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L’oro batte le cripto, i debiti l’AI: la rivoluzione di Trump è arrivata al capolinea. Basterà bombardare l’Iran per salvarla?

OttoParlante - La newsletter di Ottolina (27/01/26)

OttolinaTV by OttolinaTV
27/01/2026
in Articoli, Asia, Cina, Economia, Europa, In evidenza, Medio Oriente, U.S.A.
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Il Marru

La rivoluzione finanziaria di Trump non sembra andare esattamente come previsto:

Come sottolinea il Wall Street Journal, l’Età dell’oro che aveva promesso alla fine è arrivata, ma non come l’aveva prevista lui:

Dall’oro all’Oracle. Anche il clan Ellison, probabilmente, la rivoluzione di Forrest Trump se la immaginava diversa:

“Oracle è una gigantesca bomba a orologeria con un enorme pene disegnato sopra”, scrive Ed Zitron: Zitron è la voce dietro Better Offline, podcast e newsletter in cui smonta le narrazioni dominanti su Big Tech, startup culture, AI, venture capital e growth at all costs. Zitron parte da un’idea semplice, ma impopolare: molta tecnologia contemporanea è costruita più per gli investitori che per gli utenti, e ha scritto la più esaustiva disamina della bolla AI che abbia letto ad oggi (con paywall). Una parte rilevante della disamina è dedicata a Oracle e al team Ellison: “Non riesco a esprimere quanto sia stupida Oracle”, scrive Zitron; “A settembre dello scorso anno, Oracle ha firmato un accordo da 300 miliardi di dollari con OpenAI,  che richiede 4,5 GW di capacità  di cui Oracle non dispone, e  si è inoltre accollata 248 miliardi di dollari di obblighi di locazione. Oracle non ha la liquidità necessaria per supportare queste operazioni. Ha avuto un flusso di cassa negativo di 13 miliardi di dollari nell’ultimo trimestre, ha raccolto 18 miliardi di dollari in obbligazioni, il pacchetto di debito da 38 miliardi di dollari per Stargate Shackelford e Wisconsin  deve ancora essere chiuso, e Blue Owl, la società meno solida nel finanziamento dei data center, si è ritirata da Stargate Michigan a dicembre senza che nessun altro si facesse avanti al momento in cui scrivo. Il punto è questo: affinché tutto questo funzioni, OpenAI deve diventare redditizia entro due anni, e farlo su una scala tale da potersi permettere 30 miliardi di dollari o più al trimestre in costi di elaborazione. Per darvi un contesto, Microsoft Azure guadagna circa 75 miliardi di dollari all’anno e AWS 115 miliardi di dollari. OpenAI, nel suo scenario migliore, ha guadagnato circa 13 miliardi di dollari quest’anno e Oracle le chiederà almeno 25 miliardi di dollari l’anno prossimo se una parte di questa elaborazione verrà effettivamente resa disponibile. Ogni trimestre, il debito di Oracle aumenta. Nell’ultimo trimestre ha pagato 1,057 miliardi di dollari di interessi, in aumento rispetto ai 933 milioni di dollari del trimestre precedente e agli  892 milioni di dollari del trimestre precedente. A metà del 2024 (il primo trimestre dell’anno fiscale 2025), poco prima dell’inizio delle spedizioni delle GPU Blackwell di NVIDIA, Oracle aveva 23 miliardi di dollari in PP&E. Nell’ultimo trimestre, aveva 67,875 miliardi di dollari, probabilmente quasi interamente costituiti da rack GB200 di NVIDIA, che secondo The Information presentavano margini lordi negativi del 100%, in particolare su Oracle Cloud. Questa non è una situazione in cui Oracle “risolve tutto”. Le GPU stanno distruggendo i suoi margini lordi proprio mentre il suo business software inizia a contrarsi e il suo più grande cliente per questo segmento di business non redditizio è OpenAI, l’azienda che non ha soldi e di fatto li perde tutti. Quanto più a lungo si gonfia la bolla dell’intelligenza artificiale, tanto più sembra che Oracle corra il rischio di  non ripagare i prestiti e di crollare”. Dal picco di settembre, le azioni di Oracle sono crollate di quasi il 50%, nonostante un modesto aumento del fatturato e margini migliori; tra le ragioni del calo figurano i cauti utili del secondo trimestre, il calo di entusiasmo per l’intelligenza artificiale, le riduzioni degli obiettivi di prezzo degli analisti e le vendite da parte di insider, tutti fattori che hanno contribuito a un calo significativo della fiducia degli investitori.

 

Una piccola boccata d’ossigeno è arrivata all’inizio della scorsa settimana: finalmente sembrerebbe arrivato al traguardo il complesso passaggio di mano di TikTok USA; non sarà sufficiente a mettere a posto i conti di Oracle, ma sarà sufficiente a fare in modo che l’amministrazione Trump e i suoi sponsor sionisti facciano di tutto per salvare il clan Ellison. Oracle, infatti, s’è comprata TikTok USA insieme a investitori emiratini per trasformarla nella punta di diamante dell’Hasbara. Come ha riportato The Verge, TikTok USA è in panne:

“Molti utenti negli Stati Uniti hanno riscontrato l’impossibilità di caricare video negli ultimi giorni, che sono in fase di revisione a tempo indeterminato. Un video che abbiamo caricato ieri sera da un account statunitense non è ancora stato pubblicato, quasi 12 ore dopo, mentre un video caricato dal Regno Unito è stato pubblicato, ma è visibile solo ai nostri redattori che non si trovano negli Stati Uniti. Allo stesso modo, gli account di pagine come BBC e The Guardian mostrano solo i nuovi caricamenti per chi di noi vive al di fuori degli Stati Uniti, mentre la visualizzazione dello stesso account dagli Stati Uniti mostra solo i video caricati prima di domenica mattina. Tra i problemi segnalati da migliaia di persone e che abbiamo potuto confermare ci sono difficoltà di accesso, l’impossibilità di caricare o pubblicare video, un algoritmo della pagina For You non personalizzato, problemi nel caricamento dei commenti, nonché errori di lampeggiamento per altre funzionalità e problemi con l’editor video CapCut. Considerata la tempistica, molti hanno collegato i problemi di TikTok ai nuovi proprietari favorevoli a Trump della sua attività negli Stati Uniti e le proteste anti-ICE di questo fine settimana a Minneapolis, aggravate dall’uccisione di un secondo residente locale, Alex Pretti, da parte di agenti federali. La combinazione di errori di pubblicazione e di pagine “Per te” precedentemente politiche, improvvisamente piene di contenuti generici, ha portato molti a pensare al peggio quando i loro video sull’ICE non sono stati pubblicati, ma al momento i problemi sembrano essere molto più estesi” (qui l’articolo di The Verge).

 

 

Ale

Quanto siamo vicini alla prossima aggressione USA all’Iran? È dall’inizio del mese che Trump sta accumulando forze in Medio Oriente: come riporta The War Zone e diverse testate internazionali, ieri la portaerei Lincoln Carrier Strike con il suo group di accompagnamento è arrivata nell’area di responsabilità del Centcom, il comando di americano addetto, tra le altre cose, alle operazioni militari in Medio Oriente; inoltre, almeno una dozzina di F-15E Strike Eagle sono stati dispiegati nella base aerea di Muwaffaq Salti in Giordania, insieme a aerei da carico e petroliere di rifornimento aereo in tutta la regione. Non solo: gli USA hanno inviato ulteriori sistemi Patriot e Terminal High Altitude Area Defense (THAAD) in tutto Medio Oriente per una maggiore protezione da qualsiasi attacco iraniano, ha riferito il Wall Street Journal. A che tipo di attacco assisteremo? Non è chiaro secondo il Middle East Eye; gli Stati Uniti pensano anche ad  attacchi di precisione su funzionari iraniani, come fatto da Israele nella guerra dei 12 giorni. Quello che è sicuro è che i media occidentali copriranno di nuovo le spalle a Zio Sam, come testimonia l’intensa propaganda anti-iraniana di questi giorni.
A questo proposito, volete farvi una risata? Leggete questa.

 

 

Il Soddu

Trump ha dato una spinta al mondo multipolare così forte che forse sarebbe il caso di farlo entrare nei BRICS: nei commenti agli articoli che seguiranno, vedrete come il fronte occidentale è ormai allo sbando, con gli alleati degli Stati Uniti che cercano tutte le exit strategy possibili per allontanarsi un poʻ dal loro invadente amico; sono finiti i tempi della sindrome di Stoccolma per le stesse classi dirigenti che ci hanno portato a questo punto? Ne dubitiamo, ma la speranza è l’ultima a morire e questi articoli ne danno un poʻ. 

 

India-Ue: l’amore ai tempi di Trump. L’Unione europea e l’India hanno deciso che è il momento giusto per iniziare a piacersi davvero: anche l’Ue sta scoprendo, piano piano, il gusto dei non allineati; non per romanticismo geopolitico, ma per puro istinto di sopravvivenza. Sullo sfondo c’è Donald Trump e la sensazione diffusa che Washington non sia più un partner, ma un rischio operativo: così Bruxelles e Nuova Delhi accelerano i negoziati commerciali rimasti congelati per anni, improvvisamente riscoperti come fondamentali; l’India, addirittura, offre all’Ue una quota automobilistica sei volte superiore a quella concessa al Regno Unito dopo la Brexit. Il cuore dell’intesa ruota attorno all’accesso ai mercati industriali, alla riduzione dei dazi e alla cooperazione su catene di approvvigionamento considerate sicure; traduzione: meno Cina dove possibile, meno Stati Uniti dove necessario. L’India si propone come alternativa manifatturiera, ma anche come partner politico non allineato, capace di parlare con tutti senza appartenere a nessuno; l’Ue, dal canto suo, cerca volumi, stabilità e un mercato da oltre un miliardo di persone mentre l’economia europea rallenta e l’export verso la Cina non è più una certezza. La Vondy se lo sarà dimenticato che Modi vende il gas al perfido plurimorto autocrate del Cremlino? Forse no. Intanto, Bloomberg racconta un negoziato pragmatico, quasi cinico: nessuna retorica sui valori; solo numeri, quote, settori sensibili. L’India chiede accesso per farmaceutica e servizi digitali; l’Europa vuole automobili, componentistica e protezione degli investimenti (gli approfondimenti di Bloomberg qui e qui).

 

Labour a Pechino: Starmer va dove i conservatori non osavano. Keir Starmer ha fatto la valigia per andare a Pechino – e già questo, nel Regno Unito, suona come un atto rivoluzionario: dopo anni di posture ideologiche, accuse reciproche e diplomazia a colpi di tweet, il Labour prova a rimettere in piedi un rapporto con la Cina definito, senza giri di parole, un reset, una normalizzazione che a Londra, oggi, equivale a una rottura storica. Secondo il South China Morning Post, il viaggio di Starmer servirà a testare quanto il nuovo governo britannico sia davvero disposto a distinguersi dall’eredità conservatrice; la Cina resta il terzo partner commerciale del Regno Unito, nonostante anni di tensioni su Hong Kong, tecnologia e sicurezza. Il Labour non cancella le divergenze, ma prova a spostare il baricentro: meno ideologia, più economia; meno guerra fredda teatrale, più interesse nazionale. L’editoriale del SCMP è ancora più esplicito: mentre l’anglosfera si frantuma, con Stati Uniti sempre più imprevedibili e Australia prudente, Londra rischia l’irrilevanza se continua a recitare copioni scritti altrove; Pechino, dal canto suo, osserva con attenzione: un Regno Unito meno allineato automaticamente a Washington sarebbe un precedente pesante in Europa occidentale. Il punto non è se Starmer piacerà a Pechino; il punto è se riuscirà a dimostrare che la politica estera britannica può tornare autonoma dopo anni di subordinazione. In un mondo dove tutti parlano di riduzione del rischio, Londra prova qualcosa di più audace: tornare a fare commercio senza chiedere il permesso; operazione rischiosa, certo, ma anche l’unica disponibile (gli approfondimenti del South China Morning Post qui e qui).

 

Tariffe alla Corea: Washington stringe. Le tariffe statunitensi tornano a bussare alla porta della Corea del Sud e, anche questa volta, non è una visita di cortesia: l’amministrazione Trump sta valutando nuove misure protezionistiche che colpirebbero settori chiave dell’export sudcoreano, dall’acciaio all’automotive, fino ai componenti tecnologici. Il messaggio è chiaro: l’alleanza militare non garantisce immunità economica. Per Seul è un déjà vu scomodo: la Corea del Sud è formalmente uno dei più stretti alleati degli Stati Uniti in Asia, ospita truppe americane e condivide strategie di contenimento regionale; ma sul piano commerciale Washington continua a trattarla come un concorrente. Il problema è strutturale: l’economia sudcoreana vive di esportazioni e il mercato statunitense resta fondamentale; ogni tariffa diventa quindi un colpo diretto alla crescita. Secondo le analisi riportate, il governo sudcoreano cerca di muoversi con cautela: nessuna risposta aggressiva, nessuna escalation; solo diplomazia, tavoli tecnici e tentativi di mediazione, perché Seul sa che reagire male significa perdere due volte: sul piano commerciale e su quello strategico. Gli Stati Uniti chiedono allineamento geopolitico totale, ma applicano politiche economiche sempre più nazionaliste; il risultato è una pressione crescente sugli alleati, spinti a diversificare senza poterlo dire apertamente: la Corea guarda all’ASEAN, all’Europa e persino alla Cina. In Asia, l’idea che l’alleanza con Washington garantisca stabilità è completamente evaporata; resta solo il Giappone, probabilmente. Ma per quanto? (qui l’approfondimento di CNN).

 

Il Giappone: meglio non pescarsi una crisi con la Cina. Il Giappone ha fatto una cosa molto giapponese: ha chiesto ai propri pescatori di evitare alcune isole contese con la Cina per non provocare incidenti; Reuters racconta che Tokyo teme seriamente che anche una banale battuta di pesca possa trasformarsi in un caso diplomatico – o, peggio, in uno scontro navale non pianificato. Le isole sono quelle del Mar Cinese Orientale, da anni punto caldo nei rapporti tra i due Paesi. La decisione arriva in un contesto di crescente tensione regionale: le pattuglie cinesi sono più presenti, le esercitazioni aumentano e ogni movimento viene letto come segnale politico. Il governo giapponese non vuole offrire pretesti; meglio perdere qualche giornata di pesca che ritrovarsi al centro di una crisi internazionale. Il punto interessante è che non si tratta di una misura militare, ma civile: è lo Stato che chiede ai cittadini di adattarsi alla geopolitica, un segnale di quanto la percezione del rischio sia diventata quotidiana; non parliamo di portaerei, ma di pescherecci. Tokyo sa di trovarsi in una posizione delicata: è la più integerrima alleata degli Stati Uniti, ma dipende economicamente dalla Cina; qualsiasi escalation sarebbe devastante sul piano commerciale e industriale e per questo il Giappone sceglie la prudenza estrema, quasi preventiva. Il messaggio implicito è chiaro: il confronto con la Cina non conviene a nessuno, soprattutto a chi vive letteralmente tra le sue rotte marittime; dovrebbe essere questo Giappone quello pronto a riarmarsi per contrastare, sostenuto da tutto l’Occidente collettivo, uno scontro all’ultimo sangue con la RPC? Ci sale più di un dubbio (qui l’approfondimento di Reuters).

Tags: bolla AIcinacorea del suddazidonald trumpeconomiagiapponegran bretagnahasbaraindiairankeir starmerla newsletter di ottolinanarendra modioracleoroottoparlantetariffeTikTokueusa
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