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Tag: guerra

Gli USA dichiarano guerra alla Cina e alla concorrenza (e Parabellum, nel suo piccolo, a Ottolina TV)

“Non esiste nessuna alternativa alla vittoria. La competizione dell’America con la Cina deve essere vinta, non gestita”; in mezzo a un profluvio di fake news sull’overcapacity e le pratiche commerciali cinesi, che fanno impallidire le pale usate dai russi come ultima arma dopo aver finito i missili (ormai quasi due anni fa) e i bambini decapitati da Hamas, Foreign Affairs, la testata ufficiale del think tank più guerrafondaio del pianeta, ha il merito, finalmente, di dire chiaramente le cose come stanno: l’impero in declino, per mantenere la sua egemonia, ha dichiarato la sua guerra ibrida contro il resto del mondo. Ora deve avere il coraggio di dichiarare apertamente non solo che quella contro la Cina è una guerra commerciale a tutti gli effetti che non richiede teorie strampalate per essere giustificata, ma che, in generale, gli USA hanno deciso di dichiarare guerra alla concorrenza e al mercato tout court; e, a proporlo, non sono due personaggi a caso. Ma prima di farveli conoscere e di descrivervi il loro delirante articolo col quale dichiarano guerra a tutto campo contro la Cina fino alla caduta definitiva del feroce regime comunista di Xi Jinping, una piccola, edificante storiella dal Tubo italiano.
Ieri c’eravamo un po’ sbizzarriti a perculare Parabellum per un video di pochi giorni prima dell’inizio della seconda fase della guerra per procura della NATO contro la Russia in Ucraina, dove il bimbone pacioccone livornese incredibilmente esprimeva concetti di buon senso ampiamente condivisibili: che a comportarsi da aggressore era stata la NATO che aveva provocato per decenni la Russia; che da un eventuale conflitto con la Russia l’Europa aveva solo da perdere; che l’Euromaidan era stato un colpo di stato architettato dagli USA. Insomma: l’abc di tutte le persone minimamente ragionevoli che non hanno né quello strano morbo che si chiama analfoliberalismo, né vengono in nessun modo retribuite per dire il contrario della realtà facendo un po’ la figura degli ebeti (che è, comunque, sempre meglio che lavorare) e che, però, è l’esatto contrario di quello che abbiamo sempre sentito sostenere proprio dallo stesso Parabellum, che non manca mai di condire qualche osservazione arguta e qualche dato interessante con una quantità di retorica propagandistica filo occidentale abbastanza imbarazzante e anche un po’ stucchevole. Un’ora dopo di me, ha pubblicato un video simile anche il nostro amico Dazibao, tra l’altro senza che nessuno dei due si accorgesse del video dell’altro (anche se spesso, proprio per non accavallarci, ci sentiamo e ci confrontiamo sui temi da affrontare), ma si vede che era destino: dopo la pubblicazione del suo video, qualche ottoliner ci gira uno screenshot che arriva dal gruppo Telegram di Parabellum e che dimostra come gli amici di Parabellum abbiano un po’ questa mentalità da protezione paramafiosa nei confronti del loro guru. Invece di chiedergli com’è che la Russia era passata, magicamente, da essere da aggredita ad aggressore (proprio mentre lui, a 40 anni suonati, da piccolo genio incompreso era diventato magicamente uno dei sedicenti analisti geopolitici più citati dal baraccone della propaganda ultra atlantista), si chiedevano come fare a mettere insieme un numero sufficiente di segnalazioni per spingere Youtube a buttare giù il video di Dazibao; d’altronde, le bimbe di Bandera e i lettori di Kant ragionano così: è assolutamente coerente.
Decenni fa erano temprati dal lavoro manuale ed erano reattivi e muscolosi e si dedicavano al manganello e all’olio di ricino; ora, gli agi dell’era postmoderna li hanno ridotti a bimbiminkia brufolosi e si limitano alle infamate, ma lo spirito è esattamente quello. Lì per lì, io me la sono anche un po’ presa – devo dire la verità – che per quanto mi impegni a essere sempre il più sguaiato di tutti poi non mi caca mai nessuno (ancora attendo di essere messo nelle liste di proscrizione dei banderisti del Corriere della serva); purtroppo però, a questo giro, dopo poco l’attenzione è arrivata e non è stata proprio piacevolissima: Youtube, infatti, ha cancellato il mio video e non su segnalazione dei follower brufolosi di Parabellum, ma di Mirko Campochiari di persona personalmente. Dev’essere stato quell’amore spassionato per l’open society e il dibattito franco, aperto e libero che l’ha portato, magicamente, da riconoscere che l’aggressore era la NATO a dedicare tutta la vita a dirci quanto è cattivo Putin e quanto è essenziale continuare a fargli la guerra fino all’ultimo ucraino. Oggi, ovviamente, ripubblicheremo il video tagliando quel microframmento che ha permesso a Campochiari di dimostrare, ancora una volta, la genuinità dei suoi valori e la trasparenza dei suoi fini facendoci cancellare il video dalla piattaforma. Ma ora basta parlare della propaganda di basso cabotaggio e torniamo a parlare della propaganda che conta davvero.

Mike Gallagher

Chi sono i due autori dell’articolo di Foreign Affairs che chiede alla Casa Bianca di mettere da parte le buone maniere e di dichiarare, finalmente, davvero guerra alla Cina? Il primo si chiama Mike Gallagher, è un parlamentare repubblicano del Wisconsin e, nella scorsa legislatura, ha ricoperto il ruolo di uno dei miei comitati preferiti di tutto quel gigantesco circo che è il congresso USA – il comitato sulla competizione strategica tra gli Stati Uniti e il Partito Comunista Cinese. Notare: non tra gli Stati Uniti e la Repubblica Popolare Cinese, ma proprio tra USA e Partito Comunista; d’altronde “La più grande minaccia contro gli Stati Uniti” aveva affermato proprio Gallagher nel suo discorso di insediamento “è il Partito Comunista Cinese. Il Partito Comunista Cinese” sosteneva “continua a commettere genocidi, nasconde l’origine della pandemia da corona virus, minaccia Taiwan e ruba proprietà intellettuale americana per un valore di svariate centinaia di miliardi di dollari”. Il comitato, aveva sottolineato l’ex speaker della camera Kevin McCarthy, era stato fondato perché “per vincere la Nuova Guerra Fredda, dobbiamo rispondere con forza all’aggressione cinese”.
Negli anni, Gallagher è stato costantemente al centro di tutte le principali battaglie della fazione più spregiudicata dell’imperialismo USA: è stato uno dei promotori della proposta di Trump di comprarsi la Groenlandia e, poi, ha litigato con Trump quando Trump aveva proposto di ritirare le truppe USA dalla Siria; è stato tra i promotori della famosa lettera bipartisan tra guerrafondai di entrambe le sponde per richiedere a Biden l’invio immediato degli F-16 in Ucraina ed ha guidato una delegazione di provocatori a Taiwan per rendere omaggio all’ex presidente Tsai Ing-Wen, giusto per far incazzare un po’ Pechino. Sul fronte economico, ha votato per smantellare la legge Dodd-Frank che aveva introdotto alcune piccole misure restrittive alla speculazione finanziaria e ha votato contro l’innalzamento del salario minimo; ed è stato uno dei promotori della battaglia per vietare TikTok negli USA, che ha definito fentanyl digitale utilizzato per fare brainwashing a favore di Hamas in seguito all’operazione diluvio di al aqsa del 7 ottobre scorso. Nel febbraio 2024, infine, ha annunciato le sue dimissioni da parlamentare; poco dopo si è scoperto che era stato assunto da Palantir, il colosso delle piattaforme digitali per l’intelligence e lo spionaggio fondato da Peter Thiel, il guru dell’alt right psichedelica e anarcocapitalista che spadroneggia tra gli yuppies della Silicon Valley.
L’altra firma dell’articolo è ancora più di peso: si chiama Matthew Pottinger – che suona un po’ tipo Cazzenger; purtroppo, però, qui alla fine c’è poco da ridere. Pottinger, infatti, è nientepopodimeno che l’ex vice consigliere per la sicurezza nazionale degli Stati Uniti, ruolo che ha ricoperto dal settembre del 2019 fino al gennaio del 2021, dopo aver passato due anni a dirigere la sezione asiatica del consiglio per la sicurezza nazionale; uno dei pochissimi ad essere durato per tutta l’amministrazione Trump, Pottinger è stato tra i principali artefici della fallimentare guerra commerciale inaugurata da Trump contro la Cina. Gallagher e Pottinger hanno fortificato il loro rapporto di collaborazione e il loro odio viscerale per tutto ciò che odora di Cina durante la guerra illegale di aggressione degli USA contro l’Iraq, durante la quale Pottinger dichiara di aver sviluppato “una sorta di senso di disagio per il fatto che la Cina non sarebbe realmente riuscita a convergere con il nostro ordine liberale”; da allora, continua Pottinger, ho realizzato che la democrazia “non è inevitabile e non dovrebbe essere data per scontata, ma è una forma di governo per cui dovremmo essere pronti a combattere”.
Ed ecco così che, nonostante un’ideologia ultra conservatrice profondamente radicata, i nostri due eroi si ritrovano costretti ad ammettere che “in una presidenza afflitta da una lunga serie di fallimenti in termini di deterrenza – dall’Afghanistan all’Ucraina, passando per il Medio Oriente – la politica cinese dell’amministrazione Biden si è distinta come un punto relativamente positivo”: “L’amministrazione” ricordano “ha rafforzato le alleanze statunitensi in Asia, limitato l’accesso cinese alle tecnologie americane critiche e creato una convergenza bipartisan” per le politiche anti cinesi; “Eppure” allertano i nostri due simpatici guerrafondai “l’amministrazione sta sprecando questi primi guadagni cadendo in una trappola familiare: dare priorità a un disgelo a breve termine con i leader cinesi a scapito di una vittoria a lungo termine sulla loro strategia malevola”. “Gli Stati Uniti” sostengono “non dovrebbero gestire la competizione con la Cina; dovrebbero vincerla. Pechino” infatti, allertano “sta perseguendo una serie di iniziative globali progettate” addirittura – pensate un po’ – “per disintegrare l’Occidente e inaugurare” – udite udite – “un nuovo ordine globale antidemocratico”. La Cina infatti, ricordano, “sta sostenendo dittature espansionistiche in Russia, Iran, Corea del Nord e Venezuela”, ma non solo: la Cina, infatti, ha anche “più che raddoppiato il suo arsenale nucleare dal 2020” e, soprattutto, “sta rafforzando le sue forze convenzionali più velocemente di quanto abbia fatto qualsiasi altro paese dalla Seconda Guerra Mondiale”; e, a quanto pare, sono anche bravissimi a farlo a costi contenutissimi, dal momento che riescono a finanziare il rafforzamento delle forze convenzionali più veloce di tutto il secondo dopoguerra continuando, comunque, a mantenere la spesa militare complessiva sotto l’1,6% del PIL, contro il 3,5 degli USA che, tradotto, significa meno di 300 miliardi contro quasi 900. Un terzo; e se, spendendo un terzo, invece che aumentare il gap lo riduco, significa solo una cosa: che il socialismo è oltre 3 volte più efficiente del tuo sistema di rapina legalizzata generalizzata, cosa che, però, non so se i nostri due ultras dell’anarcocapitalismo sarebbero disposti ad ammettere. Ma qui non siamo nel regno della coerenza logica e della realtà; siamo nel regno dei redneck creazionisti millenaristi: c’è una missione divina da compiere e non saranno i conti di voi secchioni nerd miscredenti fissati coi numerini a cambiare il corso della volontà del nostro signore creatore.
Ma cosa intendono, concretamente, quando dicono vincere la competizione con la Cina e non semplicemente gestirla? Essenzialmente due cose; uno: imporre ai governanti comunisti cinesi di “rinunciare a cercare di prevalere in un conflitto caldo o freddo con gli USA e i suoi amici”, che questa, in teoria, è una cosa anche abbastanza fattibile perché basterebbe quel conflitto non continuare a scatenarlo (cosa che ai nostri due simpatici amici suprematisti non sembra, però, convincere tantissimo), ma, soprattutto, due: convincere “il popolo cinese, dalle élite al potere ai cittadini comuni” che si dovrebbero ispirare “a nuovi modelli di sviluppo e di governance che non si basino sulla repressione interna e sull’ostilità compulsiva all’estero” che mi pare già più complicatino, se non altro per il fatto che convincere qualcuno del fatto che un paese che, negli ultimi 80 anni, si è reso protagonista di oltre 200 episodi di guerra ibrida di vario genere in tutto il pianeta, ha un modello di sviluppo che è meno fondato “sull’ostilità compulsiva verso l’estero” di uno che ha fatto solo una guerra 45 anni fa che è durata meno di un mese, potrebbe non essere proprio facilissimo.

Matthew Pottinger

Anche i nostri due esaltati guerrafondai riconoscono che “nessun paese dovrebbe essere felice di intraprendere un’altra guerra fredda”; il punto però, rilanciano con forza, è che “i leader cinesi stanno già conducendo una guerra fredda contro gli Stati Uniti”: come è noto, infatti, i cinesi riempiono di armi tutti gli avversari di Washington – anche se come fanno esattamente è difficile dirlo dal momento che, come ricordava, ad esempio, Business Standard l’”export delle armi cinesi affronta il declino”. Secondo l’International Peace Research Institute di Stoccolma, infatti, l’export di armi cinese tra il 2016 e il 2020 sarebbe diminuito del 7,8% e rappresenterebbe, oggi, appena il 5,2% delle esportazioni globali (dal 6,3 di qualche anno fa) contro il 40 degli Stati Uniti; un dato eclatante? Sì, vabbeh. Per noi persone normali. Per quelli in missione per conto di Dio un po’ meno: il crollo dell’export di armi cinese, infatti, per la propaganda suprematista sarebbe dovuto – quando è giorno dispari – al fatto che se le tengono tutte per se per ingrassare gli arsenali; quando è pari, invece, alla scarsa qualità, come d’altronde di tutto ciò che è cinese, come ricorda sempre Business Standard. Quindi, secondo questa logica, i cinesi rinunciano a degli ottimi affari per riempirsi gli arsenali di armi che funzionano di merda e che li condannano alla sconfitta militare. Geniali!
La realtà, ovviamente, è un po’ diversa – e molto più semplice: gli USA danno la caccia con le sanzioni a chiunque si azzardi a vendere armi ai paesi che non sono al 100% al servizio degli interessi di Washington e siccome l’economia cinese, a differenza di quella USA, è fondata sulla produzione di oggetti che servono a vivere e non a morire, i cinesi, ad andare incontro a delle sanzioni per un mercato che per loro è del tutto marginale, non ci pensano proprio; ciononostante, suggeriscono i nostri equilibratissimi amici, “Piuttosto che negare l’esistenza di questa guerra, Washington dovrebbe appropriarsene, e vincerla” e “per vincere è necessario dichiarare apertamente che un regime totalitario che commette genocidi, alimenta i conflitti e minaccia la guerra, non sarà mai un partner affidabile”. Che detto da un parlamentare che, ancora il 21 marzo scorso, spingeva “il Dipartimento della Difesa a impegnarsi pubblicamente a sostenere Israele nella distruzione di Hamas” potrebbe suonare non esattamente credibile, diciamo. I nostri due eroi riconoscono che l’amministrazione Biden non solo “ha rinnovato” le misure intraprese già dall’amministrazione Trump, ma le ha anche “significativamente estese” e riconoscono anche quanto l’amministrazione Biden si sia prodigata per rafforzare tutte le alleanze militari costruite nel Pacifico per minacciare la sicurezza cinese, dal QUAD all’AUKUS, per passare dal summit trilaterale USA-Giappone-Corea del Sud e finire con quello inedito che si svolgerà a breve tra USA, Giappone e Filippine; ma tutte le aspettative che queste iniziative lodevoli avevano sollevato sono state poi tradite: Biden, a un certo punto, ha addirittura deciso di stringere la mano a Xi in mondovisione nella villa di Dynasty a San Francisco e, ora, leader politici e grandi uomini d’affari USA si alternano in pellegrinaggi a Pechino che non fanno altro che legittimare un regime che, negli ultimi due anni, non ha fatto altro che mostrare il suo lato peggiore. “Il 1° febbraio” scrivono i nostri due amici senza nessun senso del ridicolo “Gli abitanti del Montana hanno avvistato un’enorme sfera bianca che si spostava verso est. L’amministrazione stava già seguendo il pallone spia cinese, ma aveva intenzione di lasciarlo passare sopra di loro senza avvisare il pubblico. Ed è stato solo grazie alla pressione politica che Biden ha ordinato l’abbattimento del pallone una volta raggiunto l’Oceano Atlantico e che il segretario di Stato Anthony Blinken ha rinviato un viaggio programmato a Pechino” ed era solo l’inizio: “Nel giugno 2023” ricordano infatti i due autori “fughe di notizie alla stampa hanno rivelato che Pechino stava progettando” – pensate un po’ – addirittura “di costruire una base di addestramento militare congiunta a Cuba”, che è una cosa veramente disdicevole. Contro le oltre 1000 basi USA di ogni tipo sparse per il mondo, infatti, la Cina ne conta solo 2, meno anche dell’India o di Singapore, per non parlare della Turchia o della Francia e, men che mai, della Gran Bretagna. Una volta che trovi un paese amico che ti dà un po’ di spazio che fai, costruisci una base sola? E, infatti, era una mezza bufala, come fu costretto a sottolineare anche un portavoce del Consiglio di sicurezza nazionale che rivelò quanto “le informazioni trapelate sulla stampa fossero imprecise”: “La Casa Bianca minimizzò” denunciano i nostri due autori, mentre in realtà si trattava di “una notevole eco della Guerra Fredda”; cosa volevano di meglio per inscenare una nuova Baia dei Porci?
Evidentemente i nostri due amici non si sono confrontati abbastanza con l’analista militare di fama internazionale, noto col nome di Parabellum, che gli avrebbe potuto spiegare – come fa continuamente dagli autorevoli schermi della prestigiosa miniera di Ivan Grieco – che ogni paese ha il diritto di ospitare tutti i missili a lunga gittata di una potenza ostile che vuole figurarci una base per l’addestramento; d’altronde gli USA hanno fatto sapere di averne una addirittura nelle isole Kinmen, che non solo sono ad appena 10 chilometri dalla Cina, ma che appartengono a una nazione, come Taiwan, che gli USA sono i primi a non riconoscere ufficialmente e che, ufficialmente, fa parte della Cina, che è una sola e indivisibile, anche per la Casa Bianca.
Ma tutta questa accondiscendenza verso crimini plateali come far volare un pallone gonfiabile e addestrare qualche decina di cubani, alla fine – si chiedono i nostri due autori – cosa ha portato di buono? Assolutamente niente, come si è visto nel caso di quello che loro definiscono “Il massacro di Hamas del 7 ottobre in Israele”; quello che sconvolge i nostri due simpatici autori è che la Cina non solo non ha fatto niente per sostenere la pulizia etnica di Gaza, ma addirittura ha messo il veto alle risoluzioni USA, in Consiglio di sicurezza, che permettevano a Israele di perpetrare il genocidio con l’assenso della comunità internazionale e, al loro posto, ne hanno proposte altre che avevano intenzione – per lo meno – di stoppare lo sterminio, alle quali gli USA sono stati costretti a mettere il veto da soli contro tutto il resto del mondo. Ma non solo: quando, poi, gli yemeniti hanno deciso di ricorrere ai mezzi in loro possesso per creare un po’ di deterrenza contro il sostegno allo sterminio, invece di attaccarli illegalmente a casa loro a suon di bombe, come hanno fatto gli USA senza grossi risultati, i cinesi ci si sono messi a parlare e hanno pure trovato un accordo per far passare le loro navi dimostrando che non servivano a portare armi e altre merci al regime genocidario sionista. Tutta questa spavalderia che porta un paese come la Cina a pensare di potersi sottrarre dal sostenere l’ennesimo sterminio colonialista senza pagare dazio è dovuta a questa idea dei buonisti che circondano Rimbambiden che, con la Cina, si debba trattare, un po’ come Nixon e Carter con l’URSS: volevano trovare un nuovo equilibrio, ma non c’era equilibrio possibile; per l’impero USA non esiste altro equilibrio che il dominio totale del globo, cosa che capì perfettamente Reagan che, infatti, “la guerra fredda decise che voleva vincerla, non semplicemente gestirla”.
Reagan si impegnò per tirare giù il muro di Berlino; oggi Washington deve concentrare tutti i suoi sforzi per buttare giù il great firewall, il muro che la Cina ha tirato su per non farsi invadere dalla propaganda delle oligarchie suprematiste occidentali perché, nel frattempo, “Xi ha investito miliardi di dollari” per influenzare le opinioni pubbliche occidentali e creare divisione dentro il giardino ordinato; come si spiegherebbe, altrimenti, che così tanta gente, di fronte a delle belle soldatesse israeliane che fanno degli ingenui balletti su Tiktok di fronte alle macerie dopo aver sterminato 15 mila bambini, continua ad indignarsi? Cosa cazzo gliene frega alla gente normale dello sterminio di bambini che, come dicono i democratici sionisti, sono solo i terroristi di domani? La prima cosa da fare, suggeriscono i due autori, è invertire immediatamente il corso di quello che “con l’amministrazione Biden, al netto dell’inflazione, è diventato un taglio netto alla spesa militare”; “invece di spendere poco più del 3% del PIL per la difesa” sostengono “Washington dovrebbe spendere il quattro, se non addirittura il 5%”: solo “per una deterrenza decente per Taiwan” specificano “gli USA dovrebbero spendere come minimo 20 miliardi aggiuntivi l’anno per i prossimi 5 anni, da mettere in una sorta di fondo deterrenza gestito direttamente dal segretario di Stato”. “Il fondo di deterrenza” continuano “dovrebbe essere il simbolo di uno sforzo generazionale diretto dal presidente per ripristinare il primato degli Stati Uniti in Asia”.
I nostri due amici hanno anche idee piuttosto precise su come impiegare questi soldi: “La priorità” sostengono “dovrebbe essere quella di massimizzare le linee di produzione esistenti e costruire nuova capacità di produzione di munizioni critiche per l’Asia, come missili antinave e antiaerei che possono distruggere obiettivi nemici a grandi distanze”; poi dovrebbero servire, ovviamente, a “produrre migliaia e migliaia di droni per trasformare lo stretto di Taiwan in un fossato ribollente” e poi ci si dovrebbe dare sotto di creatività, ad esempio pensando di “disperdere lanciamissili nascosti in container commerciali o schierare la Powered Joint Direct Attack Munition, un kit a basso costo che trasforma bombe standard da 500 libbre in missili da crociera a guida di precisione”. Poi, siccome i cinesi son pieni di missili a lunga gittata di ogni tipo che possono raggiungere il grosso delle istallazioni militari nell’area, è necessario distribuirle nel modo più diffuso possibile e, quindi, servono tanti accordi con gli attori regionali per ampliare il numero di basi, che le oltre mille che hanno ad oggi (che sono tipo 10 volte le basi straniere di tutti gli altri paesi messi assieme) per gli USA vanno bene in tempo di pace; ora che siamo in guerra dobbiamo averne minimo 50 volte il resto del mondo messo assieme. E ovviamente, poi, tutte queste basi andranno attrezzate a dovere e ci andranno “preposizionate forniture critiche come carburante, munizioni e attrezzature” e questo “in tutto il Pacifico”, ma tutto questo, sottolineano, potrebbe essere inutile se comunque continuassimo a permettere alla Cina “di tenere economicamente in ostaggio l’Occidente”.
Da questo punto di vista, le sanzioni di Trump rafforzate da Biden sono un primo passo importante, ma devono essere solo l’antipasto: gli USA devono stoppare l’esportazione di tutto quello di cui la Cina ha ancora bisogno di importare per continuare a sostenere la sua crescita, ma tutto questo ancora potrebbe non essere sufficiente se non si decide di fare una campagna ideologica come si deve, proprio come quando Reagan decise di fare un salto di qualità e definì l’Unione Sovietica Il fulcro del male nel mondo moderno “e cominciò deliberatamente a danneggiare la sua intera economia” anche perché, sostengono, esattamente come con l’Unione Sovietica “Washington non dovrebbe temere lo sbocco finale che ormai viene auspicato da un numero crescente di cinesi: una Cina in grado di tracciare il proprio percorso libero dalla dittatura comunista.
Il governo draconiano di Xi ha convinto anche molti membri del PCC che il sistema che ha prodotto il recente rapido declino della prosperità, dello status e della felicità individuale della Cina merita un riesame. Il sistema che ha prodotto uno stato di sorveglianza onnicomprensivo, colonie di lavoro forzato e il genocidio di gruppi minoritari all’interno dei suoi confini è un sistema” che ovviamente va contro anche gli interessi e la cultura stessa dei cinesi che, ovviamente, ambirebbero tutti – invece che in Cina – a vivere in India, che solo 40 anni fa aveva un PIL pro capite superiore a quello cinese e ora è ferma a un sesto (che però non dà un’idea chiara della condizioni di vita dell’indiano medio rispetto al cinese, perché quasi metà della ricchezza indiana è concentrata nelle mani dell’1% più ricco e il coefficiente di Gini indiano è il doppio di quello cinese). Risultato: la Cina, nel 2020, ha messo fine alla povertà assoluta in tutto il paese o, come recitava un titolo, Ha costretto tutti i suoi abitanti a uscire dalla povertà, mentre l’India ha lasciato la libertà di continuare a morire di fame a oltre 80 milioni di suoi cittadini; sicuramente Washington avrà vita facile nel convincere i cinesi che a seguire il modello neoliberista USA c’hanno solo da guadagnare.
Abbiamo voluto dedicare così tanto tempo a questo singolo articolo perché riteniamo sia importante capire fino in fondo il livello raggiunto dal dibattito pubblico nel cuore delle sfere più alte della politica statunitense; difficile dire quanto la ferocia inaudita e la totale spregiudicatezza nell’invocare la distruzione totale di un paese da 1,5 miliardi di abitanti sia il delirio di una minoranza rumorosa dell’establishment americano o quanto, piuttosto semplicemente, questi due personaggi abbiano il ruolo di dire ad alta voce quello che gli altri pensano per cominciare a tastare un po’ il terreno, come dei Macron qualsiasi. Fatto sta che qui non parliamo di due blogger esagitati o di un Parabellum qualsiasi che, come ritorsione, al massimo può buttare giù un video da un canale Youtube indipendente con 50 mila follower e poi piangere in un angolino nella cameretta in videocall con Stirpe e Nane Cantatore; qui parliamo di un pezzo dei piani alti della classe dirigente che dice apertamente che l’obiettivo politico è rovesciare uno Stato e spiega, per filo e per segno, passo dopo passo, cosa farebbero se fossero al governo – come è molto probabile che saranno fra non moltissimo – per arrivare a quell’obbiettivo. Come diceva il compianto Giulietto Chiesa, prendendosi del complottista, gli USA l’obiettivo finale l’hanno deciso già da mo’; il dibattito interno è solo per decidere, di volta in volta, quale strada prendere per arrivarci.
Questo video, inizialmente, doveva parlare del viaggio della Yellen a Pechino e delle sue deliranti dichiarazioni sull’overcapacity industriale cinese, una vera e propria barzelletta: l’overcapacity, cioè la sovracapacità, non è un termine generico. Ha un significato specifico e, per dimostrare che c’è overcapacity, si deve verificare almeno una, se non tutte, le tre le seguenti condizioni: gli impianti devono avere un basso livello di impiego; una percentuale elevata di merci deve rimanere accatastata invenduta nei magazzini; il margine di profitto degli operatori del settore deve essere particolarmente basso. Nel caso degli autoveicoli elettrici cinesi, come ricordava anche Bloomberg qualche giorno fa, queste tre condizioni molto banalmente non si presentano, nessuna delle 3; molto banalmente, i cinesi hanno investito di più di noi per sviluppare un settore che richiedeva troppi investimenti che le nostre oligarchie – che sono abituate a fare soldi speculando sulle azioni – non avevano intenzione di fare (che investire è sempre un po’ rischioso). Grazie a questi investimenti, ora le aziende cinesi sono incomparabilmente più efficienti e produttive delle nostre e, quindi, a noi non rimane che impedirgli con ogni mezzo necessario di venirci a fare concorrenza in casa nostra; e siccome la concorrenza è stata, per 40 anni, la nostra religione laica in nome della quale ci hanno rifilato le peggio fregature, andava inventata una cazzata per alzare un po’ un polverone. E quella cazzata si chiama overcapacity, che tanto, nell’Occidente in preda alla sinofobia, la spacci bene (che nessuno sa cosa significa) e genericamente, comunque, non gliene frega abbastanza un cazzo.
Poi, però, ci siamo fatti prendere da questo articolone delirante su Foreign Affairs e ci siamo persi; fortunatamente, su questo tema ieri ha pubblicato un bellissimo video il nostro amico Davide di Dazibao, che ha spiegato tutto come sempre in modo più che chiaro e preciso. Andatevelo a vedere perché merita. Nel frattempo, se ti è piaciuto questo contenuto, ricordati di mettere un like, di iscriverti a tutti i nostri canali e di attivare le notifiche, ma – soprattutto – ricordati che canali come il nostro, senza santi in paradiso (in particolare nel paradiso di chi finanzia fino all’ultimo bamboccione, basta che si allinei alla propaganda guerrafondaia suprematista), per campare hanno bisogno del tuo contributo: aderisci alla campagna di sottoscrizione di Ottolina Tv su GoFundMe e su PayPal.

E chi non aderisce è Mirko Campochiari

La NATO invade la Svizzera? Ft. Massimiliano Arif Ay del Partito Comunista Svizzero

Oggi ospitiamo Massimiliano Arif Ay per parlare di Svizzera, di marxismo-leninismo, multipolarismo e di come le ingerenze della NATO stiano minando l’integrità territoriale e politica svizzera. La storia neutralità del paese elvetico è minacciata dal montare dell’aggressività occidentale verso la Russia e i paesi emergenti, con il pretesto del conflitto in Ucraina; il Partito Comunista Svizzero è molto attivo nel denunciare la situazione e nel cercare attivamente una soluzione. Buona visione.

Chi ha vinto la guerra dei meme – ft. Alessandro Lolli

I meme sono le immaginette buffe che tutti vediamo su Internet. Vivi, attivi e sempre rinnovati nelle loro forme, sono attualmente il mezzo di comunicazione più longevo del web. Nate come meccanismo umoristico piuttosto semplice, queste immagini si sono via via trasformate, diventando un sistema a vari livelli di leggibilità, talvolta veicolo di messaggi che vanno ben oltre il semplice humor, passando da community di alt-right a sostegno di Donald Trump a gruppi alt-left, che cercano di riappropriarsi della risata perduta a sinistra, con in mezzo tutto il sottobosco dell’Internet. A partire da una scienza, la memetica, Alessandro Lolli interpreta il meme attuale come un dispositivo linguistico, anzi come linguaggio vero e proprio, con codici e obiettivi determinati.

La Cina di Xi umilia l’impero e costringe Rimbambiden e le oligarchie a chiedere la grazia

Alleluja, alleluja! Forse Rimbambiden, finalmente, comincia a prendere atto della realtà e abbassa un po’ la cresta: Stati Uniti e Cina tornano al dialogo titolava ieri Libero; Una telefonata per il disgelo rilanciava Il Giornale. Martedì scorso, infatti, Rimbambiden ha smesso per ben 105 minuti la divisa da padrone del pianeta e ha chiesto udienza a Xi Dada; avrebbe preferito continuare a provocarlo con i suoi berretti verdi mandati ad addestrare il personale taiwanese a 2 chilometri dalla costa della Repubblica Popolare, ma probabilmente ha realizzato che, giorno dopo giorno, la grande strategia per arrivare al conflitto diretto contro l’unica superpotenza in grado di sfidare il primato USA perde sempre più pezzi. Il braccio armato dell’impero per il dominio del Medio Oriente ha perso la capa e, dopo 6 mesi di sterminio indiscriminato, rischia di impantanare gli USA in una guerra regionale in Medio Oriente senza via d’uscita; dopo due anni di guerra per procura in Ucraina, la Russia sembra più in forma che mai e l’Europa non è riuscita a fare mezzo passo per accollarsi la guerra di logoramento e lasciare gli USA liberi di concentrarsi sul Pacifico e il terzo fronte, quello della guerra economica e commerciale contro la Cina, ha raggiunto risultati soddisfacenti solo negli editoriali de Il Foglio e der Bretella Rampini. Per Foreign Affairs, invece, meglio non farsi troppe illusioni perché “La Cina sta ancora crescendo” e, in un lungo e dettagliato articolo, spiega – numeri alla mano – perché tutto l’allarmismo della propaganda suprematista occidentale è, molto banalmente, completamente infondato.
L’unica nota positiva, non da poco, è che sono riusciti a bastonare talmente forte gli altri membri della NATO che nessuno ha più neanche l’ambizione di far sentire la sua voce e gli USA si sono garantiti un altro anno di crescita economica letteralmente rapinando gli alleati, ma anche qui le perplessità non mancano perché, per scippare gli investimenti ai vassalli, gli USA hanno dovuto aprire i rubinetti del debito pubblico e proprio mentre, per attirare capitali, alzavano i tassi dei buoni del tesoro USA a livelli record. Risultato: Bloomberg Economics ha eseguito un milione di simulazioni per valutare le prospettive del debito americano e “L’88% mostra che l’indebitamento segue un percorso insostenibile”, ma non solo; per tentare di tornare ad essere una grande superpotenza manifatturiera – che è una precondizione necessaria anche solo per pensare di poter fare una guerra contro la Cina e uscirne vivi – gli USA hanno rinunciato a rafforzare i legami commerciali con il resto del mondo, a partire dai paesi dell’ASEAN, i 10 paesi del Sudest asiatico strategicamente indispensabili per accerchiare la Cina. Gli USA partivano pure avvantaggiati perché, ovviamente (e anche legittimamente), come sempre, i paesi temono di più il gigante cinese che hanno dietro casa che non quello USA che sta a migliaia di miglia di distanza, anche se è strutturalmente più aggressivo e, infatti, ancora l’anno scorso, secondo un sondaggio dello Yusof Ishak Institute, il 61% degli abitanti dei paesi dell’ASEAN dichiarava di preferire gli USA alla Cina; un anno dopo il quadro era totalmente stravolto, con i filocinesi che diventavano, per la prima volta nella storia, maggioranza assoluta raggiungendo quota 50,5%, un’evoluzione che vi avevamo anticipato qualche mese fa quando, proprio mentre Xi e Biden si stringevano la mano a San Francisco, il vertice dell’APEC si concludeva con un clamoroso nulla di fatto. Gli USA, infatti, sulla spinta sacrosanta dei principali sindacati del paese, si sono rifiutati di siglare l’Indo-Pacific economic framework, l’accordo di libero scambio che avrebbe aperto i mercati statunitensi ai produttori del sud est asiatico, e hanno lanciato così un segnale chiaro ai paesi dell’area: abbiamo bisogno di voi per contrastare l’ascesa cinese, ma non ci chiedete qualcosa in cambio perché, in questo momento, non ce lo possiamo permettere.
La Cina invece, nel frattempo, consolidava la sua posizione di principale partner commerciale per tutti i paesi dell’area e, in parte, è proprio grazie alle geniali strategie di USA e vassalli all’insegna del decoupling e del friendshoring che hanno avuto una conseguenza paradossale: importiamo meno dalla Cina e di più da altri paesi asiatici che, però, spesso non fanno altro che assemblare prodotti cinesi e, quindi, diventano sempre più dipendenti dalla Repubblica Popolare. Ma non solo: la Cina, infatti, che è a corto di risorse solo sui nostri giornali, è tornata a investire pesantemente lungo la via della Seta e, come al solito, nonostante badi ai suoi interessi, in modo molto meno predatorio di quanto fatto in passato dalle ex potenze coloniali. Come, ad esempio, in Indonesia: Widodo ha deciso di mettere fine al furto di nichel da parte delle multinazionali e ha introdotto il divieto all’esportazione della materia prima non lavorata, imponendo così alle aziende di investire nel paese per introdurre la lavorazione della materia prima e portare così occupazione e ricchezza. Le oligarchie occidentali si sono incazzate come bestie; i cinesi, invece, l’hanno sostenuto e hanno fatto investimenti giganteschi. Risultato: il 70% degli indonesiani afferma di preferire la Cina agli USA. Ma prima di andare avanti e raccontarvi, per filo e per segno, come Rimbambiden è riuscito a inimicarsi mezzo pianeta, ricordatevi di mettere un like a questo video per aiutarci a combattere la nostra piccola guerra quotidiana contro gli algoritmi e, già che ci siete, anche di iscrivervi a tutti i nostri canali e attivare le notifiche: a voi non costa niente e a noi aiuta a provare a rompere il muro della propaganda suprematista.

Joe rimbamBiden

Prima che Rimbambiden si decidesse ad alzare la cornetta, a capire che non era tanto il caso di fare troppo i bulli con Xi Dada erano stati le stesse oligarchie USA: il primo appuntamento risale al novembre scorso quando, a latere dell’APEC di San Francisco – mentre gli USA facevano infuriare gli uomini d’affari americani e asiatici rifiutandosi di siglare l’Indo-Pacific economic framework – Xi veniva accolto, come titolava il Financial Times, dal mondo del business con una standing ovation; il 22 marzo, poi, una delegazione di dimensioni mai viste si è recata ricca di speranza al China Development Forum, la Davos cinese e, due giorni dopo, una rappresentanza di una ventina di multimiliardari capitanati da Stephen Schwarzman di Blackstone e Cristiano Amon di Qualcomm sono andati a rendere omaggio direttamente a Xi nella Grande sala del Popolo, il luogo in assoluto più iconico del governo indiscusso del Partito Comunista cinese. Il motivo è piuttosto semplice: tutte le favolette sulla crisi cinese che leggete dagli analfoliberali del gruppo Gedi o sentite farfugliare sul web dai vari Boldrin e Forchielli, molto semplicemente, sono sostanzialmente puttanate e chi, nella vita, non ambisce ad altro che a fare sempre più quattrini, lo sa bene. E per scoprirlo non c’ha manco bisogno di seguire Ottolina Tv: basta leggersi l’Economist o Foreign Affairs, dove Nicholas Lardy del Peterson institute for international economic si è preso la briga di smontare, una per una, le principali leggende metropolitane della propaganda suprematista.
Lardy ricorda come “Per oltre due decenni, la fenomenale performance economica della Cina ha impressionato e allarmato gran parte del mondo. Ma dal 2019, la crescita lenta della Cina ha portato molti osservatori a concludere che la Cina ha già raggiunto il picco come potenza economica e il presidente Biden lo ha anche affermato chiaramente nel suo discorso sullo Stato dell’Unione di marzo: Per anni, ha dichiarato, ho sentito molti dei miei amici repubblicani e democratici dire che la Cina è in crescita e l’America è in ritardo. E’ il contrario della realtà”, “ma questa visione sprezzante del paese” sottolinea sarcastico Lardy “potrebbe sottovalutare la resilienza della sua economia”; secondo Lardy, il pessimismo sulle prospettive dell’economia cinese si fonda su una lunga serie di fraintendimenti, regolarmente contraddetti dai dati oggettivi: il primo è “che il reddito delle famiglie, la spesa e la fiducia dei consumatori in Cina siano deboli”. Purtroppo però, fa notare Lardy, “I dati non supportano questa visione”; nel 2023, infatti, ricorda Lardy, sono successe due cose significative: la prima è che mentre in tutto l’Occidente collettivo il potere d’acquisto delle famiglie crollava a causa dell’inflazione e della moderazione salariale, “in Cina il reddito reale pro capite è aumentato del 6%” – mentre a noi, in Italia, in due anni ci levavano dalle tasche l’equivalente di poco meno di due stipendi. Ma non è tutto, perché in Cina, al contrario delle leggende, il consumo pro capite aumentava ancora di più: +9%; in Italia, per dire, il consumo al dettaglio è in diminuzione da 20 mesi consecutivi. “Il secondo fraintendimento” continua Lardy “è che la Cina sia entrata in una fase deflattiva” e, cioè, quando i prezzi – nel tempo – diminuiscono invece che aumentare, disincentivando sia i consumi che gli investimenti e aprendo, così, le porte alla recessione. Ora, “E’ vero che i prezzi sono aumentati soltanto dello 0,2% l’anno scorso”, ma questo è dipeso, in buona parte, dal fatto che ad essere diminuiti sono stati i costi di cibo ed energia mentre il resto, quella che si chiama inflazione core, è aumentata dello 0,7%, tant’è che le aziende, invece di usare i profitti per abbattere il debito (come si fa quando è in arrivo una recessione), si sono indebitate ulteriormente per investire e “gli investimenti nel manifatturiero, minerario, dei servizi pubblici e dei servizi in generale”: ed ecco così che, alla fine del 2023, nel paese si contavano la bellezza di 23 milioni di nuove aziende familiari; in Italia ne erano state chiuse qualche decina di migliaia.
Quello che confonde gli analfoliberali e i cantori della finanziarizzazione, come sottolinea l’Economist, è che “quando un paese raggiunge il livello di sviluppo della Cina, l’economia tipicamente ruota verso i servizi”. Ma nel caso del socialismo con caratteristiche cinesi “il cuore del governo è altrove”; come sottolinea Tilly Zhang di Gavekal Dragonomics “Ciò che la Cina vuole veramente essere è il leader della prossima rivoluzione industriale” e non è solo questione di crescita nominale del PIL – e fa specie che, per vederlo scritto, si debba leggere una bibbia dell’ortodossia come l’Economist, perché la sinistra progressista non ci arriva manco se ce li accompagni per mano. Il tema è quello dello sviluppo delle Nuove forze produttive, il nuovo tormentone del vocabolario ufficiale del partito: “L’espressione nuove forze produttive” scrive l’Economist “evoca l’idea dialettica secondo cui un accumulo di cambiamenti quantitativi può provocare una rottura qualitativa o un salto improvviso, come diceva Hegel, come quando un aumento incrementale della temperatura a un certo punto trasforma l’acqua in vapore. Marx” continua l’Economist “notava che quando nuove forze produttive raggiungono un peso sufficiente nell’economia, possono stravolgere l’ordine sociale: Il mulino a mano ti dà la società con il signore feudale, scrisse; il mulino a vapore, la società con il capitalista industriale”.
Secondo Barry Naughton dell’Università della California, “La strategia di innovazione della Cina è il più grande impegno di risorse governative della storia verso un obiettivo di politica industriale”; “I risultati” continua l’Economist “sono stati migliori di quanto qualsiasi paese a reddito medio potesse aspettarsi” e ricorda come l’Australian Policy Research, l’anno scorso, aveva documentato come – in una lunga lista di 64 tecnologie critiche – la Cina, in termini di impatto delle pubblicazioni scientifiche in materia, dominava in tutte, a parte una decina. “Il Paese” continua l’Economist “è il numero uno nelle comunicazioni 5G e 6G, nonché nella bioproduzione, nella nanoproduzione e nella produzione additiva. È all’avanguardia anche nei droni, nei radar, nella robotica e nei sonar, nonché nella crittografia post-quantistica”. Il Global Innovation Index, pubblicato dall’Organizzazione Mondiale per la Proprietà Intellettuale, combina circa 80 indicatori che abbracciano infrastrutture, normative e condizioni di mercato, nonché investimenti in ricerca, numero e importanza dei brevetti e numero di citazioni nella letteratura scientifica: un paese a reddito medio con un PIL pro capite come quello cinese si dovrebbe collocare, su per giù, verso la sessantesima posizione; la Cina è al 12° posto.
E mentre la Cina continua a concentrare una quantità incredibile di risorse per sviluppare le nuove forze produttive, anche a costo di rinunciare a qualcosina in termini di crescita nominale del PIL e in attesa che l’intensità tecnologica sia tale da imporre un cambio radicale anche dei rapporti di produzione, le occasioni per fare una montagna di quattrini non mancano: basta vedere l’incredibile caso di Huawei che nel 2023, nonostante la guerra commerciale a 360 gradi ingaggiata dall’Occidente collettivo (che, ormai, ha abbandonato completamente la retorica del libero mercato e combatte la concorrenza esclusivamente a colpi di protezionismo e restrizioni), ha registrato una crescita dell’utile netto del 144%; oltre alle infrastrutture per le telecomunicazioni, dove Huawei – nonostante tutto – rimane leader indiscussa, a trainare i conti dell’azienda a partire dall’ultimo trimestre, in particolare, è stato il Mate 60 pro, lo smartphone che ha fatto sudare freddo tutto l’Occidente. Come ricorda Asia Times, infatti, il Mate 60 pro è dotato di un processore che “a causa delle sanzioni imposte dagli USA e che hanno impedito all’olandese ASML di vendere in Cina i suoi sistemi di litografia ultravioletta estrema, il dipartimento del commercio statunitense aveva pensato che sarebbe stato impossibile produrre”; per arrivare a questo risultato, Huawei “ha speso per la ricerca e lo sviluppo nel 2023 il 23,4% dei suoi ricavi, più del doppio di quanto investe la coreana Samsung. E’ il terzo anno di fila che la spesa supera il 20% del fatturato, e permette di diversificare la linea di prodotti e aggirare le sanzioni imposte dagli USA”. In generale, sottolinea uno studio del Center for Strategic and International Studies, “Il sostegno statale cinese per la politica industriale è eccezionalmente alto, stimato a 406 miliardi di dollari, ovvero l’1,73% del PIL, nel 2019. Contro lo 0,39% del PIL negli Stati Uniti e allo 0,5% in Giappone”; il Financial Times ricorda come “Negli Stati Uniti e in Europa, i politici temono che una spesa così pesante si tradurrà in un’ondata di esportazioni di prodotti high tech a basso costo dalla Cina che potrebbero spostare le industrie nazionali e mettere a rischio la sicurezza nazionale”.
Ma quanto saranno belli gli imperialisti e i suprematisti? Fino a che gli torna comodo, spacciano la libertà del commercio come l’unica vera religione civile rimasta; quando poi non sono più competitivi, gettano la religione nel cesso e reintroducono sanzioni arbitrarie e misure protezionistiche di ogni tipo e quando, poi, uno reagisce investendo tutto quello che ha per guadagnarsi l’indipendenza tecnologica, si mettono a frignare perché, grazie a quegli stessi investimenti, minaccia di invaderli con prodotti enormemente più competitivi anche nei settori tecnologicamente più avanzati, che pensavano fossero appannaggio dell’uomo bianco per manifesta superiorità culturale, se non – addirittura – genetica. E poi uno si chiede del perché l’Occidente non faccia altro che scatenare guerre ovunque… e graziarcazzo: non è che gli rimangano poi tante carte da giocarsi, a meno che non lo rovesciamo come un calzino e mandiamo a casa i Rimbambiden di tutto il pianeta; per farlo, abbiamo bisogno di un vero e proprio media che, invece che alla fuffa suprematista, dia voce al 99%. Aiutaci a costruirlo: aderisci alla campagna di sottoscrizione di Ottolina Tv su GoFundMe e su PayPal.

E chi non aderisce è Michele Boldrin


















Israele vuole la terza guerra mondiale? – Ft. Diego Siragusa

Oggi i nostri Clara e Gabriele intervistano Diego Siragusa parlando di come i recenti fatti in Medio Oriente suscitino grande preoccupazione in tutti gli spettatori internazionali. Il recente bombardamento dell’ambasciata iraniana a Damasco mostra il livello di provocazioni voluto da Tel Aviv, pur di alzare lo scontro a livello generale e coinvolgere gli USA nell’area. Buona visione!

Yen alla guerra: bomba monetaria in arrivo

Oggi ad OttolinaTv parliamo con Vadim Bottoni, esperto di macro-economia ed economia monetaria, cercando di capire la recente scelta della Banca Centrale del Giappone di rialzare i tassi. Accanto a questo discorso di attualità abbiamo cercato di spiegare ai nostri ascoltatori cosa siano i tassi e cosa implichino nell’economia reale. Puntata super di Ottolina per cominciare a capire qualcosa riguardo al complesso mondo dell’economia, che in finale ci riguarda tutti. Buona visione!

Meloni la Piazzista infuriata con Macron il Pivellino: “la Guerra si fa, ma si nega”

Meloni: non porterò l’Italia in guerra (Il Giornale). Il Giornanale e la madrecristiana negli ultimi 2 giorni si sono risvegliati più pacifisti del solito, ma potrebbe essere un po’ tardino e, infatti, è solo uno scherzo: “Lo zar, il nemico, l’aggressore brutto, sporco e cattivo è sempre lui, Vladimir” che “voleva invadere mezza Europa”, precisa subito nell’incipit l’articolo, però – chiarisce – ora non dobbiamo eccedere con gli isterismi perché nel frattempo, udite udite, “l’abbiamo fermato”; e ora che il più è fatto, ha affermato la madrecristiana dai salotti di Rete4, si tratta banalmente di “non mollare”, in modo da costringerlo definitivamente “a sedersi al tavolo delle trattative”. E che nessuno si azzardi a parlare di guerra alla Russia! “Basta con i proclami”, sottolinea infatti l’articolo, “basta con i bicipiti ostentati dal boxeur di Parigi”; la guerra si prepara, ma non si dice: “Io penso si debba essere muscolari nei fatti e non nelle pose” ha ribadito infatti la premier “e che bisogna reagire in modo serio”, ma bisogna anche “fare attenzione ai toni che si usano”. Questo ovviamente, ha sottolineato, non significa “che non si debba fare ciò che è giusto fare”, ma, molto semplicemente, che bisogna stare attenti “a come certe cose vengono vendute”; insomma: la scelta a Washington è stata presa ed è stata comunicata e, a parte qualche scaramuccia in famiglia – tipo quando quei rompicoglioni dei miei figlioli litigano per chi deve apparecchiare – in Europa nessuno ha niente da eccepire. La guerra sarà lunga e dolorosa; per farla, dovremo convertire una fetta consistente della nostra economia e, per combatterla, avremo bisogno di parecchia carne da macello, ma dire tutte queste cose apertamente è da irresponsabili e, invece che aiutare, potrebbe – in realtà – complicare ulteriormente i piani.
Piuttosto, come si fa a impacchettare per bene e a vendere questa tragedia al popolo senza scatenare il panico, lasciatevelo spiegare dalla nostra Giorgiona; d’altronde come maestro ha avuto il Re dei piazzisti: il Silvione nazionale. Altro che le ridicole foto ritoccate di Macron coi guantoni! Convincere i popoli a sostenere o, almeno, a non opporsi con troppa energia a qualcosa che è chiaramente contraria ai loro interessi, è una vera e propria arte; e il nostro Silvione nazionale, e i suoi discepoli, sono i nostri Leonardo e Michelangelo: nessuno come loro maneggia l’arte di dosare sapientemente menzogne e mezze verità e – mantenendo sempre un certo stile – far passare sempre in secondo piano ogni tipo di contraddizione. E così, passo dopo passo, convincere chiunque a sostenere qualsiasi cosa o, al limite, a non incazzarsi troppo, alla fine cosa sarà mai? Il Silvione nazionale, con queste tecniche, è riuscito a farci credere che, tutto sommato, fosse accettabile avere un premier monopolista dell’informazione televisiva privata e, come partito di maggioranza, un partito fondato da un condannato in via definitiva per concorso esterno in associazione mafiosa.

Silvione nazionale

La Giorgiona è una sua degna erede ed è riuscita a convincerci che il saluto romano è un segno di rispetto ai valori costituzionali, che mentre l’industria collassa non c’è mai stato così tanto lavoro, che ha fatto la guerra alle oligarchie bancarie mettendo una tassa sugli extraprofitti (che è sparita un quarto d’ora dopo l’annuncio) e che basta il carrello tricolore per affrontare la perdita dell’equivalente di due mesi di stipendio nell’arco di due anni; figuratevi cosa gli ci vuole ora, un passetto alla volta, a convincere la maggioranza di chi va ancora a votare in Italia che Putin, prima, era un bravo guaglione a cui ispirarsi, ma da quando gli sono venuti 26 tumori ed è stato sostituito da un sosia, vuole per forza conquistare Lisbona e che, dopo aver liberato l’Abissinia, per i gloriosi reparti speciali di Segrate (rigorosamente selezionati col televoto durante una puntata di Uomini & Donne), liberare la Crimea sarà una passeggiata. Ma prima di andare avanti con questo ennesimo racconto dal SottoSopra, se ancora non lo avete fatto, vi ricordo di pigiare il pulsantino del mi piace sotto questo video – che la nostra guerra contro la dittatura degli algoritmi non è meno impari di quella che ha in mente laGiorgiona nazionale; e, già che ci siete, ricordatevi anche di iscrivervi a tutti i nostri canali social e, magari, anche di attivare le notifiche: non servirà ad ostacolare l’armageddon, ma almeno, nel frattempo – magari – ci facciamo qualche risata.
Sul Giornanale torna in forma smagliante il nostro leggendario Andrea Cuomo, l’esperto di enogastronomia che, da qualche settimana, s’è improvvisato anche un po’ stratega militare; peccato che non sempre le improvvisazioni funzionino proprio benissimo. L’altro giorno c’aveva sfrucugliato le gonadi con la bufala delle file chilometriche dei sostenitori di Navalny davanti ai seggi elettorali; ora rilancia, e si lamenta del fatto che il dittatore plurimorto del Cremlino “non si arrende all’evidenza che ci sia l’ISIS dietro l’assalto al Crocus” e, invece di occuparsi dei problemi interni suoi, da autentico vigliacco qual è se la rifà sugli ucraini con “prove tecniche di escalation”. Ma “Dove si può accendere la miccia?” si chiede il Corriere della serva; la prima scelta, ovviamente, sono gli Stati Baltici anche perché, come ammette a malincuore nell’articolo lo stesso Fabrizio Dragosei, “sono particolarmente aggressivi”: “Hanno proclamato la Russia stato terrorista” sottolinea “e trattano poco amichevolmente la minoranza russa, che in particolare in Estonia e in Lettonia, rappresenta tra un terzo e un quarto della popolazione”. “Tallin e Riga” ricorda infatti l’articolo “stanno introducendo per tutti l’obbligo di conoscere la lingua nazionale, con esami specifici”: in Lettonia lo hanno già sostenuto in 10 mila e “un buon 60% è stato bocciato e ora rischia l’espulsione, compresi anziani che hanno oggettive difficoltà”; in Estonia, invece, esattamente come nelle province orientali dell’Ucraina dopo il golpe eterodiretto dell’Euromaidan, “Si sta eliminando il russo dalle scuole, e tutti i presidi devono passare l’esame C1 di lingua estone che prevede, tra l’altro, la capacità di comprendere un’ampia gamma di espressioni idiomatiche e colloquiali” il tutto, sottolinea ancora Dragosei, “in uno degli idiomi più difficili del mondo”. Mosca è così irrazionale e feroce da considerare tutto questo – pensate un po’ – persecutorio e, sottolinea allarmato Dragosei, potrebbe usarlo come “giustificazione per un intervento”, che uno normale, allora, pensa: basterebbe ricordare ai paesi baltici che discriminare le minoranze linguistiche non è proprio bellissimo e, magari, anche che se ci tiene davvero tanto a far parte del giardino ordinato è il caso che si dia una regolata. E invece no: il copione delle vere democrazie liberali prevede, invece, di far rigorosamente finta di niente e, anzi, cogliere l’occasione al balzo per creare una nuova minaccia, con “La Svezia”, ricorda Dragosei, che si aggiunge alla lista dei paesi NATO che usano le diatribe coi Paesi Baltici per minacciare la Russia e che “sta per mandare le sue truppe in quella regione”.
Oltre ai Paesi Baltici, poi, a preoccupare – ovviamente – c’è anche la Polonia e, in particolare, per il corridoio di Suwalki che la collega ai Paesi Baltici separando l’exclave di Kaliningrad dalla Bielorussia; in realtà, anche per Kaliningrad i primi ad alzare la tensione sono stati, di nuovo, i baltici, in particolare la Lituania che, già nel giugno del 2022, aveva vietato il passaggio dalla Russia all’exclave di tutte le merci sottoposte a sanzioni, che erano parecchie – dal cemento al carbone, passando per le componenti tecnologiche fino, addirittura, alla vodka e al caviale: un atto che Mosca, ovviamente (e a ragione), definì immediatamente “apertamente ostile e provocatorio” e “in violazione degli obblighi internazionali della Lituania, a partire dalla dichiarazione congiunta del 2022 della Federazione Russa e dell’Unione Europea sul transito tra la regione di Kaliningrad e il resto del territorio russo”. Come ricordava, in quell’occasione, l’ISPI, l’exclave “è un territorio chiave per la marina militare russa, che ha qui il quartier generale della sua flotta baltica e dove ha schierato missili balistici Iskander con capacità nucleare. Inoltre è l’unico porto russo sul Mar Baltico libero dai ghiacci tutto l’anno e la sua posizione strategica consente alle navi russe di evitare il periplo della penisola scandinava attraverso la rotta artica”; insomma: un nervo scoperto che l’Occidente collettivo ha deciso, ovviamente, di utilizzare per provocare di nuovo il Cremlino e testare le reali intenzioni di Mosca, come ha fatto la Polonia l’anno successivo, nel maggio 2023, quando – come un bimbo capriccioso all’asilo – ha annunciato ufficialmente che avrebbe smesso di utilizzare il nome russo Kaliningrad per reintrodurre la denominazione polacca di Krolowiec – una provocazione che il portavoce del Cremlino Dimitry Peskov definì “una forma di follia guidata dall’odio per i russi e che non ha mai prodotto nulla di buono”. E infine, ovviamente, c’è la Transnistria, della quale abbiamo già parlato approfonditamente la scorsa settimana; come ricorda, infatti, anche il solito Dragosei “La Moldavia da gennaio ha bloccato le esportazioni della regione verso l’Europa, e questo viene visto dalla Russia come una provocazione” e, magari, viene visto come una provocazione proprio perché lo è, palesemente.
Insomma, la logica mi pare piuttosto evidente: invece che risolvere i problemi, l’idea è quella di renderli sempre più incancreniti e irrisolvibili, in modo da poter continuamente provocare la federazione russa e, grazie alla propaganda, trasformare magicamente le reazioni a queste palesi provocazioni in pericolo di invasione imminente per proteggersi dalla quale serve uno scudo, Lo scudo di Biden come titola a caratteri cubitali La Stampa – un’altra chicca del corrispondente dagli USA del giornale degli Elkann. “La parola d’ordine a Washington” sottolinea, infatti, con enfasi Alberto Simoni “resta quella di evitare l’escalation”: “Dinanzi alle azioni di Putin” continua “prevale il silenzio o frasi di circostanza”; l’importante è “non dare aria al fuoco della propaganda russa”. Forse, però, s’era perso un pezzettino; in una delle tappe del suo tour elettorale nella Carolina del sud, infatti, Biden sembra non aver tenuto troppo in considerazione la voglia di understatement del nostro stimato corrispondente: ha rilanciato l’idea – più che condivisibile – di ricavare 400 miliardi di entrate in più l’anno tassando i super-ricchi e ha promesso che, con quei soldi, potremo “assicurarci finalmente di proteggere l’Ucraina da quel macellaio di Putin” (che non è esattamente il primo appellativo che m’è venuto a mente quando ho letto Simoni farneticare di evitare l’escalation e non dare aria al fuoco della propaganda russa, diciamo). Dove riescano a trovare così tanti pennivendoli così impassibili di fronte alle figure di merda che raccattano di fronte all’universo mondo, per me, rimane un mistero: secondo me, li fabbricano a Mirafiori al posto delle auto – che quello hanno smesso da tempo di farlo, anche se La Stampa, che è di loro proprietà, non cielo dice.
I servi sciocchi dell’impero, comunque, alla fine (loro malgrado) si rivelano sempre utili perché, tra una puttanata galattica e l’altra, si fanno uscire – senza accorgersene – anche qualche verità; ed ecco, così, che Simoni ribadisce paro paro il concetto espresso dalla Meloni su Rete4: “Le frasi di Macron sulle truppe in Ucraina” sottolinea Simoni “non sono piaciute, e sono state lette, spiega un analista vicino ai democratici, come un’inutile esternazione”: cioè, è chiaro – come sosteniamo da un po’ – che dal momento che gli Ucraini addestrati adeguatamente rimasti, ormai, si contano sulle dita di una mano, dovremo mandare più personale NATO direttamente sul campo, ma va fatto come l’abbiamo fatto fino ad ora – in silenzio, senza fare troppo gli sboroni e con i nostri amici pennivendoli che negano l’evidenza fino a che non diamo noi, per qualche motivo, il semaforo verde (come quando, dopo le dichiarazioni di Macron, il New York Times se n’è uscito con l’articolone sulle basi della CIA lungo il confine russo-ucraino presenti almeno a partire dal 2014).

Nathalie Tocci

Non sono giornali: sono uffici comunicazione dell’intelligence che dicono sempre la cosa giusta al momento giusto, al contrario di Macron; il punto, qui, non è solo apparecchiarla adeguatamente per convincere le proprie opinioni pubbliche a non opporsi al suicidio di massa, ma è anche evitare di allarmare troppo Putin. Sbandierando ai 4 venti le nostre reali intenzioni, infatti, Putin si potrebbe convincere del fatto che il momento migliore per chiudere la partita è proprio adesso, prima che l’Europa trovi il modo di cominciare a riarmarsi: ed ecco, così, come si giustifica la selva di missili che si è abbattuta sull’Ucraina, con una ferocia senza precedenti, negli ultimi giorni; “Nell’ultima settimana” ricorda una Nathalie Tocci che, dopo una breve parentesi di umanità per le sorti dei bambini palestinesi, è tornata a invocare la guerra totale alla Russia dalle pagine de La Stampa “la Russia ha lanciato circa 190 missili, 140 droni e 700 bombe guidate su obiettivi civili e militari”. E’ l’unica cosa sensata di tutto l’editoriale: secondo la Tocci infatti, ovviamente, anche questo è solo segno di debolezza e di un Putin che, ormai, per legittimare il suo regime è diventato totalmente dipendente dalla guerra (che è la stessa identica cosa che ripete da 2 anni); l’attentato a Mosca, comunque – concede anche la nostra Nathalie – ovviamente non c’entra niente, anche perché l’operazione era iniziata prima. Il dubbio, in realtà, è semplicemente uno: la selva di missili che, tra le altre cose, ha fatto vedere chiaramente come le difese ucraine – ormai – siano ridotte al lumicino, potrebbe infatti essere, appunto, il tentativo di Putin di accelerare una vittoria definitiva sul campo, ma potrebbe anche essere, semplicemente, un avvertimento: se avete intenzione di intensificare il conflitto sappiate che, prima che voi siate pronti, io ho tutti gli strumenti per radere al suolo mezzo paese.
Quello che è certo è che, al momento, l’iniziativa è tutta in mano a Mosca e a noi rimangono gli annunci e le chiacchiere che, nelle pagine successive de La Stampa, ieri si rincorrevano veloci: ed ecco, così, che un’intera pagina viene dedicata alla fantomatica attivazione delle unità speciali della Response Force, la forza di risposta rapida della NATO – costituita nell’ormai lontano 2002 – e che, inizialmente, era previsto nel tempo raggiungesse addirittura le 300 mila unità; 22 anni dopo sono 40 mila.
Per intimorire il Cremlino, probabilmente, un po’ pochini anche perché, per ora, in realtà dormono sonni tranquilli: ad essere effettivamente messa in stato d’allerta, infatti, sarebbe una singola brigata interforze, la fantomatica Very High Readiness Joint Task Force, composta da appena 6 mila uomini; d’altronde, come sottolinea anche il generale USA Breedlove, “non credo che l’alleanza sia pronta come dovrebbe in caso di aggressione da parte della Russia”. Difficile, però, capire che cappello abbia in testa il generale quando fa queste dichiarazioni: dopo essere stato a capo del Comando USA in Europa, Breedlove, infatti, da pensionato si gode una serie infinita di incarichi finanziati dal gotha del comparto militare industriale: i profitti dei suoi sponsor potrebbero prendere il sopravvento sulla lucidità delle analisi. Ed ecco, così, che arriva immancabile il momento consigli per gli acquisti: “Bisogna acquistare munizioni adatte a questi scenari” ha dichiarato, “modernizzare e adeguare le attrezzature” e investire in “carri armati e fanterie” e, in cambio, vi diamo pure un cambio Shimano.
In realtà, comunque, a parte tutto quello che si può vendere (con ampio margine di profitto) per mettere in piedi finalmente una vera forza di risposta rapida che non sia in grado solo di affrontare, nella migliore delle ipotesi, le forze armate di qualche paese semifallito, il problema – come abbiamo ripetuto millemila volte – rimane quello che ci sarebbe da fare per prepararsi ad affrontare una lunga guerra di logoramento: per la produzione di armi, nonostante i tanti annunci, anche l’ultimo consiglio europeo per ora sembra essersi concluso con un nulla di fatto, ma lo scoglio ancora più insormontabile potrebbero essere, appunto, gli uomini; per la grande, lunga guerra che ci aspetta serve necessariamente tornare al servizio di leva – e io do per scontato che, prima o poi, ci si arrivi. Ma, ovviamente, nessun politico che abbia – per qualche ragione – ancora bisogno di conservare un minimo di consenso è oggi in grado di proporla seriamente: a escluderla categoricamente, ad esempio, è Guido Crosetto che, come Breedlove, ha più a cuore i fatturati dell’industria che lo pagava profumatamente fino a ieri che non la geopolitica; tra i tanti problemi c’è anche il fatto che reintrodurre la leva costerebbe, come minimo, 15 miliardi l’anno e, allora, meglio pensare a un piano B.

Guido Crosetto

Quello di Crosetto prevede una riforma per introdurre anche in Italia i riservisti volontari che però, stima Federico Capurso su La Stampa, potrebbero essere un po’ pochini, non più di 10 mila (se tutto va bene): è “l’Occidente” che ormai è costretto a seguire una “guida smarrita”, come la definisce Danilo Taino sempre sul Corriere della serva che, con grande rammarico, ricorda come “L’Unione Europea non muove passi decisivi a favore degli ucraini aggrediti da Vladimir Putin e non lo farà almeno fino a dopo le elezioni del Parlamento europeo a giugno” e che, poi, rimpiange i bei tempi andati quando, di fronte all’invasione del Kuwait da parte di Saddam nel 1990, Margaret Thatcher si rivolse a Bush padre con un perentorio “Non è tempo di barcollare”; “Gli aggressori tuonò” ricorda Taino entusiasta “devono essere fermati e buttati fuori. Un aggressore non può guadagnare dalla sua aggressione”. In quel caso, rimpiange Taino “Le democrazie non vacillarono”; il problema è che, ora come allora, “La democrazia deve essere riempita di convinzioni, di politiche, di responsabilità, di fermezza morale”; insomma: di puttanate. “Le leadership” infatti, continua Taino, “non nascono dal nulla”: c’è bisogno di creare “delle sfide e delle minacce da affrontare” e quali siano oggi queste sfide, continua Taino, “ce lo ha chiarito nel marzo 2023, sulla porta del Cremlino, il numero uno cinese Xi Jinping, che così salutò l’amico Putin: Ci troviamo di fronte a cambiamenti di dimensioni mai viste negli ultimi cento anni; e noi siamo coloro che assieme guideranno questi cambiamenti”. L’Occidente allora, per riaffermare la sua leadership – sostiene ancora Taino – deve reagire con fermezza e affermare chiaramente che è disposto a tutto pur di impedire che questi cambiamenti avvengano, e fa la lista della spesa: deve impedire all’ex blocco sovietico di rialzare la testa dopo che, con la shock therapy degli anni ‘90, eravamo quasi riusciti a riportarlo all’età della pietra; deve impedire che la resistenza palestinese metta fine al regime di apartheid imposto dall’occupazione sionista; deve impedire che il patriottismo nazionalista di Ansar Allah abbia la meglio sui regimi medioevali delle petromonarchie e deve impedire ai golpe patriottici dell’Africa occidentale di mandare il pericoloso segnale che anche quando sei senza il becco di un quattrino e pieno zeppo di problemi fino al collo, non è mai un cattivo momento per mettere fine a 5 secoli di brutale dominio coloniale.
Sono queste le battaglie che possono ridare al suprematismo occidentale lo smalto che, nel tempo, è andato sbiadendo; io, invece, sono dell’idea che all’imperialismo e al suprematismo non solo bisogna impedirgli di ritrovare lo smalto perduto, ma che proprio gli andrebbero strappate le unghie: per farlo, abbiamo bisogno di un vero e proprio media indipendente, ma di parte – quella dei popoli – contro le oligarchie. Aiutaci a costruirlo: aderisci alla campagna di sottoscrizione di Ottolina Tv su GoFundMe e su PayPal.

E chi non aderisce è Maurizio sambuca Molinari

Gli USA convincono Giappone e Filippine a immolarsi per la sua Grande Guerra contro la Cina

“Stati Uniti e Giappone pianificano il più grande aggiornamento del patto di sicurezza da oltre 60 anni”; manco il tempo di fare un minibrindisino per la risoluzione che Cina e Russia, finalmente, sono riusciti a imporre agli amici del genocidio della Casa Bianca al Consiglio di sicurezza dell’ONU che ecco un altro fronte che si avvia inesorabilmente verso l’escalation, il fronte per eccellenza: “Biden e Kishida” annuncia il Financial Times “annunceranno una mossa per contrastare la Cina alla riunione della Casa Bianca del mese prossimo”. Quello che è in ballo è, appunto, il più importante aggiornamento del patto di sicurezza tra i padroni di Washington e il loro principale vassallo del Pacifico da quando, nel 1960, USA e Giappone firmarono il trattato di mutua difesa: un trattato edulcorato, almeno rispetto alle ambizioni dell’allora premier Nobusuke Kishi, il sanguinario amministratore della colonia della Manciuria ai tempi dell’impero, che venne salvato dagli USA in cambio della garanzia di trasformare il Giappone in un protettorato a stelle e strisce. La mobilitazione popolare lo costrinse alle dimissioni e il trattato venne rivisto al ribasso; e, così, il Giappone si rassegnò ad avere forze armate dedicate esclusivamente alla difesa e gli USA rinunciarono all’idea di avere il pieno controllo della catena di comando dell’alleato del Pacifico. Dopo 60 anni abbondanti di lavoro certosino, nel dicembre del 2022, intanto, è saltato in buona parte il primo tabù e il Giappone ha approvato una riforma radicale delle sue forze armate in chiave offensiva, che le dota – finalmente – di armi di attacco all’altezza della sfida cinese e che prevede di portare la spesa militare dall’1 al 2% di PIL.

Shinzo Abe

E’ l’eredita lasciata – prima di venire barbaramente assassinato – dalla buonanima di Shinzo Abe, nipote del gerarca Nobusuke Kishi e leader del Nippon Kaigi, la potente organizzazione clericofascista fondata dal nonno e che da decenni influenza profondamente la politica giapponese. Nonostante il riarmo, però – come sottolineava a suo tempo l’ex direttore per l’Asia orientale nel Consiglio per la sicurezza nazionale dell’amministrazione Biden su Foreign Affair – il problema della catena di comando rimaneva: “Il Giappone” sottolineava, “per massimizzare l’efficacia di questa sua nuova postura, deve rafforzare la sua alleanza con gli USA”; ci è voluto un anno, ma ora, finalmente, ci siamo arrivati. E non è tutto, perché il Giappone sarà, a breve, più potente e aggressivo che mai e totalmente sotto controllo USA, ma è lontano.
Ed ecco allora la soluzione: facciamoci prestare le Filippine; dopo la parentesi multipolare e sovranista dell’amministrazione Duterte, con la presidenza Marcos le Filippine sono tornate alla loro vecchia condizione di portaerei dell’imperialismo USA nel cuore del Pacifico e hanno rimesso in moto l’EDCA, l’Enhanced Defense Cooperation Agreement – l’accordo di cooperazione rafforzata in materia di difesa che, sostanzialmente, permette alla marina militare a stelle e strisce di fare un po’ cosa cazzo gli pare. Siglato nel 2014 durante la presidenza filocolonialista di Aquino, prevedeva inizialmente 5 location dove far scorrazzare armi, navi e uomini USA a volontà e nessuna nella parte settentrionale dell’arcipelago, quella più utile per un’eventuale guerra con epicentro Taiwan; ora, fatto fuori Duterte, il piano torna in grande stile con 4 nuove location, tutte a un tiro di schioppo da Taipei e con anche un extra bonus: un nuovo porto nelle minuscole isole Batanes, a meno di 200 chilometri dalle coste di Taiwan. E visto che la flotta giapponese sarà, a breve, sostanzialmente eterodiretta da Washington, ecco che la relazione si allarga e diventa una bella threesome: a partire da novembre, infatti, Filippine e Giappone hanno avviato i negoziati per un accordo di accesso reciproco per le rispettive truppe: l’11 aprile prossimo i rispettivi leader sono entrambi attesi alla Casa Bianca per il primo trilaterale USA – Giappone – Filippine.
Nel frattempo, le provocazioni USA su Taiwan – con la vendita del sistema di telecomunicazioni militari Link 16 e la fuga di notizie sugli addestratori americani nell’isola di Kinmen, a 10 chilometri dalla repubblica popolare di Cina – continuano ad aumentare; ora rimane solo da convincere definitivamente i vassalli europei ad accollarsi la guerra di logoramento contro la Russia in Ucraina e dintorni e assicurarsi che il massacro dei bambini a Gaza non si trasformi in una dispendiosa guerra regionale, obiettivo talmente importante da obbligare gli USA, per la prima volta, addirittura a non mettere il veto in Consiglio di sicurezza, dopodiché, finalmente, gli USA si potranno concentrare a tempo pieno nella vera partita del secolo: la grande guerra del Pacifico contro il primo paese che ha osato superare la potenza economica del padrone del mondo. Prima di procedere con i dettagli di questo racconto inquietante, vi ricordo di mettere un like a questo video per aiutarci a combattere la nostra piccola, ma vitale, battaglia contro gli algoritmi e anche di aiutarci a crescere iscrivendovi a tutti i nostri canali, compreso quello Youtube in inglese, e attivare le notifiche: non riusciremo a bloccare l’armageddon, ma almeno proveremo a dare un contributo affinché, mentre ci preparano la tomba, non ci prendano anche impunemente per il culo.
“La Cina ha continuato e intensificato i suoi tentativi di modificare unilateralmente lo status quo con la Forza” e nel contesto “più grave e complesso” scaturito da questa aggressività “dobbiamo rafforzare la collaborazione con le nazioni che la pensano allo stesso modo”: la bozza del Diplomatic Bluebook 2024, il documento che descrive le linee guida della politica internazionale del Giappone per l’anno venturo e che è stata anticipata alla stampa nei giorni scorsi, è una vera e propria bomba incendiaria, soprattutto perché anticipa lo spirito col quale il premier Kishida ha deciso di affrontare lo storico trilaterale dell’11 aprile organizzato da Rimbambiden e che, oltre a USA e Giappone, vedrà la presenza delle Filippine. Ma perché un’alleanza solida tra Filippine e Giappone è così fondamentale per la strategia USA? Ma come perché! Sembrano nate l’una per l’altra!
Per affrontare la Grande Guerra del Pacifico contro il Nemico Esistenziale del loro modello imperiale unipolare, gli USA – infatti – prima di tutto devono risolvere un problemino piuttosto impattante: in una lunga guerra convenzionale contro una potenza industriale delle dimensioni della Cina, alla lunga – dopo 40 anni di finanziarizzazione e di deindustrializzazione, infatti – sono inevitabilmente destinati a soccombere; gli USA, infatti, hanno smesso di produrre tante cose, ma – in particolare – hanno smesso di produrre navi. Cioè, continuano – ovviamente – a produrre navi da guerra, ma a un ritmo e a costi che vanno bene solo per tempi di pace; in caso di guerra, per affrontare le quantità richieste c’è solo un modo: convertire la produzione civile a militare. Cioè, non è che ti puoi inventare i porti, le banchine, la manovalanza, le linee produttive e tutta la filiera da zero; ci devi avere la produzione civile già sviluppata e convertirla alla produzione militare e, molto banalmente, quella produzione gli USA non ce l’hanno – non nel senso che non ne hanno abbastanza: proprio che non ce l’hanno del tutto. In tutto, in un anno, producono imbarcazioni per 73 mila tonnellate; la Cina per 26 milioni e, come abbiamo ricordato diverse volte, alla fine quello è l’unico parametro che conta davvero. Hai voglia te di convincerti delle vaccate dei suprematisti sui primati tecnologici e segate varie: una grande guerra del mare la vince chi produce più navi. Punto. Il resto e fuffa. E la Cina, da sola, produce metà delle navi prodotte nel mondo.
Fortunatamente per gli USA, però, l’altra metà è concentrata in due paesi amici: Giappone e Corea del sud, insieme, coprono sostanzialmente l’altra metà della produzione mondiale; al resto rimangono gli spiccioli. Quindi, il primo scoglio da superare è fare in modo che Corea del sud e Giappone siano senza se e senza ma nella partita. Facile, direte. Fino a un certo punto, perché una cosa è essere amici e volesse bene, un’altra è essere così amici che – non dico per vincere, ma anche solo per poterci sperare – dipendo interamente da te: siccome in ballo non c’è la coppa del dopolavoro ferroviario per un torneo di calcetto babbi contro figli, se io dipendo da te per vincere devo essere sicuro al 100% che fai tutto quello che dico io quando lo dico io e, tradotto in termini militari, significa che la catena di comando, alla fine, fa riferimento a me e soltanto a me – che, per la Corea del sud, in buona misura è già così.
Per il Giappone, paradossalmente, un po’ meno: nonostante il trattato tra i due paesi preveda il mutuo soccorso, le forze armate giapponesi, tutto sommato, sono sempre rimaste nella loro bolla, con una catena di comando a se; il primo punto, quindi, è superare questo ostacolo e rivedere il patto in modo che le forze armate giapponesi diventino, a tutti gli effetti, un braccio interamente gestito dalla testa a stelle e strisce e questo è quello che, appunto, si vuole ottenere con il più grande aggiornamento del patto di sicurezza da oltre 60 anni a cui accennavamo all’inizio. Per il Giappone si tratta di una scelta epocale, che lo destina a un futuro e di incertezze; e il bello è che a prendere questa scelta sarà un primo ministro che ha una percentuale di consensi di poco superiore al 20% (le grandi magie del mondo libero e democratico…). Comunque, dal momento che l’altro 80% non s’è saputo organizzare adeguatamente, per quanto schifato anche dai parenti, Kishida sembra poter portare a casa questo risultato senza troppi problemi.

Fumio Kishida

Facciamo quindi conto che il problema della produzione delle navi e della catena di comando sia risolto; rimane, però, il problema della geografia perché con gli arcipelaghi meridionali – fino ad arrivare a Taiwan inclusa – un pezzo di accerchiamento alla Cina è fatto, ma rimane tutta la parte più a sud: ed ecco qua che entrano in ballo le Filippine. Che le Filippine rappresentino una pedina fondamentale per il dominio del Pacifico occidentale, gli USA lo sanno da sempre e, infatti, da sempre hanno fatto in modo di tenerle sotto controllo e nel 2014, durante la presidenza Aquino, l’avevano scritto nero su bianco: in 5 località sparse per le Filippine gli USA possono manovrare di tutto e di più, a loro piacimento. Poi però, appunto, era arrivato Duterte, che questa storia di essere una colonia USA non è che l’apprezzasse tanto, ma quell’epoca sembra tristemente tramontata; il nuovo presidente, all’inizio, aveva promesso di continuare sulla linea di avvicinamento a Cina, Russia e Sud Globale del predecessore – anche perché, altrimenti, non avrebbe mai vinto – ma dal giorno dopo il suo insediamento ha cambiato linea. Le malelingue dicono sia ricattabile: durante il regime del padre, infatti, si mormora che la sua famiglia abbia imboscato, col sostegno USA, in vari paradisi fiscali sparsi per il mondo una decina di miliardi; “Alcuni osservatori” riporta Asia Times “sospettano che Washington possa aver allentato il controllo sull’enorme ricchezza illecita dei Marcos, in cambio di un maggiore accesso alle basi militari e una più profonda cooperazione in materia di sicurezza”. Ed ecco così che, come per magia, dalle promesse elettorali si passa alla consegna chiavi in mano del paese agli americani per trasformarlo nella testa di ponte per la grande guerra contro la Cina, cosa che sembra Duterte non abbia gradito particolarmente: “Abbiamo un presidente tossicodipendente e figlio di puttana” avrebbe dichiarato col suo solito rispetto del politically correct al limite della pedanteria.
In sostanza, le Filippine con Marcos hanno concesso agli USA 4 nuove basi; siccome la costituzione, sostengono molti, in realtà lo vieterebbe, hanno trovato questo escamotage: uomini e attrezzature non potranno essere stabili, ma dovranno ruotare (come se, di solito, non ruotassero e come se ci fosse qualcuno a controllare): una controllatina l’hanno data gli analisti dell’ATMI, l’Asia Maritime Transparency Initiative, e hanno trovato un sacco di sorpresine. Tutte le basi presenterebbero un’attività frenetica per lo sviluppo delle infrastrutture: “A quanto pare” scrive Asia Times “le Filippine stanno rafforzando in modo proattivo la loro deterrenza contro l’espansione della Cina nel Mar Cinese Meridionale a ovest, mentre si preparano anche a potenziali imprevisti nella vicina Taiwan a nord” e dall’11 aprile, appunto, tutto questo potrebbe diventare pienamente accessibile anche agli amici giapponesi; “La cooperazione trilaterale” scrive diplomaticamente il Global Times “potrebbe diventare una routine fissa e normalizzata in futuro, prevedendo esercitazioni militari, esercitazioni di sbarco sulle isole, pattugliamenti marittimi congiunti con altri paesi, e sfruttando la posizione delle Filippine nell’ASEAN per cercare di influenzare gli altri paesi dell’organizzazione multilaterale regionale”.
Al grande appuntamento per la threesome dell’anno, comunque, le Filippine hanno tutta la volontà di presentarsi il più agghindate possibile: “Oltre a fare affidamento sugli aiuti militari statunitensi” ricorda infatti Asia Times “le Filippine mirano a procurarsi moderni aerei da combattimento, sottomarini e sistemi missilistici strategici nell’ambito di un programma di modernizzazione militare da” – udite udite – “36 miliardi di dollari”; 36 miliardi di dollari per un paese che ha un PIL che non arriva a 450. Per capire l’entità: negli ultimi 2 anni abbiamo spalancato gli occhi di fronte al programma tedesco di riarmo da 100 miliardi di euro; ecco, in proporzione, le Filippine è come se ne avessero annunciato uno da poco meno di 400 miliardi. Oltre ai caccia F16 dagli USA e Saab Gripen dalla Svezia, Manila sta trattando per comprarsi pure i sottomarini; e non uno, ma tre, perché “Tre” hanno affermato pubblicamente “è un numero magico: uno in funzione, uno in addestramento e uno in riparazione/manutenzione” e, il tutto, rivolto minacciosamente contro la Cina. Le Filippine, infatti, hanno da pochissimo approvato una nuova strategia di difesa nazionale denominata CADCComprehensive Archipelagic Defense Concept – che sta per concetto globale di difesa arcipelagica e che, in soldoni appunto, vuol dire concentrare il grosso delle risorse verso la Cina e verso Taiwan; pronti per raggiungere le isole più settentrionali ci dovrebbero essere anche i nuovi missili da crociera supersonici BrahMos acquistati dall’India e che hanno una gittata di circa 900 chilometri e, sempre a partire dalle isole settentrionali, il prossimo mese USA e Filippine dovrebbero dare il via a un’esercitazione denominata Balikatan che dovrebbe coinvolgere circa 12 mila soldati americani e vedere in veste di osservatori la presenza, appunto, del Giappone e anche dell’Australia.
Insomma: si stanno scaldando i motori in attesa di essere un po’ meno affaccendati in altre faccende; intendiamoci, non che manchino gli ostacoli: prima che l’Europa – ammesso e non concesso riesca mai a farcela – possa, in qualche modo, essere autosufficiente nell’assistere l’Ucraina oggi e, magari, gli altri paesi dell’est europeo domani nella lunga guerra di logoramento della Russia, ancora ce ne manca e svincolarsi, per gli USA – se mai sarà possibile – sicuramente non sarà immediato. Basti considerare che mentre si cercavano di risolvere tutti i colli di bottiglia del Pacifico, a un certo punto gli USA si son accorti di essere messi così male da chiedere nuove armi per rimpinzare gli arsenali allo stesso Giappone, in particolare le batterie di Patriot; il Giappone ha obbedito immediatamente e siccome, in realtà, non poteva inviare i suoi missili Patriot negli USA, ha addirittura cambiato la legge in fretta e furia per far contento il padrone di Washington – che quindi, da un lato, significa che sulla fedeltà ci possono essere pochi dubbi, dall’altro però, appunto, significa che fino a che a provvedere ad armare l’Ucraina non ci penserà qualcun altro, anche col supporto di Tokyo la grande alleanza del mondo libero di tenere testa, sul piano industriale, al colosso produttivo cinese nel Pacifico potrebbe non essere in grado.
Qualche altro problemino potrebbe arrivare dai fronti interni in Giappone e anche in Corea del sud, due paesi che, ovviamente, hanno nella Cina – di gran lunga – il primo partner commerciale (la Corea del sud addirittura, caso più unico che raro, vantando addirittura un piccolo surplus commerciale): un giro di affari enorme messo fortemente a rischio dalla guerra commerciale scatenata dalla Casa Bianca e sul quale la Cina tenta di fare leva. A partire già dal lontano 1999, i 3 paesi tengono regolarmente degli incontri trilaterali – o meglio, tenevano: nel 2019, infatti, questa abitudine è stata interrotta; ma il bello è che è stata interrotta non a causa della Cina, ma per tensioni tra Giappone e Corea del sud. Inutile, comunque, farsi troppe illusioni: i rapporti tra i due paesi sono spesso tesi e i due popoli non è che si stiano proprio simpaticissimi, diciamo; ciononostante, gli USA hanno ancora una leva sufficiente a superare le divisioni e quando, nell’agosto scorso, li ha richiamati entrambi all’ordine con un incontro trilaterale sempre alla Casa Bianca, con la coda tra le gambe i due hanno fatto buon viso a cattivo gioco e hanno obbedito senza troppi distinguo. Più che ai mal di pancia di paesi che, comunque, si riconoscono pienamente nel capitalismo globalizzato e finanziarizzato garantito da Washington, conviene allora forse guardare altrove per trovare le vere debolezze di questo piano USA, a partire da Ansar Allah, che continua a tenere alta la preoccupazione per un’estensione del conflitto in Medio Oriente che rovinerebbe alla base tutti i piani di Washington – che è uno dei motivi che, appunto, lunedì ha portato gli USA a compiere probabilmente la più grande rottura nei confronti del fedele alleato sionista di sempre: per la prima volta dall’inizio della fase terminale del piano di pulizia etnica di Israele nei confronti dei gazawi, gli USA non hanno posto il veto al Consiglio di sicurezza a una risoluzione presentata dall’Algeria e sostenuta da tutti gli altri 13 membri (Regno Unito incluso) che impone un cessate il fuoco immediato e che gli USA si sono limitati a non votare astenendosi; ne è seguito il più importante scontro tra leadership USA e israeliana di cui ho memoria, con Israele che ha cancellato la visita programmata a Washington e Kirby che si è dichiarato molto deluso.
Gli USA, da dettare la linea senza troppi intoppi all’intera comunità internazionale, sono ormai sempre di più costretti a scegliere quale guerra ritengono essenziale per i loro interessi; e non è detto che gli basti: è il vero, grande, epocale segnale non solo che il Mondo Nuovo avanza, ma che, al netto di tutto, è già avanzato e che non saranno i vecchi media a darci gli strumenti per capirci qualcosa e attrezzarci per prendere le contromisure. Per farlo, abbiamo bisogno di un vero e proprio media tutto nuovo e che sia indipendente, ma di parte: quella del 99%. Aiutaci a costruirlo: aderisci alla campagna di sottoscrizione di Ottolina Tv su GoFundMe e su PayPal.

E chi non aderisce è Federico Rampini