miliardi nei prossimi mesi. Sarebbe solo una delle tante: nei prossimi mesi, infatti, si apprestano a sbarcare in borsa anche Anthropic e OpenAI; in un mondo dove non ci sono più porti sicuri, riusciranno i colossi delle nuove tecnologie a rappresentare l’ancora di salvezza del capitalismo USA?
Ma andiamo per gradi; ripartiamo dal tasto più dolente: l’eroico tentativo della rivoluzione bolivariana di nazionalizzare le risorse petrolifere e distribuirne i proventi al popolo venezuelano, dopo 25 anni, sembra essere stato definitivamente abbandonato. Lo scorso 30 gennaio, Caracas è stata costretta a mollare la presa: ha modificato 18 articoli della legge sugli idrocarburi introdotta da Chavez nel 2001 e si è inchinata allo strapotere del capitale privato; solo un paio di settimane fa, la presidente ad interim Delcy Rodriguez aveva ricordato come la produzione petrolifera venezuelana, negli ultimi 12 mesi, sia cresciuta del 12,9%, raggiungendo l’obiettivo di 1,2 milioni di barili al giorno. Sempre nel 2025, inoltre, il Venezuela, per la prima volta in un decennio, sarebbe riuscito a raggiungere l’indipendenza per quanto riguarda il consumo di benzina; secondo Rodriguez, questo risultato è stato reso possibile dal ricorso a quelli che vengono definiti Contratti di Partecipazione Produttiva: sono stati introdotti nel 2020 nell’ambito della Legge Costituzionale Anti-Blocco e, nel corso del 2025, hanno reso possibili investimenti diretti nel settore petrolifero da parte di soggetti privati per circa 900 milioni di dollari. Per rendere questo strumento più stabile, Rodriguez ha chiesto una riforma della legge sugli idrocarburi che faccia più o meno tabula rasa delle epocali trasformazioni introdotte da Hugo Chavez a partire dal 2001 – trasformazioni che, per l’imperialismo delle corporation USA, equivalevano a una vera e propria dichiarazione di guerra alla quale Washington, come sempre, ha risposto con più guerra.
Nell’agosto del 2017, la prima amministrazione Trump – che, evidentemente, già allora era un paladino della sovranità dei popoli – introduce la prima importante serie di sanzioni illegali contro le attività petrolifere del Venezuela: la PDVSA, la compagnia petrolifera statale, viene esclusa da tutti i meccanismi di finanziamento internazionali; ma per affamare il popolo venezuelano, non basta. Ed ecco, così, che Forrest Trump, nel 2019, rilancia ed esclude il Venezuela dal mercato energetico internazionale tout court, classificando tutta la sua produzione come petrolio sanzionato: privata di ogni risorsa, l’industria petrolifera nazionale non ha più una lira da investire e la produzione crolla – e, con lei, il bilancio dello Stato; ed ecco, così, che nel 2020 si arriva alla legge anti blocco che introduce, appunto, i Contratti di Partecipazione Produttiva. Che però, da diversi punti di vista, contraddicono la legge sugli idrocarburi: una deroga non formalizzata, resa necessaria dalla situazione emergenziale determinata dalle sanzioni unilaterali illegali, che ha favorito la nascita di una zona grigia caratterizzata da assenza di controlli e un’opacità sistematica. Per l’imperialismo, è la scusa perfetta: crisi economica e corruzione, la combo magica in grado di convincere qualsiasi sincero democratico che è arrivata l’ora di un bel bombardamento umanitario; Trump non si lascia sfuggire l’opportunità e, a gennaio, compie l’ennesima aggressione criminale contro uno Stato sovrano, col sostegno di tutto il mondo libero e democratico: l’obiettivo è costringere il governo di Caracas a rompere i rapporti con le feroci autocrazie che insidiano il nostro giardino ordinato e usare i petrodollari del Venezuela per provare a tenere in piedi la finanza a stelle e strisce proprio mentre mezzo mondo è alla ricerca di una via di fuga dalla dittatura del dollaro.
Ed ecco, così, che il 29 gennaio scorso, dopo un decennio di divieti quasi totali sul coinvolgimento delle aziende statunitensi nel settore petrolifero venezuelano, l’Office of Foreign Asset Control del Dipartimento del Tesoro rilascia la licenza generale n. 46 che, a determinate condizioni, autorizza operazioni di estrazione, esportazione, raffinazione e commercializzazione del petrolio venezuelano e tutti i servizi annessi e connessi; tra le condizioni che vengono poste c’è che le entità coinvolte devono essere domiciliate negli USA, i contratti devono avere come riferimento le leggi USA e la risoluzione delle controversie deve essere demandata a organismi domiciliati nel sacro suolo della Land of Freedom. I pagamenti, ovviamente, dovranno avvenire tassativamente in dollari e passeranno attraverso dei cosiddetti Fondi di Deposito del Governo Estero, controllati dal governo degli Stati Uniti; tutto quello che non rispetta questi parametri continuerà ad essere sottoposto a sanzioni. Il giorno dopo, ecco che il parlamento venezuelano approva all’unanimità la riforma della legge sugli idrocarburi – che, tra le altre cose, permette anche al governo di abbassare in modo discrezionale le royalties da chiedere alle aziende che sfruttano le sue risorse; secondo alcuni, è un modo pragmatico per uscire dal pantano degli ultimi 8 anni e rilanciare l’economia venezuelana senza aver subito un vero cambio di regime. Rodriguez ha annunciato che i nuovi proventi del petrolio finiranno una parte in un fondo di protezione sociale che verrà utilizzato per migliorare il reddito dei lavoratori e per i servizi pubblici essenziali, e un’altra parte in un fondo per le infrastrutture; secondo altri, invece, si tratta molto semplicemente di una resa incondizionata e un tradimento bello e buono della rivoluzione bolivariana, come per Giuliano Garavini, professore di storia delle relazioni internazionali all’Università Roma Tre.
Il pippino del Soddu
Guardate un attimo questo video: non si tratta di una televendita fatta da quei canali che ti appaiono quando ti siedi sul telecomando per sbaglio; è un media indiano che annuncia la fine della guerra commerciale con gli Stati Uniti, una partita a scacchi geopolitica che è ancora tutta da giocare. Il presidente Donald Trump ha annunciato un’intesa storica con Narendra Modi: “Abbiamo parlato di molti argomenti, tra cui il commercio e la fine della guerra con Russia e Ucraina”, ha scritto su Truth; Modi “ha accettato di smettere di acquistare petrolio russo e di acquistarne molto di più dagli Stati Uniti e, potenzialmente, dal Venezuela”. In parole povere, gli Stati Uniti riducono i dazi sulle merci indiane dal 50% al 18% e, in cambio, l’India si impegna a sospendere gli acquisti di petrolio russo e ad aumentare l’import di prodotti americani fino a circa 500 miliardi di dollari; suona bene, ma non mancano i problemi. Trump collega esplicitamente la riduzione tariffaria alla promessa di Modi di “stop agli acquisti di greggio russo”: è la clausola di scambio; peccato che non esista ancora una conferma indipendente che l’India smetterà davvero di comprare petrolio russo, né con quale calendario o meccanismo di verifica. Trump parla delle relazioni russo-indiane come se fossero acqua passata, ma i dati reali dicono che l’India ha bisogno di mesi (forse anni) per riorientare gli approvvigionamenti: è il quarto Paese importatore mondiale di greggio e dipende da contratti pluriennali già firmati, come questo contratto decennale, siglato nel 2024, in quello che è stato definito il più grande accordo energetico mai stipulato tra i due Paesi tra l’azienda petrolifera russa Rosneft e l’indiana Reliance.
L’India, si sa, ha interessi energetici propri, e finché non esiste un piano dettagliato e verificabile per uscire dal greggio russo a favore di quello americano, mediorientale o latino-americano, questa promessa resta soprattutto narrativa elettorale: l’Economic Times scrive che “L’agenzia di rating Moody ha dichiarato martedì che è improbabile che l’India interrompa immediatamente tutti gli acquisti di petrolio dalla Russia a seguito dell’accordo commerciale India-USA, osservando che un improvviso cambiamento potrebbe essere dirompente per la crescita economica e potrebbe avere implicazioni inflazionistiche per il Paese”. Insomma: Trump taglia i dazi in cambio di uno slogan, più che per un impegno definitivo; ma Donaldone nazionale sa che per riacquistare la fiducia degli indiani ci vuole tempo… Dall’inizio della sua amministrazione, le relazioni commerciali USA-India erano precipitate dopo l’introduzione delle tariffe al 25% e un’altra penalità, sempre del 25%, proprio perché l’India continuava a comprare petrolio russo: il risultato era una tariffa complessiva fino al 50% sui prodotti indiani; questo aveva portato a quell’epico incontro, avvenuto lo scorso agosto al Summit dell’Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai, nel quale si sono riuniti Xi Jinping, Modi e Putin. Ora la tariffa va al 18%: sì, è un taglio netto, ma resta molto più alta rispetto a quelle che gli Stati Uniti applicano alla maggior parte dell’Europa e dei partner principali (10-15% massimo).
Modi ha ringraziato Trump su X per la riduzione dei dazi: “Quando due grandi economie e le più grandi democrazie del mondo collaborano, i nostri cittadini ne traggono beneficio e si aprono immense opportunità“. Ma il rapido annuncio arriva subito dopo che l’India ha chiuso un altro accordo commerciale storico e ben più ambizioso: quello con l’Unione europea, che riduce o elimina le tariffe su oltre il 90% delle merci; questo accordo non lega l’India a particolari riposizionamenti a livello internazionale e mostra come il Paese asiatico ha ancora una carica fortemente multipolarizzante per le economie. In ogni caso, Nuova Delhi porta a casa due grandi accordi commerciali in rapida successione: con l’Ue, un vantaggio strutturale per l’export indiano; con gli USA, un alleggerimento tariffario parziale, ma legato a condizioni geostrategiche. Nei mercati, la notizia ha scatenato un rally: la rupia indiana ha registrato la sua miglior performance in sette anni e l’indice Nifty 50 è schizzato verso l’alto. Gli esportatori indiani di tessili, farmaci, chimici, gioielli e prodotti alimentari guardano con ottimismo alla nuova competitività nel mercato statunitense; la Reuters avverte, però, che l’aumento dell’export indiano verso gli USA potrebbe essere modesto nel lungo periodo perché la quota dell’India nel mercato americano non è enorme e perché l’accordo non elimina completamente le barriere tariffarie preesistenti, ma gli Stati Uniti devono fare tutto il possibile perché, per gli USA, è vitale il ruolo dell’India nel contrasto alla Russia e alla Cina e, allo stesso tempo, l’incentivazione di un ribilanciamento globale delle catene industriali.
Insomma: una vittoria di Trump? Questo lo vedremo nei prossimi mesi: questo accordo è proprio legato a promesse future e a contropartite politiche che sono difficilmente prevedibili; dal taglio dei dazi all’impegno sul petrolio russo, passando per l’apertura di alcuni settori americani e il contesto dei nuovi patti con Europa e Regno Unito, questa partita è molto più ampia di quello che i comunicati ufficiali danno ad intendere. Una cosa però è certa: ormai l’India conosce tutti i passi per ballare come una grande potenza i giri di valzer del commercio globale.
Dall’India al Venezuela, passando per l’Iran e per tutto il resto del Sud globale, il dubbio rimane sempre lo stesso: stanno abdicando di fronte alla dimostrazione di forza dell’impero, oppure lo trattano come si trattano gli scemi, che gli si dà ragione di fronte per non avere rotture di coglioni, ma poi, alle spalle, si prepara il benservito? Come i mercati, che sono tornati a fare su e giù come sulle montagne russe, l’impressione è che anche i singoli Paesi non sappiano benissimo come si evolverà questa lunga fase di trasformazioni senza precedenti e sembrano volersi tenere aperte tutte le alternative senza provocare l’ira di Washington: sarà una partita lunga e complicata, forse la più lunga e complicata che abbiamo mai visto; l’unica cosa certa è che non sarà la propaganda di regime a darvi gli strumenti per provare a capirci qualcosa. Per questo serve un vero e proprio media che dia voce al 99%! Aiutaci a costruirlo: metti mi piace a questo video, condividilo, ma (soprattutto) aderisci alla campagna di sottoscrizione di Ottolina Tv su GoFundMe e su PayPal.
E chi non aderisce è Leonardo Maria del Vecchio









