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La bolla sta per esplodere. Meloni impone agli italiani di metterci tutti i loro risparmi

OttolinaTV by OttolinaTV
16/10/2025
in Economia, Europa, In evidenza, Pane e Volpi, U.S.A.
1

Sembra un film dell’orrore: la più grande bolla speculativa della storia del capitalismo globale è sull’orlo di esplodere; tutti si affannano per cercare delle alternative, e la Giorgiona nazionale cosa fa? Una serie di leggi che permettono ai grandi fondi di andare a prendere i risparmi dei poveri lavoratori italiani con la forza per buttarli nel calderone dei mercati finanziari USA sull’orlo del collasso. L’abbiamo sempre definita bonariamente la cameriera di Trump; eravamo stati ottimisti: è il più feroce degli esattori del tributo imperiale dei nostri giorni, un moderno sceriffo di Nottingham alla caccia dei nostri TFR. Ce lo siamo fatti spiegare dal nostro buon Alessandro Volpi.

—-o—-

D’altronde, che vuoi discutere? Non è che uno, quando ti viene a rapinare, di solito chiede il consenso; e che, in questo caso, si tratti a tutti gli effetti di una vera e propria rapina è piuttosto plateale. Ancorare le aspettative dei lavoratori salariati ai capricci dei mercati finanziari è una porcata, sempre; ma almeno, in altre circostanze, si poteva far finta che tutto sommato convenisse anche a loro. Più che una rapina, insomma, era una specie di ricatto: non ti metto in condizioni di vivere una vita dignitosa, però, se il casinò della finanza continua a correre, qualche briciolina te la concediamo pure a te. Ma qui, oggi, la situazione è diversa: oggi siamo alla vigilia di quella che, con ogni probabilità, sarà la più grande crisi finanziaria di tutti i tempi, e non è che lo dicono comunisti brontoloni impenitenti come Noam Chomsky o Ken Loach. Lo dice lei: Gita Gopinath, l’ex vicedirettrice del Fondo Monetario Internazionale. Gopinath ricorda come, nonostante alcune vistose oscillazioni, effettivamente “il mercato azionario americano rimane vicino al suo massimo storico”, un’impennata, sottolinea, “alimentata dall’entusiasmo per l’intelligenza artificiale” e che “ha suscitato paragoni con l’esuberanza della fine degli anni ‘90” che, però, poi “è culminata nel crollo delle dot-com del 2000”: il punto è che “sebbene questa innovazione tecnologica stia innegabilmente rimodellando i settori industriale e aumentando la produttività”, proprio come allora “ci sono buone ragioni per temere che l’attuale crescita sia solo il preludio di un’altra dolorosa correzione del mercato” – e, cioè, di un bel capitombolo le cui conseguenze, però, sarebbero “molto più gravi ed estese rispetto a quelle registrate un quarto di secolo fa” (e chi ci segue, sa benissimo perché).

Il punto, sottolinea Gopinath, è “l’enorme portata dell’esposizione, sia nazionale che internazionale, alle azioni americane”: nel 1999 l’intero mercato azionario USA valeva una volta a mezzo il PIL statunitense; ora, quasi due volte e mezzo – e nonostante il PIL USA, nel frattempo, sia cresciuto assai. Il confronto, infatti, fa ancora più impressione se, invece che il PIL USA, consideriamo il PIL aggregato dei Paesi del G7: nel 1999, il mercato azionario USA valeva circa il 70% del PIL del G7; oggi vale quasi il 130, il doppio. Ed ecco, così, che oggi “una correzione di mercato della stessa entità del crollo delle dot-com spazzerebbe via oltre 20 mila miliardi di dollari delle famiglie americane, equivalenti a circa il 70% del PIL USA del 2024”; ma, soprattutto, gli investitori stranieri perderebbero 15.000 miliardi, pari al 20% del PIL del resto del Mondo: una vera e propria catastrofe, resa ancora più disastrosa da un altro segreto di Pulcinella. Durante le crisi passate, infatti, il colpo veniva attenuato dalla forza del dollaro; quando c’era una crisi, anche se aveva avuto origine negli USA, i capitali cercavano un porto sicuro nel dollaro e nei titoli del tesoro statunitensi, e il dollaro si rafforzava – e questo, di per se, ridimensionava la botta.

Un esempio semplice: fai conto di essere un cittadino europeo – cosa che d’altronde, purtroppo per te, probabilmente sei davvero; diciamo che quando hai deciso di comprare delle azioni quotate nei mercati USA, 1 euro valeva esattamente un dollaro: l’azione costava 100 dollari e, quindi, hai sborsato 100 euro. Poi arriva la mazzata: la bolla esplode e l’azione, da 100 dollari, ne vale 50; nel frattempo, però, per mettersi al riparo dalla crisi i capitali hanno fatto incetta di dollari e di titoli USA, spingendo in alto il valore della valuta. A questo punto 1 dollaro non vale più 1 euro, ma – mettiamo – 1 euro e 30; la tua azione da 50 dollari, quindi, non vale 50 euro, ma 65. Risultato: invece di aver perso 50 euro, ne hai persi 35, che è esattamente il motivo per cui tutti i capitali, fino ad oggi, finivano per comprarsi asset denominati in dollari. La forza del dollaro – e, cioè, dell’imperialismo USA – diminuisce il rischio di detenere asset denominati in dollari rispetto a tutti gli altri; ora però, sottolinea Gopinath usando un eufemismo, “ci sono ragioni per credere che questa dinamica potrebbe non reggere nella prossima crisi”. Per quanto il processo di dedollarizzazione sia lungo e lento, cioè, che anche a questo giro tutti corrano ad accaparrarsi dollari e titoli USA nel mezzo di una crisi è piuttosto inverosimile; più probabile, al contrario, che scappino a gambe levate e che quindi, oltre alla crisi, si registri parallelamente anche un indebolimento della valuta. Risultato: la tua azione, che da 100 dollari ne vale 50, tradotta in euro ne potrebbe valere 30; e così, invece di aver perso 35 euro come nel 1999, ne avrai persi 70, con la differenza che, almeno, nel 1999 te l’eri andata a cercare. Nel 2026, o nel 2027, te l’avrà imposto Giorgia la Patriota.

E non è ancora finita perché, rispetto al 1999, ci sono anche altre cose che sono peggiorate, e parecchio: la prima è che, nel 1999, il debito degli USA era il 55% del PIL e quello aggregato dei Paesi del G7 era l’80; oggi, sono entrambi sopra il 125%. Significa che di spazi fiscali per affrontare una crisi, semplicemente, non ce ne sono. Inoltre, nel 1999, eravamo in piena globalizzazione, che sarà pure una porcata, ma almeno ha garantito tassi di crescita globali sostenuti; oggi siamo al ritorno al protezionismo e le previsioni sulla crescita sono disastrose: “in sintesi”, conclude Gopinath, “è improbabile che un crollo del mercato oggi si traduca nella breve e relativamente benigna recessione economica seguita alla crisi delle dot-com. Ora c’è molta più ricchezza in gioco, e molto meno margine di manovra politico per attutire il colpo di una correzione. Dovremmo prepararci a conseguenze globali più gravi”.

Più che prepararci a prendere mazzate in silenzio, però, forse sarebbe meglio fare qualcosina di più, tipo impedirgli di metterci le mani in tasca per mandare i nostri soldi al macero oltreoceano, e mandarli #tuttiacasa; per farlo, tra le tante, ci servirebbe come il pane un media indipendente, ma di parte: quella di chi quello che c’ha se lo guadagna col sudore, e non illudendosi di battere il banco al casinò. Aiutaci a costruirlo: metti mi piace a questo video, condividilo e iscriviti a tutte le nostre pagine social, ma, soprattutto, aderisci alla campagna di sottoscrizione di Ottolina Tv su GoFundMe e su PayPal.

E chi non aderisce è Antonio Tajani

Tags: alessandro volpibollacrisi economicadedollarizzazionedot-comforza del dollaroGita Gopinathimperialismopane e volpiprotezionismo
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Comments 1

  1. Ricci Graziano says:
    4 mesi ago

    bello molto bello grande MARRU

    Rispondi

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