Altro che le hotline erotiche degli anni ‘90! Per noi nerd antimperialisti, ormai, non c’è linea telefonica più arrapante di quella della Casa Bianca: prima Witkoff che fa sesso telefonico con Ushakov per provare a uscire finalmente dal pantano ucraino, e ora Forrest Trump, in persona personalmente, che chiama la Thatcher giapponese per dirle di abbassare la cresta con la Cina su Taiwan; un paradosso! L’amministrazione USA ha passato tutta l’estate a stalkerizzare Tokyo per strappargli una dichiarazione di guerra nei confronti della Cina se solo si azzarda a usare le maniere forti a Taiwan; ha ricevuto una lunga serie di due di picche, fino a che non è arrivata lei, la Meloni del Sol Levante, la negazionista dei crimini di guerra del regime fascista nipponico che, alla prima occasione buona, ha dichiarato apertamente di fregarsene del diritto internazionale e ha minacciato Pechino. Non era mai successo prima, neanche ai tempi di quell’ultrareazionario di Shinzo Abe; evidentemente però, ha sbagliato la tempistica: partito con le peggiori intenzioni, in questi 6 mesi di guerra commerciale e tecnologica contro Pechino, Trump ha preso più schiaffi della NATO in 3 anni in Ucraina, e ha imparato la lezione. Se siete andati nel panico per le terre rare, gli ha fatto capire Pechino, aspettate di vedere la botta che fate non appena faccio capire che potrei ostacolare l’export di chip taiwanesi: l’economia USA, infatti, è ormai totalmente dipendente dalla bolla dell’intelligenza artificiale, e la bolla dell’intelligenza artificiale è interamente dipendente dal monopolio dei colossi tecnologici USA sui chip di ultimissima generazione; peccato siano tutti prodotti a Taiwan, e peccato che la Cina abbia ampiamente dimostrato di poter assediare completamente l’isola nell’arco di poche ore senza che gli USA e i suoi alleati siano in grado di farci una bella seganiente. Benvenuto nel mondo reale, Mr Taco!
Ma andiamo per gradi; “Dopo la chiamata con Xi, Trump ha detto a Tokyo di abbassare i toni su Taiwan”: lo rivela il Wall Street Journal sulla base di alcune fonti sia statunitensi che giapponesi, e tutte rigorosamente anonime. Come ricorderete, la settimana scorsa la Lady di Ferro del Giappone Takaichi Sanae (per gli amici Tamagochi) con le sue dichiarazioni aveva sollevato un bel polverone: in soldoni, aveva affermato che Taiwan per Tokyo era questione di sicurezza nazionale e che, in caso di escalation militare tra Taipei e Pechino, il Giappone sarebbe stato costretto a intervenire. Fino a pochissime settimane fa, sarebbe stato considerato un successo della politica estera USA (ne avevamo parlato qualche mese fa in questo video qua); come riportava allora il Financial Times, durante l’estate c’era stata una vera e propria offensiva diplomatica da parte del sottosegretario alla Difesa Elbridge Colby: Gli Stati Uniti chiedono di sapere cosa farebbero gli alleati in caso di guerra a Taiwan, titolavano. “Non ci occupiamo di ipotesi”, aveva risposto piccato il governo australiano, e anche l’allora governo giapponese aveva accuratamente evitato di cadere nel trappolone: “Difficile rispondere all’ipotetica domanda di un’emergenza a Taiwan”, aveva dichiarato l’allora ministro della Difesa; la nostra risposta sarà “in conformità con il diritto costituzionale e con la nostra Costituzione” – che, anche se in burocratese, significa una cosa chiara. Per il diritto internazionale, infatti, Taiwan è, a tutti gli effetti, Cina, e per la Costituzione pacifista del Giappone, il Giappone non può dichiarare guerra proprio a nessuno, a meno che non sia messa a repentaglio la sua sicurezza nazionale.
A Pechino hanno subito interpretato queste risposte come una dimostrazione della loro forza e della debolezza degli USA nel Pacifico: “Nessuno dei due Paesi”, scriveva il Global Times, “è disposto a pagare il conto dei calcoli strategici di Washington, né è pronto a rischiare di destabilizzare le relazioni con la Cina”. Poi, però, in Giappone il governo è cambiato; è arrivata una rappresentante dell’estrema destra nazionalista come Tamagochi e, finalmente, i sogni bagnati dell’impero si sono trasformati in realtà: se si verificasse un’escalation militare a Taiwan e venissero impiegate “navi da guerra e altre azioni armate”, ha affermato Tamagochi in un discorso al Parlamento, “questo potrebbe costituire una situazione che mette a repentaglio la nostra sopravvivenza” – e, a quel punto, la Costituzione permetterebbe al Giappone di intervenire direttamente. A Washington era arrivato il momento di brindare; a Pechino, meno… Come ci racconta da qualche giorno il nostro Davide Martinotti su Dazibao, la risposta cinese è stata decisamente superiore alle aspettative: “Se siete arrivati fin qui”, ha scritto il console cinese su X, “non abbiamo altra scelta che tagliarvi quella sporca testa senza un attimo di esitazione. Siete pronti?”; il post, poi, è stato rimosso, ma la sostanza è rimasta quella.
Gao Zhikai, vicedirettore del Centro per la Cina e la Globalizzazione e accademico di primissimo piano, ha addirittura tirato in ballo la vecchia clausola dello Stato nemico: è un articolo della Carta delle Nazioni Unite dedicato agli ex membri dell’Asse, e prevede che se uno di questi Stati tenta di “riprendere una politica aggressiva”, gli altri Stati membri dell’ONU possono adottare misure coercitive, anche militari, senza l’autorizzazione del Consiglio di Sicurezza. A logica, Washington non avrebbe potuto chiedere di meglio: finalmente il principale alleato nel Pacifico arriva ai ferri corti col Grande Nemico – un po’ tipo come quando l’Unione europea si martella i coglioni provocando la Russia, ma meglio. Eppure, ecco che Trump, tipo Grisù il draghetto, invece di soffiare sul fuoco (come era lecito aspettarsi), decide che da grande vuole fare il pompiere: come ricostruisce il Wall Street Journal, prima si è sentito al telefono con Xi, e “più tardi, quello stesso giorno, ha organizzato una chiamata con Takaichi e le ha consigliato di non provocare Pechino sulla questione della sovranità di Taiwan”; la domanda è perché?
La tesi del Journal sembra piuttosto chiara: poco prima, in un altro articolo, aveva sottolineato come a chiedere la chiamata fosse stato lo stesso Xi; “una mossa diplomatica insolita”, commenta l’articolo; Pechino, infatti, raramente chiede per primo una chiamata e, quando lo fa (se lo fa), si premura certosinamente che non arrivi alla stampa in questi termini, ma che, al limite, si parli sempre rigorosamente di invito reciproco o di richiesta congiunta. Con questo secondo articolo, il Wall Street Journal cerca di completare il suo puzzle: Trump sarebbe terrorizzato dalla possibilità che Pechino possa venir meno alla “promessa di acquistare più prodotti agricoli americani”, una preoccupazione di basso cabotaggio, di carattere sostanzialmente elettoralistico, in nome della quale, però, Trump sarebbe pronto a mettere in difficoltà un alleato così strategico e così fondamentale per difendere il giardino ordinato dalle invasioni barbariche; “Un messaggio preoccupante”, sottolinea il Journal. E’ la stessa narrazione che la propaganda NeoCon ha cercato di imporre con la pubblicazione dell’intercettazione della telefonata tra Witkoff e Ushakov: Trump e il suo cerchio magico di amici degli oligarchi che tramano contro la democrazia americana e l’Occidente.
Ma, in realtà, oltre alla soia e alle trame di Forrest Trump, ci potrebbe essere un altro motivo molto più serio; come abbiamo raccontato innumerevoli volte negli ultimi mesi, la tenuta dell’economia USA è ormai completamente dipendente dalla bolla dell’Intelligenza Artificiale, una bolla che è sempre più sul punto di esplodere: Gli investitori si aspettavano che l’uso dell’intelligenza artificiale aumentasse vertiginosamente, titolava di nuovo ieri l’Economist, ma, denunciava, questa cosa non sta accadendo. Intanto, rilanciava sempre ieri il Financial Times, La Cina supera gli Stati Uniti nel mercato globale dei modelli “open” di intelligenza artificiale”: una minaccia esistenziale. La maggior parte delle principali aziende tecnologiche USA, infatti, ricorda il Financial Times, continua a sviluppare modelli di business chiusi, e cioè, che si basano sul “pieno controllo delle tecnologie” e sulla loro vendita “attraverso abbonamenti o accordi aziendali”; la concorrenza di modelli aperti e gratuiti che, per la stragrande maggioranza delle applicazioni, svolgono altrettanto bene il loro compito (se non meglio), è potenzialmente devastante. Gli aspetti a dir poco discutibili del modello di business su cui si fonda la più grossa bolla speculativa della storia del capitalismo sono talmente tanti che, nelle ultime settimane, da parte di aziende e investitori si è fatta strada la richiesta al governo di mandare un messaggio chiaro per rassicurare i mercati: l’idea è che, come per i colossi bancari nel 2008, la Casa Bianca faccia capire agli investitori che se qualcosa dovesse andare storto, loro comunque non hanno niente da temere e a rimetterci saranno solo i contribuenti.
Ne avevamo parlato, giusto un paio di settimane fa, in questo video: è la logica del too big to fail – o, se preferite, della privatizzazione dei guadagni e della socializzazione delle perdite, il mantra del capitalismo finanziario contemporaneo. Nel frattempo, le cose sono cambiate, in peggio: David Sacks è l’influente membro della PayPal Mafia che Trump ha voluto nominare Zar delle criptovalute e dell’intelligenza artificiale. Meno di un mese fa, si era esposto pubblicamente negando ogni ipotesi di salvataggi da parte del governo federale: “Non ci sarà un salvataggio federale per l’Intelligenza artificiale” aveva dichiarato; “Nessuno parla di un salvataggio”. Tre giorni fa, i toni erano cambiati: “Stando alle stime”, ha scritto sul suo profilo X, “gli investimenti legati all’intelligenza artificiale rappresentano metà della crescita del PIL. Un’inversione di tendenza scatenerebbe una recessione. Non possiamo permetterci di tornare indietro”. Poche ore dopo, la Casa Bianca emanava un ordine esecutivo che ufficializzava l’inizio della Missione Genesis: “Oggi”, si legge nell’ordine esecutivo, “l’America è impegnata in una corsa per il predominio tecnologico globale nello sviluppo dell’Intelligenza Artificiale”: a tal fine, riconosciamo “la necessità di investire nell’IA per accelerare il progresso scientifico”, uno sforzo paragonabile “al progetto Manhattan, che fu determinante per la vittoria della seconda guerra mondiale”; entro 90 giorni, il Dipartimento dell’Energia dovrà individuare “le risorse di elaborazione e archiviazione a supporto della Missione” – e, cioè, i partner privati da riempire di soldi pubblici per garantirgli quelle entrate che le aziende private non gli stanno garantendo, un paracadute che, ancora prima di garantire la sostenibilità del business nel prossimo futuro, serve a garantire agli investitori che i loro soldi non sono a rischio perché, mal che vada, a tappare i buchi ci penserà il governo federale.
Cosa c’entra tutto questo con Cina e Giappone che si prendono a pizze per Taiwan? Il punto è che, come è ben noto, a Taiwan si producono poco meno dell’80% dei chip di ultima generazione (quelli dai 7 nanometri in giù, per intenderci) e sostanzialmente tutti i chip di ultima generazione di NVIDIA, che è il vero cuore pulsante della bolla AI; gli USA lo sanno bene, e, a partire dal Chips Act del 2022, hanno messo una quantità sconfinata di quattrini sul piatto per correre ai ripari e riportare la produzione negli USA, dove, ancora nel 1990, si produceva circa il 40% dei chip di tutto il mondo e ora siamo attorno al 10% – che, però, diventa praticamente zero per quelli più avanzati: da allora, sono stati annunciati oltre 100 progetti in 28 Stati e oltre 500 miliardi di investimenti privati, ma i risultati tardano ad arrivare. L’unica ad avere fatto un passo avanti significativo, dopo una serie infinita di ritardi e di difficoltà, è la mega fabbrica della TSMC in Arizona che, in settembre, ha dovuto sospendere temporaneamente la produzione per un blackout; i nuovi impianti di Intel erano previsti per quest’anno, ma sono stati rimandati a dopo il 2030: se in questi 5/7 anni a Taiwan ci dovesse essere qualche ostacolo alle esportazioni, potrebbe essere il colpo mortale per l’intera bolla dell’AI e, forse, per l’intera economia statunitense. E, forse, non è nemmeno necessario che si verifichi concretamente qualche problema: anche il semplice rischio che si possa verificare potrebbe essere sufficiente a far saltare tutto per aria, e la Cina ha dimostrato più volte di essere in grado di imporre un assedio all’isola nell’arco di poche ore senza che gli USA e i suoi alleati siano in grado di farci niente. Insomma: li tiene letteralmente per le palle (come se il monopolio delle terre rare non fosse sufficiente); così, a occhio, se la sono costruita benino, diciamo.
Ovviamente, la Cina non ha nessunissima intenzione di ricorrere all’uso della forza così, a cazzo: non è mica gli Stati Uniti, o un paese dell’Unione europea; ma se gli alleati USA nel Pacifico – e, in particolare, il Giappone, che non ha mai rinnegato il suo passato fascista e colonialista – innescano un’escalation, una forma di assedio potrebbe rimanere il modo meno cruento per raggiungere l’obiettivo della riunificazione prima che sia troppo tardi. Come in Ucraina, Trump, che è un farabutto, ma non un invasato, potrebbe aver realizzato che c’è poco da fare i gradassi e potrebbe aver cercato di spiegarlo anche a Tamagochi – che, invece, è invasata eccome, come una von der Leyen o un Carletto Calenda qualsiasi. Il declino dell’impero non è un pranzo di gala, ma è la cosa più bella che potesse succedere, e sta accadendo esattamente ora, sotto i nostri occhi; l’unico ostacolo che rimane sono le nostre classi dirigenti, che vivono in una realtà parallela tutta loro e che sono pronte a trascinarci tutti nel baratro, pur di non ammettere la loro disfatta: vanno mandati tutti a casa, prima che sia troppo tardi. Per farlo, serve come il pane un vero e proprio media che, invece che il loro universo fantasy, racconti il mondo per quel che è. Aiutaci a costruirlo: metti mi piace a questo video, condividilo, ma (soprattutto) aderisci alla campagna di sottoscrizione di Ottolina Tv su GoFundMe e su PayPal.
E chi non aderisce è Federico bretella Rampini










