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Tag: africa

Antrop8lina – Macumba VS capitalismo – ft. Alessandra Ciattini

Oggi parliamo con la professoressa Alessandra Ciattini, una delle maggiori esperte di antropologia religiosa in Italia, di religioni afroamericane. Lo faremo affrontando molteplici aspetti della questione: prima di tutto l’aspetto meticcio di questi culti, nati dalla commistione di elementi africani (di diverse aree), europei cristiani, europei spiritisti e nativi americani; poi andando a scavarne gli aspetti socioeconomici e politici. Queste religioni, nella loro grande varietà, hanno rappresentato una risorsa comunitaria per reagire al dilagante sistema mondo capitalista e imperialista che ha distrutto culture e vite, ucciso milioni di persone, ridotto schiavitù interi popoli, inquinato e cancellato più ecosistemi. Buona visione!

Putin e il disastroso rapporto segreto francese dal fronte ucraino che ha fatto sbroccare Macron

Macron ha farfugliato mezz’ora a reti unificate davanti ai francesi per provare a convincerli (con scarsissimi risultati) che l’Eliseo è più che attrezzato per ribaltare le sorti della guerra per procura in Ucraina e per difendere Odessa; Putin, però, non sembra poi troppo intimorito e, di fronte a un adulante Kiselev, sottolinea come “I militari dei paesi occidentali sono presenti in Ucraina da molto tempo”, addirittura da ben “prima del colpo di stato”, “in veste di consiglieri e di mercenari, che stanno subendo gravi perdite” e che se ora vogliono passare a “contingenti militari ufficiali stranieri”, questa cosa “non cambierà minimamente la situazione sul campo di battaglia” come non l’ha mai cambiata “la fornitura di nuove armi”. Piuttosto, sottolinea Putin, fossi un ucraino mi preoccuperei perché “Se, ad esempio, le truppe polacche entrassero in territorio ucraino per, come sembra, coprire il confine ucraino – bielorusso, o in qualsiasi altro luogo, per consentire ai contingenti militari ucraini di partecipare alle ostilità sulla linea di contatto, poi penso che le truppe polacche non se ne andrebbero mai più via” perché “rivogliono indietro i territori che gli sono stati sottratti da Stalin” e “Il loro esempio potrebbe essere seguito da altri paesi che hanno perso parte dei loro territori a seguito della seconda guerra mondiale”; “Dal punto di vista della preservazione della sua statualità nella sua forma moderna”, “le conseguenze geopolitiche” di questa escalation per l’Ucraina “si presenteranno in tutto il loro splendore”.
Nel frattempo, il gabinetto di guerra dello Stato genocida di Israele non sembra essere troppo impensierito dagli USA – che, per motivi elettorali, provano a recitare la parte del poliziotto buono – e approva il piano per la soluzione finale della questione gazawi attraverso l’invasione via terra dell’inferno di Rafah e, nonostante tutti gli sforzi dell’operazione Propserity Guardian e del sostegno sotto copertura da parte dei cagnolini da compagnia europei con l’operazione Aspides, l’asse della resistenza, a sua volta, non sembra essere troppo impensierito dal sostegno incondizionato al genocidio che, al di là delle chiacchiere, l’Occidente collettivo continua a garantire, e rilancia: Hezbollah intensifica gli attacchi a nord ostacolando l’assembramento di forze necessario per passare dalle parole ai fatti a Rafah; la resistenza irachena inaugura l’inizio della seconda fase delle operazioni a sostegno della resistenza palestinese attaccando con i droni direttamente l’aeroporto Ben Gurion di Tel Aviv e Ansar Allah, invece che ridurre le sue operazioni nel Mar Rosso e nel Mar Arabico, annuncia che, d’ora in poi, le operazioni si estenderanno anche all’Oceano Indiano. Ma non è mica ancora finita, perché mentre nei due fronti che si sono già incendiati non si vede via di uscita, anche nel terzo – in prospettiva il più inquietante di tutti – si scaldano i motori: uomini delle forze operative speciali statunitensi, infatti, sono stati assegnati permanentemente alle isole taiwanesi di Kinmen, a meno di 10 chilometri dalle coste del mainland.
Nel frattempo, le Filippine continuano spedite il loro riposizionamento come principale avamposto della minaccia imperiale alla sovranità cinese, dando ufficialmente il via al nuovo Comprehensive Archipelagic Defense Concept, che segna un riorientamento complessivo del focus strategico dai turbolenti confini meridionali all’estremità settentrionale, a un tiro di schioppo da Taiwan, mentre per aprile è stato annunciato il primo vertice trilaterale tra il presidente Marcos Jr, Biden e il premier giapponese Kishida. Nel dicembre scorso, Giappone e Filippine avevano annunciato la finalizzazione dell’accordo di accesso reciproco che semplificherà enormemente il processo di dispiegamento di truppe, armi e munizioni tra i due paesi, Insomma, carissimi ottoliner: buon inizio settimana e benvenuti a questo nuovo appuntamento con i nostri simpaticissimi aggiornamenti sulla Guerra Ibrida che gli USA combattono contro il Resto del Mondo, fino all’ultimo alleato.
Uno sforzo necessario: giovedì scorso, infatti, la Reuters ha pubblicato uno scoop che rivelava come, durante l’amministrazione Biden, la CIA avesse messo insieme un team operativo che utilizzava una serie di false identità su internet per diffondere un po’ di fake news anticinesi, in particolare rivolte ai paesi del Sud globale che hanno aderito alla Nuova Via della Seta, che venivano bombardati di minchiate su sprechi immaginari e fantomatici patrimoni da nababbi nascosti nei paradisi fiscali dai dirigenti comunisti cinesi; come dicono i nostri amici dell’Antidiplomatico, un’altra prova che è davvero arrivato il tempo di spegnere i fake media e di accendere Ottolina Tv. Prima di andare oltre, ricordatevi di mettere un like a questo video per aiutarci nella nostra lotta contro gli algoritmi e, soprattutto, ricordatevi di iscrivervi ai nostri canali – anche a quello inglese – e attivare tutte le notifiche: noi che per provare a dire le cose come stanno dobbiamo rinunciare al sostegno delle oligarchie e della CIA, ci dobbiamo arrangiare un po’ così.

Manuelino Macaron

“Di fronte ai russi, siamo un esercito di cheerleader” (rapporto confidenziale della difesa francese sulla situazione in Ucraina); la settimana scorsa, il blocco che sostiene la guerra per procura contro la Russia in Ucraina era stato scosso dalle dichiarazioni del pimpantissimo Manuelino Macaron che, nonostante abbiano sollevato numerosi mal di pancia, sono state ribadite di nuovo anche giovedì scorso a reti unificate in una delle interviste più imbarazzanti che un capo di stato abbia mai rilasciato a una TV pubblica: grazie alle rivelazioni del magazine francese Marianne, oggi forse sappiamo cos’avrebbe scatenato così tanto panico. I giornalisti di Marianne, infatti, sarebbero entrati in possesso di 3 rapporti altamente confidenziali destinati all’amministrazione francese per descrivere la situazione sul fronte ucraino e il bilancio sembra peggiore del più catastrofista dei video di Scott Ritter.
Il primo risalirebbe addirittura a novembre e fa un bilancio del “fallimento dell’offensiva ucraina” che “A poco a poco si è impantanata nel fango e nel sangue e non ha prodotto alcun vantaggio strategico”, frutto, tra l’altro, di una pianificazione da parte di Kiev e dei quartieri generali occidentali definita “disastrosa”. “I pianificatori credevano che non appena le prime linee di difesa russe fossero state varcate, l’intero fronte sarebbe crollato… senza tener conto della forza morale del nemico sulla difensiva”, ma non solo: le vecchie armi sovietiche si sono rivelate particolarmente resilienti grazie alla “facile manutenzione” e al fatto che continuano a essere “utilizzabili anche quando sono degradate” e “la linea di fortificazione russa s’è rivelata inespugnabile”, anche perché Mosca dispone di mezzi pesanti che le hanno permesso di costruire opere difensive in gran quantità, mentre “da parte ucraina” si sottolinea l’”assenza quasi totale di questi mezzi” e l’”impossibilità da parte occidentale di fornirli rapidamente”. Un bel contributo, poi, l’avrebbe dato anche l’”arcidominio russo nel campo dei disturbi elettronici, che penalizza l’uso di droni e sistemi di comando da remoto da parte ucraina” ma soprattutto, enfatizza il rapporto, “I russi sapevano come gestire le loro truppe di riserva, per garantire la resistenza operativa”; “Secondo il rapporto” commentano i giornalisti di Marianne “Mosca rinforza le sue unità prima che siano completamente logore, mescola reclute con truppe esperte, garantisce spesso periodi di riposo regolari nelle retrovie… e ha sempre avuto una riserva coerente di forze per gestire eventi imprevisti”. Altro che l’idea diffusa oggi in Occidente di un esercito russo che manda le sue truppe al massacro”. Ed ecco così che, sottolinea il rapporto, l’esercito russo può essere considerato oggi nientepopodimeno che “il riferimento tattico e tecnico per pensare e attuare la modalità difensiva” ed “è chiaro, date le forze presenti, che l’Ucraina non può vincere militarmente questa guerra”. Ed è solo l’inizio.
Il secondo rapporto risale a dicembre e, in un mese, la situazione s’è fatta piuttosto grave: la fallita offensiva del 2023, rivela, avrebbe “tatticamente distrutto” metà delle 12 brigate da combattimento di Kiev e “Zelensky avrebbe bisogno di 35 mila uomini al mese”, cifre che confermerebbero, rivendendole al rialzo, le stime comunicate da Shoigu per il 2023 che parlavano di 215 mila uomini persi dagli ucraini, tra morti e feriti, e che rappresenta un’emorragia incontenibile, dal momento che di questi 35 mila uomini al mese necessari per rimpiazzare le perdite, “Zelensky non ne recluta la metà”. Ed ecco così che arriviamo al terzo – disastroso – rapporto che risale a pochi giorni prima le dichiarazioni del sempre pimpantissimo Manuelino Macaron sull’invio di truppe NATO in Ucraina: secondo il rapporto, la definitiva caduta di Adviivka – che, per la propaganda occidentale (esattamente come Bakhmut poco prima), era fondamentale fino a che gli ucraini riuscivano in qualche modo a difenderla e, poi, diventata magicamente un insignificante villaggetto di campagna appena conquistata dalle truppe nemiche – potrebbe rappresentare un punto di non ritorno non solo perché “era il cuore e il simbolo della resistenza ucraina nel Donbass di lingua russa”, ma soprattutto perché “la repentinità e l’impreparazione” che hanno portato alla “decisione di ritirarsi” dimostrerebbe che “le forze armate ucraine… tatticamente non hanno le capacità umane e materiali per mantenere un settore del fronte soggetto allo sforzo dell’attaccante”, anche quando siamo di fronte a un “bastione fortificato”. Neanche quando, per proteggerlo, si decide di tentare il tutto per tutto: “Il fallimento ucraino ad Adviivka” sottolinea infatti il rapporto “dimostra che, nonostante l’invio d’emergenza di una brigata d’élite come la 3a brigata d’assalto aereo Azov, Kiev non è in grado di ristabilire localmente un settore del fronte che sta crollando”; a fare la differenza sarebbe stato, in buona parte, l’impiego “per la prima volta di bombe sospese su larga scala” in grado di “perforare strutture di cemento di oltre 2 metri”. Superata Adviivka, ora il rischio è che i russi decidano di “irrompere nelle profondità” visto che “il terreno alle spalle di Adviivka lo consente”: “E’ questa nuova situazione strategica” si chiedono i giornalisti di Marianne “che ha portato Macron dinamicamente, come ha affermato, a prendere in considerazione l’invio di truppe?”
Difficile dirlo con sicurezza: quello che, invece, possiamo affermare con sicurezza è che se, fino ad oggi, abbiamo bullizzato Rimbambiden, oggi dobbiamo ammettere di aver probabilmente sbagliato obiettivo perché lo spettacolo che ha dato Macron giovedì sera in televisione è di un livello superiore; solo Matteo Renzi, in passato, aveva raggiunto tali vette di plateale inadeguatezza. Il non più pimpantissimo Manuelino la prende larga e riparte – addirittura – dagli accordi di Minsk, nella speranza che nel flusso dell’iperinformazione la gente, nel frattempo, si sia completamente dimenticata della confessione di Angelona Merkel; poi arriva una rivelazione: gli ucraini, svela il non più pimpantissimo Manuelino, “hanno dei limiti in termini di uomini, perché la Russia è più grande”. Lo vedi cosa vuol dire la gioventù… Non gli sfugge niente! Di fronte a questa sconvolgente realtà, Macron ripete poi per 20 minuti che il nostro obiettivo è impedire che la Russia vinca la guerra e che, per impedirglielo, qualora fosse necessario non possiamo escludere niente, compreso inviare uomini; sia chiaro, sottolinea: “Io non lo voglio”, “io voglio che Putin cessi questa guerra e si ritiri dalle sue posizioni” e “torni alle frontiere internazionalmente riconosciute, compresa la Crimea”, ma dire già oggi che noi non siamo disposti a mandare gli uomini “non porterà alla pace, ma alla sconfitta”. Invece, dicendogli che se fa ancora il cattivo noi gli faremo totò sul culetto, lui si terrorizzerà, e vedrai che nell’arco di un paio di settimane si ritira anche dalla Crimea.
L’unica cosa interessante da sottolineare dell’intervista annunciata in pompa magna dell’aspirante novello Napoleone è che era talmente insignificante e inconcludente da lasciare un po’ interdetti anche i due ossequiosi intervistatori; l’altra cosa interessante, invece, è la reazione di Domenique de Villepin, conservatore illuminato che, prima di diventare primo ministro nel 2005, era stato ministro degli esteri dal 2002 al 2004, un periodo non a caso: fu proprio grazie alla cazzimma di de Villepin, infatti, che nel 2003 la Francia si oppose all’aggressione militare criminale degli USA e della coalizione dei volenterosi contro l’Iraq (e fu grazie a lui che la Germania fece altrettanto). Fu l’ultimo barlume di sovranità da parte delle principali potenze europee, che gli costò carissimo: una volta nominato primo ministro dal presidente Chirac, mentre inanellava una serie di risultati positivi con l’economia francese in crescita e la disoccupazione e il debito pubblico in calo, venne bersagliato dai giudici per il processo fuffa noto come Clearstream 2 e, cioè, una supposta macchinazione contro il rivale Sarkozy (che, visti i danni che ha fatto Sarkozy, sarebbe stata cosa encomiabile, se solo fosse stata vera); nel 2011 de Villepin, infatti, viene assolto con formula piena, ma ormai è troppo tardi. Con Sarkozy, quel che rimaneva dell’indipendenza francese dai dictat della NATO è stato definitivamente azzerato e, con la crisi finanziaria del 2009, pure quello che rimaneva – se mai c’è stato davvero – dell’idea di una moneta indipendente dal dollaro che permettesse una qualche indipendenza economica. Da allora, de Villepin, come spesso accade ai membri delle élite europee una volta che si trovano di fronte all’arroganza senza limiti degli USA e delle élite compradore che li sostengono, non ha fatto che radicalizzare le sue posizioni, arrivando a contestare tout court la politica estera imperiale a stelle e strisce e venerdì, sempre dagli schermi di TF1, ha letteralmente asfaltato il pimpantissimo Manuelino: “Prima di parlare dell’ipotesi di inviare truppe di terra” ha sottolineato de Villepin “ci siamo chiesti se, in tal caso, ci sarebbero anche altri paesi disposti a mandare anche le loro, ma sul lato opposto? Abbiamo pensato all’ipotesi di ritrovarci di fronte combattenti africani? O asiatici? O mediorientali? In mezzo mondo non aspettano altro che una resa dei conti con l’Occidente. Se gli occidentali, se gli europei, se i francesi mandassero truppe di terra, credete davvero che non ci sarebbe nessun gesto di solidarietà nei confronti della Russia? Io credo che sarebbe l’ora di cominciare a porsele queste domande. Perché sul piano diplomatico noi non abbiamo fatto niente di quello che era necessario per provare a isolare la Russia. E io credo che oggi a essere isolati siamo molto più noi che la Russia stessa” .
A tornare sul motivo di fondo del perché la Russia sia, almeno da un certo punto di vista, meno isolata dell’Occidente collettivo è lo stesso Putin nell’intervista di Kyselov: “Il punto” sottolinea Putin “è che il cosiddetto golden billion” – il miliardo dorato e, cioè, l’Occidente collettivo – “per 500 anni ha parassitato le altre nazioni. Hanno fatto a pezzi gli sfortunati popoli dell’Africa, hanno sfruttato l’America Latina, hanno sfruttato i paesi dell’Asia e, ovviamente, nessuno se ne è dimenticato. E non parlo tanto delle leadership, anche se anche questo è un aspetto importante, ma dei cittadini comuni. Io credo associno la nostra lotta per una vera indipendenza e una vera sovranità alle loro aspirazioni per una vera sovranità e una vera indipendenza. E questo è aggravato dal fatto che le élite occidentali a livello di relazioni internazionali, fanno di tutto per congelare questo stato di cose profondamente ingiusto. Sono abituati da secoli a riempirsi la pancia di carne umana e le tasche di soldi, ma devono capire che il ballo dei vampiri sta finendo”: da questo punto di vista, insiste Putin, “Forse una reazione così emotiva da parte del presidente francese è collegata proprio a ciò che sta accadendo in alcuni stati africani”; “Penso ci sia una sorta di risentimento”, come se avessimo “cacciato la Francia”. “Il problema” però, “è diverso”: noi “non abbiamo spinto fuori nessuno”. Putin ricorda come la Wagner abbia fornito sicurezza ad alcuni operatori economici russi in Siria, per poi fare altrettanto anche in Africa: “Il ministero della difesa russo” sottolinea Putin “fornisce sostegno, ma come lo forniamo a qualsiasi gruppo russo, niente di più”; sono alcuni “leader africani che hanno voluto aprire collaborazioni con operazioni economici russi, e che non volevano più in alcun modo avere a che fare con i francesi. Non è stata una nostra iniziativa, è stata un’iniziativa dei nostri amici africani”. “Conosco molti paesi africani” continua Putin “dove sono tranquilli riguardo alla presenza francese, e si dicono volenterosi di continuare ad averci a che fare. Molti altri invece, molto semplicemente, no. E noi non abbiamo niente a che fare con questo”; “Forse” conclude “i francesi trovano più conveniente scaricare la responsabilità su qualcun altro invece che affrontare i propri problemi”.
E, al di là della debacle africana, i problemi francesi (e non solo) sono piuttosto eclatanti: “Nel 2022” avrebbe dichiarato al Fatto Quotidiano Gianandrea Gaiani “un rapporto della commissione difesa del parlamento francese ha stimato che le scorte di munizioni avrebbero consentito all’esercito di Parigi di sostenere tre o quattro giorni di conflitto in Ucraina” e, continua Gaiani, “l’ultimo rapporto della Camera dei Comuni del Regno Unito sostiene che il Paese potrebbe combattere un conflitto convenzionale per un massimo di due mesi”, ma pensare che le provocazioni di Macron siano esclusivamente parole al vento di un megalomane sarebbe sbagliato. In realtà, sono un primo passettino per cominciare piano piano a sdoganare un esito che, a meno di qualche deciso cambio di rotta, rischia di essere inevitabile; è la tesi della rana bollita e, a spiegarla, c’ha pensato Macron stesso: “2 anni fa dicevamo che non avremmo mai mandato i carri armati, e poi l’abbiamo fatto. 2 anni fa dicevamo che non avremmo mai mandato missili a medio – lungo raggio, e poi l’abbiamo fatto”. Ora, intanto, la boutade macroniana sulle truppe ha come primo obiettivo sbloccare la querelle sui Taurus che, a questo punto, sarebbero il male minore: Paura per l’Ucraina titolava ieri, in prima pagina, La Repubblichina: “Le difese scarseggiano, e ora la primavera fa paura”; ma, appunto, c’è un’“ultima spiaggia: missili a lungo raggio per bloccare i rifornimenti russi”. Anche in questo caso, come per i carri armati e i missili citati da Macron, non saranno certo i Taurus a cambiare l’esito della guerra: come ricorda sempre Gaiani sul Fatto, “Adesso si parla dei Taurus come della nuova arma miracolosa, com’era già successo per gli Scalp e gli Storm Shadow. E’ due anni che andiamo avanti così. Ma il corso della guerra non cambia, l’Unione Europea non ha più nulla da dare all’Ucraina in grado di cambiare l’esito del conflitto”; molto semplicemente – come, in qualche modo, ha ammesso lo stesso Macron – la nostra strategia è esclusivamente quella di metterci in condizione di continuare a sostenere pubblicamente – arrampicandosi sugli specchi e con il sostegno di un’informazione ridotta a mera propaganda – che “non permetteremo a Putin di vincere la guerra”, anche quando, sostanzialmente, l’ha già vinta. L’obiettivo è quello di rimandare l’accordo diplomatico per continuare a fare leva sul terrore putiniano, che non invaderebbe l’Europa solo perché gli stiamo ancora opponendo resistenza – per giustificare il fatto che, mentre tagliamo il welfare e regaliamo la nostra industria al padrone d’oltreoceano, aumentiamo a dismisura la spesa militare. Contro gli escamotage della propaganda del partito unico degli affari e della guerra, la nostra prima linea di difesa non può che essere un vero e proprio media che racconti il mondo per quel che è e non per quello che vorrebbero fosse le oligarchie e gli svendipatria sul loro libro paga. Aiutaci a costruirlo: aderisci alla campagna di sottoscrizione di Ottolina Tv su GoFundMe e su PayPal.

E chi non aderisce è Sergio Mattarella

MELONI L’AFRICANA – Putin e il Sud globale smascherano la pantomima del piano Mattei

Patto con l’Africa titolava a 6 colonne il Giornanale martedì: “Storico incontro con 25 leader, VIA AL PIANO MATTEI”, ma non pensate male. Non è il remake di Faccetta Nera: la Giorgiona nazionale ha preso atto che il mondo è cambiato e s’è riscoperta un po’ il Thomas Sankara de noantri e promette “un nuovo modello di sviluppo dell’Africa”; “Una nuova pagina nelle nostre relazioni” sottolinea enfaticamente la nostra MadreCristiana “basata su una cooperazione strutturale, da pari a pari, lontana da quell’approccio predatorio che per troppo tempo ha caratterizzato le relazioni con l’Africa e che troppo spesso ha impedito all’Africa di crescere e prosperare come avrebbe potuto”. Ha fatto più la Meloni “che gli altri in 100 anni” esulta il ministro dell’agricoltura Francesco Lollobrigida, e il sottosegretario alla Presidenza del Consiglio Giovanbattista Fazzolari rilancia: “Meloni ha appena ribaltato 200 anni di storia europea”. “E’ l’inizio di una nuova stagione” conclude la Giorgiona nazionale, una svolta epocale “che dobbiamo e possiamo fare insieme”. Un copione hollywoodiano impeccabile, col supervillain che, dopo averne combinate più di Pinocchio, alla fine si ravvede e pieno di compassione tende la mano alla sua vittima in mondovisione; ma il colpo di scena è sempre dietro l’angolo. Ed ecco così che quando meno te lo aspetti – sempre ancora in pieno stile hollywoodiano – arriva l’evento inatteso che squarcia la superficie patinata, la variabile che era stata trascurata e che ribalta in un colpo solo tutta la narrazione.
A questo giro, questa variabile si chiama Moussa Faki, il presidente dell’Unione Africana e una vecchia conoscenza di Giorgia: 2 mesi fa, due giornalisti russi le avevano fatto uno scherzetto e spacciandosi per Faki l’avevano tenuta mezz’ora al telefono. “Questa volta è quello vero” ha dichiarato scherzando Giorgiona; forse erano meglio i comici russi. “Sul piano Mattei” ha scandito infatti Faki durante il suo intervento “avremmo auspicato di essere consultati”; e meno male era l’alba di una nuova era all’insegna del dialogo e del rapporto tra pari: Giorgiona del piano Mattei ha parlato di più con due comici russi che con il presidente dell’Unione Africana. Cosa mai potrebbe andare storto?

Fester Sallusti

Così l’Italia torna in campo titola entusiasta il suo editoriale Fester Sallusti: “in questo piano” – scrive coi lucciconi agli occhi la penna più reazionaria d’Italia – “credo ci sia l’essenza della politica di Giorgia Meloni e del suo governo: avere una visione politica di dove portare questo strano paese al di là delle contingenze che continuamente lo assillano”. Peccato che la destinazione sia sempre la stessa: il Regno Incantato della Post Verità. A chiacchiere, infatti, la narrazione che circonda la favola del piano Mattei è inappuntabile perché non solo, appunto, prende le distanze dalle antiche tentazioni predatorie, ma “anche da quell’impostazione caritatevole nell’approccio con l’Africa che mal si concilia con le sue straordinarie potenzialità di sviluppo” (Giorgia Meloni); insomma, dopo aver passato gli ultimi 15 anni a parlare a vanvera del nuovo colonialismo cinese in Africa, alla fine si è costretti a copiarne l’approccio: l’Africa non è solo un fardello, ma una straordinaria opportunità. E non si tratta di fare la carità, ma di mettere da parte, appunto, le tentazioni predatorie e di permetterle finalmente di liberare tutte le sue potenzialità produttive: Giorgia ricorda come il continente nero è tutt’altro che povero ma, al contrario, racchiude il 30% delle risorse minerarie mondiali e il 60% delle terre coltivabili, e con il 60% della popolazione che ha meno di 25 anni è il continente più giovane del pianeta. Tra i più entusiasti c’è Stefano Simontacchi che, in passato, è stato nominato da questa stramba classifica stilata da GQ Italia (e di cui sinceramente nessuno sentiva il bisogno) L’avvocato più potente d’Italia e che dalle pagine del Corriere della Serva si sfrega già le mani: l’obiettivo dell’Italia, sostiene Simontacchi, dovrebbe essere quello di diventare nientepopodimeno che il “partner privilegiato per chiunque voglia investire in Africa”, “un hub preferenziale per gli investimenti in Africa” capace di “intercettare i capitali con maggiori propensione al rischio, che generano innovazione e maggiore valore aggiunto”; questa cosa, pensate un po’ – sostiene Simontacchi – potrebbe addirittura “massimizzare le possibilità per il nostro paese di giocare un ruolo nelle grandi sfide del futuro quali, ad esempio, l’intelligenza artificiale, i droni, la space economy e l’idrogeno” e sapete grazie a cosa in particolare? Grazie, scrive Simontacchi, “al quantum leap tecnologico di cui l’Africa beneficia”; scrive proprio così, giusto, quantum leap tecnologico: fuffa allo stato puro, come si confà a ogni arringa di un bravo avvocato che mescola un po’ a caso termini roboanti per sbalordire il pubblico prima di arrivare con nonchalance al vero nocciolo della questione. Per trasformarsi in questo fantomatico hub infatti, sottolinea Simontacchi, c’è bisogno di rivoltare come un calzino l’intero funzionamento della macchina statale a suon di “minore burocrazia, velocità nell’ottenimento dei permessi, certezza del diritto e fiscalità favorevole sia per l’investimento sia per la distribuzione dei proventi”: insomma, in soldoni, trasformare l’Italia in un paradiso fiscale e in una centrale mondiale del riciclaggio di proventi illeciti pronti a invadere l’Africa e depredarla come sempre di tutta la sua ricchezza, ma con mezzi innovativi e degni di una nuova copertina su GQ. Ma anche per chi non arriva ai deliri distopici di Simontacchi le aspettative rimangono comunque altissime: secondo Fester Sallusti, infatti, il piano finalmente sarebbe la realizzazione concreta del vecchio mantra dell’aiutiamoli a casa loro e farebbe in modo che “in almeno in una parte di quel continente nascano condizioni economiche e quindi sociali stabili per poter affermare il diritto a non emigrare”; dai, almeno ha specificato “almeno una parte di continente” e non proprio tutto tutto.
Ma quanto costa cambiare definitivamente la sorte di almeno un pezzo di continente? E’ qui la magia dei fratelli di mezza italia: assolutamente niente, manco un euro. A chiacchiere, infatti, il piano dovrebbe godere di una dotazione di 5,5 miliardi che, anche se fossero veri, sarebbero una goccia nell’oceano: soltanto per la transizione ecologica, il continente – infatti – è stato stimato avrebbe urgentemente bisogno di 500 miliardi e l’Unione Europea, nell’ambito della sua risposta alla Nuova Via della Seta cinese denominata Global Gateway, prevede finanziamenti diretti in Africa per circa 150 miliardi. Ovviamente, come abbiamo spiegato già svariate volte, è tutta fuffa: sono quasi esclusivamente investimenti diretti privati, quasi esclusivamente nel settore dell’energia fossile (che già esistono) ai quali l’Unione Europea aggiungerà qualche spicciolo del suo bilancio per poi ribattezzare il tutto con un nuovo nome per fare finta di aver imparato dai cinesi che l’era delle chiacchiere è finita e che anche l’Europa ha un piano concreto per lo sviluppo africano, ma almeno, fuffa per fuffa, l’hanno sparata grossa. Qui, ormai, anche a dire le cazzate siamo diventati scarsi: 5,5 miliardi che, appunto, non esistono; in parte lo spiega benissimo, con un altro vero e proprio capolavoro di satira involontaria, il vice direttore de La Verità, l’ex carabiniere Claudio Antonelli, che del suo vecchio mestiere ha mantenuto il rapporto non proprio confidenziale con la matematica delle scuole primarie. Antonelli spiega infatti che di questi 5,5 miliardi due arriveranno dai fondi che ogni anno vengono stanziati per la cooperazione e lo sviluppo: Antonelli ricorda come, ogni anno, per la cooperazione e lo sviluppo vengono stanziati circa 4,5 miliardi dei quali, però, soltanto il 40% è destinato all’Africa; “d’ora in avanti invece” annuncia entusiasta “ben 2 miliardi dei 4,5 andranno nel continente nero” e cioè esattamente il 40%, come prima. “Facile immaginare come cambierà la musica” commenta, con disprezzo per ogni forma di autostima: il bello è che una fetta di questi soldi per la cooperazione in realtà, secondo quanto denunciato dalle opposizioni, andavano e continueranno ad andare molto semplicemente direttamente ad ENI per progetti legati allo sfruttamento delle risorse fossili in Africa.
Oltre agli stessi identici soldi che abbiamo sempre mandato in Africa con scarsissimi risultati, comunque, quello che manca – invece – verrà preso dal fondo per il clima e tra l’altro, ricorda il ministero dell’ambiente, sono spalmati su più anni: 840 milioni l’anno dal 2022 al 2026 e altri 40 dal 2027 in poi; ma la cosa divertente è che erano soldi che dovevano servire ad accelerare la transizione ecologica e, quindi, a ridurre almeno in minima parte il gap che abbiamo accumulato in termini di investimenti per le energie rinnovabili e che invece, grazie al piano Mattei, vengono stornati su progetti che riguardano le fonti fossili. Che siano in Africa, diciamo, è secondario: se erano in Sardegna, per dire, lo facevano in Sardegna; come sottolineano quei troll favolosi di Libero di scrivere minchiate “la sinistra s’indigna, perché vorrebbe spenderli per inseguire gli obiettivi fissati negli accordi internazionali per la decarbonizzazione” che però, commentano, sono “del tutto inutili finché Cina e India non si impegneranno a fare altrettanto”. “Dirottare quei finanziamenti in Africa per costruire infrastrutture destinate a produrre e trasportare energia di cui beneficerà anche l’Italia” concludono “è molto più intelligente”. Insomma, tutto questo rumore per un piano che non esiste, che non è accompagnato da nessun progetto concreto, dove manca totalmente una lista dei risultati attesi, senza un euro in dotazione e portato avanti senza consultare la controparte: come svolta epocale un po’ pochino, diciamo. Forse la speranza era – molto banalmente – che quelle che temo continuino a considerare le solite vecchie faccette nere, non se accorgessero; d’altronde, vai a sapere come ragionano questi che vivono fuori dal nostro giardino ordinato.

Moussa Faki

A quanto pare però, incredibilmente, si sbagliavano: “l’Africa non si accontenta più di semplici promesse che poi non vengono mantenute” ha sottolineato nel suo intervento sempre Moussa Faki che poi, rivolgendosi direttamente al nostro prestigioso ministro degli esteri Antonio Tajani, ha ribadito “Sette anni fa mi sono presentato al Parlamento Europeo da Lei presieduto, e oggi trasmetto lo stesso concetto”. Insomma, carissimo Antonio, ‘ste chiacchiere son 10 anni che le sentiamo: cambia il packaging, ma la fuffa è sempre la stessa. E Moussa Faki almeno a Roma c’è venuto. La lista delle defezioni, infatti, è abbastanza pesante: l’Algeria, che è il primo partner commerciale dell’Italia nel continente e dove, recentemente, si sono recati di persona sia Mario Draghi che la Meloni, si è limitato a inviare la ministra degli esteri; l’Egitto, quella per la cooperazione internazionale. Per la Libia, secondo partner commerciale dell’Italia nel continente, il premier c’era pure, ma molto probabilmente quello sbagliato: mentre il debolissimo Dabaiba era a Roma, infatti, l’uomo forte della Cirenaica – quello che ha le chiavi delle risorse fossili del paese, il generale Haftar – si incontrava a Bengasi con il vice ministro della difesa russo Yunus-Bek Yevkurov. Solo che, invece di parlare di piani immaginari e di quattrini fantasma, parlavano di un accordo per una megabase navale a Tobruk. E la Libia di Haftar non è certo l’unico paese che privilegia i rapporti con la Russia rispetto alla fuffa meloniana: a mancare infatti, com’era più che prevedibile, erano anche Mali, Burkina Faso e Niger, i 3 paesi al centro della grande decolonizzazione dell’Africa occidentale. Dopo aver vissuto ognuno il suo golpe patriottico, sono stati minacciati di interventi militari dai vicini riuniti nell’ECOWAS e dai francesi: “Anche se i governanti militari del Niger chiedessero il ritiro delle truppe francesi, come è già accaduto nei vicini Mali e Burkina Faso” dichiarava nell’agosto 2023 alla PBS la portavoce del ministero degli esteri francese Anne-Claire Legendre “ciò non farebbe alcuna differenza. Non rispondiamo ai golpisti. Riconosciamo un solo ordine costituzionale e una sola legittimità, quella del presidente Bazoum”. E, invece, non solo alla fine i francesi sono stati cacciati, ma i tre paesi sono usciti dall’ECOWAS, hanno formato un’alleanza formale, stanno lavorando in prospettiva per una vera e propria confederazione e stanno rafforzando le relazioni con la Russia: pochi giorni fa, infatti, sono sbarcati in Burkina i primi 100 soldati dell’Africa Corps russo che, rivela Bloomberg, saranno presto seguiti da altri 200 uomini che contribuiranno all’addestramento delle forze armate. Intanto consiglieri russi sono già presenti da tempo in Mali e, secondo RT, il 17 gennaio sarebbe arrivato a Mosca il presidente della giunta nigerina e i due paesi avrebbero “concordato di sviluppare la cooperazione militare e di lavorare insieme per stabilizzare la sicurezza della regione” e ora questi tre paesi, scrive ancora il sempre lucidissimo Claudio Antonelli, “sono un problema per il piano Mattei”. Antonelli nella sua eterna confusione mentale, anche a questo giro, involontariamente, svela alcune delle riflessioni inconfessabili che attraversano il nostro governo di svendipatria e fintosovranisti al soldo di Washington: l’umiliazione della Francia nell’area ha sottratto alle ex potenze coloniali il loro avamposto ed ha lasciato “un buco geopolitico”; ora in quel buco si stanno insinuando le potenze, a partire dalla Russia, che sostengono e difendono la sovranità di questi governi multipolaristi. L’Italia, sostiene in sostanza Antonelli, è piazzata bene per cercare di diventare il cocco di Washington nell’area, molto meglio anche della Francia che, oltre ad essere ormai universalmente odiata, ogni tanto qualche velleità sovranista e di indipendenza – al contrario nostro – ancora ha provato a mantenerla; ovviamente, però, la situazione è tesa e quindi, sostiene Antonelli, “serviranno più fondi alla difesa, più elasticità in capo allo stato maggiore e” UDITE UDITE “un passo avanti nel campo della guerra ibrida” fino a “dotare l’Italia e l’Europa di compagnie militari private che tutelino secondo regole locali gli sforzi delle aziende italiane”.
Insomma, alla faccia del nuovo paradigma: visto dagli occhi dei sostenitori del governo il piano Mattei altro non è che il ritorno delle vecchie pulsioni coloniali, solo che questa volta sono in nome di Washington che ormai, però, come sponsor probabilmente non è manco più che sia tutto sto granché: mentre a Roma erano assenti i paesi sovranisti del Sahel, infatti, anche il loro più acerrimo amico c’aveva judo. Si chiama Bola Tinubu ed è il presidente della Nigeria che non solo è la prima potenza economica e demografica della regione, ma che era stato anche il primo artefice delle minacce d’intervento militare contro i golpe patriottici in nome dell’ECOWAS ma, a questo giro, sulla sete di vendetta ha avuto la meglio lo charme parigino: Tinubu, infatti, a Roma ha bucato pur non avendo nessun impegno; era, molto banalmente, in vacanza oltralpe. Alla Meloni non è rimasto che attaccarsi a Macky Sall, il presidente del Senegal, così amato nel suo paese e nell’intera regione che per piazzare uno dei suoi alle prossime elezioni di febbraio in Senegal ha dovuto sostanzialmente mettere in galera tutti gli oppositori e senza che, in questo caso, dalle nostre parti a nessuno venisse in mente di parlare di golpe.
Ormai siamo i Bernie Madoff della politica internazionale: le nostre iniziative sono solo schemi Ponzi che poggiano solo sui titoli della stampa filogovernativa, che nessuno legge. Sarebbe arrivata l’ora di costruire una vera alternativa, a partire da un vero e proprio media che dia voce al mondo nuovo che avanza, e al 99%. Aiutaci a costruirlo: aderisci alla campagna di sottoscrizione di Ottolina Tv su GoFundMe e su PayPal.

E chi non aderisce è Antonio Tajani

LA TRAGEDIA DEL CORNO D’AFRICA (parte2) Se il Genocidio in Sudan è tutta colpa del neoliberismo

In Sudan è in corso un altro genocidio, totalmente dimenticato; d’altronde non dovrebbe sorprendere. Il Corno d’Africa è, in assoluto, una delle aree più martoriate del pianeta: a partire dalla fine del dominio coloniale, non c’è stato anno in cui un paese a caso tra Eritrea, Etiopia, Somalia, Sudan e Sudan del nord non sia stato attraversato da qualche feroce conflitto e, molto spesso, più di uno. Secondo la propaganda suprematista le cause sono molteplici ma, sostanzialmente, hanno tutte la stessa matrice: non sono abbastanza evoluti. Le magnifiche sorti e progressive della modernità – che caratterizzano il quieto vivere del nostro giardino ordinato – non hanno ancora attraversato la regione, lasciandola in balia del tribalismo più arretrato condito da una corruzione endemica alla quale poi, per i più progressisti, si è andata ad aggiungere pure la siccità.

Mark Duffield

Meno male che, in mezzo a tanta fuffa, ogni tanto c’è anche qualcuno che prova ad azionare il cervello: si chiamano Mark Duffield e Nicholas Stockton; entrambi hanno lavorato a lungo nella regione ricoprendo ruoli apicali per Oxfam e si sono fatti un’idea un po’ diversa del perché per gli abitanti del Corno d’Africa non ci sia pace, e hanno deciso di provare a spiegarcela in questo strepitoso articolo pubblicato pochi giorni fa sulla prestigiosa Review of African Political Economy. Come il capitalismo sta distruggendo il Corno d’Africa” si intitola, un piccolo capolavoro di applicazione scientifica di un po’ di sano materialismo storico; “Anche se abbondano spiegazioni superficiali che incolpano il cambiamento climatico, l’avarizia del generale di turno o le tensioni etniche radicate” scrivono nell’abstract “sulla crisi sempre più profonda dell’economia agropastorale che colpisce direttamente milioni di lavoratori in tutta la regione c’è poco o niente”. E invece il nocciolo sta tutto lì: “Il neoliberismo” continuano i nostri due autori nell’abstract “producendo un’economia estrattiva e violenta ed espansiva, ha trasformato la reciprocità che un tempo teneva uniti “agricoltori” e “pastori” in una relazione di guerra permanente” e “questa modalità di appropriazione è la causa principale dell’attuale crisi”. Siete convinti che la causa profonda di tutti i conflitti che, da decenni, travolgono il Corno d’Africa sia il tribalismo, la povertà e il sottosviluppo? Sbagliato: la principale responsabilità della tragedia del Corno d’Africa, sostengono Duffield e Stockton, è – udite udite – delle PECORE. Per dimostrarlo, i nostri due prestigiosi ricercatori hanno messo assieme un po’ di dati pubblicati dalla FAO e hanno messo insieme questo grafico:

la riga nera rappresenta la crescita demografica nei paesi del Golfo che, dai 20 milioni di abitanti del 1990, sono passati ai 60 attuali; le colonne rosse, invece, rappresentano il valore in dollari del bestiame importato, che è passato da 600 milioni del 1990 ad un picco di quasi 1,8 miliardi nel 2015, per poi assestarsi verso quota 1,4 miliardi, e le colonne in giallo, infine, rappresentano la quota di quel bestiame che arriva direttamente da Sudan e Somalia che, tra tutti i paesi del Corno d’Africa, sono probabilmente – in assoluto – quelli che hanno vissuto le tragedie più feroci e devastanti e che, ciononostante, hanno moltiplicato per 6 il valore delle loro esportazioni di bestiame. Una crescita esponenziale che ha permesso ai due paesi di sostituire Australia ed Europa dal gradino più alto dei fornitori di bestiame dei paesi del Golfo – proprio mentre questi vivevano un gigantesco boom demografico – fino ad arrivare “nel 2017 alla cifra sbalorditiva di 9,5 milioni di capi esportati, che pesavano per l’80% delle importazioni” e il paradosso è, scrivono Duffield e Stockton, che “La grande maggioranza di questi animali non provenivano dalle zone relativamente tranquille dei rispettivi paesi, ma dalla prima linea delle guerre civili”; il tutto “in un momento in cui entrambi i paesi erano nel bel mezzo di operazioni di aiuto umanitario multimiliardarie organizzate, presumibilmente, per salvare milioni di vite minacciate dalle carestie indotte dalla guerra”.
Ma cosa c’entra tutto questo con le guerre? Per spiegarlo, i nostri due autori si concentrano sulla storia – in particolare – di due gruppi etnici: i Bantu, che vivono nel sud della Somalia, e i Fur che, invece, vivono nel nel sudovest del Sudan, nel Darfur (che significa, appunto, Casa dei Fur): “Durante il periodo coloniale” ricordano Duffield e Stockton “entrambi i gruppi vivevano di un’economia di sussistenza in gran parte sedentaria basata sulla produzione intensiva di raccolti di frutta e verdura alimentati dalla pioggia e parzialmente irrigati”. In entrambi i casi, a nord di queste due etnie – dove le precipitazioni erano meno affidabili e le risorse idriche superficiali più scarse – vivevano altri gruppi di agro – pastori semi – nomadi che, oltre a pecore e capre, avevano anche grandi mandrie di bovini e di cammelli: “La transumanza stagionale a lunga distanza delle mandrie miste del nord” spiegano i nostri due autori “veniva negoziata con gli agricoltori del sud per massimizzare l’uso dei residui colturali e consentire il baratto e la vendita di bestiame, latte, raccolti, artigianato e servizi tra questi gruppi”. “Sebbene si potessero sviluppare attriti quando, ad esempio, gli animali si allontanavano nei campi o il bestiame veniva rubato” sottolineano Duffield e Stockton “esistevano processi compensativi per mantenere un sistema di scambio reciprocamente vantaggioso tra comunità sedentarie e semi-nomadi. In effetti, anzi, possiamo dire che tale reciprocità è proprio alla base dell’autosufficienza rurale che si era consolidata”, fino a che non è arrivato il boom demografico dei paesi del Golfo e, con lui, la fame di bestiame da importare per fornire le proteine alla sua popolazione. Le prime vittime sono stati i Bantu somali: “Il principale impatto demografico della guerra civile somala degli anni ‘80” ricostruiscono Duffield e Stockton “fu proprio lo sfratto di questi agricoltori di sussistenza da parte di pastori armati”, ma il fenomeno era destinato ad ampliarsi. “Data la distruttività ecologica intrinseca dell’allevamento militarizzato” spiegano i nostri due autori “quando la produttività degli allevamenti di pecore in Somalia ha iniziato a diminuire, il capitale mercantile – militare è andato alla ricerca di nuove opportunità in Sudan”; ed ecco così che il ricorso alla chiave di lettura tribalistica – che tanto piace all’orientalismo suprematista de’ noantri finalmente trova una spiegazione materiale concreta: “Sebbene il conflitto nel Darfur sia solitamente descritto in termini etnici” sottolineano infatti Duffield e Stockton “i massacri e gli spostamenti su larga scala ai quali assistiamo non sono che sintomi di questo conflitto tra modi di produzione. Qualunque fosse la loro origine etnica, i rapporti di forza si erano spostati a vantaggio di chi invece che il sorgo, vendeva le pecore. E così i pastori e le milizie che li sponsorizzavano furono in grado di acquistare armi sempre migliori e di usarle per allontanare gli “intrusi” non arabi dai migliori pascoli piovosi del Sudan”.

Nicholas Stockton

Insomma: seppur con caratteristiche locali, siamo di fronte al classico processo di espropriazione violenta e di privatizzazione di terreni – prima ad uso comune – che, dalle enclosure inglesi in poi, ha sempre caratterizzato il passaggio di una società da agricola a industriale; un processo ampiamente sostenuto dalla comunità internazionale che “a partire già dagli anni ‘70” ricordano Duffield e Stockton “ha facilitato la diffusione di filo spinato in gran quantità, soprattutto nella Somalia centrale e meridionale”. Il punto qui però è che, a differenza di quanto successo durante la fase dei disboscamenti proto – capitalisti in Europa, di borghesia in via di industrializzazione che non vedeva l’ora di impiegare queste masse di sfollati in giro non è che ce ne fosse molta; ed ecco, allora, che a metterci una pezza ci pensa il variegato universo delle ONG e degli aiuti umanitari che però, secondo Duffield e Stockton, non fanno altro che contribuire a “normalizzare” questo processo di spoliazione feroce spacciandolo come un “risultato inevitabile della scarsità, dell’ignoranza e dello stress ambientale”. Queste gigantesche masse di sfollati, infatti, vengono accolte in sterminati campi profughi che sono finanziati a livello internazionale ma sono poco controllati e “mal protetti”, e “come suggerisce l’esperienza della produzione di banane e di gomma arabica in Somalia e Sudan” svelano Duffield e Stockton “questi centri di concentrazione assomigliano in modo inquietante a veri e propri campi di lavoro forzato”. Ma il ciclo distruttivo non è ancora terminato perché “Il capitale mercantile incontrollato” sottolineano Duffield e Stockton “non è disposto a investire in una produzione sostenibile che erode i profitti”, ed ecco così che lo sfruttamento intensivo riduce rapidamente la redditività anche di questo nuovo modello di produzione: “La produzione di bestiame concentrata su ex terreni agricoli esaurisce presto la fertilità del suolo, soprattutto quando la produzione è fortemente concentrata attorno alle risorse idriche fornite da pozzi meccanizzati. Pertanto, la produzione di bestiame militarizzato è soggetta a un calo della redditività” e, con la redditività che diminuisce e la torta da spartire che si rimpicciolisce, ecco che lo scontro tra bande armate si intensifica e gli affari vanno in malora molto più rapidamente di quanto non ci si possa immaginare – appena “10-15 anni” sostengono i nostri due autori. Dopodiché “il capitale militare – mercantile è spinto inesorabilmente alla ricerca di guadagni più facili altrove”. “Considerando le esportazioni di bestiame nel lungo periodo” ricostruiscono Duffield e Stockton “l’epicentro della frontiera alimentare del Golfo si è spostato a sud attraverso la Somalia e l’Ogaden prima di migrare nel Darfur, nel Kordofan e ora, sembrerebbe, nel Nilo Azzurro meridionale” e – a giudicare dalla mole di investimenti dei paesi del Golfo nei porti del Kenya e della Tanzania – probabilmente nel prossimo futuro vedremo questa dinamica allargarsi sempre più verso sud e verso ovest: un’ondata che non mette a rischio soltanto la popolazione sedentaria che vive di agricoltura di sussistenza, ma l’esistenza stessa degli stati: “Per il capitale mercantile – militare” sottolineano Duffield e Stockton, infatti, “l’esistenza di uno stato unitario in grado di proteggere un sistema agricolo socialmente, ecologicamente ed economicamente sostenibile, rappresenta di per se un grosso ostacolo”. “Gli stati nazionali della Somalia e del Sudan”, ad esempio – continuano i due autori – per quanto in realtà molto spesso complici proprio di questo meccanismo di espropriazione “sono stati in realtà a lungo considerati dei freni a un’estrazione efficiente”.
Ed eccoci così tornati al punto di partenza, alla guerra che – ancora una volta – sta dilaniando il Sudan e che vede contrapposte le milizie dei “pastori”, da un lato, contro le forze armate regolari dall’altro, con il grosso della popolazione locale che – nonostante da quelle stesse forze armate regolari in passato sia stata violentemente repressa – si schiera col governo centrale proprio con l’idea che sia l’unico in grado di mettere un freno alla foga predatoria dei pastori sostenuti dalle milizie legate a doppio filo agli Emirati Arabi Uniti. “La guerra e la violenza bellica” tirano le somme i nostri due autori “sono intrinseche all’emergere storico dell’economia innaturale del capitalismo. Per il capitalismo, anziché essere contingente, la violenza è una relazione economica essenziale. Dagli anni ’70, il Corno d’Africa è stato attraversato da guerre civili e sociali senza fine. Il pensiero liberale presenta questa guerra permanente come una serie ininterrotta di disastri umanitari contingenti; in realtà, non sono altro che epifenomeni di un capitalismo mercantile estrattivo che opera attraverso la guerra permanente”.
Contro la fuffa della propaganda liberaloide abbiamo sempre più bisogno di un vero e proprio media che guardi alla ciccia e che dia voce al 99%. Aiutaci a costruirlo: aderisci alla campagna di sottoscrizione di Ottolina Tv su GoFundMe e su PayPal.

E chi non aderisce è Hillary Clinton

LA TRAGEDIA DEL CORNO D’AFRICA (parte 1) Sudan: storia di un genocidio che non fa notizia

Lontano dagli occhi e dal cuore dei tiktoker e degli opinionisti dei talk show, in Sudan si sta consumando l’ennesima catastrofe umanitaria di proporzioni bibliche: secondo quanto riportato dall’Economist, il Sudan oggi sarebbe in assoluto il paese col maggior numero di rifugiati interni al mondo; erano già 3,7 milioni prima di aprile – ai quali si aggiungevano anche 1,1 milioni di rifugiati stranieri che, ironia della sorte, avevano cercato in Sudan riparo da altri conflitti regionali – e poi è arrivato il cataclisma. Nell’aprile scorso, l’esercito regolare e i paramilitari guidati dal generale Hemeti – che avevano governato assieme da quando l’ex presidente Omar Al Bashir era stato costretto all’esilio impedendo la transizione democratica – hanno deciso che il modo migliore per decidere chi dei due avesse il diritto a governare l’intero paese era passare alle armi; da allora, nell’arco di pochi mesi, ai vecchi rifugiati se ne sono aggiunti altri 6,3 milioni. In tutto fanno 11 milioni di esseri umani – 5 volte Gaza – in buona parte a rischio genocidio. Come ai tempi dei tagliagole janjaweed nel Darfur – che, d’altronde, molto spesso sono esattamente gli stessi uomini che ora ingrassano le fila dei paramilitari di Hemeti – quello che vediamo dispiegarsi con ferocia davanti ai nostri occhi, infatti, non è altro che l’ennesimo capitolo della guerra epocale che da decenni infiamma il Corno dell’Africa. E non si tratta della solita guerra per procura tra grandi potenze che, infatti, sostanzialmente se ne strasbattono i coglioni (e con loro tutti i media che gli fanno da ufficio stampa – motivo per cui se ne parla così poco); tantomeno – però – si tratta semplicemente di guerre tribali legate a dinamiche che caratterizzano società che non hanno ancora abbracciato le magnifiche sorti e progressive della modernità. Al contrario – per quanto a noi abitanti del giardino ordinato del mondo sviluppato possa sembrare controintuitivo – si tratta di guerre scatenate proprio dalla logica interna del capitalismo e, in particolare, da quella fase barbara e violenta che si chiama accumulazione primaria.
La tragica, ennesima guerra in Sudan meriterebbe di per sé un lungo pippone, ma – proprio perché non parla solo della guerra in Sudan, ma di qualcosa di estremamente profondo che ha caratterizzato in modi sempre diversi le società che sono entrate nella cosiddetta modernità – a questo giro abbiamo deciso di dedicargliene addirittura due: nel primo, che è questo, proveremo a fare una cronistoria della guerra in corso e delle prospettive future; nel secondo, che pubblicheremo domani, cercheremo di inquadrarla in un discorso più generale.

Mohamed Hamdan Dagalo


Sabato 15 aprile, stato di Khartoum: le forze armate regolari del Sudan dichiarano che, nella notte, le due basi di Tiba e Soba sono state prese d’assalto; è il risultato del fallimento di una lunga trattativa tra le forze armate stesse e l’RSF, le forze paramilitari di supporto rapido guidate dal generale Mohamed Hamdan Dagalo – meglio noto come Hemeti – che, poche ore dopo, dichiarerà di aver preso il controllo anche dell’aeroporto di Khartoum, della base aerea di Merowe e pure del palazzo presidenziale. Il motivo del contendere sembrerebbe essere molto semplice: per dare il via libera al nuovo governo transitorio, che avrebbe dovuto traghettare il paese a nuove elezioni, le forze armate regolari pretendevano di integrare nei loro ranghi i paramilitari, e Hamati non l’ha presa proprio benissimo, diciamo. Istituita nel 2013, l’RSF è nata dalla riunione delle varie milizie che avevano messo a ferro e fuoco il Darfur nei primi anni 2000 commettendo una lunga serie di crimini, e lo avevano fatto in nome del governo centrale e dell’allora presidente al-Bashir. Diventata, nel tempo, una delle istituzioni più potenti del paese – in particolare grazie al controllo delle miniere d’oro del Darfur quando, nel 2019, le proteste di piazza hanno costretto al-Bashir alle dimissioni -, la giunta militare che è subentrata li ha coinvolti direttamente nel governo del paese assicurando ad Hemeti la carica di vicepresidente. Forze armate regolari e RSF condividevano la stessa priorità: impedire alla rivoluzione democratica di ottenere qualcosa di più sostanzioso che la sola rimozione di al-Bashir con ogni mezzo necessario; già nel giugno del 2019, per sedare le proteste, la giunta militare infatti aveva schierato proprio l’RSF che, nell’arco di pochi giorni, aveva causato oltre 100 vittime tra i manifestanti e una quantità spropositata di arresti. Una volta sedata la protesta, la coalizione delle Forze per la Libertà e il Cambiamento – che aveva guidato la rivoluzione democratica – aveva deciso di aprire una trattativa con la giunta militare entrando a far parte di un governo congiunto di transizione: una mossa criticata da molti dei protagonisti delle proteste e che ha spinto, ad esempio, il partito comunista sudanese a uscire dalla coalizione: c’avevano visto lungo. Dopo 2 anni, infatti, con la scusa sempre di dover riportare l’ordine in mezzo a un’altra ondata di proteste, forze armate regolari e RSF – di comune accordo – inscenano un altro golpe militare ed estromettono completamente le forze civili dal governo che, però, c’hanno la testa dura. E dopo l’ennesimo golpe hanno deciso di tornare al tavolo dei negoziati mentre, come ricorda Peoples Dispatch, manifestazioni oceaniche in tutto il paese si moltiplicavano al suono di “Nessun negoziato, nessun compromesso, nessuna partnership”. Come avrebbe dichiarato Fathi Elfadl del partito comunista sudanese – sempre a Peoples Dispatch – “l’Egitto e l’Arabia Saudita sostengono Burhan. Gli emirati sostengono Hemeti. Ma entrambi vogliono un regime militare in Sudan, anche se con strutture gerarchiche diverse”. Insomma, un puro e semplice scontro tra fazioni diverse che, tra l’altro, sono anche unite dalla matrice etnica: sia Burhan che Hemeti, infatti, sono espressione della maggioranza araba e un bello scontro diretto – per entrambi – è un’ottima occasione per portare avanti la pulizia etnica della minoranza nera africana, com’è accaduto due settimane fa.
Siamo ad Ardamata, una delle città satellite di El Geneina, la capitale del Darfur occidentale (uno dei tre stati che costituiscono la regione del Darfur): qui si trova l’ultimo campo profughi che accoglie le persone fuggite dalla città durante le carneficine degli ultimi 20 anni; creato nel 2004, ospitava oltre 40 mila membri della tribù locale di agricoltori neri africani Masalit che, il 13 novembre scorso, sono stati attaccati dalle milizie dell’RSF che, secondo Peoples Dispatch, avrebbe causato “almeno 1.300 vittime”. “Con questo attacco” scrive su Peoples Dispatch Pava Kulkarni, uno dei pochissimi giornalisti a continuare a provare a tenere accesi i riflettori su questa gigantesca tragedia, “tutte le persone sfollate durante la guerra civile in Darfur negli anni 2000, e testimoni dei crimini commessi allora, sono state cacciate dalla capitale dello Stato del Darfur occidentale dalle forze paramilitari di supporto rapido”. Kulkarni ricorda come, fino a prima dell’aprile scorso, intorno ad El Geneina ci fossero la bellezza di 135 campi di sfollati che ospitavano oltre 220 mila persone, campi che – ricorda Kulkarni – “erano stati oggetto di crescenti attacchi già prima della guerra, quando i capi della SAF e della RSF guidavano insieme la giunta militare rispettivamente come presidente e vicepresidente”. Con lo scoppio del conflitto, però, la situazione è definitivamente degenerata e “Tutti i campi di Geneina sono stati distrutti nei sette mesi successivi all’inizio della guerra”; “A Geneina non sono rimasti più sfollati interni della guerra civile” avrebbe dichiarato a Kulkarni Muhammad Almaldin, attivista locale per i diritti umani; “Sono tutti fuggiti oltre il confine, nel vicino Ciad”. Pulizia etnica riuscita, e ora è il momento della sostituzione: “la RSF” avrebbe affermato ancora Almaldin “sta portando qui le tribù arabe che le sostengono per ripopolare Geneina. Vengono importati da diverse parti del Sudan e anche dai vicini Ciad, Niger e Repubblica Centrafricana”. E non è solo questione di Geneina: “Gli sfollati” sottolinea Kulkarni “sono stati costretti a lasciare anche la maggior parte dei campi nel resto del Darfur occidentale. Attualmente” continua “ne rimangono soltanto 7, e sono tutti circondati da milizie affiliate all’RSF” ma – soprattutto – sono l’inferno in terra. “Non ci sono più né cibo né acqua, né strutture igieniche” avrebbe dichiarato Almaldin; “le ONG internazionali che gestivano questi campi operavano da Geneina. Ma i loro uffici e i loro magazzini sono stati attaccati e saccheggiati dalle milizie dell’RSF, e ora sono tutti fuggiti”. Secondo Almadin, solo nel Darfur occidentale sarebbero state uccise oltre 10 mila persone; negli altri due stati del Darfur la situazione, per ora, sembrerebbe leggermente meno drammatica.
Più che di vera e propria pulizia etnica, si tratterebbe di vittime civili rimaste coinvolte in scontri a fuoco tra forze regolari ed RSF a centinaia, ma potrebbe essere solo l’antipasto: gli occhi, adesso, sono puntati su El Fasher, la capitale del Darfur settentrionale ancora sotto il controllo delle forze armate regolari e da dove i cittadini – e in particolare la minoranza africana – se l’è data a gambe per evitare di finire nel mezzo agli scontri tra le due fazioni. Risultato: i campi profughi alla periferia della città oggi ospitano oltre 500 mila profughi. “Se l’RSF prendesse il pieno controllo anche di El Fasher” denuncia un rapporto pubblicato dal Sudan Transparency and Policy Tracker “si verificherebbe una grave catastrofe umanitaria, anche nelle aree che per ora sono considerate sicure” e non solo per gli sfollati di El Fasher “che viene utilizzata come hub per fornire medicine, cibo e carburante anche alle popolazioni di tutti gli altri stati del Darfur” continua il rapporto, e “tutto questo potrebbe essere interrotto se l’RSF prendesse la città”, cosa che potrebbe essere più vicina del previsto: “il nostro obiettivo è il controllo dell’intero Darfur” avrebbe dichiarato il fratello e vice di Hemeti. Come riporta giustamente Nigrizia, è “la prima volta dall’inizio del conflitto”.
L’avanzata dell’RSF nel Darfur avrebbe addirittura spinto alla creazione di una stranissima alleanza; lo riporta sempre Nigrizia: “I due principali gruppi armati del Darfur entrano in guerra” titola. Durante una conferenza stampa a Port Sudan che si è tenuta lo scorso 16 novembre, il Movimento di liberazione del Sudan e il Movimento per la giustizia e l’uguaglianza – riporta Nigrizia – “hanno annunciato congiuntamente il loro coinvolgimento attivo a fianco dell’esercito contro l’RSF”; un necessario patto col diavolo: due gruppi, infatti, sono stati tra i principali protagonisti della resistenza nel 2003 contro i piani di pulizia etnica in Darfur (sostenuti proprio dal governo centrale) che oggi, però, è diventato il male minore. A portare avanti la pulizia etnica infatti – concretamente – non era stato l’esercito regolare sudanese ma, appunto, le milizie arabe filo – governative dei janjaweed guidate, allora, proprio da Hemeti, e che oggi come capo dell’RSF starebbe – appunto – riproponendo lo stesso identico copione: “In risposta alla minaccia delle RSF all’unità del Sudan e ai loro ripetuti assalti contro città, villaggi e civili indifesi, con conseguenti vittime e sfollamenti” si legge nella dichiarazione congiunta “rinunciamo ad ogni neutralità”.
Non sono i primi a turarsi il naso e a scendere al fianco delle forze regolari: “Gli attivisti democratici radicali che hanno dovuto affrontare una violenta repressione per mano dell’esercito sudanese” riportava – già il settembre scorso – Mohammed Amin su Middle East Eye “stanno combattendo ora al fianco dell’esercito contro l’RSF”.

Omar al-Bashir

Ecco così che, magicamente, “Gruppi democratici radicali che hanno spodestato l’ex autocrate Omar al-Bashir” continua Amin “andranno in battaglia insieme a giovani combattenti legati al movimento islamico sudanese che invece lo hanno sempre sostenuto”. “Siamo ancora contro i massimi generali dell’esercito e contro il vecchio regime, ma crediamo che l’esercito debba servire l’intera popolazione sudanese ed è dovere dell’esercito nazionale proteggere il popolo” avrebbero affermato i comitati di resistenza di Khartoum in una recente dichiarazione; nonostante tutte le buone intenzioni del mondo potrebbe non bastare: “Quando scoppiò la guerra molti prevedevano lo stallo” scrive l’Economist, “ma attualmente l’RSF sta vincendo”. Nonostante le forze regolari controllino, ad oggi, il grosso delle terre più fertili e il commercio petrolifero attraverso lo sbocco sul mar Rosso di Port Sudan “l’RSF” ricorda l’Economist “controlla le miniere d’oro, il confine con il Ciad, e sta estendendo il suo controllo sulla pipeline che arriva dal Sudan del sud, dalla quale il governo di Khartoum dipende per le tariffe di transito”.
Come ha fatto l’RSF a guadagnare così tanto terreno? “In gran parte” sottolinea l’Economist “dipende dal diverso sostegno che gli outsider hanno dato alle due parti”: “Gli Emirati Arabi Uniti (EAU)” infatti, continua l’Economist “forniscono alla RSF armi, veicoli corazzati e droni attraverso il Ciad. Secondo un conteggio ci sarebbero stati 168 trasporti aerei dagli Emirati Arabi Uniti tra maggio e settembre, e il tutto nonostante nei confronti del Darfur dall’inizio degli anni 2000 sia in vigore un embargo sulle armi da parte delle Nazioni Unite”. Dall’altra parte, invece “l’Egitto” riporta sempre l’Economist “avrebbe fatto molto meno degli emirati”: lo scenario più probabile, continua l’articolo, sembrerebbe quello di una soluzione in stile libico, col paese diviso in due e il Nilo a fare da frontiera, ma anche una soluzione del genere difficilmente metterebbe fine alle ostilità. Hemeti e i suoi sostenitori emiratini difficilmente si accontenterebbero di un territorio senza sbocco al mare e d’altronde, per quanto l’RSF possa continuare a vincere numerose battaglie, “difficilmente il suo controllo si estenderà a tutto il paese”. Le forze regolari difficilmente potranno essere totalmente spazzate via, così come la miriade di milizie e di gruppi di ribelli che infestano il paese: “Cameron Hudson, un ex funzionario americano” riporta l’Economist “immagina uno scenario in cui decine di milioni di sudanesi fuggono attraverso il continente e il mar Rosso per sfuggire alla caduta del paese in mano ai signori della guerra e alla violenza delle milizie etniche”. D’altronde la comunità internazionale è in ben altre faccende affaccendata ed è piuttosto difficile credere che troverà la motivazione giusta per andarsi a impelagare in questo rompicapo: “il Sudan è morto” ha affermato laconicamente Nathaniel Raymond dell’Università di Yale “e nessuno si è nemmeno preso la briga di scriverne il necrologio”.
Ma – al di là della cronistoria di questo ennesimo, tragico conflitto – qual è la dinamica profonda che, da decenni, impedisce di trovare una soluzione pacifica ai millemila conflitti che attraversano il corno d’Africa? Per sapere la risposta vi toccherà guardarvi la seconda parte di questo video e magari, nel frattempo, pure mettere mano al portafoglio perché – non so voi, ma a me questa storia che ci sono morti ammazzati di serie a e di serie b non è che mi va tanto giù, e che una tragedia del genere passi totalmente sotto silenzio – escludendo, così, a priori che nell’opinione pubblica si smuova qualcosa che impedisca alle nostre classi dirigenti di girarsi dall’altra parte – sinceramente mi fa un po’ schifo. Oddio… visto cosa combinano quando decidono di metterci mano, tutto sommato forse è pure meglio così: però ecco – insomma – credo ci sarebbe bisogno di un vero e proprio media indipendente, ma di parte, in grado di raccontare in modo sensato tutta ‘sta monnezza, e magari anche di raggiungere un pubblico numericamente decente. Aiutaci a costruirlo: aderisci alla campagna di sottoscrizione di Ottolina Tv su GoFundMe e su PayPal.

E chi non aderisce è Maurizio Sambuca Molinari