Mercati agitati: dollaro giù, oro su, lo yen torna a far paura. La giornata sui mercati si apre con un movimento che gli operatori conoscono bene: il dollaro arretra, l’oro sale; e al centro torna lo yen.
Secondo Bloomberg, il calo del dollaro è legato al rischio crescente di un intervento giapponese sul mercato valutario; Tokyo osserva con attenzione il rafforzamento dello yen, considerato troppo rapido e potenzialmente destabilizzante per l’economia esportatrice. Le parole di Sanae Takaichi, figura di primo piano della politica giapponese, hanno alimentato le aspettative: Takaichi ha avvertito che movimenti eccessivi sul cambio potrebbero richiedere risposte dirette, un messaggio interpretato dai mercati come un possibile ritorno alle operazioni di sostegno valutario. Lo yen ha così esteso i guadagni, mentre gli investitori hanno ridotto l’esposizione sul dollaro; in parallelo, l’oro è tornato a salire, sostenuto dal clima di incertezza e dalla ricerca di beni rifugio. Bloomberg segnala anche un aumento della volatilità sulle valute asiatiche, con diversi operatori che monitorano il rischio di interventi coordinati o azioni unilaterali del Giappone; la sensazione che il cambio yen-dollaro sia tornato una questione politica, non solo finanziaria (gli approfondimenti di Bloomberg qui e qui).
Giappone sotto pressione: valuta, politica e tensioni strategiche. Il Giappone attraversa una fase delicata, su più livelli: Asia Times descrive un quadro in cui la fragilità economica si intreccia con quella politica. La figura di Sanae Takaichi emerge come simbolo di questa tensione: il suo tentativo di rilancio politico viene paragonato a un momento Liz Truss, cioè a una fase ad alto rischio tra promesse economiche e reazione dei mercati. Il problema centrale resta lo yen: la debolezza della valuta ha sostenuto le esportazioni, ma ha anche aumentato il costo delle importazioni energetiche e alimentari. Il margine di manovra del governo si è ristretto: l’impostazione della destra giapponese, lungi dall’essere simile a quella della Meloni, è orientata alla spesa pubblica; e indovinate di che cosa sono acerrimi nemici i mercati? Avete indovinato: la spesa pubblica. Parallelamente, cresce la pressione strategica nel Nord-est asiatico; vi è un ritorno di dinamiche da Guerra Fredda. Corea del Nord, Stati Uniti, Giappone e Cina rafforzano posture militari e cooperazioni difensive: Tokyo sta rafforzando i sistemi antimissile e ampliando la cooperazione con Washington, scelte che alimentano reazioni a catena nella regione. Il risultato è un Giappone stretto tra tre fronti: stabilità finanziaria, consenso politico interno e crescente competizione militare regionale; un equilibrio instabile in cui anche una dichiarazione sul cambio può avere effetti immediati su mercati, alleanze e percezione internazionale del Paese (gli approfondimenti di Asia Times qui e qui).
Guerra tecnologica sul campo: come la Russia colpisce gli HIMARS. Il conflitto in Ucraina entra in una fase sempre più tecnologica: la Russia starebbe utilizzando una combinazione di rete satellitare Starlink, intelligenza artificiale e analisi dei dati per individuare e neutralizzare i sistemi HIMARS forniti dall’Occidente. L’uso di algoritmi consente di analizzare rapidamente movimenti, schemi logistici e firme operative; i lanciatori HIMARS, pur mobili, producono tracce individuabili nel tempo. Una volta identificati i modelli, entrano in gioco droni, munizioni circuitanti e attacchi mirati: l’obiettivo non è solo distruggere i sistemi, ma ridurne l’efficacia operativa costringendoli a spostamenti continui. Asia Times sottolinea che l’elemento chiave non è una singola tecnologia, ma l’integrazione tra raccolta dati, intelligenza artificiale e capacità di risposta rapida; il risultato è una riduzione della finestra operativa degli HIMARS, che devono agire in tempi sempre più brevi per evitare di essere localizzati. Il conflitto diventa così un laboratorio militare: meno centralità dell’arma in sé, più centralità della rete informativa che la circonda; una trasformazione che, secondo l’analisi, avrà effetti duraturi sulle dottrine militari future (l’approfondimento di Asia Times qui).
Dazi e contro-dazi: Washington minaccia il Canada, Pechino risponde. Secondo Guancha, gli Stati Uniti stanno valutando l’imposizione di dazi fino al 100% su alcuni prodotti canadesi – e meno male che Trump aveva detto che il Canada era libero di fare quello che voleva con la Cina… La misura, ancora in fase di minaccia politica, riguarda settori considerati sensibili per l’industria statunitense; l’obiettivo dichiarato è la protezione della produzione interna. La notizia ha suscitato reazioni immediate, in particolare da parte della Cina, che ha risposto criticando l’uso dei dazi come strumento di pressione politica: Pechino sottolinea che l’estensione delle barriere commerciali rischia di colpire l’intera catena nordamericana di approvvigionamento; molti prodotti canadesi sono infatti integrati nei processi industriali statunitensi. Secondo l’analisi riportata, l’eventuale mossa americana potrebbe innescare nuove tensioni commerciali in un momento già segnato da frammentazione economica globale. La Cina osserva con attenzione anche per un motivo più ampio: l’uso dei dazi come strumento sistemico; non più solo contro Pechino, ma anche contro alleati storici. Il messaggio che emerge è chiaro: la politica commerciale statunitense si muove sempre più su base conflittuale, con effetti che vanno oltre i rapporti bilaterali (qui l’approfondimento di Guancha).
Stati Uniti: Minneapolis sotto tensione, Trump e l’immigrazione. Negli Stati Uniti la politica sull’immigrazione esplode da giorni su tutte le prime pagine: secondo il Financial Times, il presidente Donald Trump si trova sotto pressione crescente per la sua stretta sull’immigrazione, dopo che agenti federali hanno ucciso un’altra persona a Minneapolis durante un’operazione di contrasto agli immigrati; alcuni repubblicani hanno criticato l’approccio duro di Trump e c’è un dibattito interno sulla strategia di enforcement. Le proteste e le tensioni nella città del Minnesota si inseriscono in un contesto più ampio: Operation Metro Surge, una vasta operazione di Immigration and Customs Enforcement (ICE) che ha portato all’arresto di migliaia di persone e alla morte di civili, ha suscitato proteste diffuse e richieste di riforma; una rete di cittadini e attivisti si è mobilitata per chiedere responsabilità alle autorità, con manifestazioni e campagne sociali in molte città (qui l’approfondimento del Financial Times).
Minneapolis si trova al centro di un’ondata di proteste senza precedenti: la città sta “reagendo a un violento ciclo di uccisioni”. La seconda uccisione nello stesso mese ha aumentato la frustrazione della comunità: manifestazioni spontanee e organizzate sono in corso, con cittadini e leader locali che chiedono responsabilità e trasparenza. Il fenomeno si intreccia con proteste su scala più ampia negli Stati Uniti contro le azioni dell’ICE: secondo vari resoconti, i manifestanti chiedono la fine delle tattiche aggressive e l’abolizione, o una riforma profonda, dell’agenzia federale; la mobilitazione non si limita a Minneapolis, ma si è estesa ad altre città con marce, sit-in e eventi di solidarietà. Il quadro è quello di una città e di una comunità in fermento, con tensioni che riflettono un confronto nazionale su immigrazione, diritti civili e metodi dell’ICE, sempre più simile ad una vera e propria squadraccia (qui l’approfondimento del Financial Times).
Messico: un miliardario che sfida Morena. L’ascesa di Ricardo Salinas Pliego, uno degli uomini più ricchi del Messico, si sta imponendo come figura politica alla nostra amata presidente Claudia Sheinbaum: Salinas è noto per la sua stile combattivo e per il sostegno a leader di destra come Nayib Bukele e Javier Milei. Anche se Morena detiene la presidenza, la maggioranza in Congresso e controllo istituzionale, Salinas ha lanciato un movimento civico contro la corruzione e la violenza: le sue ambizioni politiche includono la possibilità di una corsa presidenziale nel 2030, sostenuta da sondaggi che lo vedono come potenziale favorito fra gli elettori che desiderano un leader d’impresa; questo mentre è coinvolto in una disputa fiscale da oltre 4,2 miliardi di dollari, che lui definisce persecuzione politica. Il suo impero comprende broadcaster, banca, retailer e altri settori; il suo discorso politico si concentra su libertà individuale e riduzione del ruolo dello Stato, mentre critica le politiche sociali popolari di Morena. Questo personaggio è inquietante perché si inserisce nel club dei nuovi leader emergenti latinoamericani anarcocapitalisti cresciuti a pane e Washington; inoltre è lanciatissimo sui giornali yankee (qui l’approfondimento del Financial Times).










Grazie ottolina