Unisciti a noi per una nuova intervista con Michael Roberts in cui analizziamo il tema della cosiddetta indipendenza delle banche centrali: l’intervista collega il recente tentativo di Donald Trump di sostituire un membro del consiglio esecutivo della FED (Lisa Cook, presumibilmente coinvolta in un caso di evasione fiscale) che si è costantemente schierata al fianco del direttore del board, Jerome Powell, opponendosi alla richiesta di Trump di abbassare i tassi di interesse. Il mondo della finanza ha reagito a questo evento – e, più in generale, ai tentativi in corso di delegittimare il presidente della FED – condannando l’intervento di Trump, interpretato come un attacco al dogma neoliberista della cosiddetta indipendenza delle banche centrali.
Nell’intervista analizziamo il contesto storico in cui l’indipendenza delle banche centrali è diventata un principio cardine dell’era neoliberista, mostrando come il pretesto della lotta all’inflazione sia stato utilizzato per sottrarre la politica monetaria al controllo democratico e subordinare le decisioni agli interessi dominanti della finanza; lungi dall’interpretare la mossa di Trump come un atto genuino, volto a ripristinare una forma di controllo politico-democratico sull’azione della FED, questo evento simboleggia comunque il vero significato del dogma neoliberista dell’indipendenza del banchiere centrale: dietro la narrazione della competenza tecnocratica si cela semplicemente il tentativo dei rappresentanti radicati delle fazioni capitalistiche dominanti di mantenere il controllo sulla politica monetaria. L’indipendenza delle banche centrali può essere vista, infatti, come un pilastro fondamentale dell’attacco ideologico neoliberista contro lo Stato, mirato a delegittimare qualsiasi istituzione che, almeno potenzialmente, potrebbe aprire uno spazio di controllo democratico su una leva cruciale della politica economica di un Paese.
Offriamo anche un’interpretazione della lotta in corso tra diverse sezioni del capitalismo americano: da un lato troviamo il settore finanziario più tradizionale, rappresentato dalle cosiddette Asset Manager Companies e dalle preoccupazioni delle banche centrali indipendenti riguardo all’inflazione e all’attrattività dei titoli USA in un’epoca di progressiva de-dollarizzazione; dall’altro, troviamo gli interessi dei settori capitalistici che operano grazie al credito a basso costo, che spaziano dagli interessi finanziari speculativi ai settori più dinamici che fanno comunque affidamento sul credito per i propri investimenti, fino all’interesse dell’amministrazione statunitense a ridurre i costi del servizio del debito e, più in generale, a promuovere una politica favorevole ai debitori piuttosto che ai creditori. In una nazione in cui l’80% della popolazione vive di stipendio in stipendio, la popolarità di una riduzione dei tassi appare evidente.
In conclusione, il professor Roberts ci ricorda quale dovrebbe essere una posizione socialista sulla politica monetaria, richiamando l’esperienza della grande crisi finanziaria e indicando quali politiche avrebbero potuto essere adottate al posto del salvataggio del settore finanziario portato avanti da tutte le principali banche centrali: guarda la parte finale dell’intervista per saperne di più.









