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Cosa pensano in Russia del piano di Trump e di come hanno reagito a Bruxelles?

OttoParlante - La newsletter di Ottolina (24/11/25)

OttolinaTV by OttolinaTV
24/11/2025
in Articoli, Asia, Cina, Economia, Europa, Russia, U.S.A.
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Il Marru

”In questo momento”, sottolinea Ria Novosti, “l’uomo che si autoproclama presidente dell’Ucraina è in pessime condizioni”: “Sul fronte, perché le Forze Armate russe stanno avanzando con successo e non accennano a fermarsi. Nella vita privata, perché i suoi amici, compari e sponsor sono stati riclassificati come criminali ricercati. In politica, perché tutti i nemici che si è fatto negli ultimi anni si sono improvvisamente risvegliati. Ed economicamente, perché l’Unione europea ha esaurito i fondi”; l’agenzia di stampa russa sottolinea come, indebolito da questo fuoco incrociato, Zelensky non si potesse in nessun modo permettere di respingere il piano USA e, quindi, come abbia cercato di “chiedere una discussione sui dettagli per guadagnare più tempo possibile e poi coinvolgere un gruppo di sostegno dell’Unione europea per guadagnare ancora più tempo”. E qualche risultato l’ha portato a casa: “Inizialmente, il presidente degli Stati Uniti ha dichiarato che la proposta all’Ucraina non era definitiva. Poi ha esteso il suo ultimatum a tempo indeterminato”; e quando, poi, Narco Rubio ha incontrato le delegazioni di Kiev e dell’Ue a Ginevra, ecco che sono spuntati gli emendamenti che impedirebbero alla Russia di sostenere il piano. Non c’è da stupirsi, sottolinea Ria Novosti: Rubio, infatti, “è un vero e proprio falco russofobo” e se il piano originale USA era così avaro di concessioni per Kiev, è semplicemente grazie al fatto che a redigerlo sono stati Jarod Kushner, Steve Witkoff e JD Vance, e Rubio è stato interpellato solo a giochi fatti; “La versione originale del piano era tutt’altro che ideale” sottolinea Ria Novosti, ma, perlomeno, “per la prima volta nella storia dei tentativi di accordo” teneva conto “delle condizioni fondamentali per la Russia”. Gli “emendamenti europei”, sostenuti da Rubio, tornano al vecchio schema, e “rovineranno inevitabilmente tutto il resto”; “Il compito della diplomazia russa”, quindi, “è aprire gli occhi agli americani sul fatto che non ci si può aspettare nessuna azione costruttiva da parte dell’Europa, ma solo interferenze”. “Gli europei continuano a comportarsi come se avessero vinto la guerra contro la Russia”, sottolinea l’agenzia: l’unica possibilità, continua l’articolo, è che Zelensky si ritrovi ora “senza armi né intelligence” e sia costretto ad accettare le condizioni della Russia, “le uniche possibili per arrivare a una pace”. L’obiettivo di Zelensky sarebbe quello di prendere tempo “sperando in un miracolo”, come dopo Anchorage: i due obiettivi più ravvicinati sarebbero resistere “a questo inverno molto difficile” e arrivare alle elezioni di aprile in Ungheria, dove Orban potrebbe perdere e l’Europa si troverebbe nelle condizioni di aumentare il suo sostegno a Kiev; ma, soprattutto, arrivare all’inizio del 2027 nella speranza che le elezioni di midterm azzoppino definitivamente l’amministrazione Trump. 

 

Sulla genesi della versione originale del piano di pace torna anche Bloomberg con una lunga esclusiva:

 

Foreign Policy torna sulla dialettica tra Narco Rubio e il resto dell’amministrazione Trump.

 

Il sempre puntualissimo Gianandrea Gaiani, invece, si concentra sulla situazione sul fronte.

 

Intanto, continuano le prove generali nel Mar Baltico; ieri sono iniziate le manovre militari dell’esercitazione denominata Freezing Winds 25: 5.000 militari, caccia, elicotteri e una ventina di navi di Belgio, Danimarca, Estonia, Francia, Germania, Lettonia, Lituania, Paesi Bassi, Polonia e Stati Uniti. Obiettivo, riporta Ria Novosti, esercitarsi “nella protezione delle comunicazioni marittime e delle infrastrutture critiche” “nelle azioni difensive durante gli sbarchi anfibi” e “nelle operazioni navali congiunte con le forze costiere”.

 

Nel frattempo, a Johannesburg è andato in scena il primo G20 senza USA. Il Financial Times fa un bilancio ottimistico.

 

Il Washington Post torna sulla rottura nel campo MAGA dopo le dimissioni di Marjorie Taylor Greene.

 

 

Il Soddu

Sovranità e diplomazia: scende in campo anche Hong Kong. La giornata asiatica ed europea si è mossa lungo una direttrice molto chiara: la Cina sta ridefinendo tono e perimetro della sua diplomazia. A Hong Kong, il leader John Lee ha messo in discussione la solidità dei legami con il Giappone dopo le dichiarazioni di Tokyo su Taiwan, segnalando che perfino l’ex colonia britannica entra nel gioco della pressione diplomatica: è un gesto che non arriva da Pechino in modo diretto, ma che risulta particolarmente eccezionale perché Hong Kong raramente interviene in modo così netto su dossier di politica estera. In parallelo, da Pechino arriva l’ennesimo richiamo ufficiale al Giappone affinché “rifletta e corregga quanto prima” le sue posizioni: un linguaggio che ricalca il lessico della diplomazia cinese quando si entra nel territorio dei core interests, Taiwan su tutti. Sul fronte europeo la posizione è diversa, ma il messaggio resta coerente: il premier Li Qiang, parlando alla Germania, invita Berlino a un approccio “razionale e pragmatico”, quasi a suggerire che le tensioni euro-cinesi sono un prodotto artificiale della politica e che il piano economico dovrebbe rimanere impermeabile alle frizioni geopolitiche. È un invito, ma anche un monito: la Cina sta dicendo che la partita industriale e tecnologica è troppo rilevante per essere sacrificata sull’altare delle tensioni sistemiche; nel complesso, si disegna un quadro che unisce assertività regionale, pressione retorica e disponibilità selettiva al dialogo con l’Europa. Ed è proprio questa asimmetria, dura in Asia, conciliante in Europa, a raccontare, più di ogni comunicato, la strategia di Pechino in questo momento: modulare la voce a seconda dell’interlocutore, mantenendo però una coerenza di fondo sul tema della sovranità e sull’ambizione di controllo della narrativa diplomatica (qui gli approfondimenti di Bloomberg, di Xinhua e del South China Morning Post).

 

Il verso dell’aquila testa calva? Chip, chip! Sul tavolo americano è stata discussa un’ipotesi che, fino a poche settimane fa, sarebbe sembrata paradossale: permettere a NVIDIA di vendere i nuovi chip H200 alla Cina; l’idea circola, in via confidenziale, negli ambienti vicini al team di Trump e indica che la logica dei controlli all’export potrebbe essere rimodulata più rapidamente del previsto. L’America vuole impedire a Pechino di scalare la frontiera tecnologica, ma, allo stesso tempo, NVIDIA è diventata troppo importante come motore strategico e finanziario per essere sacrificata in nome di una rigidità totale: è un equilibrio complicato che mostra le contraddizioni della potenza tecnologica statunitense; in questa cornice si inserisce il nuovo report sugli utili di NVIDIA, che ha letteralmente abbattuto i timori di una bolla AI. Il mercato è ancora convinto che la domanda sia strutturale, che i chip basati su architetture avanzate continueranno ad alimentare data center, modelli generativi e nuove applicazioni industriali; la traiettoria della società non è più solo una storia di innovazione: è diventata metronomo dei rapporti tra Stati Uniti, Cina e alleati, perché ogni trimestre di NVIDIA misura indirettamente l’elasticità del mercato globale dei semiconduttori. La combinazione di tensione geopolitica e crescita record crea un paradosso: più l’AI corre, più i governi tendono a interferire; più interferiscono, più aumenta il valore strategico di chi produce i chip. In altre parole, NVIDIA non è soltanto un’azienda: è un termometro del sistema internazionale ed è per questo che la discussione sulla vendita degli H200 alla Cina va considerata come un indicatore politico, oltre che economico (due approfondimenti di Bloomberg qui e qui).

 

La Cina progetta un nuovo Sole. La Cina ha annunciato l’apertura di un programma internazionale dedicato al suo reattore sperimentale di fusione nucleare, il cosiddetto sole artificiale; è una mossa che ha il sapore del soft-power scientifico: offrire accesso ai propri laboratori significa invitare il mondo a riconoscere la leadership cinese in uno dei campi più complessi e promettenti della ricerca contemporanea. La fusione è tanto un orizzonte tecnologico quanto un esercizio di immaginazione collettiva: è l’idea di un’energia pulita potenzialmente infinita, è la promessa che l’innovazione possa superare il vincolo politico e che la cooperazione internazionale possa sopravvivere alle tensioni del presente; la scelta cinese di aprire la porta arriva in un momento in cui il Paese sta cercando di ridefinire la sua identità esterna non solo attraverso i mercati o la geopolitica dura, ma mostrando la sua capacità di guidare la scienza internazionale. È un segnale culturale, oltre che tecnologico: l’ambizione di essere riconosciuta come potenza scientifica completa e non come semplice hub industriale. Il successo o il fallimento di questo modello di apertura dipenderà dai dettagli, chi potrà accedere, quali dati saranno condivisi, quali limiti verranno posti, ma il messaggio simbolico è chiaro: la Cina vuole che il futuro dell’energia porti anche il suo nome (qui l’approfondimento di Xinhua).

 

L’elefante indiano dei conservatori statunitensi. Il nuovo accordo commerciale fra India e Stati Uniti, atteso entro la fine di novembre e destinato a far crescere il loro commercio a 500 miliardi di dollari entro il 2030, sta già avendo un effetto domino nel Sud Asia: Paesi come il Pakistan osservano da vicino, non tanto per il bilaterale India-USA in sé, quanto per ciò che l’intesa potrebbe indicare circa l’impegno americano verso l’intera regione. Islamabad spera che, concluso il patto fra Washington e Nuova Delhi, anche gli altri Stati della regione ottengano trattamenti analoghi: ad esempio riduzioni tariffarie per beni prodotti con materie prime statunitensi, come tessuti di cotone USA, oppure l’apertura di nuove linee commerciali. Da un lato, l’India occupa una posizione di forza grazie alla sua dimensione e al suo rapporto bilaterale con gli Stati Uniti; dall’altro, i Paesi più piccoli temono di restare al margine se gli Stati Uniti concentrano le loro politiche solo su interlocutori strategici di grande scala: nel caso pakistano, alcuni punti dell’agenda USA-Pakistan sono già in corso, ma lo slancio finale appare vincolato alla definizione dell’accordo USA-India. In ambito accademico e di think-tank, il tema delle tariffe reciproche suscita preoccupazioni: l’applicazione di dazi elevati basati su formule legate al deficit USA può penalizzare il commercio e provocare ripercussioni nei Paesi che operano in catene globali del valore (qui un approfondimento di Dawn).

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