Il Marru
“L’ammiraglio Alvin Holsey, comandante del Southern Command degli Stati Uniti, con giurisdizione su tutte le operazioni militari statunitensi nell’America Centrale, Sud America e nei Caraibi, essenzialmente tutto il continente americano a sud del Messico, ha annunciato la scorsa settimana le sue dimissioni con effetto dalla fine dell’anno”; “Una decisione che arriva meno di dodici mesi dopo la sua nomina, e nel pieno della più grande operazione militare della sua carriera trentasettennale, ovvero l’escalation delle operazioni nel Mar dei Caraibi contro imbarcazioni sospettate di traffico di droga, ordinate dall’amministrazione Trump”. Ne parla Maurizio Boni su Analisi Difesa e ne parla perché, in realtà, sarebbe soltanto l’ultima di una lunga serie di notizie che confermano il processo avviato dalla seconda amministrazione Trump: “Il più massiccio ricambio della leadership militare americana dai tempi del dopoguerra”.

“La domanda che rimane aperta”, sottolinea Boni, “è se questo ricambio senza precedenti della leadership militare renderà le Forze Armate americane più letali ed efficienti, come sostiene l’amministrazione Trump, o se invece minerà la professionalità, l’indipendenza e, in ultima analisi, l’efficacia delle istituzioni militari americane”; “Più preoccupante ancora è il rischio che un Pentagono politicizzato possa venir meno al suo ruolo di guardiano contro decisioni avventate che potrebbero portare a conflitti dalle conseguenze incalcolabili. E queste preoccupazioni non riguardano solo il pubblico americano, ma anche quello europeo che verrebbe certamente coinvolto in tali conseguenze”.
Intanto l’ascesa del debasement trade ( la strategia d’investimento che cerca di limitare i danni di una possibile svalutazione del dollaro ) mostra qualche crepa.

L’oro crolla del 5% nella più grande svendita dal 2020, titola il Financial Times. Con ogni probabilità, però, si tratta molto banalmente di una correzione temporanea, dopo un mese abbondante di crescita senza precedenti. Come ricostruisce il grafico qua sotto:

D’altronde, le cause che hanno scatenato il debasement trade sono più solide che mai.
Jun Du insegna economia all’Aston University, ed è una esperta di supply chain, e su Project Syndicate ci regala una piccola perla.

L’economia delle supply chain batte la politica tariffaria, titola; l’articolo riporta i mal di pancia all’interno dell’amministrazione USA per come l’Argentina, mentre chiedeva in ginocchio di essere salvata da Washington, allo stesso tempo fregava gli agricoltori yankee prendendo il loro posto come fornitore di soia nei confronti della Cina, e “Questa”, sottolinea Jun Du, “non è solo una storia di controversie commerciali, o di flussi di materie prime. E’ un caso studio su come le politiche commerciali basate sui dazi del presidente degli Stati Uniti Donald Trump fraintendano fondamentalmente l’economia delle supply chain del XXI secolo”. Al contrario di quanto non si pensi, sottolinea l’articolo, la soia non è più un bene di consumo finale, ma “un input intermedio all’interno di una filiera agricolo-industriale strettamente integrata. Gli impianti di frantumazione trasformano la soia in mangimi e olio, che a loro volta sostengono la produzione zootecnica e la sicurezza alimentare”; il punto è che ogniqualvolta si interrompe anche un singolo nodo di questa complessa filiera, “l’intero sistema si riorganizza” e, una volta che si è riorganizzato, non torna mai “alla sua forma precedente”. La Cina ha cominciato a riorganizzare l’intera filiera legata alla soia a partire dal 2004, quando un’operazione speculativa dei trader globali ha causato il fallimento di circa 3.000 aziende cinesi del settore della trasformazione della soia nell’arco di pochi mesi; la diversificazione ha subito poi un’accelerazione a partire dal 2018, durante la prima guerra commerciale lanciata da Forrest Trump: la Cina ha investito pesantemente in tutte le infrastrutture necessarie per sviluppare la produzione e il commercio della produzione in America Latina, e anche quando gli USA hanno ritirato i dazi, il processo è continuato e la quota di importazioni cinesi di soia provenienti dal Brasile è passata dal 2% degli anni ‘90, al 71 del 2024. “Mentre la Cina un tempo si trovava ad affrontare un’eccessiva dipendenza da un unico fornitore, gli agricoltori statunitensi ora pagano il prezzo di dipendere da un singolo acquirente. Nessuna combinazione di mercati più piccoli può compensare la perdita del loro cliente più importante, che ha investito in valide alternative”; “Queste dinamiche”, conclude Jun Du, “mettono in luce un difetto più profondo nell’approccio degli Stati Uniti ai mercati interconnessi a livello globale. I dazi possono proteggere le industrie di beni finali con elevati costi di conversione, ma sono disastrosi per i beni intermedi nelle catene di fornitura flessibili, dove gli acquirenti possono facilmente sostituire i collegamenti. Evidentemente, la politica commerciale statunitense non riconosce questa distinzione essenziale” – e, a quanto pare, non la conosce neanche quando a ridisegnare le supply chain per diversificare e non dipendere da un unico fornitore tocca a lei.
Il 20 ottobre, Forrest Trump e il première australiano Albanese hanno firmato un importante accordo minerario che, stando alle dichiarazioni entusiastiche di Re Donaldo, avrebbe garantito agli USA l’accesso a una quantità più che sufficiente di terre rare “in un anno”; il giorno dopo, il South China Morning Post ricordava che “secondo gli analisti, lo sviluppo di una catena di approvvigionamento sicura e indipendente potrebbe richiedere agli Stati Uniti dai 10 ai 20 anni”. Alla fine, in ballo c’è qualcosa di molto più grande della soia, o anche delle terre rare: c’è in ballo la superiorità della pianificazione guidata dallo Stato rispetto alla guida caotica degli interessi delle oligarchie finanziarie; c’è in ballo il trionfo del Socialismo di Mercato come nuova frontiera dell’organizzazione umana per affrontare le sfide del XXI secolo.

Ale
Mentre molti partner europei hanno interrotto simili esportazioni (per il momento, e sembra che non vedano l’ora di ricominciare), la Francia non ha invece mai smesso di fornire importanti tecnologie militari a Israele: secondo Disclose, il 20 ottobre un lotto di componenti elettromeccanici prodotti da Sermat è stato spedito a Elbit Systems, uno dei principali fornitori dell’esercito israeliano; questi componenti serviranno ad equipaggiare i droni Hermes 900, impiegati su larga scala nelle operazioni militari contro Gaza. Come ricorda InsideOver, “Nel 2024 la Francia ha consegnato armamenti per 27,1 milioni di euro e beni a duplice uso per 74 milioni”.
Nel frattempo, il suicidio energetico europeo continua: i ministri dell’Energia dell’Unione europea hanno approvato a maggioranza la proposta della Commissione Ue per lo stop alle importazioni di gas e GNL da Mosca; dal 1° gennaio 2026 sarà vietato per i Paesi Ue stipulare nuovi contratti con la Russia: gli accordi a breve termine ancora in corso dovranno cessare entro il 17 giugno 2026, mentre quelli a lungo termine saranno definitivamente chiusi entro il 1° gennaio 2028. Solo Ungheria e Slovacchia si sono opposte, annunciando che non rinunceranno al gas russo in mancanza di valide alternative. Non solo: Bruxelles si prepara a introdurre anche il 19° pacchetto di sanzioni contro il Cremlino; in questo articolo dell’Indipendente leggerete tutti gli effetti disastrosi avuti dalle sanzioni sull’economia Ue e come, invece, l’economia russa ha retto botta.
Il governo di Giorgia Meloni è preoccupato dalla possibilità che i droni russi (e non solo) possano colpire il territorio nazionale: per questo ha deciso di finanziare un programma per iniziare a istituire il cosiddetto scudo anti-droni, formato da più componenti e che, per la maggior parte, sarà sostenuto coi finanziamenti europei del Safe (Security Action for Europe), il fondo che destinerà all’Italia 15 miliardi di euro per la Difesa.

Il programma, si legge sul Fatto Quotidiano, è denominato Esigenze della Difesa in materia di contrasto alla minaccia Indire et Fire e serve per acquisire sistemi di difesa aerea a “cortissima portata” contro minacce provenienti in gran parte dai droni.
Gab
Vince la diplomazia? O forse vince il teatrino a favore di giornali e propaganda interna?
Così un felice Vance ha detto pubblicamente che cessate il fuoco di Gaza sta reggendo, nonostante le molte difficoltà (Ndr: oltre 100 morti e 230 feriti in bombardamenti, che hanno incluso la zona sud di Gaza, in teoria quella precedentemente sicura).

Sulla stampa turca, intanto, si discute sul ruolo che si pensa di affidare a Tony Blair: Daily Sabah ricostruisce magistralmente il lungo CV dell’ex premier britannico – dal non aver estradato Pinochet in Spagna, fino ad aver appoggiato la guerra in Iraq su prove false – definendolo sionista convinto e islamofobo. La provocazione è forte: meglio lui o il capo del Mossad? Ma esiste, poi, una differenza tra i due? Non frequentavano entrambi quella misteriosa isola di Epstein da cui sono emerse crudeltà e sevizie di ogni tipo su giovani donne? Ah. Vorreste un uomo simile come sindaco della vostra città? E perché, allora, dovrebbero volerlo i gazawi?

Per rimanere in tema amicizie pericolose, che strani amici i latinos dell’amministrazione più sovranista della Casa Bianca. Par vero che Trump non si fidi troppo di Tel Aviv: il timore che Netanyahu possa giocare un colpo mancino sfruttando la nebulosità della situazione è forte; i vari Smotrich e Ben Gvir, in questo caos ci sguazzano alla grande. Re Donaldo invia in Israele, questo giovedì, uno dei suoi uomini di maggior fiducia: Marco Rubio che, forse stanco di minacciare il Venezuela, decide di andarsi a svagare minacciando i palestinesi; mica vorrete togliergli lo sfizio di rovinare la vita al prossimo?

Un po’ di notizie sparse dal mondo in velocità
Cina e Australia ai ferri corti, Canberra accusata di coprire incursioni nel Mar Cinese Meridionale
Siamo tutti nelle mani di Amazon?
Continua la protesta della generazione Z in Perù
L’IA non capisce un tubo? Storia di una bolla speculativa
Soddu
Trump: la palla pazza che strumpallazza. Donald Trump sta ridefinendo i confini della diplomazia statunitense con la Cina in vista del prossimo confronto elettorale interno; In un’intervista a Bloomberg, il presidente ha dichiarato di “vedere buone prospettive per un incontro con Xi Jinping”, pur precisando che “potrebbe anche non incontrarsi” – che è un po’ “Stasera penso proprio che andrò a fare un po’ di shopping in centro“, ma sta a Palaia in provincia di Pisa. Ambiguità, tipicamente trumpiana, serve a mantenere il controllo del ritmo politico: creare aspettativa, far parlare di sé e spostare la pressione diplomatica sull’avversario. Trump mira a presentarsi come l’unico leader americano in grado di trattare da pari a pari con Pechino, ma senza apparire debole: è una linea che risponde tanto all’elettorato interno, sensibile al tema della supremazia statunitense, quanto al mondo degli affari, desideroso di ridurre l’incertezza creata dalle tensioni bilaterali. Tra le sue uscite scoppiettanti abbiamo le sue parole su Taiwan, secondo cui “la Cina non vuole invadere l’isola”, una frase che, per molti analisti, costituisce un messaggio implicito di apertura: Trump segnala di non volere esasperare la questione taiwanese, suggerendo una gestione pragmatica del dossier più esplosivo del Pacifico. Ma la sua strategia è soprattutto interna: isolare i democratici, accusati di “inventare conflitti” per giustificare la spesa militare. Questa dialettica ambigua si inserisce in una cornice di competizione controllata: Trump non punta a un riavvicinamento ideologico, ma a un compromesso di potenza, in cui gli Stati Uniti conservino la leadership tecnologica e militare e la Cina si assuma responsabilità economiche nel sistema globale. Dietro le frasi di circostanza si cela una logica di transazione: ogni gesto di distensione deve tradursi in un vantaggio per Washington.
La responsabilità cinese. Dal lato cinese, la narrativa è molto diversa: gli articoli pubblicati su Guancha.cn (qui e qui) mostrano una Cina intenzionata a ribaltare la percezione occidentale di isolamento; Pechino sottolinea che la sua priorità non è la competizione militare con gli Stati Uniti, ma la costruzione di un ordine multilaterale “più giusto”. Questi testi rivelano una strategia comunicativa coerente: affermare che la Cina non risponde più alle provocazioni di Washington, ma detta la propria agenda; i riferimenti al “dialogo di pari dignità” e all’espansione dei BRICS indicano una crescente fiducia nella capacità di Pechino di guidare un fronte economico alternativo. Dietro la calma apparente, tuttavia, vi è una consapevolezza strategica: l’economia cinese attraversa una fase di assestamento e la diplomazia serve anche a contenere le pressioni dei mercati; nel discorso cinese, le tensioni con gli Stati Uniti vengono reinterpretate come opportunità per accelerare la trasformazione interna e ridurre la dipendenza tecnologica. I due articoli di Guancha insistono sulla nuova responsabilità globale della Cina, che si presenta come garante di stabilità contro il caos occidentale; è una narrazione che punta a consolidare il consenso interno e a parlare al Sud globale.
BRU-PEK con Airbus. La cooperazione tra Pechino e l’Europa continua a svilupparsi nonostante le tensioni geopolitiche: due notizie di Xinhua (qui e qui) raccontano di un incontro tra il ministro del Commercio cinese e l’amministratore delegato di Airbus e dell’avvio di una nuova linea di assemblaggio del colosso aeronautico in Cina. Questi sviluppi hanno un peso strategico: indicano che la Cina rimane al centro della produzione industriale globale; l’accordo con Airbus consolida una collaborazione tecnologica che l’Unione europea non può permettersi di interrompere, pena la perdita di competitività nei mercati asiatici. Per Pechino, il messaggio è duplice: la Cina non è isolata e le aziende occidentali continuano a investire nel suo territorio nonostante le pressioni americane. Per Airbus, è una mossa di sopravvivenza industriale.
Kim l’ha fatto di nuovo. La crisi nella penisola coreana continua a essere una variabile in campo: un articolo di Bloomberg riporta il lancio di alcuni missili balistici nordcoreani, un episodio che arriva in un momento di particolare tensione regionale; Pyongyang cerca visibilità e leva negoziale, mentre Pechino tenta di contenere l’escalation per evitare un nuovo pretesto americano per rafforzare la presenza militare nel Pacifico. La notizia dimostra quanto la sicurezza dell’Asia orientale resti ostaggio della logica della deterrenza: ogni mossa nordcoreana è seguita da esercitazioni congiunte USA-Giappone-Corea del Sud, in un ciclo senza fine di provocazioni e risposte.
Ma Prodi, se ti sentissero i tuoi?!?! Romano Prodi, in un intervista sul Guancha rilasciata nell’ambito di un forum a Pechino, propone una riflessione lucida sul futuro dei rapporti Europa-Cina: l’ex presidente della Commissione europea sostiene che il mondo sta entrando in una “fase di pluralità di poteri” e che l’Europa deve evitare di farsi trascinare in una logica di blocchi; Prodi invita l’Ue a ritrovare una propria autonomia strategica, riconoscendo il ruolo della Cina come partner industriale e interlocutore politico. La sua analisi rappresenta una voce rara di equilibrio nel panorama europeo, oggi dominato da paure e pressioni atlantiche; è la vulgata di tutta una serie di politici a fine corsa, che reduci di gravi errori commessi a cavallo tra i ’90 e i 2000, oggi assumono posizioni del tutto condivisibili (uno di questi è Massimo D’Alema). Troppo tardi ragazzi, troppo tardi… In ogni caso, la presenza di un suo contributo su un portale cinese non dovrebbe essere ritenuta casuale: Pechino cerca di legittimare il dialogo con l’Europa mostrando che anche figure simboliche dell’Occidente comprendono la necessità di un multipolarismo cooperativo, e questo non è un male. Prodi, insomma, indica la via di un’Europa che torna soggetto, non oggetto, della storia.
















Nn
BRAVISSIMO