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Tag: economia

Economia di guerra: L’Ue è pronta?

Oggi Gabriele intervista Vadim Bottoni per parlare di economia di guerra. Cosa intendiamo con questa espressione? In che modo l’Unione europea segue questo obiettivo e in che modo le forze sociali progressiste possono rigirarne i contenuti in chiave positiva per il benessere economico e sociale della maggior parte della popolazione? L’attuale struttura dell’UE è compatibile con questo fenomeno o sarà necessario apportare delle modifiche? E in che modo la figura di Keynes ha condizionato questo modus operandi? Buona visione!

#EconomiaDiGuerra #UE #Russia #keynesismo #Keynes

Quest’estate torna FEST8LINA, la festa del 99%, dal 4 al 7 luglio al circolo ARCI di Putignano a Pisa: quattro giornate di dibattiti e di convivialità con i volti noti di Ottolina Tv. Facciamo insieme la riscossa multipopolare! Per aiutarci ad organizzarla al meglio, facci sapere quanti giorni parteciperai
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La grande rapina: economia europea al collasso mentre gli USA corrono e in borsa è record dividendi

Colonna portante di Ottolina Tv e canonica compagnia mattutina della rassegna stramba del giovedì, a leggere fatti e misfatti del mainstream, c’è Clara Statello.

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Pasquale Tridico – La nuova Italia oltre il neoliberismo

Pasquale Tridico, ex presidente INPS e candidato alle elezioni europee 2024, spiega come nel nostro Paese la diseguaglianze e la mancanza di solidarietà siano una delle cause fondamentali del mancato sviluppo dell’Italia. Governare l’economia. Per non essere governati dai mercati sono le parole d’ordine per ripoliticizzare la Questione meridionale e, con essa, ripensare una politica per lo sviluppo generalizzato nel nostro paese.

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Crisi e cambiamenti: come l’economia cinese sta influenzando il mondo, con @SongYang

Oggi esploriamo lo stato attuale dell’economia cinese, tra crisi e cambiamenti, in compagnia di @SongYang

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Psicopatici o speculatori al potere? – ft. Stefano CECERE

Oggi il nostro Gabriele intervista Stefano Cecere, attivista per la pace e l’educazione attraverso strumenti tecnologici e gaming. Come siamo arrivati a questo punto? La nostra classe dirigente ci ha spinto sull’orlo del baratro, l’emergenza bellica sta cancellando ogni altro problema dalla narrazione ufficiale; ambiente, economia, disoccupazione: tutto scomparso. La soluzione è ricreare un forte e saldo movimento per la pace, portare tanta gente in piazza, educare alla pace e sostenere candidati dediti alla pace e al disarmo. Stefano Cecere è candidato, per le elezioni europee del 8/9 giugno, nel Movimento5Stelle nella circoscrizione Centro Italia (Lazio, Toscana, Umbria, Marche). Buona visione!

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Da Kharkiv a Belousov: Putin usa la grande guerra per trasformare la Russia in una nuova Cina

A corto di buone notizie, per qualche giorno le bimbe di Stoltenberg si sono esaltate con gli attacchi random ai civili di Belgorod, ma dalla scorsa settimana anche su quel fronte l’umore è leggermente cambiato: con appena 50 mila uomini, venerdì scorso le forze armate russe hanno varcato il confine che separa Belgorod dalla regione di Kharkiv; un dispiegamento di forze tutto sommato modesto, in grado, al massimo, di rosicchiare un po’ di terreno per creare la fantomatica zona cuscinetto invocata da Putin, già a fine marzo, dopo uno dei tanti attacchi alle strutture civili di Belgorod e ai villaggi lungo il confine – se solo dall’altra parte avessero trovato una qualche difesa. E, invece, campo libero: “Dove sono finite le fortificazioni?” si chiede sul giornale antirusso Urkainska Pravda Martyna Bohuslavets, presidente del centro anticorruzione Mezha. Se li sono infrattati: “L’oblast di Kharkiv” scrive la Bohuslavets “ha pagato milioni a società fittizie”, “con assegnamenti diretti e senza gare d’appalto” continua la Bohuslavets; “società di copertura si sarebbero accaparrate contratti per oltre 150 milioni di euro”. Durante l’estate del 2023, un manipolo di imprenditori locali (in buona parte con già diversi carichi pendenti) avrebbero aperto una serie di società ad hoc che, con la connivenza del Dipartimento per l’edilizia abitativa e lo sviluppo urbano dell’oblast di Kharkiv, sarebbero passate immediatamente all’incasso senza mai fare assolutamente nulla: “Secondo questo schema” scrive la Bohuslavets “membri degli uffici governativi hanno registrato nuove società utilizzando prestanome che in alcuni casi potrebbero anche non esserne nemmeno a conoscenza, e stanno continuando a guadagnare sul sangue altrui”.
Con i soldi dei bunker e delle strutture in legno e cemento volatilizzati, sono rimaste solo le care vecchie trincee (e non è andata proprio benissimo): come riportava l’ex vice sottosegretario della difesa USA Stephen Bryen ieri su Asia Times “La Russia sta introducendo più lanciafiamme e artiglieria per distruggere le trincee, e secondo quanto riferito, le truppe russe stanno entrando nelle fortificazioni e attaccando gli ucraini rimasti a difenderle”. Secondo quanto riportato già sabato scorso dal buon Billmon su Moon of Alabama, le truppe russe avrebbero “sconfitto uomini e mezzi della 23a e 43a brigata meccanizzata, della 120a e 125a brigata delle forze armate ucraine e della 15a forza di copertura del confine statale vicino a Volchansk, Vesyoloye, Glubokoye, Neskuchnoye e Krasnoye”; nell’arco di poche ore i russi, avrebbero preso il controllo dei villaggi di Borisovka, Ogurtsovo, Pletenevka, Pylanya e Strelechya e, nei due giorni successivi, l’avanzata si sarebbe estesa ad altri 6 insediamenti fino a lambire il principale centro urbano dell’area e, cioè, la cittadina di Vovchansk dove, dei circa 17 mila residenti, sono rimasti nei paraggi ormai soltanto alcune centinaia. Sempre secondo Stephen Bryen su Asia Times “La battaglia di Kharkiv mira a disintegrare l’esercito ucraino”: “L’idea” insiste Bryen “è di provocare pesanti perdite da parte ucraina e, se tutto va secondo i piani, di dividere l’esercito ucraino in due o di disintegrarlo del tutto. In questo modo non si mirerebbe semplicemente a conquistare territorio, ma di distruggere la capacità dell’Ucraina di resistere. E ci sono molti indicatori che la Russia sta avendo successo nell’operazione in corso”.
A lanciare un campanello d’allarme sul New York Times è lo stesso generale Budanov, che avrebbe affermato “di ritenere che gli attacchi russi nel nord-est abbiano lo scopo di estendere le già scarse riserve di soldati dell’Ucraina e distoglierli dai combattimenti altrove”; Budanov avrebbe inoltre confermato che “L’esercito ucraino sta cercando di reindirizzare le truppe da altre aree della linea del fronte per rafforzare le sue difese nel nord-est, ma che è stato difficile trovare il personale”: “Tutte le nostre forze sono qui o a Chasiv Yar” avrebbe detto. “Ho usato tutto quello che avevamo. Purtroppo non abbiamo nessun altro nelle riserve”. Zelensky ha provato a scaricare la responsabilità sugli uomini sul campo e, il 15 maggio, ha immediatamente dato il benservito al generale di brigata Yuriy Halushkin; i burattinai di Washington, però, ovviamente temono che di questo passo – nonostante il pacchetto di aiuti approvato due settimane fa – il fronte rischi di crollare ben prima delle elezioni presidenziali di novembre: ed ecco così che Blinken, ieri, ha improvvisato una visita a Kiev “per sostenere il morale”, commenta Billmon. La realtà però, sottolinea ancora Billmon, è che “Il sostegno militare concreto all’Ucraina nei prossimi mesi sottoforma di artiglieria e munizioni per le difese anti-aeree, sarà minuscolo”. Come ricorda il Wall Street Journal, negli ultimi 3 mesi, in media, l’efficacia dell’antiaerea ucraina è crollata dal 73 al 46%, per precipitare a un disastroso 30% nel mese di aprile; insomma: i missili russi intercettati ormai sono una esigua minoranza e in arrivo, continua Billmon, “Non c’è nulla che possa aiutare gli ucraini a difendersi dalle bombe plananti FAB che l’esercito russo sta utilizzando in numero sempre crescente per smantellare le posizioni ucraine”. Ed ecco così che “Negli ultimi tre giorni si sono registrate perdite ucraine di circa 1.500 persone al giorno – il doppio del conteggio abituale” e il bello è che la maggior parte di queste perdite, in realtà, si è verificata sul fronte orientale, non in direzione di Kharkiv perché, come ricorda sempre Bryen su Asia Times, “mentre è in corso questa vasta operazione russa focalizzata sull’area di Kharkiv, i russi continuano ad attaccare anche altrove, soprattutto nel Donbass, ma anche a Zaporizhia” e sono tutti uomini che non c’è verso di rimpiazzare: sempre secondo Billmon, infatti, al momento “Il tasso di sostituzione attraverso la mobilitazione ucraina sarebbe pari solo al 25% delle perdite che si stanno effettivamente verificando”; “Tutti sanno che la guerra sta per finire” continua Billmon e “che ci sarà un vincitore, la Russia, e molti perdenti. E gli Stati Uniti, così come l’Ue, stanno ora cercando di trovare un modo per salvare la faccia per riconoscerlo senza ammetterlo. E il modo più semplice sarà incolpare l’Ucraina e, soprattutto, il suo presidente Zelensky” – che se la sta vedendo bruttina. Nei prossimi giorni arriverà la scadenza del suo mandato regolare, protratta solo dalla decisione di non effettuare nuove elezioni, contrariamente a quanto promesso nell’inverno scorso: allora venne spacciata come la prova che l’Ucraina era così democratica da avere il coraggio di tenere regolari elezioni anche in mezzo a questo disastro, ma quando, giorno dopo giorno, è emerso che – come ampiamente prevedibile – era tutta una cazzata, è calato il solito silenzio stampa; e ora Zelensky è ridotto ad arrestare almeno due colonnelli delle forze di protezione del palazzo governativo e a licenziare il capo della squadra addetta alla sua sicurezza perché, a detta dello stesso Zelensky, stavano progettando di uccidere lui e altri alti funzionari su mandato russo.

Andrej Belousov

Insomma: l’Ucraina come l’abbiamo conosciuta negli ultimi 2 – 3 anni sembra ormai una storia archiviata, ma – come abbiamo sottolineato millemila volte – a nostro avviso, pensare che la situazione si possa risolvere semplicemente con una presa d’atto della vittoria sul campo della Russia rischia di essere una forma di wishful thinking uguale e opposta a quella dei nostri amici NAFO; e così, a occhio, sembra pensarla allo stesso modo pure il plurimorto dittatore del Cremlino che, come sottolinea, sembra piuttosto “pronto a giocare lungo” mentre “propone un economista come nuovo capo della difesa”. A corto di buone notizie, la propaganda suprematista infatti ha cercato di vedere nel benservito al ministero della difesa di Shoigu un segnale di chissà quali tensioni interne. Ma chi è davvero il suo sostituto? Andrej Belousov è un taciturno e riservato fedele servitore della macchina pubblica russa, uno dei pochissimi a non essere mai incappato in nessun modo in sospetti di corruzione di nessun tipo – e sicuramente questa componente può aver giocato un ruolo: l’apparato militare russo è sempre stato accusato di essere un enorme porto delle nebbie dove i quattrini venivano agilmente dirottati nei conti correnti degli amici degli amici; e Shoigu, accusano in molti, era parte integrante di questo Stato nello Stato tanto da venir accusato direttamente da Prigozhin di essere il massimo responsabile delle inefficienze della macchina bellica russa, e tanto da vedersi arrestare sotto gli occhi, giusto un paio di settimane fa, il suo vice e sodale di lunga data Timur Ivanov -soprannominato anche il portafoglio di Shoigu – appunto, per corruzione. Un uomo fidato e senza macchia come Belousov, privo di un suo gruppo di potere, potrebbe essere l’uomo giusto per dare un taglio netto a sperperi e ruberie in una fase dove la spesa militare pesa per poco meno del 7% del PIL e per circa un terzo della spesa pubblica complessiva. D’altronde, sembra essere in atto un discreto repulisti: come riportava ieri il nostro caro Andrea Lucidi sul suo canale telegram, poche ore dopo l’annuncio del cambio al ministero della difesa è stato annunciato anche l’arresto del capo della direzione principale del personale, il tenente generale Yury Kuznetsov, “sospettato di aver preso una tangente particolarmente ampia”, come ha dichiarato martedì la portavoce del Comitato investigativo russo Svetlana Petrenko in un comunicato; durante le perquisizioni nelle proprietà di Kuznetsov sono stati scoperti e sequestrati valuta russa e straniera, monete d’oro, orologi da collezione e altri oggetti di lusso per un valore superiore a 1 milione di dollari.
Ma la necessità di tagliare i rami secchi della corruzione endemica è solo una parte della storia perché Belousov, prima ancora di essere uomo considerato tanto onesto quanto fedele e malleabile, è un economista di un certo spessore e con una sua visione piuttosto coerente da decenni; in molti, giustamente – a partire dal Global Times, ma anche nei media mainstream occidentali – hanno sottolineato che ad aver spinto il Cremlino a puntare su di lui come capo della difesa nel bel mezzo dell’operazione militare speciale è la necessità di coniugare lo sforzo bellico con la tenuta economica: “Alcuni osservatori russi” ricorda il Global Times “hanno affermato che Belousov è anche uno degli alti funzionari russi che” in veste di vice primo ministro, ha avuto un ruolo di primissimo piano nell’“aiutare la Russia a superare con successo le difficoltà derivanti dalle sanzioni occidentali e a garantire la crescita economica del paese dallo scoppio del conflitto”. Ma c’è un altro aspetto che in pochi hanno sottolineato: Belousov non è e non è mai stato un neoliberista; si è formato come economista ai tempi dell’Unione Sovietica ed è sempre rimasto attaccato all’idea che a dirigere l’economia, in qualche modo, deve essere lo Stato. “Uno statista keynesiano” lo definisce Politico, che ricorda come già “alla fine degli anni ‘90” – quando imperversava la religione della shock therapy imposta dalle oligarchie criminali al servizio dell’imperialismo – “Belousov era uno dei rari sostenitori del controllo statale nell’economia” e, nonostante fosse scientificamente una spanna sopra la stragrande maggioranza dei suoi colleghi, veniva regolarmente marginalizzato dagli analfoliberali e dai finto-progressisti; come ricorda Foreign Policy, nel 2000 Belousov “ha fondato il Centro per l’analisi macroeconomica e le previsioni a breve termine, il primo think tank macroeconomico russo”. A partire dal 2006, mentre, sotto la guida di Putin, gradualmente la Russia cerca una sua via di uscita dal declino assicurato dalla folle ricetta neoliberista imposta dai vincitori occidentali come risarcimento di guerra, Belousov comincia a ricoprire ruoli di governo sempre più importanti, fino a diventare ministro dello sviluppo economico; ma per diventare un volto noto anche al grande pubblico dovrà aspettare fino al 2018 quando, come ricorda il Washington Post, prova a proporre a Putin la creazione di “un meccanismo che consentisse al governo di raccogliere fondi extra dalle imprese che hanno ottenuto profitti elevati”: “7,6 miliardi di dollari di reddito in eccesso” da prelevare per la fiscalità generale dalle principali “aziende metallurgiche, chimiche e petrolchimiche che hanno ottenuto un buon risultato in seguito ai cambiamenti nelle condizioni del mercato esterno, a partire dal rublo debole e da un’elevata domanda globale per i loro beni”. Insomma: una tassa sugli extraprofitti tipo quella che aveva promesso Meloni la svendipatria, ma che ha ritirato subito dopo – giusto il tempo di far guadagnare qualche centinaia di milioni di euro in borsa a qualche amico speculatore che, nel frattempo, aveva scommesso al ribasso sui titoli delle banche coinvolte. Anche nel caso di Belousov la sua proposta iniziale è stata ridimensionata, ma comunque ha imposto alle aziende un contributo straordinario per finanziare alcuni progetti infrastrutturali ritenuti di massima rilevanza strategica e soprattutto, come riconosce il Washington Post, “ha consolidato la sua reputazione di vero statista che dà priorità ai bisogni del governo rispetto agli interessi dei privati e che sostiene un forte controllo statale sull’economia e una spinta alla crescita attraverso gli investimenti statali”; un profilo che, come sottolinea il Global Times, cade proprio a fagiuolo ora che la Russia deve cercare “di combinare i suoi obiettivi militari con le esigenze dello sviluppo economico, per fare in modo che la crescita economica sostenga l’operazione militare e che l’operazione militare dia slancio allo sviluppo e guidi lo sviluppo scientifico-tecnologico”: Belousov, sottolinea il Washington Post, è un promotore dell’indipendenza tecnologica e ha, a più riprese, avanzato proposte per “lo sviluppo di propri chip, macchine ad alta precisione, aerei, droni, attrezzature mediche e software per porre fine alla dipendenza da importazioni occidentali”.
Insomma: come sosteniamo da tempo, Putin sta cercando di approfittare della guerra per imporre un’accelerazione decisiva al processo di modernizzazione della Russia – fino ad oggi ostacolato dai feudatari e dagli oligarchi che lo hanno sempre circondato – e la nomina di Belousov è l’ennesima conferma che ha intenzione di farlo sempre più con caratteristiche cinesi; come abbiamo sottolineato innumerevoli volte, la Cina, con i suoi incredibili successi al netto delle millemila specificità, è ormai – sempre più chiaramente – un modello di riferimento per i Paesi che vogliono portare a termine il loro complesso processo di decolonizzazione e di indipendenza nazionale e questa, per l’imperialismo neoliberista, probabilmente è una sconfitta ben più grande anche delle umiliazioni che continua a raccogliere sul campo di battaglia in Ucraina.
In attesa di avere anche noi uno Stato e un governo in grado di umiliare l’imperialismo neoliberista, per portarci avanti, intanto, sarebbe il caso – perlomeno – di costruire un vero e proprio media che dà voce al 99%. Aiutaci a costruirlo: aderisci alla campagna di sottoscrizione di Ottolina Tv su GoFundMe e su PayPal.

E chi non aderisce è Massimo Gramellini

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La nuova truffa del neoliberismo: oltre che consumatori, diventeremo tutti anche speculatori?

Negli ultimi 30 anni ci hanno derubato di tutti i nostri diritti convincendoci che ormai eravamo diventati tutti solo dei consumatori e che – quindi – la globalizzazione e le liberalizzazioni ci convenivano. Ora siamo al livello successivo: con i nuovi prodotti finanziari alla portata anche dei risparmiatori più sfigati, i grandi monopoli finanziari col portafoglio ovunque, ma col cuore a Washington e a Wall Street, ci vogliono convincere che, oltre che consumatori, diventeremo tutti anche speculatori, pronti a prenderci un pezzetto della gigantesca bolla speculativa che hanno sostituito all’economia reale. Lenin diceva che i capitalisti, per ingordigia, finiscono col fornirci la corda per il cappio col quale li impiccheremo; le oligarchie che, a differenza degli analfoliberali d’accatto, Lenin lo studiano eccome, cercano di fare altrettanto: ci convincono a fornirgli il metallo col quale forgiano il martello che usano nella loro lotta di classe dall’alto verso il basso. Ne abbiamo parlato con Alessandro Volpi.

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Mettiamo fine all’Unione europea? – Perché il progetto comunitario è fallito e deve finire

Ti dichiari un europeista convinto? Pensi che, per essere competitiva, il destino dell’Italia non possa che essere negli Stati Uniti d’Europa? Sogni il giorno in cui, finalmente, portoghesi e moldavi potranno vivere in uno stesso Stato? Allora questo è il video giusto per te perché a giugno ci saranno le elezioni europee e, come ogni 4 anni, si presentano partiti e liste minacciose e figure ancora più ambigue e sinistre che si candidano a guidare le istituzioni: e, allora, oggi ci tocca fare un discorso che sappiamo un po’ per tutti difficile da digerire perché si tratta di nientepopodimeno che di mettere in discussione l’ultima grande utopia politica di almeno un paio di generazioni di europei (e anche noi, in fondo in fondo, ci abbiamo un po’ creduto); ma, arrivati a questo punto, sarebbe peggio continuare a far finta di nulla, riempirci la testa di rassicurante propaganda e aspettare che la catastrofe diventi irreversibile. E allora facciamo un bel respirone e diciamocelo senza paura: l’entrata dell’Italia nell’euro è stata un fallimento e questa Unione europea è un progetto finito. E, preso atto di tutto questo, le forze popolari europee hanno oggi il compito urgente di proporre una seria alternativa sociale e democratica a queste istituzioni comunitarie fondate sugli interessi delle oligarchie finanziarie, sulla guerra e sulla politica estera americana.
“Ma certo, hai ragione” penserà adesso l’europeista convinto “e il problema sono i sovranisti che impediscono una vera federazione; la soluzione è che ci vuole ancora più Europa! Il nostro destino sono gli Stati Uniti d’Europa; da soli gli Stati nazionali non potranno mai farcela da soli” (cit. europeista convinto). Calma! Calma! Perché su questo argomento non possiamo più permetterci di essere banali, superficiali o ideologici, ed è anzi questa adesione quasi religiosa al progetto di questa Unione europea e alla sua moneta ad aver causato i maggiori danni e ad aver tradito la speranza e l’idea di un vero soggetto geopolitico indipendente e competitivo con le altre superpotenze del mondo. Sì, perché – purtroppo – quando in Italia si parla di euro ed Unione europea ci si scontra ancora con un muro; un muro – come scrive il professore di economia Eugenio Pavarani nel suo articolo per La Fionda Il male della banalità – fatto prima di tutto di “luoghi comuni, di false credenze, di falsi miti, di informazioni distorte, di banalità”.
L’europeismo in Italia non è, infatti, una posizione politica tra le altre, ma è diventato come un tabù religioso; e persino sugli effetti negativi della moneta unica per la nostra economia, ormai dimostrati da una copiosa letteratura scientifica, non si può avere una discussione franca e razionale e, piuttosto che mettere in discussione la bontà e la speranza del suo sogno federalista, l’europeista convinto preferisce non ascoltare e guardare dall’altra parte. “L’euro è assurto a ruolo di indicibile, di totem, di feticcio” scrive il professore di economia a Cassino Gabriele Guzzi su Limes; “Invece di procedere in analisi equanimi ci si nasconde dietro a una religiosità europeista spesso molto sterile. Malgrado questo” conclude “lo iato tra l’immagine edulcorata di Europa e l’Europa reale si fa ogni anno più insostenibile.” In questo video, non solo richiameremo alcuni dati fondamentali che dimostrano i danni del mercato unico e dell’euro per molte economie europee (compresa la nostra), ma ci soffermeremo soprattutto sulle resistenze culturali che, ancora oggi, impediscono a tanta opinione pubblica di affrontare in maniera obiettiva e realistica l’argomento della moneta comune e del progetto comunitario; un video europeista nello spirito perché avere a cuore il destino del nostro continente e dei popoli europei significa oggi ammettere il fallimento delle sue recenti e contingenti istituzioni politiche e la necessità, dalle loro ceneri, di costruire qualcosa di completamente nuovo.
Partiamo da un presupposto che dovrebbe essere ovvio e che, invece, non lo è per nulla: criticare la moneta unica, o le forme giuridiche e istituzionali dell’attuale unione a 27 membri, non vuol dire essere anti – europeisti; già questa equazione tra l’essere europeisti ed essere a favore del progetto delle politiche della Banca Centrale Europea e della Commissione puzza di ideologia e di propaganda da lontano un miglio. “Un paese maturo” scrive infatti Guzzi “dovrebbe valutare razionalmente l’opportunità di rimanere in un’istituzione come l’Ue. Non dovrebbe cimentarsi in petizioni di principio del tutto astratte. Uno Stato potrebbe considerare l’Europa il proprio punto di riferimento da un punto di vista storico, culturale, persino politico. Ma non dovrebbe porre nell’ambito dei valori una particolare istituzione storica, nata trent’anni fa, o peggio una moneta come l’euro. Su questa tipologia di decisioni è il pensiero critico, ossia la continua valutazione realistica delle opportunità, la dimensione su cui uno Stato maturo dovrebbe porsi. Non vaghi atti di fede.” E quindi questo video, lo sottolineo, non è nemmeno lontanamente un video anti – europeista, ma un video mosso da spirito costruttivo che, da una parte, riporta alcuni dati che dimostrano come l’Italia, insieme a molti altri paesi, sia stata oggettivamente danneggiata dalla moneta unica e, dall’altra, che riflette sul fatto che una nuova Unione tra le nazioni europee fondata sulla solidarietà, sul primato della politica sull’economia e sull’indipendenza strategica dagli Stati Uniti è, nei fatti, strutturalmente incompatibile con le attuali istituzioni comunitarie.
Partiamo dalla situazione attuale; negli ultimi due anni, l’idea che l’epidemia avesse rappresentato un momento rifondativo per l’Ue grazie all’emissione di eurobond si è scontrata con la realtà: non c’è stato nessun salto di qualità, nessuna prospettiva federalista. “Mentre il mondo brucia tra guerre e divisioni” scrive Guzzi “l’Ue continua a discutere di zero virgola, di percentuali, di saldo strutturale. L’ideologia contabilistica e ragionieristica di Bruxelles si mostra ancora l’unico collante economico realmente esistente oggi in Europa” e questo, come vedremo, non perché lo impediscono i sovranisti alla Orban (come subito starà pensando l’europeista convinto), ma perché sono esattamente queste le fondamenta e il progetto dell’Unione europea che emergono dai trattati. E’ esattamente questa l’Unione europea che hanno voluto le élite e che continuano a volere. Non è un incidente. Non è un errore da correggere per poter tornare sulla giusta carreggiata. È così che funziona perché è così che è stata pensata e, oltre agli Stati Uniti che sono da sempre dietro al progetto comunitario, anche piccole cerchie del grande capitale stanno infatti continuando a beneficiarne, naturalmente a spese dei ceti medi e popolari.
Ma partiamo dalla moneta unica: l’euro, ci dicevano, avrebbe reso più ricco e competitivo tutto il continente; a vent’anni dalla sua introduzione, i dati ci dicono esattamente l’opposto. L’Europa, prima dell’euro, aveva il PIL pro capite pari a quello degli Stati Uniti; oggi è a circa la metà. Nel frattempo, nessuna politica fiscale comune è stata fatta e questo non perché ci sono i sovranisti cattivi che lo hanno impedito (come ribatterà il nostro europeista convinto), ma perché non è nemmeno mai stata proposta in quanto non coerente con gli stessi principi fondativi dell’Unione europea. Nel contesto poi di questa perdita di competitività di tutto il continente – che già confuta uno degli argomenti preferiti degli europeisti secondo cui l’Unione europea e l’euro sarebbero fondamentali a competere meglio con le superopotenze – alcune economie hanno ricavato vantaggi dalla moneta unica e altre no (vantaggi a danno degli altri paesi membri, si intende). “Nei propositi iniziali” scrive Guzzi “l’euro avrebbe dovuto raggiungere diversi obiettivi. Tra gli altri, promuovere la crescita economica, ridurre le divergenze tra paesi, diventare un credibile competitore rispetto al dollaro. Dopo venticinque anni, possiamo dire che tutti questi obiettivi non sono stati raggiunti.” “Certo!” penserà l’europeista convinto: “E’ successo perché alcune classi dirigenti nazionali sono state più in grado di altre di sfruttare la moneta unica; non è colpa dell’euro, non è colpa della UE: è, come al solito, colpa dell’incompetenza dei singoli Stati nazionali ed è la prova che ci vuole più Europa!” (europeista convinto)
Ma, ormai, lo abbiamo imparato a conoscere il nostro europeista convinto; è la solita strategia argomentativa del benaltrismo, utile per non mettere mai in discussione la sua fede a prescindere da qualunque dato o argomento: per la strategia del benaltrismo i problemi non sono mai e poi mai legati all’Unione europea e all’euro che sono, sempre e comunque, un bene in sé, ma sempre e solo ai problemi interni delle nazioni, problemi che, invece, si risolverebbero – ça va sans dire – se queste si donassero completamente alle istituzioni comunitarie. Peccato che le cose non stiano proprio così e il caso dell’Italia è paradigmatico: da circa 20 anni il nostro paese ha smesso di crescere e sta vivendo un drammatico declino strutturale che ha inizio nella seconda metà degli anni ’90, proprio in coincidenza temporale con la fissazione del cambio nei confronti dell’ECU che poi, in continuità, è divenuto euro nel 1999; due grafici, che ricaviamo dall’illuminante articolo di Pavarani, fotografano la tempistica e l’entità del declino e non richiedono molti commenti.

Ecco: qui vediamo la famosa Italietta della liretta aumentare stabilmente il proprio PIL pro capite fino alla metà degli anni 90, diventando una delle più ricche e prospere comunità del pianeta, per poi cominciare il suo triste declino in coincidenza con l’introduzione dell’euro; questa curiosa coincidenza temporale, come scrive Pavarani, appare ancora più marcata se confrontiamo – secondo i dati Eurostat – il reddito pro capite italiano con la media dei 15 Paesi dell’eurozona più sviluppati.
Dalla tabella seguente e dal relativo grafico è possibile rilevare che, dopo un lungo inseguimento culminato a metà degli anni ’90, la distanza del reddito pro capite italiano dalla media (livello zero nel grafico) è bruscamente tornata su valori negativi e fortemente decrescenti.

Nel 1996 fu definitivamente stabilito il cambio della lira prima nei confronti dell’ECU, divenuto poi euro. “Dal confronto dei due grafici” scrive Pavarani “emerge una più precisa puntualizzazione temporale dell’inizio del declino, che viene a coincidere con la definitiva perdita della flessibilità del cambio”. Semplice coincidenza temporale? Si può anche continuare a pensarlo e sostenere che sia tutta colpa dei populisti che parlano alla pancia invece che alla testa delle persone, ma – come sottolinea Pavarani – ci si pone allora in aperto contrasto con una ormai corposa letteratura scientifica che ha individuato chiare relazioni di causa ed effetto; ad esempio l’economista J. E. Stiglitz che, nella sua opera dedicata all’euro (L’Euro), scrive che “La causa della crisi è da attribuire alla struttura stessa dell’Eurozona e alle politiche da essa imposte, non alle mancanze dei singoli Paesi”. Persino Giuliano Amato, non proprio un sovranista della prima ora, dichiarava “Abbiamo fatto una moneta senza Stato; abbiamo avuto la faustiana pretesa di riuscire a gestire una moneta, senza metterla sotto l’ombrello di un potere caratterizzato da quei mezzi e da quei modi che sono propri dello Stato […]; non abbiamo voluto ascoltare le indicazioni della letteratura e oggi possiamo dire che era davvero difficile che l’unione monetaria potesse funzionare e ne abbiamo visto tutti i problemi”.
Non mi soffermerò adesso sugli aspetti tecnico – economici che stanno alla base dei gravi effetti negativi che l’euro ha avuto per la nostra economia e, per chi avesse voglia di farsi una prima idea su questo argomento, metto qui sotto in descrizione gli articoli di Pavarani e Guzzi; sta di fatto che il processo di integrazione e la moneta unica, per come sono stati progettati, non potevano che essere fonte di vantaggi per alcuni e, simmetricamente, di svantaggi per altri: fa parte del suo DNA, ma questo non ci deve stupire. Nata nel clima culturale della controrivoluzione neoliberista, è questa l’ideologia politica su cui si fondano i Trattati Europei e l’euro e che, tutt’oggi, guidano le istituzioni comunitarie; un’ideologia, come sappiamo bene, intrinsecamente oligarchica e fondata sul primato dell’economia sulla politica: “L’intervento dello Stato nel mercato, le politiche distributive, la tutela dei diritti sociali, sono contrastate dalle regole che l’Ue si è data e ostacolate dalle riforme che essa richiede ai Paesi membri” scrive Pavarani. “Le regole del gioco sono quelle del mercato e della concorrenza che premiano e penalizzano”; “Naturalmente” conclude il professore di economia all’Università di Parma “tutto questo è quanto di più lontano si possa immaginare rispetto al progetto di società prefigurato nella nostra Costituzione, e infatti l’Italia è stata fortemente penalizzata dalle dinamiche comunitarie, anche più di altri Stati, proprio per la difficoltà di adeguare il proprio modello sociale (e gli assetti giuridici, economici, politici e sociali) al paradigma imposto dall’UE.”
Ma se la stragrande maggioranza dell’impresa italiana è stata colpita, anche se in modi diversi, dalle politiche di austerità e dalla desertificazione industriale vissuta dal nostro paese e solo piccole cerchie del grande capitale hanno beneficiato (e continuano a beneficiarne), come spiegare la persistente adesione di buona parte della classe media italiana alla fede europeista senza se e senza ma? È chiaro che le ragioni economiche non bastano e che siamo di fronte ad una forte resistenza ideologica e culturale che impedisce di guardare in maniera lucida e pragmatica alla realtà; e per capire più in profondità cosa ha significato e significa l’euro e l’Unione europea nel nostro inconscio collettivo, bisogna fare un po’ di storia. La firma del trattato di Maastricht avvenne nel 1992: l’anno di Tangentopoli, della speculazione contro la lira, delle stragi di mafia; l’anno prima c’era stata la caduta dell’Unione Sovietica con le sue catastrofiche conseguenze sul pensiero di sinistra occidentale. In quegli anni, insomma, l’Italia – con la fine della DC e del PCI – si ritrova in piena crisi istituzionale e sprovvista delle due grandi ideologie politiche che avevano dato un senso alla sua vita politica fino a quel momento: “Un intero sistema era collassato” riflette Guzzi “e le élite italiane valutarono il nostro paese come sprovvisto di quelle energie sufficienti per affrontare in sicurezza i nuovi scenari globali”; è allora qui che troviamo le radici dell’adesione pseudoreligiosa dell’Italia alla moneta unica e al progetto comunitario che, per noi, non sono mai stati solo un utile strumento per mantenere la pace e portare avanti gli interessi nazionali, ma sono diventati la nuova grande utopia politica a cui fare riferimento, un’ideologia politica con caratteri quasi millenaristici che permea tutta la nostra cultura politica del terzo millennio. “L’unificazione europea divenne la nuova narrazione sostitutiva, il sol dell’avvenire verso cui convogliare quelle attese millenaristiche che caratterizzavano entrambe le tradizioni [comunista e cattolica]” sottolinea Guzzi: “un marchingegno teologico – politico per risolvere la propria crisi d’identità senza interrogarsi troppo sul passato”; “Anche l’euro” continua “fu interpretato come la soluzione della crisi sistemica e generale dei partiti, dell’economia, della cultura e delle istituzioni italiane. Esso non è mai stato per noi solo uno strumento economico. È stato il modo con cui le élite impostarono la nuova identità strategico – culturale del paese”.
Ed è per questo che è così difficile, in molti ambienti, parlare realisticamente e serenamente di queste cose: perché l’ideologia europeista è fortemente intrecciata con la vicenda biografia del paese, con la nostra identità individuale e collettiva, con tutto il senso del nostro agire politico. Alla fine, però, la forza dell’evidenza colpisce sempre più forte e la realtà sono anni che ha incominciato a bussare nuovamente alla porta. Arrivati a questo punto manca, però, un ultimo gradino: senz’altro, l’europeista convinto si sente adesso un po’ scosso e sente forse i primi dubbi presentarsi alla sua coscienza, ma non si sente ancora pronto a rinunciare al suo sogno, alla sua più intima speranza e, cioè, che tra mille inciampi e contraddizioni, è in fondo solo questione di tempo e, prima o poi, gli Stati nazionali europei metteranno da parte le divergenze, di litigare tra loro e si convinceranno che l’unica cosa veramente razionale da fare è di dare vita agli Stati Uniti d’Europa “perché sarà anche vero che l’Unione europea è un progetto neoliberista che ha contributo a distruggere la nostra socialdemocrazia, sarà anche vero che l’euro ci ha danneggiati, che l’Europa ha perso competitività con le altre superpotenze e che gli Stati Uniti dirigono oggi la politica estera europea con ancora più facilità. Ma la federazione delle nazioni europee in stile americano! Quello, se vogliamo sopravvivere, non può che essere il nostro destino!” pensa l’europeista convinto. E non essendo altro che una fede, di fronte a questa prospettiva tutto è possibile, tutto è permesso, tutti i sacrifici sono giustificati; per l’europeista convinto gli italiani potranno, tra 30 anni, anche finire a cibarsi di vermi purché gli dicano che stiamo comunque andando nella direzione del Grande Progetto Federale. Scriveva Carlo Caracciolo su La Stampa il 16.11.2022: “L’idea d’Europa è immortale. Perché perfettamente irrealistica. Non mettendosi alla prova o rifiutandone gli esiti, resta articolo di fede… L’europeismo ideale è indifferente alle miserie dell’europeismo reale”.
Per approcciarci in maniera più realistica a questo tema, proviamo a porci le seguenti domande: quanto è verosimile, ad oggi, che i Paesi membri decidano di aderire ad un ordinamento federale che li priverebbe di ogni sovranità allo stesso modo in cui ne sono privi i singoli Stati della federazione americana? Quanto è probabile che i cittadini francesi, tedeschi, greci e croati rinuncino tutti insieme, nello stesso momento, alla loro Costituzione? Quanto è credibile che un cittadino della Baviera o della Lombardia possa gradire che le imposte da lui versate vadano a beneficio di cittadini della Romania o dell’Estonia? Ora, ammesso e non concesso che una federazione di Stati europei in stile americano che va dal Portogallo alla Lettonia risolverebbe qualcuno dei nostri problemi nazionali ed europei, ha però ragione l’europeista irremovibile? E, tra mille difficoltà e contraddizioni, le istituzioni europee stanno veramente remando in quella direzione e, ogni anno che passa, facciamo un piccolo passettino nella realizzazione di questo progetto?
No: pur ammessa la bontà del sogno dell’europeismo ideale, anche in questo l’europeismo reale è pronto a smentirlo perché non solo, come vedremo subito, la federazione degli Stati Uniti d’Europa non è nell’agenda e nei programmi delle istituzioni europee, ma è anzi in totale contraddizione con i Trattati e con lo spirito neoliberista su cui l’Unione è stata fondata; “La stragrande maggioranza delle persone che conosco sono certe che l’Ue sta seguendo un percorso lineare, diretto, ma ancora incompleto, che porterà alla creazione di uno Stato europeo” scrive Pavarani. “Sono altrettanto certo che, se prendessero coscienza che questa prospettiva appartiene esclusivamente alla dimensione del mito e che non ha nessuna radice nella realtà, la loro eurofilia probabilmente si scioglierebbe come neve al sole.” Benché lo faccia credere ai suoi cittadini, infatti, l’Unione europea non vuole avere una dimensione politica, autonoma e sovrana di tipo statuale: “L’attuale Unione europea” scrive Pavarani “non ha alcun bisogno dello Stato, della politica, di compiuti poteri legislativi ed esecutivi: le scelte politiche, quantomeno in materia economica, sono già state fatte; sono stabilite a monte, sin dall’origine, e sono cristallizzate nei Trattati, una volta per tutte”.
È vero che la costruzione che è stata realizzata presenta un evidente deficit democratico, ma questo era esattamente nei piani perché la democrazia implicherebbe che, con il voto, gli elettori possano cambiare la politica economica e in Europa non deve funzionare così; la sovranità che è consentita al popolo è soltanto la possibilità di cambiare il governo nazionale, ma senza cambiare politica economica perché questa è impostata sul pilota automatico determinato dalle regole e dai Trattati europei. In pieno stile neoliberista, il mitologico mercato – e quindi, in realtà, delle ristrettissime oligarchie che traggono beneficio dallo status quo – deve avere l’ultima parola e deve essere tenuto ben al riparo dalle interferenze e dalle distorsioni prodotte dalle istanze democratiche. Per quale ragione, chiediamoci, le élite economiche, che guidano le istituzioni europee con l’avvallo statunitense, dovrebbero volere sopra di sé il controllo di uno Stato federale democraticamente eletto? “I sognatori sonnambuli non hanno capito che l’ordinamento istituito dai Trattati non si colloca nella direttrice del loro sogno, non è una tappa nel percorso che porta ad un nuovo Stato sovrano, gli Stati Uniti d’Europa. Si è realizzato un altro sogno, ben diverso, che si colloca nella direzione opposta. È il sogno di coloro che si proponevano di liberare l’economia dall’ingombrante presenza pubblica; si proponevano di liberare il mercato dagli effetti distorsivi generati dall’intervento dello Stato nel conflitto distributivo e a garanzia dei diritti sociali attraverso politiche di welfare; si proponevano di sottrarre agli Stati le sovranità nazionali sulle politiche economiche e non certo per riproporle in una dimensione statuale più grande a livello accentrato” scrive Pavarani.
L’obbiettivo, raggiunto e consolidato nell’attuale assetto dell’Unione, era ed è il depotenziamento degli Stati nazionali e lo svuotamento dei poteri di intervento pubblico; non certo l’obbiettivo di costruire un nuovo Stato più grande che riproponesse su scala più ampia, a livello europeo, il modello degli Stati nazionali e, quindi, diciamolo una volta per tutte: l’attuale Unione europea non è un assetto istituzionale incompiuto da completare in senso federale attraverso alcune riforme. È già completa ed è perfettamente coerente al disegno iniziale: “Lo Stato federale non può essere un modello per il futuro per la semplice ragione che questo, come gli Stati nazionali, è concepito in base all’idea di sovranità statuale” conclude Pavarani “mentre l’idea che sta alla base del progetto di integrazione europea nasce, al contrario, proprio dall’istanza del superamento degli Stati nazione e della loro sovranità”. E questo non sono quei disfattisti anti-occidentali di Ottolina, Guzzi e Pavarani a dirlo, ma la stessa Unione europea: il 9 maggio 2022 si è conclusa la Conferenza sul futuro dell’Europa voluta dal presidente francese Macron; la mission della Conferenza è stata delineata in una dichiarazione comune e divisa in 9 temi su cui incentrarsi per il futuro:[1] cambiamento climatico e ambiente;
[2] salute;
[3] un’economia più forte, giustizia sociale e posti di lavoro;
[4] l’Ue nel mondo;
[5] valori e diritti, stato di diritto, sicurezza;
[6] trasformazione digitale;
[7] democrazia europea;
[8] migrazioni;
[9] istruzione, cultura, giovani e sport.
Come si evince, quando l’Unione europea si interroga sul suo futuro non prende nemmeno in considerazione l’opportunità di mettere all’ordine del giorno e di avviare una discussione in merito ai passi necessari, il tragitto verso un assetto statuale di tipo federale (e, infatti, non se ne fa cenno nel documento finale); la costituzione di uno Stato federale non è in alcun modo contemplata.
Insomma, dovrebbe essere ormai chiaro che il mito degli Stati Uniti d’Europa ci viene venduto fin da bambini per continuare ad ingoiare tutte le schifezze e tragedie che il vero progetto dell’Unione europea, quello oligarchico, neoliberista e figlio dell’occupazione americana, ci costringe a subire; quello che contribuisce allo smantellamento della socialdemocrazia e alla lotta di classe dall’alto verso il basso. Gli Stati Uniti d’Europa come il nuovo oppio dei popoli europei, l’oppio a causa del quale da 30 anni abbiamo smesso di guardare con lucidità politica a quello che succede intorno a noi. E se anche tu non sei un europeista convinto e, quindi, non ti illudi che le oligarchie economiche filo americane che traggono vantaggio da questa Unione europea decideranno di suicidarsi da sole e pensi che solo la lotta e il conflitto politico faranno nascere un nuovo progetto politico ed economico dei popoli europei, aiutaci a costruire un media libero e indipendente che combatta la loro propaganda finto europeista. Aderisci alla campagna di campagna di sottoscrizione di Ottolina Tv su GoFundMe e su PayPal.

E chi non aderisce è Mario Draghi

Il “piùEuropa” e il male della banalità | La Fionda

Il tramonto dell’imperialismo USA sarà la tomba del capitalismo?

Il mondo è già multipolare ed è, sempre più chiaramente, troppo vasto e complesso per la sete di egemonia dell’impero e gli unici che sembrano non averlo capito sono le classi dirigenti degli alleati di Washington – dall’Europa al Giappone – e di ogni colore politico, che si comportano sempre di più come cortigiani dissoluti e privi di dignità alla disperata ricerca delle ultime botte di vita e di lussuria prima di ritrovarsi, inevitabilmente, ad assistere alla decapitazione dell’imperatore al quale hanno giurato eterna fedeltà. Gli analisti di geopolitica organici alla propaganda suprematista finanziata dalle oligarchie rovesciano la realtà e a suon di fake news e di doppi standard e ci raccontano un universo parallelo, ma – purtroppo per loro – nonostante la potenza di fuoco della macchina propagandistica; e anche se negli ultimi 40 anni hanno impiegato ogni mezzo necessario per trasformarci tutti in una gigantesca massa di rincoglioniti, la verità ha la testa dura e venire sistematicamente smentiti dai fatti ne sta indebolendo, giorno dopo giorno, l’egemonia.
Gli analisti geopolitici un pochino più lucidi e indipendenti, invece, quelli che hanno un minimo di competenza e che hanno a cuore anche la loro credibilità, tentano di evitare di accumulare una gigantesca montagna di figure di merda e, di fronte a dei dati oggettivi e incontrovertibili, cercano di aggiustare il tiro, anche se quello che emerge non è esattamente in linea con gli interessi delle oligarchie dalle quali, comunque, dipendono; in entrambi i casi, però, manca completamente la capacità (e forse anche la volontà) di andare al nocciolo della questione e di chiamare le cose col loro nome e il dibattito, fondamentalmente, verte sulle scelte politiche effettuate, di volta in volta, da una forza politica piuttosto che un’altra. Le guerre – fredde o calde – e i loro esiti diventano così frutto del caso e dell’arbitrio, e il mondo potrebbe essere completamente diverso da quello che abbiamo di fronte se solo il leader di turno avesse letto il libro o il rapporto giusto o avesse ingaggiato, nella sua ristretta cerchia di consiglieri, un analista piuttosto che un altro.
Noi di Ottolina Tv abbiamo un’idea leggermente diversa; saremo eccentrici, ma siamo convinti che la storia non la fanno il gossip e la psicologia da bar, ma le strutture profonde che regolano il vivere comune, a partire dalla principale delle attività umane: l’attività economica e, da questo punto di vista, il declino dell’impero e la decadenza arraffona dei cortigiani non sono scherzi del libero arbitrio, ma sono conseguenza diretta della divisione del mondo in classi sociali e dell’eterna lotta tra loro. E quello a cui stiamo assistendo non è il declino di un impero al quale, eventualmente, se ne sostituirà un altro tutto sommato identico; quello a cui stiamo assistendo è la crisi terminale dell’imperialismo, che ricorda da vicino il termine impero e, per gli analisti amici delle oligarchie, probabilmente è del tutto sovrapponibile, ma non lo è affatto. L’imperialismo, infatti, è la forma concreta e storicamente determinata che ha assunto il capitalismo quando ha cercato di rinviare l’inesorabile collasso dovuto alle sue dinamiche intrinseche, sostituendo alle leggende metropolitane della mano invisibile e della concorrenza la creazione dei monopoli e il ricorso sistematico alla forza bruta per imporne gli interessi su scala globale, a discapito di quello delle masse popolari di tutto il pianeta, un ordine globale fondato sulla rapina e sulla violenza che, purtroppo per lui e le sue groupies, però non si limita esclusivamente a distruggere il pianeta e la comunità umana (che è qualcosa di deplorevole, ma che non significa necessariamente condannarsi da soli alla sconfitta) ma, appunto – come annunciava profeticamente, ormai oltre un secolo fa, un certo Vladimir Ilic Uljianov, in arte Lenin – fornisce alle forze sociali, che hanno tutto l’interesse a rovesciarlo direttamente, la corda con la quale lo impiccheranno.

Vladimir Ilic Uljianov, in arte Lenin

E gli ultimi avvenimenti, da questo punto di vista, rappresentano una serie infinita di veri e propri esempi da manuale esattamente di questa dinamica suicida e autodistruttrice, sia dal punto di vista economico che da quello più prettamente geopolitico; mano a mano che il declino dell’impero si accentua, di pari passo aumenta la sua aggressività sia militare che economica che, paradossalmente, non sembra ottenere altro che accelerare ulteriormente il suo declino e rafforzare i suoi avversari. Ma prima di addentrarci nei dettagli tecnici su come è fatto questo cappio costruito con la corda che l’imperialismo sta fornendo ai suoi avversari, ricordati di mettere un like a questo video per permetterci di combattere la nostra piccola guerra contro la dittatura degli algoritmi e, se non lo avete ancora fatto, anche di iscrivervi a tutti i nostri canali social e di attivare tutte le notifiche: un piccolo gesto che a voi non costa niente, ma che per noi cambia molto e ci permette di provare a costruire un media veramente nuovo che, invece che parare il culo all’imperialismo in declino, contribuisca – giorno dopo giorno – a fornire gli strumenti necessari ai subalterni per bastonare il cane che affoga e liberarci, finalmente, delle nostre catene.
La svolta degli aiuti americani titolava ieri sul Corriere della serva Paolo Mieli: “Fortunatamente per i repubblicani statunitensi, e per tutti noi” sottolinea Mieli, Mike Johnson, “il cinquantaduenne legale di Donald Trump nei processi di impeachment del ‘19 e del ‘21, ultras cattolico, ostile al diritto di aborto e alle unione gay” ha stupito tutti, “si è messo in gioco” ed ha deciso di “tessere una tela tra democratici e repubblicani a vantaggio di Volodomyr Zelenski”; “Sto cercando di fare la cosa giusta” aveva affermato nei giorni scorsi Johnson per provare a giustificare il suo repentino cambio di rotta. “Sono convinto del fatto che Xi, Putin e l’Iran” ha dichiarato “costituiscano davvero l’asse del Male, e credo che si stiano coordinando. E credo che Putin, se glielo permettiamo, finita questa partita andrà sicuramente oltre, e che dopo l’ucraina verranno i paesi del Baltico, e anche la Polonia”. Mieli, che nella sua lunga e intensa vita è partito dalla militanza marxista – leninista nella sinistra extraparlamentare di Potere Operaio (simpatie per la lotta armata comprese) al comitato esecutivo dell’Aspen Institute, di giravolte se ne intende – e anche di artifici retorici per ammantarle di principi nobili; in questo caso, la giravolta opportunista di Johnson, tramite la sua penna sbarazzina, diventa la “sorpresa di un’autentica democrazia, come è, ancorché esposta a numerose ed evidenti insidie, quella degli Stati Uniti”: un discorso, dal punto di vista di una delle penne italiane in assoluto più amate dalle oligarchie, del tutto coerente. Per Paolo Mieli, come per tutta la propaganda neoliberista, democrazia – infatti – è sinonimo di potere politico saldamente in mano alle oligarchie, con la politica che deriva la sua legittimità dalla loro benedizione, invece che dal consenso popolare; e, in questo senso, gli Stati Uniti sono effettivamente ancora una democrazia, anche se cominciano ad arrivare segnali di lotta politica da parte dei subalterni – dalle mobilitazioni contro il genocidio alle battaglie sindacali – e la giravolta di Johnson, che ha rinnegato il suo mandato democratico proprio su pressione del partito unico della guerra e degli affari, è sicuramente una manifestazione di questo rapporto gerarchico, anche se tutt’altro che sorprendente.
Come sosteniamo da sempre, infatti, intorno all’approvazione degli aiuti s’è scatenata una negoziazione feroce da parte dei repubblicani per strappare qualche condizione di favore sia per gli affari personali dei loro sponsor, sia per il consenso (come nel caso della partita della lotta all’immigrazione), ma di fronte al fatto che gli aiuti diventavano sempre più indispensabili per evitare di concedere alla Russia una vittoria totale sul campo e il crollo definitivo di tutto il fronte, non ci sarebbe stata considerazione tattica possibile: l’impero sa esattamente come proteggere i suoi interessi vitali e non c’è incidente di percorso possibile che possa alterare radicalmente questo assunto; ciononostante, ce ne sono molti che lo possono alterare progressivamente. E prendere per due anni, giorno dopo giorno, una cespugliata di schiaffi nella guerra per procura contro la Russia è sicuramente uno di questi. Il pacchetto di aiuti in questione, infatti, sancisce definitivamente il gigantesco spostamento dei rapporti di forza determinato dal campo di battaglia; l’offensiva ucraina non è proprio più nemmeno un’ipotesi remota: le armi previste hanno esclusivamente carattere difensivo. Si tratta, molto banalmente, di ridare all’Ucraina i mezzi per tentare di evitare il totale controllo dello spazio aereo da parte russa e ostacolare così un’avanzata che, per quanto lenta, al momento sembra inesorabile. Come sottolinea il buon Andrew Korybko sul suo profilo Substack “Il tanto atteso pacchetto di aiuti USA all’Ucraina potrebbero impedirne il collasso, ma non respingeranno la Russia”; una condizione essenziale, sottolinea lo stesso Mieli, per provare a lavorare a un accordo tra – come li chiama lui – aggressore e aggredito e, cioè, esattamente quell’accordo che era possibile già nella primavera del ‘22, solo con qualche centinaio di migliaia di morti in più, un’economia europea completamente devastata e rapporti di forza molto più favorevoli alla Russia.
Lo spostamento dei rapporti di forza è altrettanto evidente in Medio Oriente, soprattutto dopo l’operazione True Promise da parte dell’Iran due sabati fa, all’insegna – come sottolinea The Cradle – della “precisione anziché della potenza” e, ancora di più, all’assenza di una risposta proporzionale da parte di Israele; un cambiamento radicale nella bilancia di potenza di tutta la regione dove, fino a due settimane fa, era del tutto impensabile poter attaccare direttamente Israele senza subire ritorsioni di diversi ordini di grandezza più devastanti. Una vera e propria rivoluzione resa possibile da diversi fattori; uno squisitamente militare: lo sviluppo tecnologico ha ridotto drasticamente il vantaggio che deriva da una sproporzione vistosa nei rispettivi budget militari. Con un budget limitatissimo, l’Iran, infatti, grazie all’impiego di droni low budget e di missili obsoleti (come li definisce lo stesso The Cradle) è riuscito facilmente a saturare la costosissima difesa aerea dell’alleanza messa in piedi in fretta e furia dagli USA a sostegno dello sterminio dei bambini palestinesi, permettendo così all’Iran di colpire in modo più o meno simbolico tutti gli obiettivi militari che aveva individuato e, cioè, le tre installazioni militari che avevano contribuito all’attacco criminale di Israele al consolato iraniano di Damasco; se vogliamo raccontarcela romanticamente è una classica vittoria di Davide contro Golia. Se, invece, abbiamo un bidone dell’immondizia al posto del cuore, si tratta della manifestazione di un’altra debolezza strutturale dell’imperialismo: ostaggio delle sue oligarchie, il sistema imperialista – infatti – vede il grosso di quello che spende in armamenti trasformarsi magicamente in extraprofitti per gli azionisti del comparto militare – industriale, che hanno imposto di dirottare il grosso della spesa in sedicenti sofisticatissimi sistemi d’arma che costano ordini di grandezza in più per ogni nuova generazione che arriva e che, alla prova dei fatti, possono essere agevolmente fottuti con qualche ferrovecchio.
Oltre al piano prettamente militare, però, l’imponente cambio della bilancia di potenze in Medio Oriente è anche il frutto di alcuni aspetti ancora più strutturali: il primo riguarda il difficile rapporto tra il centro imperialistico e i suoi avamposti regionali; la fase suprema dell’imperialismo prevede, infatti, il dominio totale del centro su tutto il pianeta, un pianeta che però, a causa dello sviluppo di molte periferie che esso stesso ha determinato a suon di globalizzazione e di delocalizzazioni, è sempre più grande e sempre più complesso. Per esercitare questo dominio, allora, diventano sempre più importanti – appunto – gli avamposti regionali, come è il caso di Israele nel Medio Oriente: in virtù del ruolo sempre più vitale che ricoprono all’interno del sistema imperialistico, questi avamposti acquisiscono, però, sempre maggiore potere, fino ad essere in grado di imporre scelte strategiche almeno in parte in contraddizione con il disegno strategico complessivo del centro imperialistico; che è proprio il caso di Israele, dove, sfortunatamente per gli USA, questo potere crescente si è ritrovato ad essere fortemente influenzato da delle fazioni di fondamentalisti guidati più dal fanatismo che dallo spietato calcolo razionale utilitaristico.
Completamente avulsi da una valutazione realistica dei rapporti di forza concreti, questi millenaristi invasati hanno condotto gli USA in una specie vicolo cieco, a partire dai rapporti con le petromonarchie del Golfo; nonostante le petromonarchie siano terrorizzate dal rafforzamento dell’egemonia regionale dell’Iran e delle forze popolari e antimperialiste dell’asse della resistenza, gli eccessi dell’imperialismo in declino le hanno spinte sempre di più alla ricerca di un difficile compromesso con gli avversari regionali come l’alternativa più realistica e razionale a un’egemonia USA sempre più compromessa e insostenibile. A spingere in questa direzione c’aveva già pensato l’irruzione della Cina come principale partner economico dell’area; un altro aiutino era poi arrivato dalla fine del mito dell’invincibilità dell’apparato militare USA sconfitto in Siria, incapace di permettere ai sauditi di chiudere a loro vantaggio la lunga battaglia per il controllo dello Yemen e, infine, pesantemente ridimensionato in Ucraina. Il sostegno incondizionato allo sterminio dei bambini palestinesi, che ha dimostrato l’incapacità degli USA di esercitare la loro egemonia su Israele, potrebbe essere la goccia che fa definitivamente traboccare il vaso: l’evidente precarietà di questo equilibrio è tra i fattori che hanno spinto USA e anche Israele a limitare al massimo la reazione all’attacco iraniano, al costo di certificare una sconfitta clamorosa dal punto di vista degli equilibri tra le opposte deterrenze.
L’egemonia dell’imperialismo su questi paesi è ogni giorno più fragile e ogni ulteriore passo falso potrebbe risultare essere fatale, dal Medio Oriente al Pacifico: l’imperialismo in declino, infatti, ha compreso che per poter pensare di fare la guerra alla Cina, dopo decenni di delocalizzazioni e finanziarizzazione, ha bisogno di ricostruire una base industriale comparabile e, per farlo, è tornato alle vecchie politiche protezionistiche; e a pagarne le conseguenze sono spesso proprio i paesi dove, invece, gli USA avrebbero bisogno di dimostrare tutta la loro magnanimità per convincerli che, ancora oggi, rappresentano un’alternativa migliore alla Cina esportatrice e mercantilista. Nel caso dei paesi dell’ASEAN, ad esempio, gli USA hanno girato le spalle all’accordo di libero scambio che avrebbe dovuto sostituire il vecchio trattato annullato dall’amministrazione Trump, lasciando alla Cina campo libero; ma non solo: con la politica del friendshoring, che punta a sostituire i legami economici e commerciali con i paesi considerati ostili – a partire proprio dalla Cina – con quelli con paesi considerati più amichevoli, gli USA hanno ottenuto, ad oggi, esattamente l’opposto di quanto sperato. Paesi come Vietnam o Indonesia, infatti, non hanno fatto che rinforzare i loro legami con la Cina, dalla quale importano la stragrande maggioranza dei semilavorati che impiegano nella loro industria, rendendole così sempre più dipendenti da Pechino. che viene spinta ogni giorno di più proprio dal panico diffuso nell’Occidente collettivo dal declino dell’imperialismo, a investire tutte le sue forze verso un’indipendenza tecnologica sempre più marcata.
Nonostante la Cina sia un paese che sta percorrendo la sua strada verso un’economia avanzata di tipo socialista e nonostante non abbia mai ceduto ai deliri più vistosi del misticismo neoliberista – a partire dalla volontà di mantenere una fetta consistente dei principali mezzi di produzione saldamente in mano alla Stato (a partire dal credito che, tra i mezzi di produzione, è in assoluto quello gerarchicamente più importante) – allo stesso tempo l’élite del partito, in buona parte formatasi nelle grandi università americane, è stata infatti a lungo fortemente influenzata dall’economia politica classica liberale; e nonostante sia diventata l’unica vera grande superpotenza manifatturiera del paese, in ossequio ai dictat della dottrina di Adam Smith ha sempre continuato a dipendere dall’estero per una bella fetta delle tecnologie che avrebbe dovuto spendere troppo per sviluppare in casa. Fino a che gli USA, giorno dopo giorno, sanzione dopo sanzione, non le hanno impedito di comprarle all’estero e l’hanno costretta a investire tutte le sue energie per svilupparsele da sola e accelerare in maniera esponenziale il lungo cammino che porta verso l’indipendenza tecnologica, come – ad esempio – sta succedendo nell’industria dei microchip, dove la Cina continua a scontare un ritardo significativo rispetto all’impero, ma è un gap che si è già ridotto sensibilmente negli ultimi 2 anni e non le ha impedito di costruire, con tecnologia autoctona, uno smartphone come il Mate 70 pro di Huawei che in Cina ha letteralmente asfaltato Apple. Risultato: Huawei nel 2023 è cresciuta del 10%; Apple è rimasta sostanzialmente al palo.

Xi Jinping

Le sanzioni USA contro quelli che la propaganda suprematista definisce Stati canaglia e, cioè, tutti gli Stati che non obbediscono in silenzio a Washington, non li ha spinti solo a investire di più: li ha anche obbligati a superare le loro differenze, a cooperare sempre di più e a integrarsi economicamente, andando a costruire gradualmente una sorta di blocco che, in condizioni meno burrascose, nella migliore delle ipotesi avrebbero impiegato enormemente di più a consolidare; riassumendo, quindi, l’aggressività con la quale l’imperialismo ha deciso di reagire al suo progressivo declino ha spostato gli equilibri geopolitici di diverse aree del pianeta a favore del nuovo ordine multipolare, velocizzato l’indipendenza tecnologica degli avversari, favorito la creazione di un vero e proprio blocco ormai incompatibile con il vecchio ordine e spostato sempre più in direzione di questo blocco anche i paesi più neutrali e titubanti. Rimane, però, il golden billion, il mondo del miliardo dorato composto, in gran parte, dalle ex potenze coloniali più qualche aggiunta qua e là, che rappresentano i veri e propri alleati degli USA, un insieme di Paesi che, però, sta vedendo diminuire il suo peso specifico nell’economia mondo a vista d’occhio, col G7 che è passato, nell’arco di 30 anni, da pesare più del doppio dei BRICS ad esserne addirittura superato.
Ma come fanno gli USA, quindi, a continuare a coltivare il loro sogno unipolare se non sono altro che il leader di un blocco che ormai è tutt’altro che egemone? Semplice: fottendo gli alleati, tutti gli alleati; ma proprio a saltelli. L’ultimo esempio la Corea del Sud, che non solo vede nella Cina di gran lunga il più importante partner commerciale – come ormai succede alla stragrande maggioranza dei paesi del mondo – ma è anche uno dei rarissimi casi che vanta nei confronti della Cina un consistente surplus: insomma, buona parte del benessere coreano è dovuto al mercato cinese, in particolare proprio per quanto riguarda la componentistica elettronica a partire dai chip, un mercato che su pressioni statunitensi ha dovuto gradualmente abbandonare, spingendo i cinesi a produrseli da soli. Risultato? Un grande quesito esistenziale: come titolava ieri il Financial Times, Il miracolo economico sudcoreano è finito? E loro son quelli messi meglio perché, almeno, hanno ancora qualche dubbio; Giappone e Germania, ormai in piena recessione, il dubbio non ce l’hanno più; entrambi, ormai, sono in recessione piena e – a quanto pare – rischia di essere solo l’inizio.
Bloomberg: La Banca Centrale Europea non dovrebbe affrettare ulteriori tagli dei tassi dopo giugno; a dichiararlo sarebbe stato Madis Mueller, presidente della Banca Centrale Estone e membro del consiglio della BCE. La dichiarazione segue le recenti affermazioni di Jerome Powell, presidente della Federal Reserve, che aveva recentemente congelato le aspettative per una nuova stagione della riduzione generalizzata dei tassi che, a partire dagli USA, avrebbe contagiato il grosso delle economie avanzate; il punto è che l’economia USA continua a correre e, con essa, l’inflazione: ma com’è possibile? Non era tutto in declino? Il punto, come sapete, è che proprio per reagire al declino dell’imperialismo gli USA hanno aperto i cordoni della borsa e stanno aumentando il deficit pubblico a dismisura per attrarre investimenti dai paesi alleati e questo, ovviamente, fa crescere il PIL e continua a mantenere alta anche la pressione inflazionistica (che è un’ottima scusa per dire ai bamboccioni che la FED deve continuare a mantenere i tassi alti); in realtà però, come sempre, mantenere i tassi alti a parole è una reazione dovuta, una scelta tecnica. In realtà è una precisa scelta politica: più alti sono i tassi, più i capitali più deboli crollano, a favore di quelli più forti. La rapina sistematica delle economie degli alleati per rafforzare l’egemonia USA sull’Occidente collettivo continua indisturbata e, anzi, rilancia; fino a quando i cortigiani si accontenteranno di poter banchettare alla corte dell’imperatore mentre i suoi uomini gli confiscano terre e gioielli di famiglia? Fino ad oggi, l’accettazione di questa subalternità era sostenuta anche dalla percezione dello strapotere militare USA, ma gli ultimi risultati dal campo, anche tra le groupies di Washington indeboliscono l’idea dell’invincibilità della patria di Capitan America.
Purtroppo, però, c’è un fattore ancora più profondo che continua a tenere legate le varie borghesie nazionali allo stradominio USA, nonostante – stringi stringi – le stia vistosamente penalizzando e questo fattore è lo stesso che, alla fin fine, continua a garantire la fedeltà all’imperatore anche dei cortigiani più bistrattati e, cioè, che l’imperatore è la garanzia che continui il dominio dell’aristocrazia come classe sociale, della quale (anche se in posizione subordinata) fanno comunque parte. Lì oltre una certa soglia il problema, comunque, si superava: morto un imperatore, tutto sommato, se ne fa un altro; il dubbio è che questa continuità valga anche oggi. A differenza del mondo a immagine e somiglianza del dominio delle aristocrazie, infatti, il capitalismo ha una sua peculiarità: se non cresce, muore; ma i limiti oggettivi di questo processo di crescita infinita si sono fatti sentire chiaramente già decenni fa. Per due volte è potuto ripartire solo in seguito a una devastante guerra mondiale, poi si è provato a tenerlo artificialmente in vita con il trentennio d’oro delle politiche keynesiane che, però, erano talmente aliene ai meccanismi fondamentali dell’accumulazione capitalistica da mettere le classi dominanti di fronte a un bivio: o superiamo il capitalismo o azzeriamo le politiche keynesiane. La scelta che, per le classi dominanti, è stata un scelta di sopravvivenza la conosciamo tutti: si chiama controrivoluzione neoliberale e il sistema che ne è derivato è, appunto, l’imperialismo, l’accanimento terapeutico delle oligarchie per tenere in vita un capitalismo che, nella realtà, non esiste già più.
Il meccanismo fondante del capitalismo infatti è, stringi stringi, tutto sommato piuttosto semplice: investo dei soldi, produco una merce, rivendo la merce e ottengo i soldi investiti più un profitto; questa cosa che, secondo la vulgata, sarebbe ancora oggi il meccanismo fondamentale dell’attività economica dell’uomo in ogni angolo del pianeta, molto banalmente non funziona più. Al suo posto, un gigantesco schema Ponzi, dove la ricchezza prodotta non aumenta di un centesimo e, invece, il valore fittizio delle bolle speculative si ingigantisce senza sosta: i grandi patrimoni di oggi sono, sostanzialmente, in gran parte azioni o prodotti finanziari di altro tipo che, se un giorno dovessero essere venduti, non esisterebbero abbastanza soldi in tutto il mondo per comprarseli; un castello di carte dove le oligarchie dell’Occidente collettivo vivono protette dall’impero militare e finanziario USA e sanno benissimo che, una volta venuta meno la difesa dei suoi F-35, delle sue portaerei e del suo dollaro, non potrebbe che crollare definitivamente mettendo così fine alla finzione.
Per quanto saremo ancora così coglioni da farci derubare di tutta la ricchezza che produciamo – e che saremo ancora di più in grado di produrre – perché non riusciamo a vedere che la roccaforte che dobbiamo abbattere, dietro la facciata, non è altro che un castello di carte? Contro il castello di carta dell’imperialismo e del capitalismo finanziario, abbiamo bisogno di un vero e proprio media che non si faccia abbindolare dalle leggende metropolitane e che dia voce agli interessi del 99%. Aiutaci a costruirlo: aderisci alla campagna di sottoscrizione di Ottolina Tv su GoFundMe e su PayPal.

E chi non aderisce è Bill Gates (ma povero, però)

Draghi l’americano vs Letta il francese: la guerra per decidere a chi vendere i lavoratori italiani

La fase terminale dell’imperialismo e le manovre messe in campo da Washington per prolungarla, causano danni giganteschi alle economie di tutti i paesi vassalli. Per rispondere ai crescenti mal di pancia del mondo produttivo europeo, le istituzioni hanno deciso di mettere in campo due pesi massimi della politica europea: Mario Draghi ed Enrico Letta, il futuro dell’Europa come ha affermato la Von der Leyen, ma sebbene entrambi propongano sostanzialmente di scaricare il costo della ristrutturazione capitalistica radicale necessaria per tenere in vita un sistema ormai decotto, le ricette potrebbero rivelarsi non facilmente conciliabili: Mario Draghi l’americano continua ad immaginare un Europa a trazione tedesca completamente subalterna alle oligarchie finanziarie USA, delle quali San MarioPio da Goldman Sachs è sempre stato un umile servitore; Enrico Mitraglietta, invece, espressione delle oligarchie finanziarie francesi, immagina un processo di feroce finanziarizzazione dell’economia europea nel tentativo di creare un polo finanziario subordinato geopoliticamente agli USA, ma autonomo e incentrato, appunto, sugli interessi concreti dei suoi mandanti. Chi prevarrà? Riusciranno a trovare una sintesi? E sarà sufficiente per tenere a bada l’insofferenza del mondo produttivo?

Ne abbiamo parlato con Alessandro Volpi.

Andrea Zhok – L’Occidente sta collassando dall’interno e per questo vuole la guerra

Le ex democrazie occidentali non son minacciate dall’esterno, ma dall’interno: dal potere oligarchico sempre più illiberale, dalla distruzione dello stato sociale, e della crisi demografica. Questa crisi interna si riversa all’esterno aumentando il caos internazionale e tentando le nostre elitè dal risolvere queste contraddizioni attraverso la guerra, come successo nella prima guerra mondiale. La cultura e l’economia neoliberista sono il sintomo di questo lento ma pericolosissimo declino.

Corea del Nord atomica: tremano Seul e Tokio

I nostri Clara e Gabriele hanno accolto Francesco Alarico della Scala dell’Associazione italiana amicizia tra Italia e Corea del Nord per parlare degli ultimi test balistici ipersonici del paese asiatico, delle elezioni nel vicino meridionale e del grande banco di prova ucraino. A seguire, arriva un ospite a sorpresa per fare qualche domanda di approfondimento sull’economia nordcoreana e la programmazione industriale.
Buona visione!