Come ricorda il mitico John Helmer, il più longevo corrispondente occidentale in Russia, “Il 3 settembre (il giorno della storica Parata Militare di Pechino, ndr) il presidente Donald Trump ha accusato Vladimir Putin, Xi Jinping e Kim Jong Un di “cospirare contro gli Stati Uniti d’America”; quattro giorni dopo, il 7 settembre, un giornalista ha chiesto a Forrest Trump se era “pronto per entrare nella seconda fase delle sanzioni contro la Russia”; “Sì, lo sono”, ha risposto secco The Donald. Subito dopo, ha promesso che avrebbe chiamato direttamente Zar Vladimir “nei prossimi due giorni” e ha anche aggiunto che “lunedì e martedì alcuni leader europei verranno nel nostro Paese individualmente. E penso che risolveremo la questione”; ma “all’inizio di mercoledì”, ricorda Helmer, “non c’era ancora stata nessuna telefonata con Putin, e nessun leader europeo si era presentato a Washington. Piuttosto, c’era stata una call con i leader dell’Ue durante la quale Trump ha affermato che se avessero imposto una tariffa del 100% su India e Cina per punirle per l’acquisto di petrolio russo, anche gli USA avrebbero aderito”. “Siamo pronti a partire, anche da subito, ma solo se i nostri partner europei si uniranno a noi”, avrebbe dichiarato il Segretario del Tesoro Scott Bessent al Financial Times; dopodiché Bessent ha incontrato David O’Sullivan, il funzionario irlandese, già ambasciatore dell’Ue negli USA dal 2014 al 2019, che ha guidato la delegazione europea presso il Tesoro USA, ma alla fine dell’incontro gli impegni sono rimasti vaghi.

“Stati Uniti e Unione europea sono completamente allineati sull’importanza di porre fine alla guerra in Ucraina, e tutte le opzioni restano sul tavolo. Il Business as Usual non ha funzionato. Siamo disposti ad adottare misure severe contro la Russia ma, per avere successo, i nostri partner europei devono unirsi completamente a noi”.
Ma, mentre gli USA temporeggiano, la Cina fa passi concreti; nella dichiarazione congiunta a termine del summit SCO di Tianjin, il linguaggio era rimasto piuttosto vago: avevano parlato genericamente dell’”importanza della cooperazione in ambito finanziario nel promuovere la crescita economica nell’area SCO”. Ma, poco dopo, sul Financial Times sono cominciati a trapelare i dettagli concreti: “La Cina si sta preparando a riaprire il suo mercato obbligazionario interno alle principali compagnie energetiche russe”; è il ritorno dei Panda Bond, le obbligazioni in Renminbi emesse direttamente in Cina da Stati e corporation straniere per finanziarsi al di fuori dei rispettivi mercati domestici e di quelli occidentali. Non è la prima volta che accade: i colossi dell’energia russa sono già ricorsi ai Panda Bond in passato, ma sembravano più che altro esperimenti, e l’ultimo risale ormai al 2017; allora, a emettere Panda Bond fu la Rusal, il produttore statale russo di alluminio e, in tutto, si parlava di poco più di 200 milioni di dollari. A fare la parte del leone per le aziende energetiche russe, piuttosto, sono sempre stati gli Eurobond, ma dopo il 2022 l’accesso ai mercati di capitali occidentali è stato completamente annullato e le aziende sono state costrette a finanziarsi esclusivamente sul mercato domestico che non solo, ovviamente, ha dimensioni ridotte, ma che costa anche un sacco di soldi, con i tassi di interesse di riferimento della Banca Centrale Russa che sono arrivati a superare addirittura il 20% – anche se, ultimamente, si stanno lentamente ridimensionando. Il più grande apparato sanzionatorio della storia moderna messo in piedi contro la Russia, nonostante la ritirata dai mercati europei, ha comunque indotto la Cina a una bella dose di prudenza; evidentemente siamo in una fase nuova: le ripercussioni delle sanzioni secondarie USA a Pechino non fanno più così paura, da Teheran a Mosca. O forse, in realtà, tutta questa paura non la facevano nemmeno prima.
In ballo, piuttosto, c’era la trattativa sul Power of Siberia 2 e i prezzi che Pechino sarebbe riuscita a strappare a Mosca: dopo il Summit SCO è arrivata la notizia che l’accordo sarebbe stato trovato, ed ecco che, come per magia, per la Russia si riaprono i mercati di capitali dell’Impero di Mezzo, anche perché in ballo ci sono, appunto , da un lato la mega-opera del PoS2 e, dall’altro, gli altri vari investimenti previsti per aumentare la produzione e permettere alla Cina (e non solo) di diminuire sempre di più le sue importazioni di gas statunitense – investimenti che sarà molto complicato per le aziende finanziare con risorse proprie, proprio a causa dell’andamento al ribasso del prezzo del greggio, del quale abbiamo parlato diffusamente proprio in questa newsletter nei giorni precedenti. Inoltre, ha sottolineato Igor Yushkov, esperto dell’Università Finanziaria del Governo della Federazione russa e del Fondo Nazionale per la Sicurezza Energetica (NWF), “con l’aumento delle quote di produzione previsto dall’OPEC+, anche i costi di produzione aumenteranno, perché nei vecchi giacimenti la qualità delle risorse si sta deteriorando”. Secondo il Financial Times, l’emissione di Panda Bond dovrebbe iniziare da due o tre società: in primo luogo Rosatom e le sue controllate e poi, con ogni probabilità, Gazprom che, sottolinea Helmer, in Cina vengono valutate in maniera diametralmente opposta rispetto alle agenzie di rating occidentali: per le agenzie di rating occidentali, i colossi energetici russi, a causa delle sanzioni, sono aziende ad alto rischio; per la Cina, al contrario, Gazprom, Rosatom, ma anche Novatek, Atomenergoprom e via cantando “sono partner strategici, e non emittenti rischiose, e quindi hanno rating molto elevati”. Ovviamente, oltre alle trattative sul PoS2, a spingere la Cina a tornare ad aprire il suo mercato dei capitali c’è anche la volontà di accelerare il processo di internazionalizzazione dello Yuan e il suo peso globale, come anche il fatto che in Russia ormai il partito asiatista sembra aver preso saldamente il sopravvento e un utilizzo più massiccio della valuta cinese sembra essere definitivamente sdoganato.
Democristianamente, dopo l’ennesimo tassellino del grande affresco dell’avanzata inesorabile e irreversibile del Nuovo Ordine Multipolare a guida sino-russa, affrontiamo invece la brutta notizia del momento: la rivolta in Nepal. Una volta tanto, proviamo a non semplificare e a non correre a conclusioni affrettate; proviamo a mettere insieme un po’ di tasselli: ci vengono in soccorso gli attivisti dell’Alleanza Popolare Al Aqsa, un collettivo basato in India, nato a sostegno della lotta di liberazione del popolo palestinese e che ci aiutano a chiarire alcuni aspetti. Il primo, palese, è che ovviamente la rivolta con la chiusura dei social media non c’entra granché: “La realtà è che le persone comuni, e in particolare i giovani, si stavano mobilitando contro la corruzione e il malgoverno. A partire dalla critica ai privilegi dei quali godono i rampolli dei politici e degli uomini di affari, che ostentano le loro vite lussuose mentre le persone comuni sono costrette a combattere per sopravvivere”; “Il Nepal ha vissuto migliaia di proteste lungo la sua storia turbolenta”. “Ogni 20 anni, guidate dalle condizioni materiali della loro oppressione, i giovani nepalesi mettono in piedi una rivolta. Ma ogni volta ad appropriarsene sono gli stessi funzionari della classe dominante, che non fanno che cambiare di abito”. A questo giro, in pole position ci sarebbero quelli che sostengono il ritorno alla monarchia: “Il capo dei militari nepalesi ha rilasciato il suo comunicato alla nazione con dietro un ritratto di Prithvi Narayan Shah, il monarca fondatore dello Stato del Nepal”; “Questi gesti non sono mai innocenti. E’ un segno chiaro: la famiglia reale sta organizzando il suo ritorno, e i militari gli stanno preparando il terreno”. In mezzo a questa ondata di violenza a di disordini “sono pronti a reclamare il trono con la scusa del ripristino dell’ordine”. A sostenere le loro ambizioni, la rinascita del nazionalismo Hindu: “I nazionalisti hindu indiani stanno festeggiando. Per loro, il caos in Nepal è un’opportunità per esportare la loro ideologia politica. L’induismo nepalese ha sempre avuto sue caratteristiche nazionali, ma con un’influenza indiana sempre crescente, sta sempre di più ispirandosi direttamente al copione del BJP di Modi”. Il collettivo mette anche in guardia dal ricorso frettoloso alla categoria di rivoluzione colorata: “Etichettare ogni rivolta che avviene nel Sud globale come rivoluzione colorata è paternalistico e razzista. Si parte dal presupposto che il Sud globale non possa agire in modo autonomo e razionale e che le persone non si possono ribellare senza la mano invisibile di Washington. Ma i cittadini del Sud globale conoscono i loro oppressori meglio degli occidentali”; il problema, semmai, è che in assenza di avanguardie organizzate, queste esplosioni di rabbia salutari e sacrosante rischiano di essere sistematicamente strumentalizzate da qualcun altro. Detto questo, sottolineano, “In Occidente in molti hanno puntato il dito contro supposte tracce di ONG finanziate dagli USA. Abbiamo preso queste affermazioni seriamente e, dopo aver indagato, effettivamente ne abbiamo trovata una”: si chiama Hami Nepal ed è una ONG liberaloide, “fondata da capitalisti, associata a corporation straniere, e coinvolta in diversi progetti finanziati dal NED”; “Non hanno causato la rivolta, ma ci si sono fiondati dentro per piazzarcisi al centro”. Focalizzata su progetti umanitari di varia natura, e con pochissimo seguito, Hami Nepal è stata tra gli organizzatori della prima manifestazione dell’8 settembre, e dopo il massacro di 18 manifestanti, il suo presidente, Sudhan Gurung, è diventato uno dei volti più noti delle proteste; nel frattempo, la pagina web è stranamente andata in manutenzione e, con lei, la lista dei finanziatori.
Excusatio non petita, accusatio manifesta: da subito, sul loro profilo Instagram, i ragazzi di Hami hanno cominciato a sottolineare continuamente che non sono a capo di niente, che la protesta è una protesta di popolo, che loro sono solo di supporto, che il vero protagonista è la GenZ e che loro non cercano poltrone; ma quando i giochi si sono fatti seri, hanno mostrato le carte: Hami il suo candidato al governo del Paese ce l’ha eccome. Balen, come lo chiamano loro in modo confidenziale, al secolo Balendra Shah, il giovane sindaco di Kathmandu con un passato da rapper underground e uno dei favoriti nella corsa al podio più alto del prossimo governo per la gioia dei suoi sponsor, come Dean R. Thompson, l’ambasciatore statunitense in Nepal con cui è ritratto tutto sorridente in foto risalenti al 2024, “Un ultranazionalista che parla di grande Nepal e che, da molti punti di vista, assomiglia a una sorta di nuovo Zelensky”. Qui, però, bisogna fare attenzione: ad accusare Balen di essere un pupazzo dell’Occidente, infatti, più di ogni altro sono proprio gli ultranazionalisti Hindu indiani, come la testata TFI post che si chiede “E’ lui il volto appoggiato dalla CIA dietro le proteste della Generazione Z in Nepal??” e rilancia, appunto, le foto che lo ritraggono insieme all’ambasciatore Thompson. Ma due foto di rito insieme a un ambasciatore, per il sindaco della principale città del Paese, tutto sommato, non sembrano ‘sta gran prova di niente; quello che c’è di sicuro è che il governo guidato da Oli e frettolosamente costretto alle dimissioni dalle proteste, si era gradualmente avvicinato sempre di più a Pechino, ma, anche qua, potrebbe non essere una gran prova: a parte Meloni e Von der Leyen, chi è oggi che può fare a meno di avvicinarsi a Pechino? Al massimo possono negarlo in pubblico.
Il quadro più equilibrato, come accade spesso, mi sembra quello offerto dal buon Vijay Prashad in un’intervista rilasciata a George Galloway che potete vedere su Telegram: “Cerchiamo di essere anche un po’ comprensivi nei confronti del Nepal. Era un regime militare monarchico dittatoriale fino alla fine degli anni ‘90. I democratici e i progressisti hanno dovuto combattere a lungo con grossi sacrifici per arrivare a una repubblica e a una costituzione, che è arrivata solo 10 anni fa, nel 2015. Chi conosce il Nepal sa quanto le condizioni ambientali siano difficili: montagne, inondazioni; non è facile far avanzare economicamente un Paese del genere, che esporta sostanzialmente solo olio vegetale e che deve importare tutto il resto attraverso l’India, che è un nemico naturale delle per le ambizioni nazionali del Nepal. Per chi è stato al governo negli ultimi 10 anni, fare progressi di qualche tipo di è dimostrato estremamente difficile. La sinistra ha anche perso un’occasione storica, quando nel 2017 ha conquistato i tre quarti dell’assemblea nazionale e avrebbe potuto imporre un’agenda popolare più chiara e ambiziosa. Ma ha fallito”. E graziarcazzo, direi… Come spiega sempre Prashad, “Non è possibile affermare un’agenda progressista quando l’India ha il potere di soffocarti semplicemente chiudendo le frontiere. Quindi se si parla di interferenze straniere, sì, ci sono state eccome, ma non riguardano solo gli Stati Uniti, riguardano anche l’India, a partire dal BJP di Modi. Governa lo stato indiano dell’Uttar Pradesh, che confina col Nepal, e il primo ministro dell’Uttar Pradesh, Yogi Adityanath, ha svolto un ruolo di primo piano nell’incitare le forze pro-monarchia, che hanno cominciato a organizzare proteste dall’inizio di quest’anno”; “Ora i media occidentali raccontano che le proteste di questi giorni non hanno niente a che vedere con quelle dei monarchici di qualche mese fa, ma io non ci credo. Com’è che in queste proteste hanno attaccato le sedi di tutti i partiti, a parte quello monarchico?”. D’altronde “questa specie di governo di unità nazionale di centro-destra guidato da Oli ha fatto due cose stupide: prima ha bandito i social, e poi ha represso le proteste in un bagno di sangue” e, quindi, “non ti puoi lamentare se trovi le formiche in cucina, se non hai tenuto la cucina pulita”. C’è anche un altro aspetto: una decina di anni fa è uscita la notizia che nel distretto nepalese del Mustang, che confina con la Cina, era stata trovata una riserva lunga 10 km e larga 3 piena zeppa di uranio di ottima qualità e “ovviamente gli USA sarebbero molto molto tristi se i diritti di sfruttamento venissero venduti ai cinesi”; “Io comunque non mi fisserei sul conflitto tra Cina e USA per la vicenda nepalese”, conclude Prashad: “A mio avviso, piuttosto, ha giocato un ruolo molto superiore il conflitto tra USA e India”.










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