L’intelligenza artificiale ha già fatto più vittime del previsto: secondo Bloomberg, le aziende che usano intelligenza artificiale da oltre un anno hanno già mandato a casa quasi il 10% dei lavoratori; vabbè, saranno compensati da chi l’intelligenza artificiale la produce, no? Colcazzo! L’Europa ha solo una grande azienda nella filiera dell’AI, l’olandese ASML: ha visto crescere i profitti del 23%, ma ha appena annunciato 1700 licenziamenti; d’altronde, le rivoluzioni non sono pranzi di gala e la rivoluzione dell’intelligenza artificiale è l’unica speranza che abbiamo per tenere in piedi il capitalismo euroatlantico. Peccato, però, che, stringi stringi, non abbia niente di rivoluzionario; nonostante la quantità sterminata di investimenti e il ritorno delle politiche industriali dello Stato, tutto procede secondo il vecchio copione: a comandare sono le corporation, che inseguono i profitti e non sono in grado di pianificare niente. Risultato? Abbiamo ereditato un notevole vantaggio tecnologico, ma non sappiamo come alimentarlo. Ford c’ha visto l’affare e ha deciso di dedicarsi alle batterie; peccato che, per produrle, abbia dovuto chiedere la licenza alla cinese CATL e ora il congresso USA gli ha dichiarato guerra, mentre in Cina, in appena 4 anni, hanno installato più capacità energetica di quanta ce ne sia in tutto negli USA.
Ma andiamo per gradi; la bolla AI è l’ultima ancora di salvataggio del capitalismo globale, ma, purtroppo, l’Europa è completamente fuori dai giochi a parte per una piccola, ma significativa, eccezione: ASML, il monopolista olandese delle gigantesche e sofisticatissime macchine per la produzione dei chip di ultimissima generazione che, nel 2025, ha registrato profitti record per 11,5 miliardi. Un risultato straordinario; ancora a luglio, di fronte alla guerra dei dazi scatenata da Trump, avevano espresso timori sulla crescita futura: è finita con un bel +20% di fatturato e, soprattutto, +23% di utili. Peccato, però, che chi li ha generati col suo lavoro non abbia molto da festeggiare: nonostante i risultati record, infatti, ieri ASML ha annunciato un taglio di quasi 2.000 posti di lavoro; servono per migliorare ancora l’andamento delle azioni, che sarà pompato da 12 miliardi di euro destinati a ricomprare le azioni. Si andranno ad aggiungere al clamoroso +80% registrato negli ultimi 12 mesi, che indovinate un po’ chi ha avvantaggiato più di tutti? Esatto: BlackRock e Vanguard, di gran lunga gli azionisti principali; chi l’avrebbe mai detto, eh? E se si tagliano i posti di lavoro nelle aziende che forniscono intelligenza artificiale, figuratevi dove si compra…
Bloomberg e Morgan Stanley hanno appena pubblicato i risultati di una nuova ricerca; hanno condotto una lunga serie di interviste ad aziende britanniche, tedesche, statunitensi, giapponesi e australiane che utilizzano in modo capillare l’intelligenza artificiale in 5 settori: commercio al dettaglio, immobiliare, trasporti, apparecchiature sanitarie e automobili. Il risultato è indicativo: la produttività sarebbe aumentata di oltre il 10%, che è un risultato notevole – che, però, le aziende hanno utilizzato per mandare a casa un po’ di gente: dal 4% di Australia e Germania al 7 del Giappone, ad addirittura l’8 della Gran Bretagna. L’unica eccezione, guarda caso, sono gli USA, dove, invece, hanno aumentato la forza lavoro del 2%: la mia tesi campista e complottista? Le aziende statunitensi, che sono sostenute dalle ambizioni di dominio globale di Washington, sono intenzionate ad utilizzare questo aumento di produttività per mangiarsi fette di mercato e stabilire nuovi monopoli; le aziende della periferia dell’impero, che non possono contare sul sostegno di Washington, si limitano a tagliare un po’ i costi per migliorare i conti e far crescere il prezzo delle azioni che, come nel caso di ASML, spesso sono in buona parte in mano ai colossi USA del risparmio gestito. Alla fine del giro, gli USA ci guadagnano nuovi oligopoli e nuova ricchezza finanziaria e noi ci perdiamo qualche altra decina di migliaia di posti di lavoro; e che sarà mai…
Ma cannibalizzare la concorrenza, per Washington, potrebbe non bastare; a distanza di 10 anni dall’articolo sullo Stato Innovatore che ha fatto epoca, Marianna Mazzucato torna a dire la sua sulla strategia industriale USA dalle pagine di Foreign Affairs: dieci anni fa, l’obiettivo era dimostrare che la retorica neoliberista sulle virtù del mercato era fuffa e che le principali innovazioni USA erano merito di un “governo federale che era stato disposto ad assumersi rischi che il capitale privato non avrebbe corso, e abbastanza paziente da finanziare ricerche decennali”. Da allora, lo Stato è tornato al centro – e ben prima di Trump: “Il presidente Joe Biden”, ricorda Mazzucato, “è stato il primo a rompere il tabù della politica industriale con una serie di misure legislative volte a catalizzare gli investimenti privati nei semiconduttori, nell’energia pulita e nella produzione avanzata”; grazie a iniziative come il Chips Act, Biden si è assicurato investimenti come quello da 40 miliardi di TSMC in Arizona, che è in assoluto “il più grande investimento diretto estero nella storia degli Stati Uniti”. E, dopo Biden, anche Trump “ha abbracciato la politica industriale”; peccato, sottolinea Mazzucato, che lo facciano “in modo completamente sbagliato”. Il punto è che il potere negli USA è in mano alle corporation, e anche quando il governo federale si mette in testa di tornare a fare politiche industriali, la pianificazione viene comunque delegata alle società private che, però, hanno un unico obiettivo – e cioè, banalmente, massimizzare i profitti; e all’interno del sistema di mercato non esiste nessun meccanismo che garantisce che le scelte decentralizzate prese dalle singole corporation si traducano in un avanzamento complessivo del sistema produttivo, e questo, come scrive l’economista Nadia Garbellini, porta a “instabilità ricorrente, sottoutilizzo della capacità produttiva e incapacità di perseguire una crescita a lungo termine”.
In Cina, invece, la pianificazione è affidata allo Stato, che non delega alle corporation, ma, al contrario, utilizza le corporation per massimizzare l’efficienza mettendole in concorrenza tra loro; per spiegare la differenza, Garbellini rispolvera un acronimo coniato dal suo maestro Luigi Pasinetti, tra i principali economisti del secolo scorso: è l’acronimo VIS, che sta per vertically hyper-integrated sectors (settori iper-integrati verticalmente), che non è, banalmente, la catena di fornitura che è emersa spontaneamente dall’interazione tra le forze di mercato, ma un vero e proprio sistema produttivo dove ogni fase della produzione è stata diligentemente pianificata per ottenere un risultato determinato. Come scrive Garbellini, “Se lasciati alle forze di mercato, tali sistemi tendono a frammentarsi, rilocalizzarsi e riorganizzarsi in base a considerazioni di costo a breve termine volte alla massimizzazione del profitto, minando la loro coerenza interna. Se sottoposti a pianificazione pubblica, al contrario, possono funzionare come sistemi stabili e coordinati, orientati a specifici obiettivi di sviluppo“; e “da questa prospettiva”, continua Garbellini, “il ruolo dello Stato non è quello di stimolare indirettamente gli investimenti privati attraverso incentivi o gestione della domanda macroeconomica, ma di governare direttamente la sequenza, la composizione, la distribuzione geografica e la tempistica degli investimenti necessari per raggiungere determinati obiettivi”. Non sappiamo se e quanto i cinesi abbiano mai studiato Pasinetti, ma sappiamo che, da questo punto di vista, stanno facendo la cosa giusta; ed è costretto ad ammetterlo lo stesso Foreign Affairs: La strategia economica della Cina funziona, titolano. Tradotto, significa che anche se probabilmente, ancora per un po’, dovranno scontare qualche ritardo tecnologico rispetto alla potenza leader del mondo libero e democratico, quando si tratta di mettere in fila tutti i tassellini sono già un bel pezzo avanti.
Per l’intelligenza artificiale, uno dei tassellini fondamentali, come è noto, è l’energia elettrica e – te guarda, a volte, il caso – proprio “per dominare le industrie emergenti del futuro”, sottolinea Bloomberg, “la Cina sta vivendo un boom nel settore energetico senza precedenti al mondo”: secondo i dati pubblicati ieri dalla National Energy Administration, solo negli ultimi 4 anni la Cina ha aggiunto nuova capacità energetica per una cifra superiore all’intera capacità energetica installata in tutti gli USA e, solo l’anno scorso, una quantità superiore all’intera capacità energetica indiana e circa due volte quella di Germania, Giappone, Brasile o Russia; e, in larghissima maggioranza, si tratta di solare e di eolico. E’ il frutto di una catena verticale iper-integrata che va dalle miniere sparse per mezzo pianeta alla presa di casa, che ha garantito alla Cina il primato produttivo su tutti i passaggi intermedi, a partire dalla produzione delle batterie che oggi spingono le grandi corporation USA a corteggiare Pechino, mandando nel panico Washington. Nel 2023, Ford aveva annunciato una partnership col colosso cinese delle batterie CATL per produrre batterie nel Michigan; non è ancora entrata in funzione, che ecco che Ford già rilancia: martedì ha dichiarato di voler trasformare un impianto nel Kentucky in un centro per la produzione di batterie di accumulo di energia per data center dedicati all’intelligenza artificiale, su licenza sempre di CATL.
D’altronde, Ford non fa che seguire la logica del profitto: come sottolinea il Financial Times, ha bisogno di esplorare nuovi mercati “per mitigare le perdite derivanti dalla sua sfortunata transizione ai veicoli elettrici”; solo che, perseguendo la massimizzazione del profitto, va contro gli obiettivi politici del governo USA, che prima non ha fatto niente per organizzare un “sistema integrale iper-integrato” in grado di fare competizione a quello cinese, e ora non gli rimane altro che provare a vietare a Ford di fare da sola. Come riportato sempre dal Financial Times, martedì John Moolenaar, presidente della commissione per la Cina della Camera dei rappresentanti, ha scritto all’amministratore delegato di Ford, Jim Farley, rimproverandolo: “La Cina rappresenta una seria minaccia per l’indipendenza della nostra catena di approvvigionamento”, ha scritto, e “come sapete, la nostra industria automobilistica non è immune a questa sfida”. Insomma: invece che avere una strategia, fanno la predica; per invertire 5 decenni di deindustrializzazione e Make America Great Again, un po’ pochino… I “mercati” hanno cominciato a realizzarlo; tendenzialmente, evitano di dirlo ad alta voce perché, a quanto pare, Zio Donald più
invecchia e più diventa incazzereccio, e non si sa mai come può reagire. Ogni reazione sopra le righe rende il declino USA sempre più irreversibile, però, intanto, il danno te l’ha fatto, come un rapinatore tossico; poi, magari, va in galera e si rovina la vita, ma non è un buon motivo, nel frattempo, per rischiare di prendersi una coltellata.
I segnali sottobanco, però, ormai sono chiari: quando, in tutto il mondo, era più facile pensare alla fine del mondo che alla fine del dominio USA, ogni qualvolta era in vista una crisi geopolitica i capitali di tutto il mondo correvano a fare incetta di dollari e di titoli del debito USA, considerati il porto sicuro per eccellenza. Non più: mentre gli USA minacciano l’ennesima aggressione illegale – che, a questo giro, toccherebbe all’Iran – i porti sicuri scelti dai capitali si chiamano oro, ma anche argento e pure rame. Solo lunedì scorso, il mondo salutava con stupore la prima volta dell’oro sopra i 5 mila dollari l’oncia; 3 giorni dopo, ha superato abbondantemente i 5500. Negli ultimi 3 mesi, l’argento ha guadagnato il 150%; il rame, in 24 ore, il 10: ormai la domanda non è più se gli investitori venderanno asset in dollari, ma quanti ne venderanno e chi lo farà per primo. Questo decennio non passerà alla storia come il decennio che ha visto la Cina superare gli USA, ma come il decennio che ha reso chiaro a tutti che la pianificazione è superiore al mercato, una trasformazione che è inutile vi affanniate a cercare nelle analisi dei sacerdoti del mainstream, per quanto progressisti vi sembrino, e che per essere raccontata richiede un vero e proprio media nuovo di zecca che, invece che alle superstizioni delle vecchie élite, faccia da megafono agli interessi concreti del 99%. Aiutaci a costruirlo: metti mi piace a questo video, condividilo e aderisci alla campagna di sottoscrizione di Ottolina Tv su GoFundMe e su PayPal.
E chi non aderisce è Federico Rampini









