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Tag: socialismo

Ma la Cina è comunista?

Socialismo con caratteristiche cinesi, questo il modello socio-economico che si è affermato in Cina dal 1980. Ma è davvero un modello socialista? E quale è stata la storia del Partito Comunista Cinese? Ne parliamo in questo video, con Francesco Maringiò!

Quest’estate torna FEST8LINA, la festa del 99%, dal 4 al 7 luglio al circolo ARCI di Putignano a Pisa: quattro giornate di dibattiti e di convivialità con i volti noti di Ottolina Tv. Facciamo insieme la riscossa multipopolare! Per aiutarci ad organizzarla al meglio, facci sapere quanti giorni parteciperai
e le tue esigenze di alloggio compilando il form e, se vuoi aiutarci ulteriormente, partecipa come volontario.

Fest8lina, perché la controinformazione è una festa!

Un manuale per rivoluzionari – ft. Alessandro Pascale

Alessandro Pascale presenta Comunismo o barbarie, il suo ultimo lavoro dedicato a Marx, la storia del socialismo reale e il totalitarismo liberale. Contro le oligarchie finanziarie e contro gli USA dobbiamo metterci in testa nuovo movimento politico rivoluzionario: dovrà fare i conti con tutta la storia del ‘900 e abbandonare ogni legame con l’attuale sinistra della ZTL. Sovranità, socialismo cinese e anti-imperialismo sono le parole d’ordine da cui ripartire.

8POP: Bella fratellì – ft. SusettoErDuro & RealLollino

Oggi per il consueto appuntamento con i famosi del web, abbiamo con noi ad 8POP Susetto er Duro e The Real Lollino, i due giovanissimi militanti social che attraverso l’ironia parlano di socialismo, rivoluzione, diritti dei lavoratori, decostruzione e veganismo.
Buona visione!

OTTOSOFIA – Viaggio nell’utopia: il socialismo autogestionario in Jugoslavia

In questa puntata extra di Ottosofia parliamo con Manfredi Mangano di socialismo autogestionario in Jugoslavia. L’esperimento di Belgrado scaldò i cuori di mezzo mondo, tanto ad est quanto ad ovest e, forse, soprattutto nel sud del mondo. Oggi quel messaggio di sperimentazione e non ossificazione del socialismo sembra esser stato ereditato dai partiti comunisti asiatici, ma all’epoca era una invenzione originale del nucleo dirigente titoista. Buona visione!

Global Southurday – Cina socialista: vera evoluzione del marxismo o fuffa? – Ft. Francesco Maringiò e Herta Manenti

Oggi per il Global Southurday, parliamo con due grandi esperti di Cina e volti noti di Ottolina Tv: Francesco Maringiò e Herta Manenti.
Una panoramica a 360 gradi sulle attuali linee della Repubblica Popolare dall’economia agli esteri, concentrandoci sullo sviluppo delle forze produttive e sulla costruzione dell’originale socialismo con caratteristiche cinesi.
Buona visione… E chi ci non guarda è Matteo Renzi!

Ma è proprio vero che la Cina ha smesso di crescere e si sta armando fino ai denti per distruggerci?

La Cina investe in difesa, l’economia resta in crisi titolava ieri Il Giornanale. Come ormai d’abitudine, anche di fronte all’appuntamento politico cinese più importante dell’anno i nostri media di regime hanno lanciato la loro gara a chi stravolgeva di più la realtà; and the winner is, appunto, Rodolfo Parietti dalle pagine del Giornanale, l’organo più mainstream della propaganda filogovernativa che di economia, evidentemente, ci capisce il giusto, però a verve poetica dà la via a tutti: “Più che quello del dragone” sottolinea, infatti “in Cina il 2024 sarà l’anno del bradipo. Un andamento lento, quasi una sorta di paresi”. L’andamento lento della Cina consiste negli obiettivi di crescita per il 2024 ufficializzati dal premier Li Qiang nel discorso inaugurale delle così dette liang hui, le due sessioni che si sono aperte lunedì scorso a Pechino: +5%, una vera paresi, in effetti; mica come da noi col governo dei patrioti. Come titola Libero, da noi c’è stato un vero e proprio Colpo di reni del PIL a fine anno: “L’ISTAT” annuncia trionfante l’organo più cringe del fascioliberismo in salsa italica “rivede al rialzo la crescita del quarto trimestre 2023”; invece che lo 0,5%, lo 0,6. Non nel trimestre, eh? Annualizzato. Vabbeh, e grazie tante che i cinesi crescono di più: come sottolinea sempre Il Giornanale “investono in difesa”; “è lì” insiste spudorato il nostro Parietti “dove la Cina manifesta propositi muscolari, rincorrendo l’America sull’aumento delle spese militari”. E’ la stessa tesi sostenuta rigorosamente anche da tutti gli altri giornali: “L’unico investimento imponente” scrive infatti Santevecchi sul Corriere della serva “è quello annunciato per la difesa”. Non sfugge alla retorica nemmeno Il Manifesto: Addio grande crescita titola; “La Cina vuole più militari”.

Li Qiang

Ma, esattamente, a quanto ammonta questo gigantesco investimento nella difesa che, come rilancia Il Giornanale, trasformerebbe l’economia cinese in un’economia di guerra? “Gli investimenti destinati alla difesa” sottolinea con enfasi Parietti “cresceranno” addirittura, udite udite, “del 7,2%”: basterà, come dice Parietti, per rincorrere l’America? Mhhh… insomma. La Cina, infatti, spende in difesa l’1,6% del PIL; gli USA oltre il 3,5 e il PIL USA – quello nominale in dollari, perlomeno – è ancora un bel po’ più grande di quello cinese. Eh, vabbeh, però di questo passo si stanno avvicinando! Mmhh… anche qui, non proprio: se il budget cinese, infatti, per il 2024 aumenterà del 7,2%, quello statunitense, invece, aumenterà dell’8,5, nonostante le stime per la crescita del PIL nel 2024 siano di poco superiori al 2% contro, appunto, il 5 cinese. Risultato: la Cina, nel 2024, spenderà per la difesa 231 miliardi di dollari; gli USA 886. Come abbiamo sottolineato diverse volte, i cinesi lavorano, gli americani bombardano chi lavora; risultato: la Cina è l’unica vera superpotenza produttiva e, da sola, pesa per il 35% della produzione globale, più dei 9 paesi che la seguono messi assieme. Gli USA, invece, sono l’unica vera superpotenza distruttiva, con una spesa militare che supera la somma dei 10 paesi che la seguono; la Cina spende in armi 163 dollari per ogni suo abitante, gli USA poco meno di 2700 dollari – 16 volte tanto – e nel giardino ordinato dell’Occidente collettivo sono sempre più in buona compagnia.
L’anno scorso, dei 26 paesi membri della NATO, 18 hanno raggiunto l’obiettivo del 2% di PIL di spesa militare; erano soltanto 3 appena 15 anni fa, ed è solo l’inizio: recentemente, il ministro della difesa tedesco Borsi Pistorius ha dichiarato che il suo obiettivo sarebbe portare la spesa militare stabilmente sopra il 3% del PIL nonostante la Germania sia in piena recessione e la Polonia, già dal prossimo anno, supererà abbondantemente quota 4%. Che ci vuoi fare, i colonialisti son fatti così: non solo si armano fino ai denti per ingaggiare guerre di aggressione illegale ai 4 angoli del pianeta, ma se poi qualcuno decide di starsene lì a guardare mentre loro programmano l’aggressione, ecco che immediatamente diventa un pericoloso guerrafondaio. Anche a questo giro, per capire qualcosa di uno degli eventi politici mondiali più importanti – se non il più importante – dell’anno, la nostra propaganda suprematista serve decisamente a poco e, allora, proviamo a metterci una piccola pezza noi. Ora, intendiamoci, noi siamo abituati bene perché viviamo nel giardino ordinato dove vige lo stato di diritto, la libertà – e la democrazia – di votare Mario Draghi (senza o con parrucca bionda) o, come negli USA, di scegliere tra le due gang della casa di riposo più importante del pianeta; è quello che involontariamente ha sottolineato, in un articolo esilarante di un mesetto fa, l’incomprensibilmente celebre guru dell’economia USA Paul Krugman su La Stampa: “Sì, è vero, Biden è anziano” ricorda “e sarà ancora più anziano a fine secondo mandato se verrà rieletto. E sì, è vero che parla a voce bassa e un po’ lentamente, ma chi ha avuto modo di chiacchierare direttamente, e io l’ho fatto, vi dirà che è in possesso di tutte le sue facoltà mentali”. Oh, e se lo dice Krugman che c’ha addirittura parlato dal vivo, chi siete voi per giudicare? Ma aspetta: la parte più bella viene dopo, perché se Biden, a prima vista, appare addirittura in possesso delle sue facoltà mentali – che, evidentemente, è un requisito più che sufficiente per guidare la più grande superpotenza globale – lo stesso, sostiene Krugman, non si può dire del suo sfidante che, sottolinea Krugman, “è più giovane di lui di soli quattro anni”. “Forse” argomenta Krugman “alcune persone sono colpite dal fatto che Trump parla a voce alta e in modo aggressivo, ma cosa dice quando parla?”; “A me ricorda” conclude l’autorevole economista “l’ultimo terribile anno di mio padre quando, colpito dall’alzheimer, ebbe attacchi di incoerenza e di aggressività. E noi dovremmo preoccuparci per le condizioni mentali di Biden?” In sostanza quindi, conferma Krugman, la democrazia USA si riduce alla possibilità di poter scegliere qual è il meno rincoglionito tra due vecchietti che reggono l’anima coi denti. In Cina, questo culo non ce l’hanno mica; in Cina c’è un omino che la mattina si sveglia e decide vita, sorte e miracoli di 1,4 miliardi di persone: cioè, sono tutti schiavi sfigatissimi che lavorano 12 ore al giorno e poi c’è lui che li manovra a piacimento come dei bambolotti e, visto che è tutto così semplice, cosa ci potrà mai essere di così interessante da capire?
Il momento del liang hui, e cioè delle due sessioni, rischia però di mettere un po’ in crisi questa caricatura profondamente razzista e neocoloniale; in cosa consiste? Sostanzialmente, è il periodo dell’anno durante il quale oltre 5000 delegati provenienti dagli angoli più remoti del paese si danno appuntamento nei palazzi monumentali della gigantesca piazza Tienanmen: in poco meno di 3 mila partecipano ai lavori dell’assemblea nazionale del popolo e, cioè, il massimo organo legislativo della repubblica popolare; di questi, circa 2000 sono iscritti al Partito Comunista Cinese, ma ci sono anche circa 500 indipendenti e pure altrettanti iscritti ad altri partiti. Sono i partiti del cosiddetto Fronte unito, che vanno dagli eredi degli ex militanti del Kuomintang, che si separarono da Chang Kai Shek durante la guerra civile e che contano ancora oggi oltre 130 mila iscritti, alla Lega Democratica, che di iscritti ne vanta poco meno di 300 mila e che è uno dei tre partiti nati in opposizione al partito comunista nella cosiddetta primavera di Pechino del ‘78 e che è stato tra i protagonisti delle proteste di Tienanmen dell’89. In contemporanea, altri duemila partecipano invece ai lavori della Conferenza politica consultiva del popolo, l’organo consultivo dove, al fianco degli stessi partiti di cui sopra, si riuniscono ampie delegazioni di alcune delle principali organizzazioni popolari del paese – dalla Federazione delle donne all’Associazione cinese per la scienza e la tecnologia e anche una folta rappresentanza di alcune categorie specifiche, divise per settore – da quello artistico a quello sportivo, passando per quello religioso, come quello sanitario o quello dell’informazione: insieme formano il cuore di quella che viene definita la democrazia con caratteristiche cinesi che, per carità, con l’idea che abbiamo noi di democrazia c’entrano un po’ come il cavolo a merenda, ma che – tutto sommato – dubito siano meno degne di attenzione che la faida a chi c’ha il finanziamento miliardario più grosso combattuta da due vecchi rimbambiti dall’altra parte del Pacifico. Come ricorda il Global Times, infatti, “Nelle due sessioni dell’anno scorso, i deputati hanno avanzato 271 proposte e 8.314 suggerimenti, che nel corso dell’anno sono state esaminate da nove comitati speciali e da 204 organizzazioni diverse. Durante questo anno inoltre il comitato consultivo ha organizzato 94 consultazioni, dalle quali sono pervenute 350 raccomandazioni”.
Insomma: la storiella del paese in preda agli umori dell’uomo solo al comando non sembra essere proprio rigorosissima, ecco, anche perché -, al contrario di quello che avviene sempre più spesso tra le diverse forze politiche dell’Occidente collettivo e, in maniera ancora più clamorosa, nella postdemocrazia a stelle e strisce – in queste 5000 persone trovi davvero le posizioni più disparate, come d’altronde anche all’interno del partito comunista stesso che, ricordiamo, vanta 100 milioni di iscritti che lo rendono, di gran lunga, l’organizzazione politica più grande e complessa della storia dell’umanità e dove dentro, appunto, ci trovi letteralmente di tutto. E non nel senso nostro di diverse sfumature del pensiero unico neoliberale e della dittatura thatcheriana del There is no alternative, ma proprio letteralmente di tutto: dai reazionari ultranazionalisti ai liberisti più sfegatati, fino anche, ovviamente, a un sacco di gente normale, e cioè – in varie forme e misure – socialisti. Tra queste varie anime, sia dentro al partito che, più in generale, in questi organi più ampi, c’è una dialettica feroce il cui esito è tutt’altro che scontato e non solo per questioni tutto sommato marginali, come accade nel nostro giardino ordinato dove il potere vero risiede sempre più spesso in strutture tecnocratiche che di democratico non hanno assolutamente niente (come ad esempio le banche centrali) se non, addirittura, direttamente nei consigli d’amministrazione delle principali corporation private e, soprattutto, in quelli dei grandi monopoli finanziari; è quello che, ad esempio, emerge con grandissima forza dal bellissimo libro di Isabella Weber How China escaped shock therapy – come la Cina è sfuggita alla terapia d’urto – che racconta come, in almeno 2 circostanze, la Cina optò per la via del socialismo con caratteristiche cinesi al posto della distruzione programmata dell’economia e della sovranità nazionale sulla falsariga di quanto imposto alla Russia dal regime eltsiniano al photofinish. Il famoso processo di accentramento del potere che, oggettivamente, è avvenuto con la leadership di Xi Jinping, nasce proprio da qui e dall’esigenza di garantire che si mantenesse la barra dritta in una fase di aggressione imperialista a tutto tondo senza precedenti, ma – appunto – da qui alla leggenda dell’uomo solo al comando ce ne corre.
Come sempre, anche quest’anno ad inaugurare la settimana di lavoro delle due sessioni c’ha pensato il premier che ha presentato ai delegati il report sul lavoro del governo e che non si è nascosto dietro a un dito: “Pur sottolineando i risultati ottenuti” ha dichiarato “siamo profondamente consapevoli dei problemi e delle sfide che ci troviamo ad affrontare. La crescita economica globale manca di slancio e la nostra ripresa economica non è sufficientemente solida, come risulta evidente dalla debolezza della domanda effettiva come anche dalla crisi di sovracapacità in alcuni settori industriali”; “a livello globale” insiste “la ripresa economica è lenta, i conflitti geopolitici sono sempre più acuti, il protezionismo e l’unilateralismo sono in aumento, e queste condizioni ambientali hanno esercitato un impatto sempre più negativo sullo sviluppo della Cina” e “a livello nazionale” poi “i problemi già radicati sono diventati più pronunciati, e ne sono emersi di nuovi. Al calo della domanda esterna si è sommata una mancanza di domanda interna e sono emersi problemi sia ciclici che strutturali. I rischi potenziali del settore immobiliare, del debito delle amministrazioni locali e della debolezza delle piccole e medie aziende sono diventati particolarmente severi”.
Le sfide principali che si trova di fronte la Cina per continuare a registrare un tasso di crescita molto superiore a quello statunitense – sostenuto dalla dittatura del dollaro e dal saccheggio sistematico degli alleati vassalli – sono fondamentalmente due: le esportazioni verso i mercati più ricchi dell’Occidente collettivo e la bolla immobiliare e cioè, sostanzialmente, i due tasselli fondamentali della spettacolare crescita cinese nella prima lunga fase di aperture e riforme e che sono tra loro profondamente interconnessi; il settore immobiliare ha rappresentato, negli ultimi 30, anni un traino gigantesco per l’economia cinese, pesando per circa un quarto del suo prodotto interno lordo – quasi il doppio di quanto registrato negli USA, in Gran Bretagna o in Giappone. D’altronde la sfida che si è trovata ad affrontare la Cina da questo punto di vista è stata epocale: trasformare, nell’arco di pochi anni, un gigantesco paese quasi interamente agricolo in una superpotenza industriale urbanizzata; il processo di urbanizzazione cinese è stato, in assoluto, il più grande e rapido della storia dell’umanità e, a differenza di tutti gli altri paesi in via di sviluppo, senza che il paese diventasse un concentrato di slum e di homeless. La Cina ha – in proporzione – ancora oggi meno homeless non solo degli Stati Uniti, ma anche di Francia, Gran Bretagna e Canada, ma ovviamente, un processo di questa portata non poteva non avere anche enormi controindicazioni: la prima consiste, appunto, nel fatto che per finanziarlo si è fatto ricorso ai risparmi dei cittadini, che sono abituati a risparmiare assai e che sono stati convinti attraverso incentivi fiscali succulenti a investire tutto nel mattone, dove viene custodito oltre il 70% dei loro patrimoni. La seconda è che si è creata una gigantesca bolla, non tanto nel senso che, a parte i principali centri urbani, le case in Cina abbiano raggiunto chissà che prezzi, ma più che altro nel senso che alcuni dei principali costruttori, che in Cina hanno raggiunto dimensioni spaventose, per cavalcare l’onda hanno creato una sorta di gigantesco schema Ponzi che riusciva a stare in piedi solo fino a che la gente continuava ad accumulare case su case pagandole in anticipo e facendo affidamento sul fatto che il prezzo delle case sarebbe aumentato all’infinito; fino a quando, come tutti gli schemi Ponzi, a un certo punto il giochino è saltato per aria e, in buona parte, a farlo saltare per aria è stato proprio Xi in persona da quando, nel 2016, ha cominciato ad affermare chiaramente che Le case servono per viverci, non per speculare, e poco dopo sono state introdotte le prime misure restrittive per limitare l’indebitamento dei costruttori. I sapientoni della propaganda occidentale, allora, anche se non sono mai stati in grado di anticipare l’esplosione delle megabolle di casa loro – a partire da quella di svariati ordini di grandezza più grande del 2008 – si sono profusi in consigli non richiesti; la formula è chiara ed è esattamente quella adottata da Obama nel 2008: salvare il grande capitale e rilanciare la bolla speculativa più forte che mai.

Le vie della seta

La Cina, seppur non senza tentennamenti e con qualche concessione qua e là, sembra però aver scelto una strada fondamentalmente diversa e ovviamente, in termini di crescita del PIL, sta pagando un prezzo e dovrà continuarlo a pagare, ma difficile credere ci possa essere una retromarcia; l’obiettivo fondamentale, infatti, a 8 anni di distanza continua a stare tutto sempre in quell’affermazione: le case servono per viverci, non per speculare. E non è soltanto questione di giustizia e di equità: ancora di più, piuttosto, l’obiettivo – infatti – è fare in modo che i risparmi dei cinesi, dal mattone, si spostino verso qualcosa di più produttivo, un’esigenza strutturale che, negli ultimi anni, è diventata una vera e propria emergenza. Dopo un decennio abbondante di investimenti esteri diretti senza precedenti, infatti, le recenti tensioni geopolitiche hanno fatto precipitare l’arrivo di capitali dall’estero ai minimi storici: dai 350 miliardi del 2021, che è stato un anno record, a poco più di 30 miliardi nel 2023; nel frattempo, gli investimenti cinesi all’estero sono tornati ad aumentare, anche se hanno disertato completamente l’Occidente – che li disincentiva, quando non li vieta tout court – e si sono concentrati tutti nei paesi che hanno aderito alla Belt and road initiative. Questa ritirata dei capitali privati internazionali non è tanto – o, almeno, non solo – un problema quantitativo, ma anche qualitativo: quei capitali, infatti, in buona parte erano legati a investimenti che permettevano alla Cina di colmare gradualmente il gap tecnologico rispetto ai paesi a capitalismo più avanzato che, nonostante tutto, in alcuni settori rimane. La Cina, allora, si è trovata di fronte a un imperativo categorico: sviluppare una vera e propria indipendenza tecnologica, più o meno totale; per farlo, oltre ai grandi progetti guidati dalle aziende di Stato e dai capitali pubblici, ha bisogno di incentivare l’iniziativa privata e la concorrenza e, per farlo, ha bisogno di indirizzare verso questi settori i risparmi privati, che è quello che, ad esempio, è successo con i veicoli elettrici. Da bravo Stato sviluppista, il governo ha sviluppato tutte le forze produttive necessarie ad avviare il settore e poi ha incentivato una concorrenza spietata tra gruppi privati, che ha portato la Cina a essere ordini di grandezza più competitiva del resto del mondo e così oggi – come ha sottolineato lo stesso Elon Musk – “Senza barriere commerciali, le aziende di veicoli elettrici cinesi demoliranno i rivali”; c’ha messo 12 anni ma, alla fine, c’è arrivato: quando, nel dicembre scorso, è uscita la notizia che il colosso BYD aveva superato Tesla nella vendita di veicoli elettrici, Bloomberg infatti ha ritirato fuori questa chicca risalente ormai al lontano 2011:

Giornalista: C’è un concorrente adesso, che sta crescendo. Immagino tu lo conosca, è BYD, che è presente anche sulla West Coast e che sta aumentando la sua produzione di veicoli elettrici.
Musk: <ride>
Giornalista: Perché ridi? Stanno provando a competere, cosa c’è da ridere? Hai visto le loro auto?
Musk: Sì, le ho viste. <ride ancora>
Giornalista: Non li vedi come competitor?
Musk: No.
Giornalista: Perché? Hanno prezzi molto competitivi.
Musk: Non credo abbiano un buon prodotto.


S
impatico eh, Musk, come una gattina attaccata ai coglioni.
Comunque, se c’ha messo 12 anni Musk a capire cosa stava succedendo, potete immaginare quanto ci metteranno i nostri Rampini o la Vestager: la concorrenza spietata tra decine e decine di marchi a colpi di innovazione è stata resa possibile proprio grazie ai risparmi privati che si sono riversati sulle borse di Shenzhen, di Shanghai e di Hong Kong, alla ricerca dell’unicorno del secolo e lo stesso è successo anche con i produttori di batterie e con i produttori di tutto quello che serve per produrre energia da fonti rinnovabili, a partire dal fotovoltaico; sono quelli che i cinesi chiamano i tre nuovi e cioè i tre nuovi pilastri della nuova Cina industriale, che fa qualche passetto indietro sulle vecchie produzioni a basso valore aggiunto e punta tutto sulle produzioni ad altissimo contenuto tecnologico. E i risultati fanno paura, letteralmente: in questo grafico del Financial Times si vede la crescita, a partire dal 2020, in fucsia dei veicoli elettrici e, in blu, delle batterie:

In quest’altro, invece, la crescita delle rinnovabili in termini di gigawatt di capacità installata:

Per quanto riguarda il fotovoltaico, nel 2023 la Cina ha installato più nuova capacità del resto del mondo messo assieme e più di quanto gli USA abbiano fatto negli ultimi 30 anni.
Il problema è che i tre nuovi da soli non sono certo in grado di sostituire il vecchio manifatturiero o il real estate: questo sforzo va moltiplicato per 100 e, per farlo, serve convincere i risparmiatori a mettere i loro soldi in titoli più che in mattoni; ecco perché, da un anno a questa parte, in Cina non si fa altro che parlare di riformare il mercato finanziario. Alcuni osservatori poco pratici hanno confuso questa foga riformatrice con la volontà della Cina di scimmiottare la finanziarizzazione dei paesi a capitalismo avanzato; è l’esatto opposto: la volontà della Cina, infatti, è quella di ridurre ancora di più le rendite improduttive per destinare tutte le risorse allo sviluppo di quelle che chiamano le nuove forze produttive. Per farlo, hanno deciso, appunto – come ricorda il Global Times – “di puntare tutto sulla protezione degli investitori di piccole e medie dimensioni, perché costituiscono la principale fonte di finanziamento a lungo termine per il mercato azionario cinese”. Nella sua prima apparizione davanti ai media proprio nell’ambito delle due sessioni, il neo nominato capo dell’autorità della vigilanza sui titoli cinesi, Wu Qing, ha chiarito che, ovviamente, “Il funzionamento del mercato ha le sue regole e in circostanze normali non si dovrebbe interferire”, ma ciononostante “non esiteremo ad intervenire ogni qualvolta il mercato si discosta dai suoi fondamentali, o vi sono fluttuazioni irrazionali e violente”. Insomma: un mercato finanziario sicuro e accessibile, a misura di piccolo azionista; esattamente l’opposto di quello che – nel frattempo – sta avvenendo in Italia dove, col Decreto capitali da poco definitivamente approvato, si è fatto un passo decisivo verso un mercato dei capitali a immagine e somiglianza degli interessi della finanziarizzazione e dei grandi asset manager che, grazie all’introduzione del voto multiplo, potranno garantirsi il controllo delle aziende con appena il 10/20% delle azioni. E con lo strapotere dei grandi fondi, la direzione non potrà che essere quella intrapresa da tempo negli USA: i mercati finanziari, invece che essere lo strumento per reperire le risorse necessarie alla produzione, sono una cosa a sé che non produce niente se non la speculazione che viene fatta sui titoli azionari stessi.
Il fatto che – grazie a una riforma dei mercati finanziari efficace – la Cina punti a trovare le risorse per replicare in modo allargato il successo ottenuto nei tre nuovi pilastri dell’industria hi tech, terrorizza l’Occidente collettivo anche perché, in tutti questi casi, “Ciò che ha davvero allarmato l’Occidente” sottolinea il Financial Times “è che la tecnologia cinese è spesso superiore a quella degli Stati Uniti e di altre economie avanzate”; come hanno reagito allora? Esattamente come chiedeva Elon Musk: dopo aver sfrantumato la uallera per decenni sulle magnifiche sorti e progressive del libero commercio, hanno ricominciato ad innalzare barriere commerciali; prima l’hanno chiamato decoupling, poi – quando le loro stesse corporation gli hanno spiegato che era una minchiata e non era fattibile – hanno abbassato un po’ i toni e l’hanno ribattezzato derisking. Ma, qualsiasi sia l’etichetta, la sostanza è la stessa: la concorrenza cinese va evitata, costi quel che costi. Ora, appunto, con il mercato immobiliare che continuerà a non essere particolarmente sostenuto (nella speranza di convincere i cinesi a finanziare lo sviluppo hi tech) e l’export che continuerà a faticare perché l’Occidente ha deciso di farla finita con la retorica della libera competizione – al contrario di quanto titolavano i nostri giornalacci – l’obiettivo della crescita al 5% non è certo poca cosa, anzi! E, infatti, le principali testate dei paesi che contano – e che, quindi, non si possono accontentare di fare un po’ di propaganda da bar per affrontare la sfida cinese, ma devono cercare di capire come combatterla – è su questo che si concentrano, non certo sulle segate alla Parietti. Di fronte a tutte queste difficoltà – e il giudizio è unanime, dall’Economist al Financial Times, passando per Bloomberg e il Wall Street Journal – raggiungere una crescita del 5% richiederebbe sforzi giganteschi che però Li Qiang , nell’inaugurazione delle due sessioni, non ha minimamente citato; anzi: l’obiettivo è ridurre ulteriormente il deficit, dal 3,8 al 3%.
Nonostante il debito cinese sia, tutto sommato, piuttosto contenuto, c’è addirittura chi l’ha definita una sorta di austerity con caratteristiche cinesi: non avrebbero tutti i torti, se solo fossimo nati ieri; per chi, invece, ha un minimo di memoria storica, la narrazione – anche a questo giro – non è tanto convincente. Da quando le due sessioni indicano degli obiettivi di crescita precisi, infatti (e, cioè, da almeno una trentina d’anni), la Cina non ha mai tradito le aspettative, con l’unica eccezione della crisi pandemica. Il motivo è piuttosto semplice: il socialismo con caratteristiche cinesi ha lasciato intatti nelle mani del governo tutti gli strumenti che gli permettono di stimolare la crescita più o meno a piacimento; il punto, però, è che ogni intervento anticiclico che viene fatto per raggiungere gli obiettivi di crescita (aumentare il deficit, ridurre il tasso di interesse, introdurre alleggerimenti di carattere fiscale e legislativo che stimolano gli investimenti e i consumi) crea degli squilibri e ha conseguenze che poi si ripercuotono nel medio lungo termine. “La logica” scrive Wiliam Pesek su Asia Times “sembra essere che la Cina si impegna a fare il minimo indispensabile per stabilizzare le azioni e mantenere il PIL il più vicino possibile al 5%”; “Xi”, scrive Neil Thomas dell’Asia Society Policy Institute sul Financial Times, “non sembra farsi prendere dal panico e non sembra voler ricorrere a stimoli massicci per cercare di rilanciare la crescita. Xi vede le attuali vacillazioni economiche della Cina come la sofferenza a breve termine necessaria per ottenere il vantaggio a lungo termine della sua visione di sviluppo di alta qualità”. I primi segnali sembrano dargli ragione; mentre stavamo finendo di scrivere questo pippone, sono usciti i dati aggiornati sulle esportazioni di gennaio e febbraio: gli analisti interrogati da Bloomberg avevano previsto una crescita inferiore al 2%. E’ stata superiore al 7.

L’unica cosa che manca per avere la certezza assoluta del successo è solo il solito immancabile editoriale di Rampini che, come ogni anno, annunci il crollo della Cina: se entro la prossima settimana non dovesse arrivare, allora sì che ci sarebbe da preoccuparsi; in tal caso, l’unica consolazione sarebbe comunque che – vada come vada il mercato azionario cinese – noi tanto non c’abbiamo un euro da investire e sempre i soliti poveracci resteremmo. E i poveracci, per sognare di costruire – finalmente – un vero e proprio media che permetta anche a noi italiani di non vivere sempre e solo nel fantastico mondo incantato della nostra propaganda cialtrona e suprematista, una possibilità sola c’hanno: il tuo sostegno. Aderisci alla campagna di sottoscrizione di Ottolina Tv su GoFundMe e su PayPal.

E chi non aderisce è Giuliano Ferrara

Contro la DISTOPIA TRANSUMANA ft.-Davide Sabatino

Secondo l’ideologia transumana, prodotto finale del capitalismo, la natura umana non esiste e l’uomo deve diventare come un cyborg dalle prestazioni lavorative infinite e capacità ottimizzate. Ma può esistere un limite allo sviluppo tecnologico? E chi lo decide? Il socialismo, la filosofia e la religione devono ribellarsi a questo potere disumano e affermare un’idea di uomo e società radicalmente diversa.

Se i Cinesi si prendono l’Industria dell’Auto ItalianaGrosso guaio a Mirafiori

Grosso guaio a Mirafiori titolava a 6 colonne ieri Libero; “arrivano i cinesi”. Per chi ancora nutriva qualche speranza che questa destra di straccioni fintosovranisti e svendipatria avesse in serbo qualcosa di diverso per il Paese, rispetto alla solita ricetta a base di finanziarizzazione e deindustrializzazione per fare felici le oligarchie e il padrone di Washington, ieri è stata la giornata dell’Epifania; la pietra dello scandalo sarebbe questo articolo apparso su Automotive News Europe, una tra le più autorevoli testate europee dedicate al mondo dei motori: Stellantis, titola, potrebbe costruire i veicoli elettrici del partner cinese Leapmotor in Italia. “Fino a 150 mila auto Leapmotor l’anno” chiarisce il sottotitolo “potrebbero venire costruite nello storico stabilimento FIAT di Mirafiori”; un’ottima notizia, da tutti i punti di vista: attirare investimenti esteri per la produzione, infatti, è ovviamente uno degli obiettivi dichiarati di qualsiasi forza di governo – e giustamente, direi. Il problema ovviamente, semmai, sorge quando, con la scusa di attirare investimenti esteri, si concedono incentivi e finanziamenti a cazzo coi nostri soldi, o si dà una bella sforbiciata ai diritti dei lavoratori per fare concorrenza a paesi con livelli salariali e leggi sul lavoro decisamente più arretrate; il paradosso di tutti i governi degli ultimi 30 anni è proprio che hanno massacrato il mondo del lavoro e hanno promesso mari e monti a chi ci faceva la concessione di venire a investire da noi, ma in realtà senza ottenere mai una seganiente lo stesso: le multinazionali straniere si sono comprate una quantità spropositata di nostre aziende, ma – il più delle volte – la finalità era papparsi marchi e quote di mercato, e di rilanci produttivi manco l’ombra. Di cosa parliamo, invece, a questo giro?

Leapmotor è una delle ormai innumerevoli startup cinesi, spuntate come funghi negli ultimi 7 – 8 anni per ritagliarsi un posto al sole nella rivoluzione elettrica del mercato auto più grande del pianeta, e ha qualche asso nella manica: Leapmotor, infatti, ha sviluppato un chip tutto suo per i veicoli a guida autonoma e pure una piattaforma tutta sua che può essere utilizzata per la produzione di millemila modelli diversi, a seconda delle esigenze del mercato finale; Leapmotor, inoltre, ha da anni avviato una partnership strategica con FAW, il secondo gruppo per dimensioni delle 4 grandi e, cioè, le case automobilistiche di proprietà direttamente dello stato cinese – che in Cina è una cosa che fa sempre piuttosto comodo. Ed ecco così che, nell’ultimo anno, a buttare gli occhi su Leapmotor sono arrivati in diversi; ad agosto sembrava quasi fatto un accordo con Volvo, anche lei di proprietà di un altro marchio cinese, questa volta totalmente privato: si chiama Geely e – come ricordava Il Sole 24 ore nell’aprile 2020, a 10 anni dall’acquisizione – è un caso da manuale del “perché la cura cinese funziona”. “In un decennio” infatti “la casa svedese si è completamente trasformata. Ha raddoppiato il numero degli addetti, è passata da 449 mila a oltre 700 mila vendite all’anno, e da un fatturato di 126 a 274 miliardi di corone svedesi”: sono 21.500 posti di lavoro in più, tutti nella piccola, ricchissima e sindacalmente agguerritissima Svezia, talmente agguerrita che quando a fare concorrenza ai cinesi di Geely è arrivata Tesla e ha deciso di rompere con le tradizionali relazioni sindacali, ha causato un sciopero a macchia di leopardo che va avanti ormai da ottobre e che è sostenuto dall’80% della popolazione. Nel frattempo, invece, Volvo ha annunciato tre nuovi modelli interamente elettrici, ma la corsa a Leapmotor, invece, l’ha persa; e a vincerla siamo stati noi (vabbeh, si fa per dire…): a ottobre, infatti, dietro l’esborso di 1,5 miliardi di dollari, Stellantis col 21% è diventato il primo azionista. A che pro?
Leapmotor in quel momento, infatti, vende praticamente solo in Cina, che è sì il mercato automobilistico più grande del mondo – e anche di un bel po’ – ma è anche quello dove la concorrenza è più feroce, soprattutto nel mercato dell’elettrico dove la Cina, da sola, pesa più di tutto il resto del mondo messo assieme, ma a contenderselo ci sono la bellezza di 50 case diverse che si stanno facendo una guerra di prezzi spietata, alla fine della quale solo il più forte sopravviverà e, secondo gli analisti, i più forti non saranno più di una decina di marchi entro il 2030. E fino ad allora, a parte i marchi più grossi, di fare profitti non se ne parla proprio; ed ecco, infatti, che Stellantis tenta tutta un’altra strada: in Olanda, con Leapmotor dà vita a una joint venture che si chiama Leapmotor International. Obiettivo: vendere i veicoli elettrici prodotti in Cina in Europa; certo, non è un grande contributo al nostro automotive, anzi! Negli ultimi 20 anni il governo cinese ha lavorato giorno e notte per creare i presupposti per un’industria dell’elettrico di dimensioni gigantesche e, poi, ha imposto alle aziende di investire una quantità spropositata di quattrini per ritagliarsi qualche quota di mercato a colpi di innovazione e di riduzione dei costi; risultato: il nostro automotive – dove, invece, le aziende i profitti che hanno continuato a macinare solo grazie al contenimento dei salari e agli incentivi, invece che reinvestirli, li hanno redistribuiti per permettere ai grandi azionisti di andarli a buttare nel casinò della speculazione finanziaria, in particolare oltreoceano – non è minimamente in grado di reggere la concorrenza. In condizioni di libero mercato, se i cinesi cominciassero a esportare in massa le loro auto elettriche, per l’automotive europeo – molto semplicemente – sarebbe la fine; difficile dire se Stellantis, molto banalmente, allora abbia pensato di raschiare il fondo del barile facendo da spacciatore di auto cinesi: quello che sappiamo è che anche questo piano è naufragato. Con una decina d’anni abbondanti di ritardo, infatti, a un certo punto in autunno le istituzioni dell’Unione Europea si sono svegliate, hanno realizzato che mentre loro dormivano – e permettevano ai loro costruttori di intascare le miliardate senza investire un euro – i cinesi avevano sviluppato l’industria dell’automotive più efficiente del pianeta e, per proteggere i loro amichetti parassiti, hanno deciso di chiamare tutto ciò concorrenza sleale, un’ accusa non esattamente fondatissima, diciamo – come avevamo raccontato già in un video dello scorso settembre, pochi giorni prima che Stellantis concludesse l’operazione Leapmotor.
Nonostante i deliri, però, a questo giro in realtà forse ci ha detto culo; saltata l’ipotesi assalto al mercato cinese – e pure quella di dealer di roba cinese sul mercato europeo – ecco che, magicamente, salta fuori la terza opzione ed incredibilmente è la meglio di tutte: saranno i cinesi a venire qua e a dare lavoro alle nostre fabbriche. Un’opportunità gigantesca: Leapmotor, infatti, si è caratterizzata in particolare per la presenza nel segmento dei cosiddetti NEV, i Neighborhood Electric Vehicles, i veicoli elettrici di prossimità urbana; in particolare, questo modello qua:

T03 Leapmotor

si chiama T03 e ha fatto il suo esordio in Europa a settembre, al salone di Monaco, è una piccola utilitaria che ricorda un po’ la 500 delle origini – quella della prima motorizzazione di massa – e che in Cina, nella sua versione più lussuosa con 400 chilometri di autonomia, sistema di guida autonoma e un touchscreen da 10 pollici, costa poco più di 10 mila euro; in Francia, dove è già commercializzata, parte da 22 mila. Il margine per abbattere i costi cominciando a produrle direttamente in Europa sarebbero enormi e, finalmente, Stellantis avrebbe una piattaforma dignitosa per le utilitarie elettriche che, nonostante i prezzi folli e la diffidenza dei climatoscettici e degli amanti del rombo dell’endotermico, continuano a macinare numeri da capogiro: come riportava Il Sole 24 ore tre giorni fa, infatti, il mercato dell’elettrico in Europa nel 2023 ha sfondato quota 2 milioni di veicoli, raggiungendo il diesel. A trainare, come noto, sono in particolare il mercato scandinavo – dove ormai è elettrica una nuova auto su due – e, in generale, quello nord europeo, dove il rapporto scende a 1 a 5; ma anche nella più conservatrice e squattrinata Europa meridionale l’elettrico, ormai, è il 10% del mercato e a crescere, in particolare, sono proprio i veicoli cinesi, che hanno registrato una crescita annua del 79%.
Insomma: è abbastanza evidente che, come sosteniamo da sempre perché a libro paga della dittaturah cineseh, la strada per salvare l’automotive italiano c’è; si chiama integrazione con i produttori cinesi e questa notizia di Stellantis, una volta tanto, va nella giusta direzione. E infatti, ricorda Mario Sechi nel suo editoriale su Libero di scrivere vaccate, “I sindacati applaudono e le sinistre sono elettrizzate”; ma a loro non la si fa: “Dov’è” infatti, si chiede Sech, “l’auto italiana in tutta questa storia?” “Gli Stati Uniti” ricorda infatti Sechi “vogliono bloccare la Cina per concorrenza sleale” e “l’Europa si prepara a farlo in maniera ufficiale”, “e in mezzo a questa battaglia fra titani, Stellantis porta la Cina a Mirafiori” e diventa così “una sorta di cavallo di troia”. Insomma: “L’ad Tavares ha deciso di viaggiare contromano rispetto alle strategie di Stati Uniti e Unione Europea” e i sovranisti de noantri dichiarano apertamente che, a costo di smantellare completamente la nostra industria, non s’ha da fare; d’altronde, rilancia nell’articolo a fianco Sandro Iacometti – giusto qualche ora prima di dichiarare dai microfoni di La7 che se gli operai morti nel cantiere a Firenze erano clandestini, se la sono cercata – tutto questo fa parte del complotto green che rettiliani di Bruxelles e cinesi in combutta stanno ordendo contro i patrioti del fossile.

Mario Sechi

Un po’ come la gigafactory che il colosso cinese delle rinnovabili Envision sta costruendo nel nord della Francia, nell’ambito di un accordo con Renault che vuole trasformare quella che ha ribattezzato la sua ElectriCity – e, cioè, il distretto che comprende i tre stabilimenti di Douai, Maubeuge e Ruitz, al confine con il Belgio – “nell’unità di produzione di veicoli elettrici più competitiva e performante d’Europa, con 400 mila auto prodotte ogni anno entro il 2025”; il tutto, ovviamente, finalizzato – come scrive il guru dei negazionisti climatici Franco Battaglia su La Verità – “a resuscitare il socialismo”. Noi, sinceramente, ci accontenteremmo anche di meno: già cercare di recuperare un po’ il gap accumulato in questi anni grazie all’ottusità dei nostri capitani d’industria – sostenuti sia dalle istituzioni di Bruxelles che dall’alt right sinofoba a libro paga della lobby del fossile – e salvare quel poco che rimane del nostro tessuto produttivo, sarebbe un bel passo avanti; piuttosto, invece della fuffa, sarebbe il caso di tenere i fari puntati per assicurarsi che dalle parole si passi, finalmente, ai fatti. Per farlo, abbiamo bisogno di un vero e proprio media che non sia a libro paga delle oligarchie, ma nemmeno l’utile idiota di Washington e dei petrolieri, e dia invece voce agli interessi concreti del 99%. Aiutaci a costruirlo: aderisci alla campagna di sottoscrizione di Ottolina Tv su GoFundMe e su PayPal.

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“Sono Ottimista. L’Europa collasserà” – lo scoppiettante esordio di MICHAEL HUDSON su Ottolina Tv [INTEGRALE]

Cerca qualcuno che ti guardi come Il Marru guardava Michael Hudson durante l’ora e mezza abbondante di intervista. “Sei ottimista sul ruolo che potrebbero ricoprire l’Europa e l’Italia in questa costruzione di un nuovo ordine multipolare nel quale tutti speriamo?” gli abbiamo chiesto: “Certo,” ha risposto “sono molto ottimista…” “… perché l’Europa collasserà e dopo dovrà scegliere: Socialismo o Barbarie. E io sono ottimista che sceglierà il Socialismo e dimostrerà che quando Margaret Thatcher affermava che non esiste nessuna alternativa si sbagliava. L’alternativa esiste e si chiama SOCIALISMO”. La prima volta del più grande economista vivente doppiato in italiano per costruire non solo un MEDIA, ma una vera e propria RIVOLUZIONE CULTURALE dalla parte del 99%. Per farlo abbiamo bisogno del tuo sostegno: aderisci alla campagna di sottoscrizione di Ottolina Tv su GoFundMe e su PayPal.

E chi non aderisce è MARGARET THATCHER ?‍♀️

“Sono Ottimista. L’Europa collasserà” – lo scoppiettante esordio di MICHAEL HUDSON su OttolinaTV

Ottoliner ben ritrovati; oggi per ogni ottoliner che si rispetti, è un gran giorno. Finalmente, a circa due anni dalla nascita del nostro progetto, abbiamo con noi l’economista che probabilmente più di ogni altro ci ha guidato e ispirato: il leggendario Michael Hudson, l’autore di Superimperialism, il libro che per primo ha svelato a tutto il mondo la nascita dell’imperialismo finanziario USA e della dittatura globale del dollaro. Ieri abbiamo rapito Michael per oltre due ore; il risultato verrà pubblicato a breve in versione integrale. Oggi, però, ci premeva darvi subito un piccolo ma succulento anticipo e non potevamo che concentrarci su quello che, probabilmente, è l’aspetto più attuale e urgente dell’analisi di Hudson; di fronte al conflitto epocale tra Occidente collettivo e Sud globale, infatti, anche a questo giro sembra regnare sovrana la confusione e c’è chi sproloquia di fantomatici conflitti inter – imperialistici, come se tra il capitalismo finanziarizzato delle oligarchie USA e lo stato sviluppista cinese non ci fosse poi chissà che differenza. Lo scontro in atto, in sostanza, sarebbe uno scontro tra soggetti tutto sommato equivalenti, dettato esclusivamente dalla stessa volontà di potenza e quindi, in soldoni, non ci riguarderebbe; anzi, alla fine – padrone per padrone – meglio la democrazia statunitense, con la sua libertà di espressione e di organizzazione politica e sindacale, del turbocapitalismo cinese. Hudson da anni conduce una battaglia intellettuale senza esclusione di colpi per cercare di spiegare perché questa impostazione sia sostanzialmente una gigantesca puttanata e oggi, per la prima volta, il perché lo potete sentire direttamente da lui in italiano, grazie al doppiaggio del nostro mitico Diego Cossentino. Il capitalismo industriale dell’economia politica classica non è il paradiso: non ci assomiglia neanche lontanamente; il paradiso non esiste.
La storia, il progresso e la democrazia moderna però sì, esistono eccome e per riprendercele dobbiamo ultimare il lavoro che le rivoluzioni borghesi avevano iniziato ormai qualche secolo fa e sbarazzarci definitivamente dei parassiti. Per farlo ci serve un vero e proprio media, uno di quelli che, ad esempio, è in grado di portare per la prima volta sul web italiano un gigante come Michael Hudson, per uscire dal pantano del pensiero dominante e del declino e ridare voce al 99%. Aiutaci a costruirlo: aderisci alla campagna di sottoscrizione di Ottolina Tv su GoFundMe e su PayPal.

E chi non aderisce è Margaret Thatcher

Xi Jinping in Vietnam: cos’è successo e perché nessuno ne parla?


Sui giornali cinesi di questa settimana si è parlato molto del viaggio di Xi Jinping in Vietnam. I due paesi hanno concordato di elevare le loro relazioni e di voler costruire una comunità Cina-Vietnam con un futuro condiviso. Scopo della decisione è rivitalizzare il socialismo mondiale e mantenere la pace e la stabilità dell’Asia Pacifico.
Sulle iniziative globali cinesi: https://youtu.be/OM6rZv7riZs

CONTRO IL FEMMINISMO LIBERALE: Cosa è e perché abbiamo bisogno di un Femminismo per il 99%

Argentina, Marzo 2015.

Contro il dilagare di femminicidi e la violenze sulle donne nasce il movimento Non Una Di Meno, ispirato dai versi della poetessa messicana Susana Chávez, vittima essa stessa di femminicidio: “Né una donna in meno, né una morta in più”.

Da lì in avanti l’onda femminista travolgerà rapidamente l’intera America latina, per poi lambire il Vecchio continente, fino addirittura alla Polonia, dove nel 2016, grazie ad oceaniche proteste di piazza, viene bloccata una proposta di legge per vietare le interruzioni di gravidanza anche in caso di gravi malformazioni del feto. 

Sempre nel 2016 Non Una Di Meno sbarca anche in Italia, dove però non si limita a fare proprie le battaglie del collettivo argentino, ma le integra con nuovi strumenti interpretativi, a partire dal concetto di intersezionalità.

Il concetto di intersezionalità era stato introdotto per la prima volta nell’ormai lontano 1989 dalla giurista statunitense Kimberlé Crenshaw per descrivere “i diversi modi in cui la razza e il genere interagiscono per determinare le molteplici esperienze delle donne nere sul terreno del lavoro”.

Riadattato, viene esteso a sostanzialmente tutte le contraddizioni che attraversano le nostre società: di razza, di genere, ma anche di classe, di religione e addirittura anagrafiche. L’idea è che scopo dell’analisi non sia più stabilire una gerarchia tra questi piani diversi, ma indagarne le interazioni, mettendo tutto sullo stesso piano e riconoscendone ad ognuna pari dignità.

L’anno dopo, il 2017, negli USA è l’anno del Me Too, movimento che denuncia molestie e abusi sessuali e che prende nome dall’hashtag diventato virale dopo le accuse da parte di alcune attrici di Hollywood contro il produttore cinematografico Harvey Weinstein.

Sempre nel 2017, secondo la Merriam-Webster, lo Zingarelli statunitense, femminismo è la parola dell’anno. Il termine, infatti, ha visto esplodere l’interesse da parte del pubblico (+70% rispetto al 2016) ed è stato il più cercato nel web in concomitanza con fatti di cronaca e notizie giornalistiche.

La parola “femminismo” è diventata trend topic associato a serie e film, come “The Handmaid’s Tale”, che raffigura un Nordamerica distopico dove l’infertilità è capillare e le donne fertili divengono incubatrici per ricche coppie sterili, o “Wonder Woman”, il primo film su un supereroe diretto da una donna e con una visione del mondo scevra da pregiudizi sui ruoli di genere.

Insomma: un fenomeno politico, sociale e culturale di dimensioni gigantesche, che chi vuole capire cosa gli succede attorno non può esimersi da studiare e indagare a fondo.

Io sono Letizia Lindi, di mestiere insegno storia e filosofia nelle scuole superiori, e questo è il nuovo episodio di Ottosofia, il format di divulgazione storica e filosofica di OttolinaTV in collaborazione con Gazzetta Filosofica.

E oggi parliamo dei limiti e delle contraddizioni del femminismo liberale, e dell’urgenza, al contrario, di un femminismo per il 99%.

Femminismo per il 99%”, proprio così si intitola il libro manifesto del 2019 firmato da Cinzia Arruzza, Tithi Bhattacharya e Nancy Fraser.

L’obiettivo è quello che la Fraser aveva annunciato già 6 anni prima in un celebre articolo pubblicato sul Guardian. “Come il femminismo è diventato l’ancella del capitalismo. E come riappropriarsene”, era il titolo.

Come femminista”, scriveva allora Fraser, “ho sempre pensato che, combattendo per l’emancipazione delle donne, stavo anche costruendo un mondo migliore – più egualitario, più giusto, più libero. Ultimamente”, riflette però Fraser, “ho cominciato a temere che gli ideali ai quali le femministe hanno aperto la strada vengano utilizzati per scopi molto diversi. In particolare”, sottolinea, la nostra critica del sessismo”, sembra che oggi venga utilizzata per giustificare “nuove forme di disuguaglianza e di sfruttamento.

Una volta”, specifica Fraser, “il movimento delle donne aveva come priorità la solidarietà sociale, oggi”, conclude amaramente, “festeggia le imprenditrici”. Se prima si valorizzavano “la “cura” e l’interdipendenza umana”, oggi ci siamo ridotti a incoraggiare “il successo individuale e la meritocrazia”. Ma com’è potuto accadere? Per capirlo, sostiene Fraser, bisogna ampliare lo sguardo, e affrontare il nodo del “paradigma capitalista, che, sostiene, nel tempo “ha cambiato completamente rotta”.

Il capitalismo stato-assistito del dopoguerra”, scrive Fraser, “ha lasciato il posto a una forma innovativa di capitalismo, “disorganizzato”, globalizzato, neoliberista”.

Chi segue Ottolina sa che sul “disorganizzato” non siamo molto d’accordo, che il capitalismo neoliberista è più organizzato e pianificato che mai, solo che il pianificatore invece che gli Stati sono diventati direttamente le oligarchie finanziarie. 

Ma l’intuizione di Fraser rimane potentissima. “La seconda ondata del femminismo”, scrive, “è emersa come critica al capitalismo di prima maniera”, proprio mentre quel paradigma si era ormai trasformato in qualcosa di ancora più feroce e pervasivo.

E paradossalmente, di questo nuovo capitalismo più feroce e pervasivo, invece, il femminismo, è diventato addirittura “ancella”, fedele servitore. La trasfigurazione non poteva essere più radicale. Da componente essenziale della battaglia generale per l’uguaglianza, il femminismo si è così trasformato in battaglia per le “pari opportunità di dominio”. 

Ed ecco così che “in nome del femminismo”, si arriva a chiedere “alle persone comuni di essere grate che sia una donna e non un uomo a mandare a rotoli il loro sindacato, a ordinare a un drone di uccidere i loro genitori o a rinchiudere i loro figli in una gabbia al confine col Messico”. (Femminismo per il 99%. Un manifesto).

Per contrastare una deriva così radicale, sostiene Fraser, qualche critica puntuale qua e là non può bastare. C’è bisogno di intraprendere una battaglia intellettuale e culturale a tutto tondo, in grado di riconsegnarci strumenti di indagine adeguati per svelare il funzionamento concreto di questo nuovo capitalismo, e come questo funzionamento impatta direttamente anche sulle questioni di genere. 

Un obiettivo ambizioso, che sta alla base dell’ultima fondamentale opera  di Fraser, “Capitalismo Cannibale – come il sistema sta divorando la democrazia, il nostro senso di comunità e il pianeta”.

Sulla scorta delle riflessioni di Marx e del marxismo, sostiene Fraser, abbiamo imparato a mettere a fuoco il capitalismo come sistema economico basato sulla merce e quindi sulla mercificazione del lavoro salariato fondata su un rapporto di dominio produttivo: il capitalista domina e sfrutta, il lavoratore è costretto a vendere la propria umanità sul mercato “per essere apprezzato al suo giusto valore”.

Marx, ribadisce Fraser, ha avuto il merito di essere sceso al di sotto del livello fenomenico dello scambio mercantile, rilevando che al cuore del capitalismo vi sono le imprese, cioè delle organizzazioni gerarchiche nelle quali chi mette il capitale domina e tutti gli altri sono dominati. Ma i rapporti di produzione, fondati sullo sfruttamento di molti da parte di pochi, sono solo una parte del quadro complessivo.

Perché oltre alla dimensione economica-produttiva ci sono altri rapporti di dominio che quello sfruttamento lo rendono possibile e senza i quali l’intera macchina non potrebbe funzionare. “Il capitalismo”, sottolinea lucidamente Fraser, “non è un’economia, ma un tipo di società caratterizzata da un’area di attività e relazioni economizzate distinta e delimitata da altre zone non-economizzate, da cui la prima dipende senza riconoscerle”.

La sfera della politica internazionale, ad esempio, che è caratterizzata da rapporti di dominio di tipo neocoloniale da parte del Nord Globale nei confronti del resto del mondo; o la sfera della politica, dove gli spazi di decisione e deliberazione democratica vengono sempre più ristretti e marginalizzati a favore del potere decisionale delle élites politico-finanziarie; o ancora, la sfera dell’ambiente, inteso come insieme di natura non-umana e che viene utilizzato come fucina inesauribile di risorse e sottoposto a uno sfruttamento sempre più brutale; e per finire, ovviamente, la sfera della “cura, ovvero tutto quel lavoro non retribuito senza il quale si incepperebbe tutto e che ricade quasi interamente sulle spalle del genere femminile.

Il lavoro salariato”, scrive Fraser infatti, “non potrebbe esistere in assenza del lavoro casalingo, dell’accudimento e dell’istruzione dei figli, della cura affettiva e di una miriade di altre attività che contribuiscono a creare nuove generazioni di lavoratori, a sostenere quelli esistenti e a mantenere legami sociali e visioni condivise” (Capitalismo cannibale).

Dalla sfera della produzione, magistralmente descritta ormai oltre un secolo e mezzo fa da Marx, Fraser così si allarga a quella della ri-produzione: “L’attività socio-riproduttiva”, scrive Fraser, “è assolutamente necessaria per l’esistenza del lavoro salariato, per l’accumulazione di plusvalore e per il funzionamento del capitalismo in quanto tale”.

Sebbene l’economia capitalistica non riconosca alle attività di sostentamento, di cura e di interazione che producono e mantengono i legami sociali alcun valore monetario e le tratti come se fossero gratuite, in realtà ne è totalmente dipendente. L’occultamento del ruolo essenziale di tutte queste attività è in larga parte dovuto al loro essere state forzatamente relegate in una sfera privata, distinta dalla sfera economica e sociale propriamente detta.

La lunga battaglia che ha attraversato il XX secolo è consistita in buona parte invece proprio nel loro riconoscimento e nella rivendicazione che a farsene carico fosse sempre di più lo stato, attraverso la fornitura di quelli che oggi chiamiamo servizi pubblici essenziali: dall’istruzione alla sanità.

In questo modo queste attività uscivano dalla sfera privata, senza però essere trasformate in merce.

La controrivoluzione neoliberista in buona parte consiste proprio nel riportare indietro le lancette della storia che marciavano spedite verso la sempre crescente soddisfazione di questi bisogni primari da parte della collettività e delle sue istituzioni.

Tutto quello che è cura, cessa così di essere riconosciuto nel suo valore sociale di precondizione essenziale alla produzione stessa, e da responsabilità collettiva torna ad essere responsabilità privata.

Ed è proprio nelle modalità in cui avviene questa ri-privatizzazione di queste funzioni sociali essenziali che si gioca tutto lo scontro di facciata tra le due facce della stessa medaglia del dominio capitalistico contemporaneo, quella fintamente progressista, e quella realmente reazionaria: dove quella reazionaria mira semplicemente a ristabilire le vecchie gerarchie in ambito domestico, con la donna che torna all’acquaio, quella fintamente progressista mira a trasformare anche queste funzioni ri-privatizzate in merce, con donne e uomini che molto progressivamente e senza discriminazioni si devono spaccare la schiena entrambi 12 ore al giorno per affidare la cura dei loro cari a qualche azienda privata, possibilmente di proprietà di qualche fondo speculativo.

Il femminismo liberale, in sostanza, è proprio per questo che si batte ed è per questo che trova nel grande capitale all’affannosa ricerca di nuovi spazi dove essere impiegato in modo profittevole e garantito uno sponsor entusiasta. Ed ecco così spiegato, continua Fraser, come una parte del movimento femminista sia diventato “ancella del capitale”: concentrandosi solo su una delle sfere del dominio (quello della discriminazione di genere), ha spalancato la porta ad altre forme ancora più feroci.

E, sostiene Fraser, tutto sommato anche insostenibili.

Da un lato”, scrive infatti Fraser, “la produzione economica capitalista non è autosufficiente, ma dipende dalla riproduzione sociale; dall’altro, la sua spinta a un’accumulazione illimitata minaccia di destabilizzare proprio i processi e le capacità riproduttive di cui il capitale e noi tutti abbiamo bisogno”.

L’effetto”, sottolinea Fraser, “è quello di mettere periodicamente a rischio le necessarie condizioni sociali dell’economia capitalistica stessa”.

Per farci capire meglio questa contraddizione, Fraser ci fa pure, diciamo così, un disegnino. L’uroboro infatti è un simbolo rappresentante un serpente o un drago che si morde la coda.

Distruggendo le proprie condizioni di possibilità”, sostiene Fraser, “la dinamica di accumulazione del capitale imita l’uroboro e si mangia la sua stessa coda”.

Capita la minaccia, però, ora occorre trovare anche il rimedio. E il rimedio, secondo Fraser, si chiama Socialismo. Però, precisa, un Socialismo del XXI secolo

Per la filosofa, infatti, il socialismo del XXI secolo “Deve de-istituzionalizzare le molteplici tendenze alla crisi: non «solo» quella economica e finanziaria, ma anche quella ecologica, quella socio-riproduttiva e quella politica.

Occorre quindi andare oltre la sola prospettiva economica e smascherare in un colpo solo l’ideologia del capitale, che separa le sfere del sociale, occultando la loro importanza come precondizioni per lo sfruttamento economico, ma anche quella di un certo socialismo, che si concentra solo sulle aree di crisi economiche, trascurando le altre.

La proposta di Fraser è di invertire il rapporto gerarchico tra economia e politica: “Un socialismo per il XXI secolo deve democratizzare il processo di progettazione istituzionale, rendendo il contenuto e la portata dei diversi ambiti sociali una questione politica. In breve”, scrive, “ciò che il capitalismo ha deciso per noi alle nostre spalle dovrebbe essere scelto da noi attraverso un processo decisionale collettivo e democratico”.

L’autrice immagina un sistema decisionale in cui il mercato e la proprietà privata non svolgano più un ruolo di direzione. “Qualsiasi cosa venga deciso”, scrive, “dovrà essere fornito per effetto di un diritto e non solo sulla base della capacità di pagare

Non si tratta di disconoscere o mortificare aprioristicamente il mercato come strumento per la corretta allocazione delle risorse, anzi: “Una volta che il vertice e la base saranno socializzati e de-mercificati”, sottolinea infatti Fraser, “la funzione e il ruolo dei mercati nel mezzo si trasformeranno” e in questa “zona intermedia”, sarà possibile sperimentare liberamente tra diverse alternative. Accanto a forme cooperative o autogestite, anche i mercati potranno trovare un loro spazio, mettendosi a questo punto a disposizione dell’interesse generale, e non in contrapposizione ad esso.

Da questo punto di vista, il femminismo della Fraser, appunto, non è altro che un fondamentale tassello della battaglia a tutto campo che sempre di più vede contrapposte le ristrettissime oligarchie del nord globale a tutto il resto del pianeta.

Un femminismo, appunto, per il 99%

Per chi vuole approfondire, come sempre, l’appuntamento è per stasera Mercoledì 27 Settembre a partire dalle 21 in diretta su OttolinaTV.

Oltre alla solita crew di Ottosofia, stasera saranno con noi, Anna Cavaliere, ricercatrice di Filosofia del Diritto presso l’Università degli Studi di Salerno, e Luca Baccelli, professore di Filosofia del Diritto all’Università di Camerino.

Nel frattempo, se anche tu sei convinto che per contrastare lo strapotere mediatico delle oligarchie e dell’1% servirebbe come il pane un vero e proprio media che dia voce al 99, aiutaci a costruirlo.

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E chi non aderisce è Chiara Ferragni.