E, come era ampiamente previsto, il taglio è arrivato; anzi, il taglietto: 25 punti base, 0,25%. Secondo i guardiani dell’ortodossia neoliberista del Wall Street Journal, “Adesso è la Federal Reserve di Trump” e “il Presidente ottiene il taglio dei tassi che voleva, con tutto ciò che ne consegue”; il Journal sottolinea come “ I funzionari della FED prevedono altri due tagli dei tassi di 25 punti quest’anno e un altro nel 2026” e, nonostante le loro stesse proiezioni, “ammettono che l’inflazione si sta dimostrando più persistente del previsto”. “La politica monetaria americana rischia di diventare troppo accomodante”, rilancia l’Economist: “La Federal Reserve”, sottolineano, “solitamente è gestita dal consenso tecnocratico. Oggi è un campo di battaglia”. La cosa strana è che, una volta tanto, in campo non sia sceso subito anche The Donald: a questo giro niente punti esclamativi, niente capslock, niente Truth; alla fine ha deciso di rilanciare sulla caccia alle streghe.

Il punto, secondo Reuters, è che “La decisione della FED va nella direzione auspicata dal presidente Donald Trump, ma è ben lontana dai drastici tagli ai costi di indebitamento da lui richiesti” e, soprattutto, dalle posizioni del suo uomo nel consiglio dei governatori, Stephen Miran, che ha espresso l’unico voto contrario.
Quando la FED taglia, di solito, la borsa festeggia con euforia: secondo Goldman Sachs, negli ultimi 40 anni, nei 12 mesi che seguono il primo taglio il guadagno medio è di circa il 15%. A questo giro qualcuno, però, ha qualche dubbio in più; il punto, sottolinea il FT, “è che il dollaro si sta indebolendo” e la prospettiva che il dollaro si indebolisca ulteriormente potrebbe scoraggiare gli investitori esteri: “I mercati emergenti saranno probabilmente i principali beneficiari”. D’altronde, lo sono già stati; l’indice MSCI dei mercati emergenti ha superato l’andamento dello S&P 500 di diversi punti dall’inizio dell’anno e un peso consistente l’ha giocato proprio l’andamento delle valute locali rispetto al dollaro: “Le previsioni di una ripresa dei mercati emergenti si sono già rivelate errate in passato. Ma una FED sotto attacco da parte del presidente degli Stati Uniti, unita al calo dei tassi di interesse, non fa che aumentare la probabilità di un ulteriore indebolimento del dollaro. A sua volta, questo rende le alternative agli asset statunitensi molto più appetibili, indipendentemente dal fatto che l’uomo alla Casa Bianca lo voglia o meno”.
Soprattutto se, nel frattempo, il resto del mondo va nella direzione opposta; a lanciare l’allarme è Reuters: “Dal lancio dell’euro nel 1999”, scrive Jamie McGeever, “si sono verificati quattro grandi cicli di allentamento monetario a livello globale, incluso quello attuale. Nei tre precedenti, la FED è stata una delle prime grandi banche centrali a intervenire, come nel 2019, o tra le più aggressive nel taglio dei tassi, come nel caso della crisi delle dot-com. Ma l’anno scorso la FED è stata relativamente lenta a partire, poiché l’inflazione rigida e la crescita solida l’hanno portata a premere il grilletto dopo la maggior parte dei suoi pari. Di conseguenza, la FED si ritrova ora a dover rincorrere altre autorità monetarie, in particolare la Banca Centrale Europea e la Banca del Canada, che hanno tagliato i tassi rispettivamente di 200 e 225 punti base in questo ciclo”. Se il dollaro ha continuato a indebolirsi anche mentre gli USA erano disposti a pagare, in proporzione, molti più interessi per piazzare i propri titoli di Stato, ora che il famigerato spread si ridurrà, la pressione sarà ancora maggiore, e i mercati azionari che operano in valute che si pensa si rafforzeranno rispetto al dollaro saranno ulteriormente privilegiati; ecco perché ieri, dopo la conferma dei tagli e la promessa di nuovi tagli in futuro, tutta questa euforia sui mercati USA non si è registrata, con S&P500 e NASDAQ che hanno chiuso la giornata addirittura in rosso.
In Giappone, intanto, si continua a dibattere sull’eventualità di alzare ulteriormente i tassi, una questione piuttosto delicata: secondo Robin Brooks della Brookings Institution, “Il Giappone è molto più vicino a una crisi del debito di quanto si pensi”. Tra i paesi sviluppati, il Giappone è quello con il debito più alto in assoluto; fino ad oggi, però, gli è costato pochino: da decenni, infatti, per comprare debito giapponese devi pagare, invece che essere pagato. Ma le cose stanno cambiando: “Tokyo sta incontrando sempre maggiori difficoltà nell’attrarre investitori alle aste dei titoli di Stato”, sottolinea William Pesek su Asia Times; i rendimenti dei titoli a 20 anni hanno ormai raggiunto i livelli più alti dal 1999, “l’anno in cui”, ricorda Pesek, “il Giappone è diventata la prima economia del G7 a ridurre i tassi a zero”. Cosa è cambiato? Uno: il debito complessivo degli Stati sviluppati è aumentato a dismisura e, quindi, c’è molta più competizione per allocarlo. Due: è finita l’era dell’inflazione bassa; ancora oggi, il Giappone registra un +3.1%. Il punto è che ora non sembra esserci via di uscita: da una lato, “Se il Giappone dovesse mantenere bassi i tassi di interesse, rischierebbe un ulteriore deprezzamento dello yen, che potrebbe portare a un’inflazione incontrollata”; dall’altro, “Se consolidasse lo yen consentendo ai rendimenti di salire ulteriormente, ciò potrebbe mettere a rischio la sostenibilità del debito giapponese”. ”Questo circolo vizioso”, avrebbe dichiarato sempre Robin Brooks , ”significa che una crisi del debito è molto più vicina di quanto si pensi”. E a risentirne non sarebbe sicuramente solo il Giappone; come ricorda Pesek, “Venticinque anni di tassi di interesse mantenuti a zero o prossimi allo zero hanno trasformato il Giappone nella principale nazione creditrice al mondo”: è il famigerato meccanismo del Carry trade. Visto che gli interessi sono stati sottozero per decenni, gli investitori di tutto il mondo hanno imparato a contrarre prestiti in yen e ad andare a investire quei soldi in giro per il mondo, nei mercati azionari e obbligazionari USA, ovviamente, ma non solo: yen e rendimenti che vanno fuori controllo, significano la fine di questo giochino e una botta enorme per tutti i mercati finanziari globali.
Ma ancora più calda della guerra finanziaria, negli ultimi giorni, è diventata quella tecnologica – ammesso e non concesso che queste due cose possano essere in qualche modo separate: secondo quanto riportato dal Financial Times, “Nel tentativo di sfidare i rivali occidentali nella produzione di processori per l’intelligenza artificiale”, “il principale produttore cinese di chip sta conducendo test sulla prima attrezzatura avanzata per la produzione di chip prodotta a livello nazionale”; la macchina in questione sarebbe una macchina per litografia a raggi ultravioletti prodotta da una start-up con sede a Shanghai di nome Yuliangsheng, vale a dire, le macchine prodotte prevalentemente dalla olandese ASML e che gli USA, prima con Biden e poi con Trump, hanno fatto di tutto perché non arrivassero nelle mani dei cinesi. Anche se questi test avessero esiti positivi, la corsa per raggiungere la parità tecnologica sarebbe ancora lunga perché per la produzione dei chip di ultimissima generazione servono macchine ancora più sofisticate, le EUV, le macchine per fotolitografia ultravioletta estrema; ma, con ogni probabilità, la corsa all’ultimissimo ritrovato è meno significativa di quanto i fautori della bolla AI USA non ci vogliano far credere, e anche rimanere indietro di una generazione potrebbe permettere di fare tutto quello di cui c’è realmente bisogno. Nel frattempo, sempre in direzione dell’indipendenza tecnologica, Pechino ha deciso di passare dalla moral suasion al braccio duro della legge: “L’autorità di regolamentazione di Internet cinese ha vietato alle più grandi aziende tecnologiche del Paese di acquistare i chip per l’intelligenza artificiale di NVIDIA”, riporta sempre il Financial Times; il divieto non si limita ai chip H20, ma si estende a un’altra GPU progettata apposta da NVIDIA per aggirare l’embargo introdotto per la prima volta dall’amministrazione Biden, la ormai celebre RTX Pro 6000D. “Il messaggio è ormai forte e chiaro“, ha affermato un dirigente di una delle aziende tecnologiche: “in precedenza, si sperava in un rinnovo delle forniture NVIDIA se la situazione geopolitica fosse migliorata. Ora tutti sono impegnati a costruire il sistema nazionale“; e, nelle ore successive, il messaggio è stato rilanciato con forza da Huawei che, riporta Bloomberg, “ha presentato la sua ultima soluzione per raggruppare più chip di intelligenza artificiale e aumentare la potenza di calcolo nel tentativo di sfidare la tecnologia di NVIDIA”. “La nuova tecnologia SuperPod dell’azienda con sede a Shenzhen”, continua Bloomberg, “può supportare il collegamento di ben 15.488 schede grafiche contenenti chip di intelligenza artificiale a marchio Ascend di Huawei”; “L’azienda ha affermato che ora dispone anche di un super cluster con una potenza di calcolo composta da circa 1 milione di schede grafiche”: raggruppare nel modo più efficiente possibile più semiconduttori possibili in un singolo cluster è uno degli altri modi possibili per cercare di ridurre il gap che ancora separa la Cina dalle performance dei chip di ultimissima generazione. Come ha affermato il CEO di Anthropic durante il summit sull’AI organizzato da Axios, il campo dei chip è ormai “l’unico vantaggio” che gli USA mantengono sulla Cina; un vantaggio che, ha affermato, va “protetto” con ogni mezzo necessario. Quelli adottati fino ad ora non sembrano garantire i risultati sperati…










