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Mentre i Paesi della Ue si auto-impediscono di comprare gas russo per legge, l’Ungheria sigla con Russia e Turchia un’intesa sul gas: l’accordo con la Turchia garantisce il transito di 7,5 miliardi di metri cubi annui di gas russo attraverso il TurkStream, sulla base di un contratto quindicennale firmato nel 2021; questo permetterà ai cittadini e alle industrie ungheresi di non vedere le proprie bollette più che triplicate (qui l’approfondimento di InsideOver).
La Germania abbatte un altro pilastro della delle politiche green della Ue, un pilastro del primo mandato della von der Leyen: il partito popolare europeo sotto la spinta tedesca ha imposto all’attuale commissione di rivedere il divieto dell’Unione europea per il 2035 sulle auto a benzina (qui l’approfondimento di Politico).
La Ue vara le liste di proscrizione: utilizzando lo strumento delle sanzioni, nato come misura commerciale, la Ue mette di fatto fuori legge semplici cittadini colpevoli di avere opinioni divergenti dalla narrazione di regime; era già accaduto a tre giornalisti tedeschi: ora, con l’ultimo pacchetto di sanzioni, è toccato anche al noto analista ed ex colonnello svizzero Jacques Baud, accusato di fare “propaganda filorussa” per il solo fatto di avere una lettura del conflitto in Ucraina diversa da quella ufficiale e – addirittura! – di aver concesso interviste a canali d’informazione russi (qui l’approfondimento de La Fionda).
Il Soddu
Investitori americani cercano di bilanciare la Cina in Africa. Questo interessante articolo del Financial Times descrive come alcune compagnie minerarie statunitensi stiano tentando di sviluppare progetti in Africa per fornire materie prime critiche agli Stati Uniti e ai suoi partner, in parte per ridurre l’influenza crescente della Cina nelle catene globali delle risorse; il progetto menzionato mira a estrarre ferro in località strategiche affrontando però opposizione locale e ostacoli logistici. La dinamica non è solo economica: è strategica. Washington spinge per diversificare le fonti di materiali essenziali, reagendo alla larga presenza cinese sul continente; in altre parole, la competizione globale si sposta dalle vendite di prodotti finiti alle risorse naturali indispensabili per le tecnologie del futuro.
Il turismo cinese in Giappone rallenta: quando i flussi raccontano la geopolitica. Il rallentamento del turismo cinese verso il Giappone rallenta come mai prima d’ora; Bloomberg tratta il punto del turismo come un indicatore di clima politico: quando diminuiscono i viaggi, diminuisce prima di tutto la fiducia. I consumatori cinesi continuano a spendere, ma scelgono altre destinazioni, altri immaginari, altri spazi percepiti come meno ostili; per Tokyo il colpo non è solo economico: è simbolico, perché il turismo cinese non è mai stato solo consumo, ma una forma di normalizzazione informale tra due potenze che ufficialmente non si fidano. Quando salta quella, resta il freddo dei comunicati (qui l’approfondimento di Bloomberg).
Il Giappone esporta ancora: crescita reale o riflesso esterno? Le esportazioni giapponesi crescono per il terzo mese consecutivo, spinte dalla domanda di Stati Uniti ed Europa; si registra il dato come segnale di solidità, ma la domanda vera è un’altra: quanto è autonoma questa crescita? Il Giappone esporta perché l’Occidente compra, non perché il suo mercato interno abbia ritrovato dinamismo; è una crescita che vive fuori casa, dipendente da cicli che Tokyo non controlla: funziona finché la domanda regge. Il problema non è l’export che sale, ma l’economia che non riesce più a crescere senza appoggiarsi all’esterno (qui l’approfondimento di Bloomberg).
Esiste davvero una bolla dei robot in Cina? Il New York Times si chiede se la Cina stia gonfiando una bolla nel settore della robotica; la domanda è legittima, ma rischia di usare categorie sbagliate. Non siamo davanti a una bolla speculativa occidentale, alimentata da venture capital in cerca di exit rapide; siamo davanti a un eccesso di investimento strategico, con l’obiettivo di aumentare la produttività e compensare il calo demografico. Alcune aziende falliranno, certo; ma il settore non scoppia: si concentra o viene assorbito (qui l’approfondimento del New York Times).
Pechino attacca Tokyo: la diplomazia del risentimento. Il ministero degli Esteri cinese accusa il Giappone di fingersi innocente sulla scena internazionale, di recitare la parte della vittima mentre rafforza alleanze militari e retorica anti-cinese; il linguaggio è duro, quasi personale. Non è solo diplomazia: è comunicazione verso l’interno; serve a mostrare che Pechino non accetta più la narrazione giapponese di “Paese responsabile e minacciato” (qui l’approfondimento di Guancha).
Cina e USA dopo la guerra commerciale 2025: cosa è rimasto. Il South China Morning Post riflette su ciò che Cina e Stati Uniti hanno imparato dalla guerra commerciale del 2025: la lezione non è stata la vittoria di uno sull’altro, ma la scoperta della vulnerabilità reciproca; gli Stati Uniti hanno capito che le catene globali non si spezzano per decreto. La Cina ha accelerato sulla resilienza interna e sulla diversificazione dei mercati; nessuno dei due è uscito più forte in senso assoluto, ma entrambi sono usciti più guardinghi. È questo il vero lascito: meno illusioni, più cautela strategica (qui l’approfondimento del South China Morning Post).
Vanke chiede tempo: la lunga coda della crisi immobiliare cinese. Continua L’epopea dell’immobiliare cinese: China Vanke tenta ancora di estendere un’emissione obbligazionaria dopo tre fallimenti; non è solo il problema di un’azienda, ma il simbolo di un settore che sta smaltendo anni di crescita drogata. Il mercato immobiliare cinese non tornerà ai volumi del passato; Vanke diventa, così, un caso di studio: quanto sostegno concedere senza rianimare un modello che il Partito considera superato. È una gestione chirurgica del declino, non un salvataggio indiscriminato (qui l’approfondimento del South China Morning Post).









