Il Marru
Politica industriale USA e lo stato dell’arte cinese
Negli Stati Uniti è tornata di moda la politica industriale, ma più come parola d’ordine che come progetto coerente: ne parla Mariana Mazzucato in questo articolo su Foreign Affairs: “Making Industrial Strategy Great Again”, ricordando che gli USA hanno già fatto politica industriale con successo, ma che senza istituzioni, missioni chiare e coordinamento pubblico-privato, il rischio è di ridurla a protezionismo improvvisato e propaganda elettorale.
Sul fronte opposto, la Cina continua a usare l’economia come strumento di potere con una certa efficacia; sempre su Foreign Affairs, questo articolo spiega perché la statecraft economica cinese “funziona” nonostante inefficienze e contraddizioni: non un piano onnisciente, ma una cassetta degli attrezzi adattabile ai contesti politici e geopolitici.
Medio Oriente: la nuova mappa delle alleanze
Nel Medio Oriente, invece, la mappa delle alleanze si è fatta più complessa; Foreign Policy racconta la nascita di due “squadre” regionali rivali, con Arabia Saudita, Emirati, Israele e altri attori che si muovono per coalizioni variabili più che per blocchi rigidi; un quadro che rende sempre più fragile l’idea di un ordine regionale gestibile da Washington.
Tecnologia e complesso militare-industriale
A complicare ulteriormente il quadro c’è la militarizzazione dell’innovazione tecnologica. Su Naked Capitalism, questo lungo e caustico pezzo descrive la fusione tra Silicon Valley, venture capital e complesso militare: un “Military–Industrial–Venture Complex” dove la logica del “move fast and break things” entra in collisione con sistemi d’arma che, per definizione, non dovrebbero mai rompersi.
L’Europa e il mondo multipolare
Nel frattempo, l’Europa prova a ritagliarsi spazi in un mondo multipolare: Asia Times legge il viaggio di Keir Starmer in Cina come il segnale che Londra non vuole “scegliere un blocco”, ma giocare di sponda tra USA e Pechino.
Finanza globale: chi comanda davvero?
Ma il vero nervo scoperto resta la finanza globale; sempre Asia Times si chiede chi abbia davvero il coltello dalla parte del manico: Trump o il mercato dei Treasury? La risposta è meno ideologica di quanto sembri: i titoli USA sono diffusi in mano a investitori privati globali, e “punire” Washington vendendoli è molto più difficile che evocarlo in un talk show.
Intanto Reuters segnala che, a un anno dall’insediamento di Donald Trump, il pivot to China di molti Paesi sta accelerando, mentre il South China Morning Post si chiede se gli asset USA siano ancora davvero il “porto sicuro” per eccellenza.
Mercati valutari e tendenze economiche
Bloomberg completa il quadro dal lato dei mercati: l’apertura esplicita di Trump a un dollaro più debole viene letta come l’inizio di un possibile trend strutturale, e il fatto che il presidente dica di “non essere preoccupato” non ha esattamente tranquillizzato gli investitori.
Nel frattempo, Bloomberg Opinion avverte che l’Europa non sta ancora beneficiando davvero di eventuali flussi di capitale “anti-USA”; e mentre l’Asia corre — con la Corea del Sud che supera la Germania in capitalizzazione di mercato grazie all’euforia su AI e robotica — il Wall Street Journal ricorda un fatto scomodo: per quanto Bruxelles possa “fare la dura” con Trump, l’Europa ha ancora un disperato bisogno degli Stati Uniti.
Il Soddu
Australia e Cina: il caso del porto di Darwin
Il porto di Darwin torna improvvisamente a essere una questione di sicurezza nazionale; questo perché qualcuno a Canberra ha ricordato di averlo dato in concessione per 99 anni a una società cinese nel 2015: Landbridge Group. Affare firmato, soldi incassati, applausi bipartisan; poi gli Stati Uniti serrano le fila: panico.
Bloomberg racconta che Pechino sta seguendo la vicenda “molto da vicino”. Se provate a stracciare un contratto commerciale firmato secondo le vostre stesse leggi, poi non fate i moralisti sul libero mercato! Il governo australiano discute apertamente se riacquisire il porto; valore stimato: oltre 500 milioni di dollari australiani. Non bruscolini.
Nel frattempo Darwin resta lì, porto civile, nessuna base militare cinese e nessuna bandiera rossa sul molo, ma è a pochi chilometri da installazioni militari USA, e questo basta: la cosa divertente è che per dieci anni nessuno ha detto nulla; ora, invece, il porto è diventato improvvisamente “sensibile”.
Filippine e USA: esercitazioni su scoglio conteso
Gli Stati Uniti e le Filippine fanno esercitazioni militari congiunte su uno scoglio conteso nel Mar Cinese Meridionale, uno di quelli che spunta solo con la bassa marea, ma che (magicamente) diventa “strategico” appena ci passa una nave cinese: si chiama Second Thomas Shoal. Pechino lo rivendica, Manila pure; Washington, ovviamente, arriva a dare una mano con portaerei, radar e comunicati indignati.
Bloomberg racconta manovre navali, simulazioni di difesa costiera, cooperazione rafforzata; gli USA non mollano il cortile asiatico e usano le Filippine come avamposto mobile.
Il dettaglio interessante è che le esercitazioni arrivano mentre Manila continua a ricevere assistenza militare americana, incluse basi riaperte e accessi logistici, il tutto a poche centinaia di chilometri dalla costa cinese: se lo facesse Pechino davanti a San Diego scatterebbe l’apocalisse diplomatica; qui, invece, è “difesa dell’ordine internazionale”.
La Cina protesta, nota formale, linguaggio misurato: nessuna nave speronata oggi; ma il messaggio è chiarissimo: ogni esercitazione è un passo in più verso la militarizzazione permanente della regione.
Europa e Cina: il decoupling che non c’è
Il Financial Times mette nero su bianco una cosa che a Bruxelles fingono di non sapere: l’economia europea è ancora profondamente intrecciata con la Cina – commercio, componenti industriali, batterie, macchinari, chimica. Tutto.
Mentre si parla di “riduzione dei rischi”, le imprese europee continuano a esportare, importare e produrre in Cina; i numeri non calano, in alcuni settori crescono. Germania in testa: settore auto elettrica, macchinari industriali, beni intermedi.
Il punto del FT è semplice: la retorica politica va in una direzione; la realtà industriale nell’altra. Le aziende non si spostano perché Washington è nervosa; si spostano se conviene – e, al momento, spostarsi costa troppo.
Il giornale segnala come molti gruppi europei stiano adottando la formula “Cina più uno“: non uscire dalla Cina, ma aggiungere un piano B. Vietnam, Messico, India, ma senza mollare Pechino.
Morale: il decoupling non esiste. Esiste il marketing del decoupling; e mentre l’Europa discute di valori, le fabbriche continuano a fare bonifici.
Cina: le sanzioni occidentali che accelerano l’autonomia
Secondo un altro pezzo del Financial Times, le restrizioni occidentali sulla tecnologia cinese continuano a produrre un effetto collaterale fastidioso: spingono la Cina ad accelerare l’autonomia industriale – chip, software, filiere interne.
Mentre gli Usa bloccano esportazioni e aggiornano liste nere, le aziende cinesi aumentano investimenti domestici. Il FT parla apertamente di sostituzione tecnologica forzata, che non è un fallimento cinese: è un programma industriale accelerato. Il risultato? Aziende occidentali che perdono quote di mercato, fornitori europei tagliati fuori e clienti cinesi che imparano a fare da soli.
Il giornale ammette che molte misure pensate per “contenere” Pechino stanno rendendo il sistema cinese più chiuso, ma anche più autosufficiente: esattamente l’opposto di ciò che l’Occidente dice di volere.
In pratica: meno cooperazione, più competizione e zero controllo sul risultato finale. La Cina non si è fermata: ha preso nota e ha aperto i cantieri.
Taiwan: il bilancio militare “fantasy”
Il South China Morning Post racconta lo scontro interno a Taiwan sul piano di spesa militare proposto dal Partito Popolare di Taiwan; il ministero della Difesa lo ha definito apertamente “non realizzabile“, cioè si parla proprio di numeri buttati a caso.
Il piano prevedeva aumenti di spesa senza coperture chiare, programmi accelerati e acquisti militari realistici, il tutto mentre Taipei già fatica a reclutare personale e a gestire i sistemi esistenti. Il governo taiwanese accusa l’opposizione di usare la difesa come slogan elettorale: molti annunci e poca struttura. E, soprattutto, nessuna risposta a un problema chiave: mancano soldati, mancano tecnici e manca continuità.
Più si parla di guerra, più vengono fuori tutte le difficoltà di un’isola sempre più in balia delle acque.









