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Forrest Trump riceve Al Qaeda alla Casa Bianca e promette duemila dollari a tutti per vincere le elezioni di mid term. Peter Thiel sostiene che il capitalismo ha fallito

OttoParlante - La newsletter di Ottolina (11/11/25)

OttolinaTV by OttolinaTV
18/11/2025
in Africa, Articoli, Italia, Medio Oriente, U.S.A.
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Il Marru

Duemila dollari a testa: è il regalo di Natale che Forrest Trump ha promesso letteralmente a tutti i cittadini statunitensi. E’ la redistribuzione dei proventi dei dazi; pochi giorni prima, la maggioranza dei giudici della Corte Suprema aveva manifestato scetticismo sulla decisione di Re Donaldo di ricorrere ai poteri di emergenza per imporre dazi a destra e manca: con questa mossa, in vista delle elezioni di mid term, Trump configura il campo di battaglia, con lui che sta dalla parte del 99% e la Corte (e le opposizioni) serve dei comunisti col Rolex. E i mercati fanno di tutto per rafforzare questa narrazione: ieri i rendimenti dei titoli del tesoro USA sono tornati a crescere; se Trump si azzarda a redistribuire qualcosa, il grande capitale lo punirà. Questa settimana sono attese aste per titoli a 3, 10 e 30 anni per un totale di 125 miliardi. 

 

Nel frattempo, ieri è andato in scena il debutto ufficiale di un Leader Maximo di Al Qaeda alla Casa Bianca: è il compagno Ahmed Al Sharaa, il leader siriano che, come ricorda Alberto Negri sul Manifesto, “era stato imprigionato dagli americani a Camp Bucca, insieme a Al Baghdadi, il futuro capo del Califfato da cui Al Sharaa si divise nel 2013, per poi separarsi tre anni dopo anche da Al Qaeda”; “Un curriculum a dir poco controverso” continua Negri, “completato in ottobre dalla sua elezione, indiretta, alla presidenza da parte di consigli popolari dove la metà dei membri era stata in dicata direttamente dallo stesso Al Sharaa. Se a questo aggiungiamo il congelamento della Costituzione e i pogrom contro gli alauiti e i drusi non si può certo dire che abbia credenziali democratiche impeccabili. Ma in un Medio Oriente dove il maggiore alleato degli Stati Uniti e occidentale, Benjamin Netanyahu, è inseguito da un mandato di cattura per crimini di guerra della Corte penale internazionale è accettata anche la fedina del leader siriano”.

Secondo Negri, “Al Sharaa cerca la protezione americana ed è pronto a far aprire una base USA a sud di Damasco come garanzia contro eventuali operazioni militari israeliane” e “Il viaggio di Al Sharaa riflette un cambio strategico dell’amministrazione americana. Durante il suo primo mandato, la posizione di Trump era che gli Stati Uniti dovessero uscire dalla Siria e dal Medio Oriente, quelle che lui chiamava le guerre infinite”, “ma ora Washington ha ribaltato questa posizione, in gran parte perché alleati come Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Turchia e Giordania lo stanno spingendo ad assumere un ruolo più forte in Siria. Soprattutto le petromonarchie del Golfo – anche quelle entrate nel Patto di Abramo – temono la straripante egemonia militare israeliana, al punto che Riad si è spinta a mettersi sotto l’ombrello nucleare del Pakistan”; “Tutto questo” sottolinea ancora Negri “avviene dopo che il 9 settembre il premier israeliano Netanyahu ha commesso l’errore più grave del la sua carriera di indefesso massacratore di arabi: bombardare Doha, ovvero un alleato degli Stati Uniti che in Qatar vendono armi a tutto spiano e hanno di stanza nell’emirato diecimila marines. Trump può ammettere qualunque cosa, ma ha un principio basilare: i suoi migliori clienti non si toccano”.

 

Intanto, sembra degenerare la situazione in Mali. 

Secondo l’articolo, “La domanda che gira a Bamako non è se i jihadisti entreranno o meno in città e nemmeno quando succederà. La domanda che gira per Bamako è chi rimpiazzerà Assimi Goita, il colonnello delle forze armate che ha preso il potere nel 2022 promettendo di riconquistare l’unità nazionale distruggendo jihadisti e ribelli. Una promessa infranta su un muro di fuoco, quello delle centinaia di autocisterne che da più di un mese vengono date alle fiamme dai miliziani che stringono il Mali e la sua capitale in una morsa asfissiante, dove trovare un litro di benzina è quasi impossibile e chi ci riesce può pagarlo fino a otto euro”; ma “E’ difficile immaginare l’ex-chitarrista touareg divenuto leader jihadista Iyad Ag Ghali incravattarsi come il siriano Mohamed al-Jolani, anche perché io non credo che vogliano prendere il potere dice al Manifesto Ali Ag Mohamad, giornalista maliano di etnia touareg, riferendosi ai jihadisti che starebbero assediando Bamako. Non entreranno mai in città, finirebbe in un bagno di sangue. Loro vogliono il caos – che, in altre parole, significa un nuovo colpo di Stato, un regime change per indebolire ulteriormente lo Stato, balcanizzarlo e rafforzare il potere jihadista”.

 

Anche Africa Rivista è decisamente pessimista sulla situazione nel Sahel:

“Da ieri”, si legge nell’articolo, “circola un documento dello Stato maggiore dell’esercito del Burkina Faso che lascia intendere una certa tensione tra le Forze armate burkinabé e i loro colleghi maliani”: un documento firmato dal capo di stato maggiore burkinabé Moussa Diallo e destinato alle “truppe aeree e terrestri” imporrebbe un “divieto assoluto di incontro” con i loro colleghi nigerini e maliani impegnati in servizi di scorta ai convogli di carburanti che dal Niger sono diretti a Bamako. La rivoluzione sovranista del Sahel sta definitivamente fallendo? Sicuramente le difficoltà non mancano. Sarà meglio fare un ripassino:  in agosto, Tricontinental pubblicava questo articolato dossier; a metà settembre, People’s Dispatch cercava di fare un bilancio degli ultimi due turbolenti anni e, a fine ottobre, Africa Is a Country si interrogava sul “dilemma della sovranità in Mali”.

 

Intanto l’Iran risponde al suo di dilemma sulla sovranità accelerando la produzione di missili in vista di un nuovo round della guerra contro il regime di Tel Aviv.

 

La Russia deve fare i conti con la sua Mario Draghi, lady austerity Elvira Nabiullina.

 

Il Wall Street Journal si interroga su La Guerra Fredda dell’AI che ridefinirà tutto.

 

Ma, soprattutto, su The Free Press torna a parlare il boss della PayPal Mafia, Peter Thiel.

“Nel 2020, Thiel aveva scritto un’email profetica a Facebook,  l’azienda simbolo dei millennial, esortando i dirigenti Mark Zuckerberg, Sheryl Sandberg, Nick Clegg e altri a prendere sul serio l’attrazione dei giovani per il socialismo. L’email è diventata virale in seguito alla vittoria dell’autoproclamato socialista democratico Zohran Mamdani nella corsa a sindaco di New York”.

Tra esplosione del debito degli studenti e inaccessibilità al mercato immobiliare dopo 4 decenni di bolla finanziaria, “il divario tra le aspettative che i genitori baby boomer avevano per i loro figli e ciò che questi ultimi sono stati effettivamente in grado di fare è semplicemente straordinario. Non credo che ci sia mai stata una generazione in cui il divario sia stato così profondo come quello dei millennial”; “Non mi piace molto il socialismo di Mamdani, ma non mi sorprende. Il capitalismo non funziona per molte persone a New York. Non funziona per i giovani. Non credo che le sue politiche funzioneranno, ma non mi sorprende che abbia vinto”.

 

Facebook, comunque, qualcosa contro l’ascesa del socialismo continua a provare a farlo, ad esempio minacciando di chiuderci il nostro account perché un meme sulla Meloni che indicava le macerie della Palestina (e un altro sul balletto di propaganda anticomunista di Shen Yun) sono stati segnalati come contenuti che “incitano ad atteggiamenti sessuali violenti”.

 

Tags: ahmed al sharaaburkina fasocensuradazidonald trumpfacebookla newsletter di ottolinamalimoussa dialloottoparlantepeter thielSahelsocialismozohran mamdani
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