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Il clan Trump perde una valanga di soldi con le cripto e si rifà con un regalino dal governo da 600 milioni alla start-up del figlio

OttoParlante - La newsletter di Ottolina (3/12/25)

OttolinaTV by OttolinaTV
03/12/2025
in Americhe, Articoli, Asia, Cina, Economia, Europa, Medio Oriente, Russia, U.S.A.
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Il Marru

La cleptocrazia USA fa progressi da gigante.

Come riporta il Financial Times, La start-up sostenuta da Donald Trump Jr. ottiene un accordo da 600 milioni di dollari con il governo federale degli USA; si tratta di una “start-up poco conosciuta nel settore delle terre rare, con circa 30 dipendenti” che, però, “si è aggiudicata un finanziamento colossale dal Pentagono” e, incredibile ma vero, proprio giusto tre mesi dopo che “la società di venture capital di Donald Trump Jr. aveva investito nella società”. Quando si dice, alle volte, le botte di culo… “Si è trattato di un processo basato esclusivamente sul merito” si difende l’amministrazione; l’unico merito che conoscono le oligarchie parassitarie occidentali, la nuova aristocrazia accattona e arraffona: essere il figlio dell’uomo giusto, al momento giusto. D’altronde, Trump Jr si doveva rifare dalla botta che ha preso con le cripto:

Martedì mattina, nell’arco di 25 minuti, American Bitcoin Corporation ha perso oltre il 50%, ed era solo l’inizio: “World Liberty Financial, co-fondata dal presidente Donald Trump e dai suoi figli, ha visto il suo token WLFI crollare del 51% dal picco di inizio settembre, più di Bitcoin e di un indice di token digitali più piccoli. Alt5 Sigma, una società promossa dai figli di Trump, è crollata di circa il 75% a causa di un numero crescente di problemi legali. Poi ci sono i memecoin che prendono il nome dal presidente e da sua moglie, Melania, che sono scesi rispettivamente di circa il 90% e il 99% dai massimi storici di gennaio. American Bitcoin, co-fondata da Eric Trump, è ora in calo del 75% dopo il forte calo di martedì”. La famiglia Trump non è certo l’unico ad avere qualche piccolo problemino con le cripto:
La macchina pubblicitaria di Bitcoin di Michael Saylor sta avendo problemi, titola Bloomberg: il riferimento è alla famigerata Strategy, la capofila delle cosiddette Treasury che hanno dato la mazzata finale sogno tecno-utopistico dei criptominchia. “Ecco come dovrebbe funzionare la società di tesoreria Bitcoin di Michael Saylor, Strategy Inc.: l’azienda raccoglie fondi per acquistare Bitcoin; questo acquisto fa salire il prezzo di Bitcoin; il prezzo delle azioni di Strategy segue l’esempio. E così via. L’operazione, favorita dalla totale autostima di Saylor come capitalista dell’hype alla pari di Sam Altman di OpenAI Inc., è stata così redditizia da aver generato decine di imitatori che sperano di catturare lo stesso glitch del denaro infinito, come un cheat code in un videogioco. Ma il giochino sta finendo”, e non esattamente benissimo, diciamo:

Per un’analisi un po’ più approfondita dello schema Ponzi creato attorno allo schema Ponzi delle cripto, qui ne parla Naked Capitalism (e sempre grazie Yves Smith per esistere).
D’altronde, al clan Trump gli schemi Ponzi piacciono, anche quando non lo riguardano direttamente:

La seconda chanche di Eli Weinstein, titola Bloomberg: “Donald Trump ha commutato la pena detentiva di un truffatore. Nel giro di pochi mesi, è tornato in attività”. Eli Weinstein è un altro Bernie Madoff; aveva messo in piedi uno schema Ponzi da 200 milioni di dollari ed era stato condannato a 24 anni di carcere; nel 2021, Trump aveva commutato la sua pena, ed era stato rilasciato. Dopo pochi mesi, aveva ripreso a chiedere soldi agli investitori garantendo un rendimento del 25% nell’arco di pochi mesi; 2 anni dopo, aveva fatto perdere altri 44 milioni a 220 ricchi un po’ rincoglioniti (ma si dice avesse anche dei difetti).

L’aria di cleptocrazia potrebbe scoraggiare gli investitori; meglio affrettarsi a fare cassa prima che sia troppo tardi: ed ecco, così, che Anthropic, la rivale di OpenAI nella corsa a chi c’ha il modello LLM più lungo, corre a gambe levate verso l’approdo in borsa in quella che, secondo il Financial Times, “potrebbe essere una delle più grandi offerte pubbliche di sempre”.

Forse (ma dico forse), sottolinea Martin Wolf sempre sul Financial Times, “è arrivato il momento di lanciare l’allarme sul crescente rischio fiscale e finanziario”: “Prima della crisi finanziaria del 2007-2009”, ricorda Wolf, “la Banca dei Regolamenti Internazionali si rese impopolare presso le autorità monetarie di tutto il mondo sottolineando i rischi creati da politiche monetarie accomodanti, leva finanziaria eccessiva, prezzi elevati delle attività e mancanza di trasparenza. Questi avvertimenti furono ignorati. Il risultato fu una crisi finanziaria disastrosa, che non solo causò una recessione di vasta portata, ma lasciò anche un’eredità di elevato debito pubblico e politiche populiste”. La scorsa settimana, la BRI è tornata a lanciare l’allarme: dalla grande crisi ad oggi, infatti, gli asset finanziari detenuti da istituzioni finanziarie non bancarie, e quindi meno regolate, sono letteralmente esplosi. Pechino si prepara per offrire un’alternativa ai capitali che decideranno di abbandonare la nave dello schema Ponzi degli asset denominati in dollari, prima che affondi definitivamente, e non solo per investire direttamente in Cina, ma lungo tutta la Belt and Road: il grande capitale internazionale potrebbe, alla fine, trovarsi costretto a finanziare la costruzione materiale del Nuovo Ordine Multipolare, che metterà fine al suo dominio globale.

 

 

Il Soddu

Cina-Russia: si rinnova l’amicizia senza limiti. La diplomazia cinese continua a muoversi con una sicurezza che contrasta apertamente con la volatilità occidentale; nel nuovo incontro ad alto livello tra Cina e Russia, Pechino mette nero su bianco un ulteriore consenso bilaterale: è un segnale chiaro che l’asse eurasiatico non solo regge, ma si consolida, mentre a Washington domina l’incertezza e Bruxelles arranca. I due Paesi rafforzano il coordinamento politico, rilanciano sul fronte della sicurezza e ribadiscono che l’ordine internazionale non può essere dettato da un’unica potenza; questo tipo di comunicati sono sempre sobri, ma il messaggio tra le righe è inequivocabile: Pechino e Mosca intendono costruire un’architettura alternativa di governance globale, svincolata dalle pressioni dell’Occidente. Staccare la Russia dalla Cina, intenzione manifesta dei repubblicani statunitensi, potrebbe essere assai più difficile di quello che pensano (qui l’approfondimento di Guancha).

 

Giappone scellerato: Macron invitato in Cina, Tokyo su tutte le furie. L’irritazione giapponese per l’invito di Emmanuel Macron in Cina dimostra due cose: l’Europa tenta timidi margini di autonomia e il Giappone, ormai caduto in una spirale paranoide, teme che la dinamica nell’Indo-Pacifico possa sfuggirgli di mano; Tokyo, allineatissima agli Stati Uniti, vede ogni apertura francese verso Pechino come un potenziale indebolimento del fronte anti-cinese e interviene a gamba tesa commentando decisioni che non la riguardano direttamente. Paradossalmente, questo comportamento evidenzia il vero punto: il fronte occidentale non è più stabile, gli alleati si guardano con sospetto e la Cina riesce a inserirsi nelle crepe. Macron, dal canto suo, gioca la carta del dialogo per mostrarsi come unico leader europeo capace di muoversi su un piano diplomatico autonomo; un gioco rischioso, ma che segnala il malessere profondo dell’asse atlantico (qui l’approfondimento di Guancha).

 

La Cina aumenta gli acquisti di petrolio iraniano. Nonostante le pressioni americane, Pechino torna ad aumentare gli acquisti di greggio iraniano dopo aver ricevuto una nuova quota d’importazione, mossa tutt’altro che marginale: significa consolidare una filiera energetica alternativa al mercato dollaro-centrico, rafforzare Teheran e dimostrare che le sanzioni occidentali sono barzellette belle e buone. Per la Cina è una scelta pragmatica: petrolio a basso costo, relazioni più strette col Medio Oriente e un altro passo nella strategia della diversificazione energetica. È anche un segnale politico, uno dei tanti dei tempi multipolari: la Cina compra dove vuole, e l’ordine sanzionatorio americano è sempre meno cogente (qui l’approfondimento di Bloomberg).

 

Le big tech cinesi e Brookfield in corsa per i Brazil Data Parks. ByteDance, Brookfield e Voltalia: un triangolo che racconta perfettamente la geografia della nuova economia digitale; l’America Latina diventa terreno di espansione per data center e infrastrutture ad alta intensità energetica e la Cina è pronta a inserirsi con le sue piattaforme globali. Mentre gli Stati Uniti faticano a soddisfare la domanda interna di energia per i data center, la Cina consolida la propria presenza tecnologica lungo l’asse Sud globale; l’interesse per i Brazil Data Parks dimostra che non è più solo questione di chip: la partita si gioca sull’energia, sull’hardware pesante e sulla capacità di costruire infrastrutture fisiche ovunque nel mondo (qui l’approfondimento di Bloomberg).

 

La rete industriale globale delle fabbriche cinesi è in espansione. Le aziende cinesi non esportano più soltanto prodotti: esportano la capacità produttiva stessa. La nuova ondata di investimenti all’estero, Sud-Est asiatico, Medio Oriente, Africa, America Latina, mostra come Pechino stia ridisegnando la geografia dell’industria mondiale, replicando all’estero ciò che in patria ha già perfezionato: supply chain integrate, impianti chiavi in mano, logistica iper-efficientata. Il risultato è duplice: la Cina riduce l’esposizione alle guerre commerciali e, allo stesso tempo, diventa la potenza che permette ad altri Paesi di industrializzarsi. È il vero soft power del XXI secolo: non basi militari, ma fabbriche funzionanti. Sembrerebbe una possibile soluzione a chi ritiene impossibile che la Cina continui ad essere fabbrica globale e, allo stesso tempo, offrire un futuro di autonomia industriale ai Paesi del Sud globale; la questione è dibattuta e comunque complessa: fatevi un’opinione al riguardo con questo approfondimento del South China Morning Post.

 

Taiwan: il boom dell’AI lascia indietro la manifattura tradizionale. Il boom dell’intelligenza artificiale a Taiwan sta creando una frattura interna: da un lato i campioni dell’high-tech, chip, server, capacità di calcolo, roba che attira investimenti e ha margini altissimi; dall’altro, la manifattura classica, che rimane soffocata, perde competitività e fatica ad attrarre manodopera. La crescita è reale ma estremamente sbilanciata: poche aziende volano; molte altre faticano a sopravvivere. È il sintomo della nuova economia globale: chi è dentro il ciclo dell’AI cresce a ritmi vertiginosi; chi ne resta fuori viene schiacciato. L’isola, già esposta alle pressioni geopolitiche, deve ora gestire un’altra vulnerabilità: una polarizzazione economica che rischia di allargarsi (qui l’approfondimento del Financial Times).

Tags: bitcoinbollabrasilecinacriptovalutedonald trumpemmanuel macrongiapponeiranla newsletter di ottolinaottoparlantepetroliorussiaschema Ponzitaiwan
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