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Il piano USA per sciogliere gli eserciti nazionali e fondare l’esercito unico dell’imperialismo

Come l’America si può preparare per la guerra in Asia, Europa e nel Medio Oriente: dopo tanto tergiversare, finalmente ci siamo. Con questo titolo, ieri, Foreign Affairs – che, ricordiamo, è la testa ufficiale del think tank neocon bipartisan in assoluto più influente degli USA – finalmente chiarisce il perimetro della partita in gioco: le guerre e i conflitti a cui stiamo assistendo sono pezzi dell’unica grande guerra che l’imperialismo ha dichiarato al resto del mondo per impedire la transizione a un nuovo ordine multipolare che metterebbe fine agli Stati Uniti per come li conosciamo oggi; “Sotto i presidenti Barack Obama, Donald Trump e Joe Bidenscrive Thomas Mahnken della John Hopkins University, “la strategia di difesa degli Stati Uniti si è basata sull’idea ottimistica che gli Stati Uniti non avranno mai bisogno di combattere più di una guerra alla volta”. Mahnken ricorda con disprezzo la scelta dell’amministrazione Obama di ridurre, per la prima volta nella storia contemporanea degli USA, non solo la spesa militare in termini di percentuale del PIL, ma addirittura in termini assoluti: dai 730 miliardi annui del 2009 ai 640 scarsi del 2017, a fine mandato; questa riduzione, sottolinea Mahnken, equivaleva all’abbandono della politica di lungo periodo che prevedeva che gli USA dovessero essere pronti a combattere contemporaneamente due grandi guerre e questo, denuncia, “ha ristretto le opzioni a disposizione dei politici statunitensi, dato che impegnare gli Stati Uniti in una guerra in un luogo precluderebbe un’azione militare altrove”. Capito Obama, eh? Manco la libertà di combattere contro tutti ‘ndo cazzo je pare ha lasciato ai suoi successori: un vero despota. “Questo passaggio” si lamenta Mahnken “fu fuorviante già allora, ma è totalmente fuori luogo in particolare oggi” con gli USA che sono impegnati in una costosissima guerra per procura in Ucraina e nello sterminio dei bambini palestinesi proprio mentre si devono preparare alla Grande Guerra del Pacifico.

Thomas G. Mahnken

E non è che possono fare altrimenti: come ricorda Mahnken, infatti, questi 3 teatri “sono tutti vitali per gli interessi USA, e sono tutti intimamente interconnessi”. Mahnken sottolinea ancora come i tentativi passati di disimpegnarsi sia dall’Europa che dal Medio Oriente abbiano profondamente indebolito la sicurezza statunitense: “Il ritiro delle forze armate statunitensi in Medio Oriente, ad esempio, ha creato un vuoto che Teheran ha riempito con entusiasmo” e ogni volta che una potenza regionale alza la cresta e gli USA tentennano nel portare a termine la loro missione divina di raderla al suolo, mandano un messaggio di debolezza al resto del mondo che mette a rischio la tenuta complessiva dell’impero; e già questa, sostiene Mahnken, dovrebbe essere di per se una linea rossa, dal momento che il mito dell’invincibilità militare USA – fondato sull’incommensurabilità della sua spesa con qualsiasi altra potenza del pianeta e sulla sua proiezione globale dovuta alle quasi 1000 basi sparse in giro per tutto il mondo, ma anche su quella gigantesca macchina di propaganda bellica che è Hollywood – è essenziale alla sopravvivenza stessa del feroce regime superimperialista che impongono a tutti gli altri e che oggi, per la prima volta, si trova di fronte ad avversari di tutto rispetto “che collaborano l’uno con l’altro: L’Iran vende petrolio alla Cina, la Cina invia denaro alla Corea del Nord e la Corea del Nord invia armi alla Russia”. Che, tutto sommato, come esempi di collaborazione non sono nemmeno sto granché, ma poco conta: come i padroni delle ferriere dell’800 – o come in qualsiasi film distopico su società post-apocalittiche rigidamente divise tra schiavi e schiavizzatori (modello Snowpiercer) – quando il sistema che imponi con la violenza è così palesemente e ferocemente ingiusto, ogni forma di collaborazione può essere sufficiente ad innescare l’incendio e va stroncata sul nascere, come ogni buona esperienza di repressione antisindacale insegna. La preoccupazione di Mahnken, quindi, è che il mito dell’invincibilità USA, già messo duramente alla prova dalla debacle siriana in poi, oggi sembra essere del tutto inadeguato ad affrontare con la sicurezza necessaria questi nuovi nemici, in particolare se in qualche modo coordinati tra loro; per dare nuovo slancio al mito dell’invincibilità, quindi, è necessario fare un salto di qualità sostanziale e questo salto di qualità può avvenire se e solo se la macchina bellica dell’imperialismo, invece che essere solo quella USA, può basarsi sempre di più su una rete di solide alleanze. La fortuna di Washington, sottolinea infatti Mahnken, è quella di avere buoni amici, sia nell’est asiatico, sia in Europa, sia in Medio Oriente, perché definirli vassalli (come essenzialmente sono) suona male, “ma per avere successo” insiste Mahnken, questi fantomatici amici “devono imparare a lavorare meglio insieme”: “Washington e i suoi alleati” continua Mahnken “devono essere ciò che i pianificatori militari chiamano interoperabili, capaci di inviare rapidamente risorse attraverso un sistema consolidato a qualunque alleato ne abbia più bisogno. L’Occidente, in particolare, deve creare e condividere più munizioni, armi e basi militari. Gli Stati Uniti devono inoltre formulare migliori strategie militari per combattere a fianco dei propri partner”. Insomma: come ripetiamo fino all’esaurimento da mesi, per combattere la guerra totale contro il resto del mondo c’è bisogno di una NATO globale, un esercito unitario al servizio dell’agenda imperialista; e se questa, ormai, è un’idea condivisa da tutte le varie fazioni, la declinazione che ne dà Mahnken in questo articolo appare particolarmente interessante per la sua spregiudicatezza.
Il primo punto, inevitabilmente, riguarda la produzione bellica: Mahnken sottolinea come i conflitti in cui siamo immersi e – ancora di più – quelli che ci aspettano, sono munitions-intensive, richiedono molte munizioni; per permettere alle aziende di aumentare la produzione allora, propone Mahnken, “Il governo degli Stati Uniti dovrebbe fornire alle aziende della difesa il tipo di domanda costante necessaria” per garantire che gli investimenti avranno ritorni garantiti. In sostanza, quindi, il governo deve riuscire a convincere le oligarchie del comparto militare industriale che la guerra sarà sufficientemente lunga e devastante da garantire che per i loro prodotti ci sarà sempre domanda a sufficienza, ma non solo. Washington infatti, sostiene Mahnken, deve anche garantire che le munizioni potranno andare agilmente sempre laddove ce n’è più bisogno: oggi, infatti, i canali di approvvigionamento delle forze armate USA e degli alleati sono segregati, con le forniture interne controllate dal dipartimento di Stato e quelle altrui controllate dal dipartimento della Difesa (e con il primo che ha la precedenza sul secondo); i cosiddetti alleati quindi, denuncia Mahnken, “vengono generalmente messi in fondo alla coda, dove possono aspettare anni per ottenere armi che hanno già pagato e che potrebbero essere essenziali per scoraggiare attacchi imminenti”. Secondo Mahnken questa gerarchia va assolutamente superata: “Soddisfare le vendite di munizioni straniere prima di soddisfare le esigenze delle forze armate statunitensi” scrive “può sembrare dannoso per gli interessi americani […] ma consentire alle aziende della difesa di spedire a Taiwan o in Polonia prima di Fort Bragg quando necessario può migliorare la sicurezza degli Stati Uniti, soprattutto quando gli Stati Uniti non stanno combattendo guerre importanti”. E le munizioni sono solo la punta dell’iceberg: “Gli Stati Uniti” infatti, sottolinea Mahnken “hanno moltissime armi da vendere ai propri amici. Ma la riluttanza ad esportare tecnologie avanzate impedisce di fornire ai partner più stretti le migliori attrezzature disponibili. La politica statunitense” propone quindi Mahnken “dovrebbe garantire che i leader politici americani abbiano la possibilità di fornire tali sistemi avanzati agli alleati più stretti”.
Negli ultimi anni, in questo senso, gli USA effettivamente hanno già iniziato a rompere qualche tabù: ultimamente stanno completando un accordo con l’Arabia Saudita che prevede la fornitura di sistemi d’arma che, fino ad oggi, erano totalmente off limits, ma il caso più eclatante è quello degli accordi nell’ambito dell’AUKUS, che prevedono la condivisione nientepopodimeno che di tecnologia per i sottomarini nucleari con l’Australia. Ma non solo: grazie a questi accordi, Washington infatti ha dovuto prendere coscienza dei limiti della sua industria cantieristica, ha realizzato “che i produttori americani non sono abbastanza grandi o capaci per modernizzare la flotta sottomarina statunitense e al contempo costruire sottomarini per l’Australia” e questo ha spinto l’Australia “a investire 3 miliardi di dollari nell’espansione della base industriale sottomarina degli Stati Uniti”; questo tipo di condivisione totale, sostiene Mahnken, è l’unica strada che gli USA hanno per poter pensare di combattere contemporaneamente su tutti e tre i fronti della grande guerra globale contro il resto del mondo e ora si tratta di estendere a tutti gli alleati questa forma che più che di collaborazione, appunto, è di vera e propria integrazione totale a partire, come abbiamo sottolineato ennemila volte, dalla cantieristica giapponese e sud coreana, che sono l’unica chance che l’esercito unico dell’imperialismo ha di poter anche solo pensare di combattere ad armi pari con la Cina. “Israele” continua Mahnken “produce eccellenti sistemi di difesa aerea e missilistica, come l’Iron Dome, e la Norvegia mette in campo eccellenti missili antinave. Washington dovrebbe fare di più per incoraggiare questi alleati a condividere le proprie tecnologie di alto livello”; integrare queste capacità nazionali, ammette Mahnken, non sarà semplice: “L’industria della difesa” ricorda “è oggetto di politica interna, sia a Washington che nelle capitali alleate. Ecco perché, anche nelle aree in cui il Congresso ha cercato di promuovere la collaborazione, i funzionari della difesa si sono scontrati con ostacoli burocratici. Ci sono forti incentivi politici per mantenere intatte le barriere esistenti, a partire dalle preoccupazioni sui posti di lavoro nazionali, ma i funzionari statunitensi farebbero bene a resistere a tali pressioni ed eliminarle”.
Un discorso molto simile vale per le basi: gli Stati Uniti, ricorda Mahnken, “possiedono una rete globale senza precedenti di basi militari che gli ha permesso di proiettare il potere per oltre un secolo”; “Ma tutte queste basi”, sottolinea, “sono diventate sempre più vulnerabili, dal momento che gli avversari hanno acquisito la capacità di colpire con precisione su grandi distanze”. Per aumentare il livello di sicurezza dei propri asset militari, allora, USA e alleati devono aumentare a dismisura i posti a disposizione adeguatamente attrezzati dove dislocare liberamente truppe e mezzi: il Giappone ad esempio, sottolinea Mahnken, ha una quantità sterminata di location idonee per questo processo di dispersione, una quantità spropositata di “porti, aeroporti e strutture di supporto collegati alla rete stradale e ferroviaria giapponese”, ma secondo le regole attualmente in vigore, le forze armate giapponesi hanno accesso soltanto a una piccola frazione di queste location e gli USA, poverini, “ancora meno”. Questi vincoli, suggerisce Mahnken, devono essere rapidamente rimossi e altrettanto deve essere fatto urgentemente in Australia che, nella seconda guerra mondiale, si era dotata di una quantità sterminata di postazioni a disposizione della guerra USA contro il Giappone e che ora devono essere “rinnovate ed espanse” e, ovviamente, messe completamente a disposizione della NATO globale.
Insomma: l’idea è quella di avere una quantità di potenziali obiettivi superiore a quanti gli avversari possano realisticamente minacciare di attaccare con successo che, però, è una corsa piuttosto insensata, dal momento che se hai una base industriale sufficientemente sviluppata, è chiaramente più agile aggiungere un missile ipersonico al tuo arsenale che non costruire una nuova base; quindi in sostanza, com’è evidente, in un conflitto tra pari chi deve pensare a organizzarsi per disperdere la sua capacità offensiva rimarrà sempre un passo indietro rispetto a chi si limita a difendersi. Ed ecco allora che, oltre a moltiplicare le basi all’infinito, il punto è migliorare la capacità di difenderle; per farlo in modo efficace, le forze armate dell’imperialismo unitario “devono andare oltre l’approccio tradizionale alla difesa aerea e missilistica, che dipende dall’uso di un piccolo numero di intercettori costosi, verso uno che includa armi ad energia diretta (come laser o armi a impulsi elettromagnetici), un gran numero di intercettori a basso costo e sensori in grado di fornire le informazioni necessarie per sconfiggere attacchi grandi e complessi, come quello lanciato dall’Iran contro Israele in aprile” che, ricordiamo, è costato a chi s’è dovuto difendere circa 50 volte di più di quanto non sia costato a chi ha attaccato. “Australia, Giappone e Stati Uniti” ricorda Mahnken “hanno fatto progressi chiedendo lo sviluppo di un’architettura di difesa aerea e missilistica in rete per difendersi a vicenda”; ora, sottolinea Mahnken, si tratta di proseguire su questa strada anche perché, continua, a sua volta questo contribuirà all’interoperabilità complessiva, perché “addestrandosi e operando a stretto contatto tra loro in tempo di pace, le forze statunitensi e alleate svilupperanno abitudini di cooperazione che saranno loro utili in tempo di guerra”. Anche perché, insiste Mahnken, “interoperabilità significa molto di più che semplicemente condividere le risorse fisiche. Significa sviluppare concetti e strategie condivise. Washington deve avere conversazioni franche con i suoi alleati per contribuire a chiarire le ipotesi su obiettivi, strategia, ruoli e missioni e ottenere una migliore comprensione di come lavorare al meglio collettivamente. Gli Stati Uniti” conclude Mahnken “ovviamente non possono condividere tutto con i partner. Alcuni sistemi d’arma non dovrebbero mai essere condivisi. Ma la storia dimostra che gli americani ottengono risultati migliori quando combattono fianco a fianco con gli alleati. Mentre Washington si trova ad affrontare pericoli crescenti in tre regioni, deve imparare a cooperare e condividere meglio con i suoi numerosi amici”.
Insomma: Mahnken rappresenta al meglio la cultura dei figli dei fiori applicata al grande sterminio di massa che gli USA stanno preparando contro il resto del mondo per tenere in piedi il loro dominio planetario: vuole costruire una comune, solo che, invece che essere devota alla pace, deve essere devota alla distruzione totale; il messaggio sembra rivolto in particolare a chi, all’interno degli USA, continua a guardare con sospetto agli alleati temendo che i meccanismi di subordinazione finanziaria e tecnologica del superimperialismo, senza la minaccia della forza, da soli non bastino e che quindi condividere tecnologie, logistica e strategia potrebbe rivelarsi un’arma a doppio taglio e potrebbe permettere un domani agli alleati di ritagliarsi spazi di autonomia strategica finora preclusi. E’ uno dei grandi dilemmi che, evidentemente, attraversa l’establishment dell’impero: per vincere la grande guerra, l’imperialismo ha bisogno di un grande esercito e di un complesso militare industriale unitario, ma per costruire un grande esercito unitario gli USA devono accettare di passare da alleanze che dominavano con la forza, a un’integrazione totale nell’ambito della quale, sostanzialmente, tutto viene condiviso con tutti; affinché questo non gli si ritorca contro, deve essere sicura che l’equilibrio di potere che attualmente è in vigore nei paesi vassalli – dove il potere politico è completamente ostaggio di borghesie compradore al servizio del centro imperiale contro i rispettivi interessi nazionali – sia eterno. E la storia recente sembra dargli ragione: in particolare, a partire dalla grande crisi finanziaria del 2007 e, ancora di più, dallo scoppio della seconda fase della guerra per procura in Ucraina, le classi dirigenti europee si sono dimostrate i peggiori nemici possibili dei rispettivi Paesi. Rimane però da capire quanto questo sia stato determinato, a sua volta, proprio dal fatto che i paesi europei sono disarmati e succubi della potenza militare USA o quanto, invece, siamo di fronte a una condivisione profonda degli obiettivi strategici del centro imperiale e, anche in tal caso, quanto questa condivisione possa essere messa in discussione dall’evoluzione del quadro politico.
Insomma: la grande guerra impone agli USA di correre dei rischi che, fino ad oggi, aveva evitato accuratamente impedendo ai vassalli di riarmarsi e tenendosi stretta il controllo tecnologico. Prima che restringano definitivamente i pochi spazi democratici che permettono – almeno in linea di principio – di modificare il quadro politico, sarebbe il caso di battere un colpo, almeno per far venire il sospetto che potrebbero aver sbagliato i calcoli; per farlo, in assenza di un’organizzazione politica all’altezza, il terreno di battaglia per eccellenza è proprio quello della battaglia contro-egemonica e per combatterla abbiamo bisogno di un media. Aiutaci a costruirlo: aderisci alla campagna di sottoscrizione di Ottolina Tv su GoFundMe e su PayPal.

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Gli USA convincono Giappone e Filippine a immolarsi per la sua Grande Guerra contro la Cina

“Stati Uniti e Giappone pianificano il più grande aggiornamento del patto di sicurezza da oltre 60 anni”; manco il tempo di fare un minibrindisino per la risoluzione che Cina e Russia, finalmente, sono riusciti a imporre agli amici del genocidio della Casa Bianca al Consiglio di sicurezza dell’ONU che ecco un altro fronte che si avvia inesorabilmente verso l’escalation, il fronte per eccellenza: “Biden e Kishida” annuncia il Financial Times “annunceranno una mossa per contrastare la Cina alla riunione della Casa Bianca del mese prossimo”. Quello che è in ballo è, appunto, il più importante aggiornamento del patto di sicurezza tra i padroni di Washington e il loro principale vassallo del Pacifico da quando, nel 1960, USA e Giappone firmarono il trattato di mutua difesa: un trattato edulcorato, almeno rispetto alle ambizioni dell’allora premier Nobusuke Kishi, il sanguinario amministratore della colonia della Manciuria ai tempi dell’impero, che venne salvato dagli USA in cambio della garanzia di trasformare il Giappone in un protettorato a stelle e strisce. La mobilitazione popolare lo costrinse alle dimissioni e il trattato venne rivisto al ribasso; e, così, il Giappone si rassegnò ad avere forze armate dedicate esclusivamente alla difesa e gli USA rinunciarono all’idea di avere il pieno controllo della catena di comando dell’alleato del Pacifico. Dopo 60 anni abbondanti di lavoro certosino, nel dicembre del 2022, intanto, è saltato in buona parte il primo tabù e il Giappone ha approvato una riforma radicale delle sue forze armate in chiave offensiva, che le dota – finalmente – di armi di attacco all’altezza della sfida cinese e che prevede di portare la spesa militare dall’1 al 2% di PIL.

Shinzo Abe

E’ l’eredita lasciata – prima di venire barbaramente assassinato – dalla buonanima di Shinzo Abe, nipote del gerarca Nobusuke Kishi e leader del Nippon Kaigi, la potente organizzazione clericofascista fondata dal nonno e che da decenni influenza profondamente la politica giapponese. Nonostante il riarmo, però – come sottolineava a suo tempo l’ex direttore per l’Asia orientale nel Consiglio per la sicurezza nazionale dell’amministrazione Biden su Foreign Affair – il problema della catena di comando rimaneva: “Il Giappone” sottolineava, “per massimizzare l’efficacia di questa sua nuova postura, deve rafforzare la sua alleanza con gli USA”; ci è voluto un anno, ma ora, finalmente, ci siamo arrivati. E non è tutto, perché il Giappone sarà, a breve, più potente e aggressivo che mai e totalmente sotto controllo USA, ma è lontano.
Ed ecco allora la soluzione: facciamoci prestare le Filippine; dopo la parentesi multipolare e sovranista dell’amministrazione Duterte, con la presidenza Marcos le Filippine sono tornate alla loro vecchia condizione di portaerei dell’imperialismo USA nel cuore del Pacifico e hanno rimesso in moto l’EDCA, l’Enhanced Defense Cooperation Agreement – l’accordo di cooperazione rafforzata in materia di difesa che, sostanzialmente, permette alla marina militare a stelle e strisce di fare un po’ cosa cazzo gli pare. Siglato nel 2014 durante la presidenza filocolonialista di Aquino, prevedeva inizialmente 5 location dove far scorrazzare armi, navi e uomini USA a volontà e nessuna nella parte settentrionale dell’arcipelago, quella più utile per un’eventuale guerra con epicentro Taiwan; ora, fatto fuori Duterte, il piano torna in grande stile con 4 nuove location, tutte a un tiro di schioppo da Taipei e con anche un extra bonus: un nuovo porto nelle minuscole isole Batanes, a meno di 200 chilometri dalle coste di Taiwan. E visto che la flotta giapponese sarà, a breve, sostanzialmente eterodiretta da Washington, ecco che la relazione si allarga e diventa una bella threesome: a partire da novembre, infatti, Filippine e Giappone hanno avviato i negoziati per un accordo di accesso reciproco per le rispettive truppe: l’11 aprile prossimo i rispettivi leader sono entrambi attesi alla Casa Bianca per il primo trilaterale USA – Giappone – Filippine.
Nel frattempo, le provocazioni USA su Taiwan – con la vendita del sistema di telecomunicazioni militari Link 16 e la fuga di notizie sugli addestratori americani nell’isola di Kinmen, a 10 chilometri dalla repubblica popolare di Cina – continuano ad aumentare; ora rimane solo da convincere definitivamente i vassalli europei ad accollarsi la guerra di logoramento contro la Russia in Ucraina e dintorni e assicurarsi che il massacro dei bambini a Gaza non si trasformi in una dispendiosa guerra regionale, obiettivo talmente importante da obbligare gli USA, per la prima volta, addirittura a non mettere il veto in Consiglio di sicurezza, dopodiché, finalmente, gli USA si potranno concentrare a tempo pieno nella vera partita del secolo: la grande guerra del Pacifico contro il primo paese che ha osato superare la potenza economica del padrone del mondo. Prima di procedere con i dettagli di questo racconto inquietante, vi ricordo di mettere un like a questo video per aiutarci a combattere la nostra piccola, ma vitale, battaglia contro gli algoritmi e anche di aiutarci a crescere iscrivendovi a tutti i nostri canali, compreso quello Youtube in inglese, e attivare le notifiche: non riusciremo a bloccare l’armageddon, ma almeno proveremo a dare un contributo affinché, mentre ci preparano la tomba, non ci prendano anche impunemente per il culo.
“La Cina ha continuato e intensificato i suoi tentativi di modificare unilateralmente lo status quo con la Forza” e nel contesto “più grave e complesso” scaturito da questa aggressività “dobbiamo rafforzare la collaborazione con le nazioni che la pensano allo stesso modo”: la bozza del Diplomatic Bluebook 2024, il documento che descrive le linee guida della politica internazionale del Giappone per l’anno venturo e che è stata anticipata alla stampa nei giorni scorsi, è una vera e propria bomba incendiaria, soprattutto perché anticipa lo spirito col quale il premier Kishida ha deciso di affrontare lo storico trilaterale dell’11 aprile organizzato da Rimbambiden e che, oltre a USA e Giappone, vedrà la presenza delle Filippine. Ma perché un’alleanza solida tra Filippine e Giappone è così fondamentale per la strategia USA? Ma come perché! Sembrano nate l’una per l’altra!
Per affrontare la Grande Guerra del Pacifico contro il Nemico Esistenziale del loro modello imperiale unipolare, gli USA – infatti – prima di tutto devono risolvere un problemino piuttosto impattante: in una lunga guerra convenzionale contro una potenza industriale delle dimensioni della Cina, alla lunga – dopo 40 anni di finanziarizzazione e di deindustrializzazione, infatti – sono inevitabilmente destinati a soccombere; gli USA, infatti, hanno smesso di produrre tante cose, ma – in particolare – hanno smesso di produrre navi. Cioè, continuano – ovviamente – a produrre navi da guerra, ma a un ritmo e a costi che vanno bene solo per tempi di pace; in caso di guerra, per affrontare le quantità richieste c’è solo un modo: convertire la produzione civile a militare. Cioè, non è che ti puoi inventare i porti, le banchine, la manovalanza, le linee produttive e tutta la filiera da zero; ci devi avere la produzione civile già sviluppata e convertirla alla produzione militare e, molto banalmente, quella produzione gli USA non ce l’hanno – non nel senso che non ne hanno abbastanza: proprio che non ce l’hanno del tutto. In tutto, in un anno, producono imbarcazioni per 73 mila tonnellate; la Cina per 26 milioni e, come abbiamo ricordato diverse volte, alla fine quello è l’unico parametro che conta davvero. Hai voglia te di convincerti delle vaccate dei suprematisti sui primati tecnologici e segate varie: una grande guerra del mare la vince chi produce più navi. Punto. Il resto e fuffa. E la Cina, da sola, produce metà delle navi prodotte nel mondo.
Fortunatamente per gli USA, però, l’altra metà è concentrata in due paesi amici: Giappone e Corea del sud, insieme, coprono sostanzialmente l’altra metà della produzione mondiale; al resto rimangono gli spiccioli. Quindi, il primo scoglio da superare è fare in modo che Corea del sud e Giappone siano senza se e senza ma nella partita. Facile, direte. Fino a un certo punto, perché una cosa è essere amici e volesse bene, un’altra è essere così amici che – non dico per vincere, ma anche solo per poterci sperare – dipendo interamente da te: siccome in ballo non c’è la coppa del dopolavoro ferroviario per un torneo di calcetto babbi contro figli, se io dipendo da te per vincere devo essere sicuro al 100% che fai tutto quello che dico io quando lo dico io e, tradotto in termini militari, significa che la catena di comando, alla fine, fa riferimento a me e soltanto a me – che, per la Corea del sud, in buona misura è già così.
Per il Giappone, paradossalmente, un po’ meno: nonostante il trattato tra i due paesi preveda il mutuo soccorso, le forze armate giapponesi, tutto sommato, sono sempre rimaste nella loro bolla, con una catena di comando a se; il primo punto, quindi, è superare questo ostacolo e rivedere il patto in modo che le forze armate giapponesi diventino, a tutti gli effetti, un braccio interamente gestito dalla testa a stelle e strisce e questo è quello che, appunto, si vuole ottenere con il più grande aggiornamento del patto di sicurezza da oltre 60 anni a cui accennavamo all’inizio. Per il Giappone si tratta di una scelta epocale, che lo destina a un futuro e di incertezze; e il bello è che a prendere questa scelta sarà un primo ministro che ha una percentuale di consensi di poco superiore al 20% (le grandi magie del mondo libero e democratico…). Comunque, dal momento che l’altro 80% non s’è saputo organizzare adeguatamente, per quanto schifato anche dai parenti, Kishida sembra poter portare a casa questo risultato senza troppi problemi.

Fumio Kishida

Facciamo quindi conto che il problema della produzione delle navi e della catena di comando sia risolto; rimane, però, il problema della geografia perché con gli arcipelaghi meridionali – fino ad arrivare a Taiwan inclusa – un pezzo di accerchiamento alla Cina è fatto, ma rimane tutta la parte più a sud: ed ecco qua che entrano in ballo le Filippine. Che le Filippine rappresentino una pedina fondamentale per il dominio del Pacifico occidentale, gli USA lo sanno da sempre e, infatti, da sempre hanno fatto in modo di tenerle sotto controllo e nel 2014, durante la presidenza Aquino, l’avevano scritto nero su bianco: in 5 località sparse per le Filippine gli USA possono manovrare di tutto e di più, a loro piacimento. Poi però, appunto, era arrivato Duterte, che questa storia di essere una colonia USA non è che l’apprezzasse tanto, ma quell’epoca sembra tristemente tramontata; il nuovo presidente, all’inizio, aveva promesso di continuare sulla linea di avvicinamento a Cina, Russia e Sud Globale del predecessore – anche perché, altrimenti, non avrebbe mai vinto – ma dal giorno dopo il suo insediamento ha cambiato linea. Le malelingue dicono sia ricattabile: durante il regime del padre, infatti, si mormora che la sua famiglia abbia imboscato, col sostegno USA, in vari paradisi fiscali sparsi per il mondo una decina di miliardi; “Alcuni osservatori” riporta Asia Times “sospettano che Washington possa aver allentato il controllo sull’enorme ricchezza illecita dei Marcos, in cambio di un maggiore accesso alle basi militari e una più profonda cooperazione in materia di sicurezza”. Ed ecco così che, come per magia, dalle promesse elettorali si passa alla consegna chiavi in mano del paese agli americani per trasformarlo nella testa di ponte per la grande guerra contro la Cina, cosa che sembra Duterte non abbia gradito particolarmente: “Abbiamo un presidente tossicodipendente e figlio di puttana” avrebbe dichiarato col suo solito rispetto del politically correct al limite della pedanteria.
In sostanza, le Filippine con Marcos hanno concesso agli USA 4 nuove basi; siccome la costituzione, sostengono molti, in realtà lo vieterebbe, hanno trovato questo escamotage: uomini e attrezzature non potranno essere stabili, ma dovranno ruotare (come se, di solito, non ruotassero e come se ci fosse qualcuno a controllare): una controllatina l’hanno data gli analisti dell’ATMI, l’Asia Maritime Transparency Initiative, e hanno trovato un sacco di sorpresine. Tutte le basi presenterebbero un’attività frenetica per lo sviluppo delle infrastrutture: “A quanto pare” scrive Asia Times “le Filippine stanno rafforzando in modo proattivo la loro deterrenza contro l’espansione della Cina nel Mar Cinese Meridionale a ovest, mentre si preparano anche a potenziali imprevisti nella vicina Taiwan a nord” e dall’11 aprile, appunto, tutto questo potrebbe diventare pienamente accessibile anche agli amici giapponesi; “La cooperazione trilaterale” scrive diplomaticamente il Global Times “potrebbe diventare una routine fissa e normalizzata in futuro, prevedendo esercitazioni militari, esercitazioni di sbarco sulle isole, pattugliamenti marittimi congiunti con altri paesi, e sfruttando la posizione delle Filippine nell’ASEAN per cercare di influenzare gli altri paesi dell’organizzazione multilaterale regionale”.
Al grande appuntamento per la threesome dell’anno, comunque, le Filippine hanno tutta la volontà di presentarsi il più agghindate possibile: “Oltre a fare affidamento sugli aiuti militari statunitensi” ricorda infatti Asia Times “le Filippine mirano a procurarsi moderni aerei da combattimento, sottomarini e sistemi missilistici strategici nell’ambito di un programma di modernizzazione militare da” – udite udite – “36 miliardi di dollari”; 36 miliardi di dollari per un paese che ha un PIL che non arriva a 450. Per capire l’entità: negli ultimi 2 anni abbiamo spalancato gli occhi di fronte al programma tedesco di riarmo da 100 miliardi di euro; ecco, in proporzione, le Filippine è come se ne avessero annunciato uno da poco meno di 400 miliardi. Oltre ai caccia F16 dagli USA e Saab Gripen dalla Svezia, Manila sta trattando per comprarsi pure i sottomarini; e non uno, ma tre, perché “Tre” hanno affermato pubblicamente “è un numero magico: uno in funzione, uno in addestramento e uno in riparazione/manutenzione” e, il tutto, rivolto minacciosamente contro la Cina. Le Filippine, infatti, hanno da pochissimo approvato una nuova strategia di difesa nazionale denominata CADCComprehensive Archipelagic Defense Concept – che sta per concetto globale di difesa arcipelagica e che, in soldoni appunto, vuol dire concentrare il grosso delle risorse verso la Cina e verso Taiwan; pronti per raggiungere le isole più settentrionali ci dovrebbero essere anche i nuovi missili da crociera supersonici BrahMos acquistati dall’India e che hanno una gittata di circa 900 chilometri e, sempre a partire dalle isole settentrionali, il prossimo mese USA e Filippine dovrebbero dare il via a un’esercitazione denominata Balikatan che dovrebbe coinvolgere circa 12 mila soldati americani e vedere in veste di osservatori la presenza, appunto, del Giappone e anche dell’Australia.
Insomma: si stanno scaldando i motori in attesa di essere un po’ meno affaccendati in altre faccende; intendiamoci, non che manchino gli ostacoli: prima che l’Europa – ammesso e non concesso riesca mai a farcela – possa, in qualche modo, essere autosufficiente nell’assistere l’Ucraina oggi e, magari, gli altri paesi dell’est europeo domani nella lunga guerra di logoramento della Russia, ancora ce ne manca e svincolarsi, per gli USA – se mai sarà possibile – sicuramente non sarà immediato. Basti considerare che mentre si cercavano di risolvere tutti i colli di bottiglia del Pacifico, a un certo punto gli USA si son accorti di essere messi così male da chiedere nuove armi per rimpinzare gli arsenali allo stesso Giappone, in particolare le batterie di Patriot; il Giappone ha obbedito immediatamente e siccome, in realtà, non poteva inviare i suoi missili Patriot negli USA, ha addirittura cambiato la legge in fretta e furia per far contento il padrone di Washington – che quindi, da un lato, significa che sulla fedeltà ci possono essere pochi dubbi, dall’altro però, appunto, significa che fino a che a provvedere ad armare l’Ucraina non ci penserà qualcun altro, anche col supporto di Tokyo la grande alleanza del mondo libero di tenere testa, sul piano industriale, al colosso produttivo cinese nel Pacifico potrebbe non essere in grado.
Qualche altro problemino potrebbe arrivare dai fronti interni in Giappone e anche in Corea del sud, due paesi che, ovviamente, hanno nella Cina – di gran lunga – il primo partner commerciale (la Corea del sud addirittura, caso più unico che raro, vantando addirittura un piccolo surplus commerciale): un giro di affari enorme messo fortemente a rischio dalla guerra commerciale scatenata dalla Casa Bianca e sul quale la Cina tenta di fare leva. A partire già dal lontano 1999, i 3 paesi tengono regolarmente degli incontri trilaterali – o meglio, tenevano: nel 2019, infatti, questa abitudine è stata interrotta; ma il bello è che è stata interrotta non a causa della Cina, ma per tensioni tra Giappone e Corea del sud. Inutile, comunque, farsi troppe illusioni: i rapporti tra i due paesi sono spesso tesi e i due popoli non è che si stiano proprio simpaticissimi, diciamo; ciononostante, gli USA hanno ancora una leva sufficiente a superare le divisioni e quando, nell’agosto scorso, li ha richiamati entrambi all’ordine con un incontro trilaterale sempre alla Casa Bianca, con la coda tra le gambe i due hanno fatto buon viso a cattivo gioco e hanno obbedito senza troppi distinguo. Più che ai mal di pancia di paesi che, comunque, si riconoscono pienamente nel capitalismo globalizzato e finanziarizzato garantito da Washington, conviene allora forse guardare altrove per trovare le vere debolezze di questo piano USA, a partire da Ansar Allah, che continua a tenere alta la preoccupazione per un’estensione del conflitto in Medio Oriente che rovinerebbe alla base tutti i piani di Washington – che è uno dei motivi che, appunto, lunedì ha portato gli USA a compiere probabilmente la più grande rottura nei confronti del fedele alleato sionista di sempre: per la prima volta dall’inizio della fase terminale del piano di pulizia etnica di Israele nei confronti dei gazawi, gli USA non hanno posto il veto al Consiglio di sicurezza a una risoluzione presentata dall’Algeria e sostenuta da tutti gli altri 13 membri (Regno Unito incluso) che impone un cessate il fuoco immediato e che gli USA si sono limitati a non votare astenendosi; ne è seguito il più importante scontro tra leadership USA e israeliana di cui ho memoria, con Israele che ha cancellato la visita programmata a Washington e Kirby che si è dichiarato molto deluso.
Gli USA, da dettare la linea senza troppi intoppi all’intera comunità internazionale, sono ormai sempre di più costretti a scegliere quale guerra ritengono essenziale per i loro interessi; e non è detto che gli basti: è il vero, grande, epocale segnale non solo che il Mondo Nuovo avanza, ma che, al netto di tutto, è già avanzato e che non saranno i vecchi media a darci gli strumenti per capirci qualcosa e attrezzarci per prendere le contromisure. Per farlo, abbiamo bisogno di un vero e proprio media tutto nuovo e che sia indipendente, ma di parte: quella del 99%. Aiutaci a costruirlo: aderisci alla campagna di sottoscrizione di Ottolina Tv su GoFundMe e su PayPal.

E chi non aderisce è Federico Rampini

Tre prove che gli USA stanno preparando la guerra più devastante di tutti i tempi nel Pacifico

Dopo la settimana di fuoco dell’Europa, che si prepara alla grande guerra, e delle più clamorose stragi israeliane, state accusando un repentino calo di adrenalina per l’apparente stasi sul fronte ucraino e l’allungarsi dei tempi della pulizia etnica a Gaza? Tranquilli: Sleepy Joe ha in serbo per voi una bellissima sorpresa che vi darà la giusta carica per non essere sleepy per niente, un uno/due e pure tre che vi restituirà quell’irresistibile brividino che si prova quando si ha la netta sensazione che, nel giro di qualche mese, il mondo come lo avete conosciuto fino ad oggi potrebbe tramontare per sempre; vi siete mai chiesti, infatti, perché – di punto in bianco – Rimbambiden ha deciso di giocare al poliziotto buono di fronte al più grande massacro di civili del XXI secolo e ha trasformato il fraterno amico Bibi lo sterminatore in una specie di supervillain della Marvel intento a distruggere il pianeta nel disappunto generale? E del perché, ultimamente, stia facendo le capriole per convincere l’Europa a riarmarsi come si deve e occuparsi da sola del plurimorto dittatore del Cremlino? Beh, la risposta, tutto sommato, è piuttosto semplice; Rimambiden, ormai, c’ha una certa e di queste scaramucce di quartiere si sarebbe anche abbondantemente rotto i coglioni e, prima di passare a peggior vita, ha deciso di dedicare gli ultimi anni anni a disposizione alla principale delle sue passioni: la più grande e devastante guerra della storia dell’umanità contro l’unico paese che si è permesso di mettere fine al primato economico mondiale USA dopo oltre un secolo di dominio incontrastato e che c’ha pure la faccia tosta di definirsi socialista.

Kurt Campbell

Nell’arco di poco più di un mese, 4 notizie che sono passate completamente inosservate ai media mainstream del mondo libero hanno certificato platealmente la sete di sangue che aleggia nello studio ovale: la prima risale al 6 febbraio scorso quando, con 92 voti contro 5, il Senato ha dato il via libera alla nomina a vicesegretario di stato di Kurt Campbell, aka lo Zar dell’Asia, una svolta significativa; Campbell, infatti, fu l’architetto del famoso Pivot to Asia di obamiana memoria, quando si cominciarono a porre le basi nella regione per una futura guerra a tutto campo contro la Cina, un filo che lo Zar dell’Asia ha ricominciato a tessere con solerzia con la nomina di Rimbambiden, che lo ha voluto sin da subito nel suo team come Coordinatore del Consiglio di Sicurezza nazionale per l’Indo – Pacifico. “Il periodo che definivamo dell’impegno strategico” e che prevedeva la cooperazione economica e la cooperazione diplomatica “è definitivamente giunto al termine” aveva affermato al momento del suo insediamento; “Ora il paradigma dominante nella relazioni USA – Cina sarà la competizione”. Durante i primi 3 anni del suo mandato, il rapporto tra le due potenze – tra sanzioni, ambiguità sulla politica di Una Sola Cina e rafforzamento della presenza militare USA nel Pacifico – si è deteriorato fino a raggiungere il più basso livello dal viaggio di Nixon del ‘72, ma poteva anche andare peggio: Campbell, infatti, fino ad oggi si era visto – almeno parzialmente – ostacolare nella sua foga guerrafondaia dal suo predecessore, Wendy Sherman; non che fosse Rosa Luxembourg, ma la Sherman, che veniva dall’attivismo e dai servizi sociali invece che dai think tank del partito unico della guerra e degli affari, nell’arco della sua carriera si è più volte distinta per la moderazione e la volontà di perseguire il dialogo. Negli anni ‘90 aveva guidato le trattative segrete con Kim Jong Il per evitare la proliferazione nucleare, attirandosi critiche feroci da invasati del calibro di James Baker e John baffetto Bolton; tra il 2013 e il 2015 aveva poi condotto i negoziati che avevano portato alla firme del patto sul nucleare iraniano dal quale, poi, il compagno pacifista Trump si era ritirato unilateralmente: nel 2021 era di nuovo diventata bersaglio delle ire dei bombaroli umanitari per aver cercato di indebolire la ridicola legge USA sul trattamento della minoranza uigura in Cina e, nel maggio del 2023, si era prima opposta all’inasprimento delle misure anticoncorrenziali contro Huawei e poi aveva cercato di convincere Blinken a non cancellare la sua visita in Cina in seguito alla buffonata dei palloni spia cinesi. Insomma: quando negli ultimi anni si è parlato di un pezzo di amministrazione Biden più incline al dialogo con la Cina, in buona misura si faceva proprio riferimento a lei e che, da quando Campbell l’ha sostituita, l’aria sia cambiata è ogni giorno più evidente.
Dopo appena 10 giorni di incarico, il governo USA ha annunciato l’autorizzazione definitiva alla vendita a Taiwan del sistema Link-16, la rete sicura per lo scambio di dati tattici militari utilizzata dalla NATO, che permette a Taiwan di essere integrata nel sistema unificato di distribuzione dell’informazione che fa capo agli USA. In soldoni, tagliandola con l’accetta, le forze armate di Taiwan diventano sostanzialmente un braccio armato al servizio del comando USA e, dopo un altro paio di settimane, ecco la bomba definitiva: il ministro della difesa di Taipei, Chiu Kuo-Cheng, conferma ufficialmente le voci sulla presenza di uomini delle forze speciali USA a Taiwan incaricate di addestrare le truppe dell’Isola; e non in un posto a caso, ma sull’Isola di Kinmen, che si trova qui, a meno di 10 chilometri dalla Repubblica Popolare. Una provocazione talmente scomposta e plateale che, per non far esplodere il bordello in casa, i cinesi hanno cercato in ogni modo di non far circolare la notizia anche perché, nel frattempo, i cinesi, sull’anomalia di questa isoletta avamposto dell’imperialismo occidentale a meno di un tiro di schioppo, erano già stati abbondantemente triggerati poche settimane prima, quando la guardia costiera taiwanese aveva disarcionato un’imbarcazione di pescatori cinesi accusati di aver sconfinato in acque territoriali uccidendone un paio, e senza manco chiedere scusa. Insomma: come scrive Andrew Korybko sul suo blog, USA e Taiwan stanno “testando la pazienza”; quanto mai a lungo potrà durare?
Prima di addentrarci nei particolari di queste evoluzioni inquietanti, ricordatevi di mettere un like a questo video per aiutarci a combattere la nostra guerra quotidiana contro gli algoritmi e, già che ci siete, se non lo avete ancora fatto ricordatevi di attivare le notifiche e di iscrivervi a tutti i nostri canali, compreso quello Youtube in lingua inglese, per permette anche a chi non vive esattamente dentro alla nostra bolla di conoscere la sorpresina che Sleepy Joe ci sta preparando e che i mezzi di stordimento di massa si guardano bene da raccontarvi.

KJ Noh

“In molte tradizioni” scrive lo storico giornalista e attivista coreano KJ Noh su Geopolitical Economy Report, “quando si scolpisce un Buddah, gli occhi sono sempre gli ultimi ad essere dipinti. Ed è solo dopo che gli occhi sono stati completati, che la scultura è davvero viva e nel pieno della sua potenza”: ora gli Stati Uniti hanno dato ufficialmente il via libera alla vendita alla provincia di Taiwan del sistema di comunicazione militare Link 16 e “L’acquisizione del Link 16” commenta KJ Noh “equivale a dipingere gli occhi del Buddah: un ultimo tocco che dà definitivamente vita ai sistemi militari e alle piattaforme d’arma di Taiwan”. Ma a cosa serve, esattamente, questo benedetto Link16? Lo spiega in modo chiarissimo questo breve servizio di Taiwan Plus News che ricorda come “Taiwan ha comprato circa 200 F16 dagli USA. Ma per usare questa flotta in modo efficiente, serve un sistema di telecomunicazioni integrato, in grado di collegarli ad altri sistemi d’arma e ai sistemi di comando e controllo. Ed è proprio a questo che serve Link 16”: in soldoni, è una sorta di “internet delle cose, o di cloud, per l’hardware militare: una rete di collegamento dati militare per le comunicazioni e l’interoperabilità delle armi” ed è un passo che “per scoraggiare un’invasione cinese, rende Taiwan sempre più dipendente da armi da assistenza militare americana”; “Più importante di qualsiasi singola piattaforma d’arma” sottolinea KJ Noh “questo sistema consente all’esercito di Taiwan di integrare e coordinare tutte le sue piattaforme di guerra con le forze armate statunitensi, NATO, giapponesi, coreane e australiane in una guerra armata combinata”. Ad esempio, continua Noh, “permette ai bombardieri strategici nucleari Stealth di coordinarsi con piattaforme di guerra elettronica e sorveglianza, nonché condurre una guerra armata congiunta con gruppi da battaglia di portaerei statunitensi, francesi o britannici, o con cacciatorpedinieri giapponesi o sudcoreani, nonché con sistemi antimissile come i Patriot”. Insomma: è una sorta di sistema nervoso in grado di comunicare a tutti gli arti mortali che gli USA, negli anni, hanno fornito a Taiwan, i comandi del cervello; e il cervello è rigorosamente USA che, oltre agli arti taiwanesi, controlla anche quelli dei vari alleati vecchi e nuovi della regione, dai partner dell’Aukus, al Giappone, alla Corea del Sud. “Punte di lancia pronte a funzionare come innesco di un’offensiva di guerra multinazionale contro la Cina” anche perché, ricorda Noh, “L’attuale dottrina statunitense si basa un’idea di guerra distribuita, dispersa, diffusa, da condurre lungo la miriade di isole che circondano la Cina nel Pacifico”: sono le famose prima e seconda catena di isole che gli USA hanno circondato con migliaia di truppe armate, piattaforme d’attacco e missili di ogni natura e gittata ai quali si stanno aggiungendo, giorno dopo giorno, strumenti di ogni genere per la guerra automatizzata; uno sciame che, per essere utilizzato in modo efficace, deve avere un sistema di comunicazione unico a prova di interferenze – che è proprio quello che fa Link 16 – che permette, così, di aggiungere l’ultimo tassello in quella che gli analisti dello US Naval Institute definiscono, in modo molto rassicurante, la catena di morte della coalizione transnazionale per il Pacifico. “Questa diffusione e dispersione delle piattaforme di attacco in tutto il Pacifico”, sostiene Noh, “smentisce l’affermazione secondo cui si tratterebbe di una forma di deterrenza per difendere l’isola di Taiwan”; secondo Noh, infatti, “Questa diffusione è chiaramente offensiva, pensata e progettata per sopraffare le difese altrui. Come nel caso dell’Ucraina, non si tratta di scoraggiare la guerra, ma di incoraggiarla e di consentirla”: a confermarlo ci sarebbe anche la proliferazione di report da parte di tutti i principali think tank USA dove il quesito non è tanto più se fare la guerra o meno, ma quando e come, e come prepararla adeguatamente. E la fretta aumenta: in un celebre rapporto del 2016, RAND Corporation affermava che la guerra andava preparata entro il 2025; davanti alla commissione difesa del Senato, l’ammiraglio Phil Davidson, 2 anni fa, aveva spostato la deadline avanti di un paio di anni. Nel frattempo è scoppiata la seconda fase della guerra per procura contro la Russia in Ucraina che gli USA premono per sbolognare interamente ai vassalli europei e, poi, il grande imprevisto: il clamoroso attacco della resistenza palestinese del 7 ottobre scorso e l’ancora più clamorosa prova di forza da parte dell’asse della resistenza – e, in particolare, di Ansar Allah – che ha fatto saltare per aria i piani USA per la regione, gli ha impedito di disimpegnarsi gradualmente e ora li minaccia con una potenziale escalation su scala regionale che impedirebbe definitivamente di concentrarsi sul Pacifico e sposterebbe la lancetta del tempo oltre i limiti segnalati da tutti gli analisti.
Ma, come sottolineava – tra gli altri – questo lungo rapporto del Council on foreign relation già lo scorso giugno, tirarsi indietro da Taiwan e dal Mare Cinese meridionale permettendo così, nel frattempo, alla Cina di rendere completamente irreversibile il rapporto di forze nell’area, molto semplicemente proprio non se po’ fa: “Taiwan”, sottolineano infatti, “ha un valore militare intrinseco, e quindi il suo destino determinerà in gran parte la capacità delle forze armate statunitensi di operare nella regione”; “Se la Cina dovesse annettere Taiwan e installare sull’isola risorse militari, come dispositivi di sorveglianza subacquea, sottomarini e unità di difesa aerea” continua il rapporto “sarebbe in grado di limitare le operazioni militari statunitensi nella regione e, di conseguenza, la sua capacità di difendere i suoi alleati asiatici. I politici statunitensi dovrebbero quindi capire che in gioco non è solo il futuro di Taiwan, ma anche il futuro della prima catena di isole e la capacità di preservare l’accesso e l’influenza degli Stati Uniti in tutto il Pacifico occidentale”. In soldoni, a quanto pare, dentro all’amministrazione USA continua a svolgersi un duro braccio di ferro tra chi spingerebbe per mollare la presa sul fronte ucraino e chi, invece, tenderebbe a rimandare l’appuntamento del Pacifico, entrambi uniti nella speranza di non veder definitivamente riesplodere tutto il Medio Oriente; la soluzione, secondo il Council on foreign relation, consiste nel trovare la giusta misura e la giusta modalità per aumentare la deterrenza senza scatenare un conflitto, ma – anche proprio per le caratteristiche intrinsecamente offensive della strategia della guerra diffusa che abbiamo visto più sopra – “rinforzare la deterrenza senza finire per provocare lo stesso conflitto che si vorrebbe evitare” ammette anche il Council on foreign relation “è un compito tutt’altro che banale. Per questo, argomentano alcuni, alla luce dei rischi, gli Stati Uniti dovrebbero ridurre il loro sostegno a Taiwan. Un simile percorso, tuttavia, non riesce a tenere adeguatamente conto di come sarebbe il mondo il giorno dopo un eventuale assalto cinese riuscito: meno sicuro, meno libero e meno prospero” che nel linguaggio suprematista USA significa, molto banalmente, meno a immagine e somiglianza degli interessi imperiali a stelle e strisce.
Anche chi punta a un disimpegno dall’Ucraina si trova, però, di fronte a numerosi ostacoli: come sottolinea KJ Noh, infatti, “Se gli Stati Uniti abbandonassero l’Ucraina, ciò potrebbe indebolire la determinazione e la volontà delle autorità di Taiwan di intraprendere una guerra per conto di Washington” perché sarebbe un chiaro messaggio che “i prossimi ad essere usati e abbandonati potrebbero essere proprio loro”; “Washington allora” suggerisce Noh “deve tenere in vita in qualche modo la finzione ed è alla ricerca di un pretesto plausibile per scappare”: quel pretesto plausibile è esattamente quello che cercano di offrirgli su un piatto d’argento le fazioni politiche europee più spudoratamente asservite a Washington, che non vedono l’ora di farsi riconoscere dal padre padrone come vassalli adulti, in grado di occuparsi da soli di quel pasticciaccio brutto dell’Ucraina. Il problema però è che, molto banalmente, adulti ancora non lo sono e di gestire la patata bollente, molto banalmente, non sono ancora in grado; “Inoltre” sottolinea ancora Noh “gli USA attualmente sono anche in guerra con se stessi, una frattura del corpo politico che può essere sanata solo con una guerra comune contro un nemico comune. Ma la Russia, come si è visto, non può rappresentare quel tipo di nemico. La Cina sì, ed è anche per questo che i repubblicani vogliono la guerra con la Cina adesso”. La nomina di Kurt Campbell, da questo punto di vista, potrebbe indicare la volontà della Casa Bianca di tagliare la testa al toro: per quanto Campbell, infatti, sia noto prevalentemente per aver dedicato alla preparazione della grande guerra contro la Cina il grosso della sua carriera, negli ultimi anni si è cercato di guadagnare anche una certa fama da falco anche sul fronte russo, e già dai primi giorni dello scoppio della seconda fase della guerra per procura in Ucraina ha sempre affermato candidamente che gli USA erano perfettamente in grado di sostenere un conflitto su grande scala su due fronti contemporaneamente, come d’altronde avrebbero già fatto durante la seconda guerra mondiale; certo “È difficile. Ed è costoso” avrebbe affermato durante un evento organizzato dal Fondo Marshall tedesco “Ma è anche essenziale, e credo che stiamo entrando in un periodo in cui questo è ciò che verrà richiesto agli Stati Uniti e a questa generazione di americani”.

Insomma: il dottor Stranamore è tornato al comando; cosa mai potrebbe andare storto? Contro la propaganda del partito unico della guerra e degli affari che, ormai, riesce solo a discutere di quando e come mettere fine al mondo per come l’abbiamo conosciuto fino ad oggi, abbiamo urgentemente bisogno di un vero e proprio media che sia in grado di riportare al centro del dibattito pace, lavoro e gli interessi concreti del 99%. Aiutaci a costruirlo: aderisci alla campagna di sottoscrizione di Ottolina Tv su GoFundMe e su PayPal.

E chi non aderisce è Victoria Nuland