Non guardate questo film. Potrebbe farvi venire il leggerissimo sospetto che la guerra sia una inculata pazzesca.
Ci sono Fellini e Lynch prima di Fellini e Lynch in questo devastante, onirico, capolavoro di film sulla guerra di Dalton Trumbo, una pellicola emotivamente insostenibile per chiunque sia un padre o una madre che ama suo figlio, o una donna innamorata del proprio compagno, costretti ad andare in guerra per restaurare il capitalismo genocidario sionista tedesco e statunitense e regalare cessi d’oro a quattro neonazisti dissenterici le cui minzioni evidentemente tocca chiamarle golden shower, la simpatica pratica erotica che consiste nel mingere addosso al partner.
Trumbo, l’autore di Spartacus, diretto da Stanley Kubrick, era lo sceneggiatore più pagato di Hollywood e finì nella famigerata lista nera del maccartismo anticomunista hollywoodiano. Il personaggio principale del film di oggi, Johnny, è così potente che entrò nell’immaginario delle menti più geniali degli ultimi decenni, tra cui quello dei Metallica e di Bonvi.
Come dico sempre, noi non facciamo critica cinematografica – che ormai da decenni è roba fatta tendenzialmente da chi non ha mai messo piede su un set cinematografico se non per mangiare le pizzette del buffet offerte dall’ufficio stampa – ma usiamo il cinema per parlare di politica, filosofia, economia e imperialismi. Perciò oggi riflettiamo su un film per dire ancora una volta che la guerra è merda ed è solo uno strumento del padrone per fottere i poveracci.
Quando Dalton Trumbo scrisse il libro omonimo da cui è tratto, nel 1939, l’intenzione era la stessa degli antiinterventisti italiani degli anni ’20. Ma quando nel 1941 Hitler invase l’Unione Sovietica “Trumbo si impegnò personalmente a ritirare dal commercio il suo romanzo”, ci ricorda Ondacinema, “e il film vide la luce solo nel 1971, unico suo lavoro da regista e ultimo atto di una carriera brillante che lo vide vincitore di due Oscar per il miglior soggetto, tra cui Vacanze romane (William Wyler, 1953)”.
E Johnny prese il fucile, del 1971, di Dalton Trumbo, suo primo e unico film da regista, è una potente denuncia contro l’assurdità e gli orrori della guerra, raccontata attraverso la tragica esperienza di Joe Bonham, un giovane soldato gravemente mutilato durante la Prima Guerra Mondiale. Johnny giace in un letto d’ospedale in una condizione peggiore della morte: è un tetraplegico che ha perso braccia, gambe, occhi, orecchie, bocca e naso. Viene tenuto in vita per mere ragioni scientifiche e di studio. Nonostante Trumbo considerasse il film “non un racconto dell’orrore ma una storia d’amore, non un canto di morte ma un inno alla vita traboccante dolcezza, desiderio, amore sensuale e filiale e soprattutto amore per la vita”, quella di E Johnny prese il fucile è probabilmente una premessa narrativa tra le più tragiche mai raccontate, che gli statunitensi chiamano high-concept movie. Il problema infatti è che il cervello di Johnny, nonostante quello che i medici militari vogliono credere per lavarsi la coscienza, funziona ancora. Johnny rimane cosciente e in grado di pensare, rivivendo così la sua vita attraverso strani sogni e ricordi, incapace di distinguere se è sveglio o sta sognando. Frustrato dalla sua situazione, un giorno scopre un modo unico per comunicare con chi lo assiste.
È probabile che Trumbo si sia ispirato alla vera figura di Curley Christian, un soldato canadese che durante la battaglia di Vimy Ridge riportò ferite multiple che lo avrebbero costretto a subire un quadruplo intervento di amputazione.
Sul film la critica si è divisa. Per esempio per Morandini il film è un’”atroce requisitoria contro la guerra, grido di pietà e indignazione, attacco alla scienza e all’esercito, interrogazione sull’esistenza di Dio”. Questa è per esempio l’ultima parte dei titoli di testa, una parata retorica del potere militare e della sua violenza. Claude Lelouch lo considerava il più grande film che avesse mai visto. Invece il critico del New York Times scrisse che “gran parte del film era un miscuglio di cliché, sentimentalismi imprecisi e fantasie. Sotto ogni punto di vista che io possa riconoscere e forse apprezzare, E Johnny prese il fucile è un film terribilmente brutto”. Paradossalmente, all’epoca ci fu anche la politica ad apprezzarlo: Jimmy Carter richiese a tutti i membri del suo nuovo gabinetto statale di visionare il film subito dopo la sua elezione a governatore della Georgia nel 1971. Ma il film dopo la sua uscita venne dimenticato, e furono i Metallica, con il loro pezzo “One”, del 1989, a ridargli popolarità 20 anni dopo.
Trumbo scrisse la prima versione della sceneggiatura nel 1964, in collaborazione con Luis Buñuel, che avrebbe dovuto dirigerla. Tuttavia, il finanziamento per il progetto non si concretizzò e il film fu abbandonato. “Fare un film su E Johnny prese il fucile è stata la migliore risposta che Trumbo potesse dare alla carneficina della guerra in Vietnam”, ha scritto il figlio di Dalton, Christopher Trumbo, nel suo libro sul padre: “Dalton Trumbo. Un radicale nella blacklist di Hollywood”. “Mio padre sentiva di dover fare qualcosa; doveva trovare un modo per aggiungere la sua voce a quelle degli altri che si opponevano alla guerra. Aveva messo da parte tutto il resto, impiegando tutto il suo tempo e la sua energia per realizzarlo. Aveva deciso di assumere personalmente il controllo del progetto, perché temeva di perdere il dominio sul materiale e l’occasione di esprimere il suo pensiero sulla guerra.” Infatti Trumbo, fino al 1963, aveva deciso di non cedere i diritti per la realizzazione del film a tutti quelli che glieli chiedevano. Nel 1963, però, appunto, cambiò idea quando arrivò la proposta da parte di Buñuel. E ne fu felicissimo.
“Sono disposto a preparare la sceneggiatura, fargli da segretaria, portargli la valigetta e lavargli il bucato”, disse al produttore di Buñuel. Così andò a Città del Messico, dove con Buñuel “si godette due splendide settimane”. Tornato a Los Angeles, ricorda ancora il figlio, Dalton lavorò alla sceneggiatura e la completò nel settembre 1965. Riuscì a risolvere uno dei problemi di cui lui e Buñuel aveveano discusso di più, forse l’ostacolo maggiore per una trasposizione cinematografica del libro. Per rompere la monotonia della lunga inquadratura su una figura distesa a letto in una stanza buia e, allo stesso tempo, offrire una tregua all’implacabile squallore del suo destino, lui e Buñuel “decisero di includere quella che chiamarono ‘l’immagine di Joe’”. Così, dal punto di vista stilistico, il film distingue tra la realtà e la fantasia di Johnny: le scene in ospedale sono in bianco e nero, i suoi sogni e ricordi, in particolare col padre e la fidanzata abbandonata per andare in guerra, a colori.
Anni dopo, la pellicola venne messa in pre-produzione con altri produttori e Trumbo si assicurò di averne il controllo assoluto. Quando gli veniva domandato se il tema della guerra fosse ancora rilevante, Trumbo ribatteva con rabbia: “Che diamine, sì! (…). Si tratta di un problema universale. Sia in Grecia, in Africa, o in qualsiasi altro luogo, c’è qualche povero diavolo che resiste, dicendo, ‘Io non posso andare a combattere’.” Ed è proprio grazie alla trovata cinematografica ispiratagli da Buñuel che Trumbo ebbe l’occasione di scrivere “alcune tra le pagine più amare sulla falsità della politica e sull’ineluttabilità, per l’uomo, della sofferenza e della morte”, scrive ancora Ondacinema. Per esempio il ricordo del dialogo con il padre di Johnny, Jason Robards. Quando il piccolo John gli chiede “Che cos’è la democrazia?” Robards gli risponde: “è come una specie di governo, riguarda però i giovani che si uccidono tra di loro. Per la democrazia ogni uomo deve dare l’unico figlio che ha” .
Uno degli elementi che rendono questo film memorabile è il fatto che per Trumbo il messaggio contro la guerra doveva essere veicolato senza mostrare “spargimento di sangue sul campo di battaglia”. Trumbo infatti, considerava le rappresentazioni esplicite della violenza come “esteticamente insoddisfacenti”. “Il vero dramma”, diceva, “sta in ciò che viene violato, piuttosto che nell’atto di violenza stesso”. Il messaggio passa anche attraverso elementi allegorici: La scimmia pensa nota che la scena in cui i militari passano nel corridoio a scacchiera della clinica, con i mutilati nei lettini ai lati, è molto simile a quella del processo militare nel film di Kubrick Orizzonti di gloria: le battaglie sono partite a scacchi, le perdite umane dei pedoni sacrificabili.
Trumbo ha spiegato molto bene qual è la sua idea della guerra.
“Ritengo che la violenza – come ad esempio, l’omicidio di massa – non è e non è mai stata la soluzione a uno solo dei problemi cui è stata applicata; che al contrario, probabilmente, ha esacerbato, inasprito e intensificato i problemi che esistevano prima che vi si facesse ricorso. Il pacifismo che ammiro e che forse sottoscriverei non è un ideale passivo; non è un semplice rifiuto di partecipare alla guerra, ma si oppone attivamente a qualsiasi tipo di guerra. Tutte le guerre sono irrazionali fino alla follia e devono essere attivamente rigettate da uomini che le ritengono tali. Il film diventa così il mio personale atto di opposizione. Questo, naturalmente, è il motivo per cui sento di dover portare il film fino in fondo”.
Per continuare con il paragone con Kubrick – al quale se chiedeste se abbia mai fatto film contro la guerra risponderebbe, ovviamente, di no: semmai, direbbe, “ho fatto film sulla guerra” – “intrecciando approccio storico e approccio metafisico, Orizzonti di gloria mette a fuoco il problema dell’origine e del senso della guerra”, spiega Pierre Sorlin, critico cinematografico e storico francese. In una lunga intervista del 1987 sul tema della guerra invece, Kubrick disse, parlando del suo film Full Metal Jacket: “I giovani che fanno il servizio militare in realtà si credono ancora immortali. Non conoscono la paura della morte. Essa quindi non costituisce minimamente un problema. Di che cosa si tratti effettivamente lo dice il sergente nella parte conclusiva del film: ‘I soldati del corpo dei Marines muoiono, essi esistono per questo. Ma il corpo dei Marines vivrà per sempre’. In questa maniera vende loro un’immortalità a basso prezzo”. Parafrasandolo, e avvicinandoci così alle idee di Trumbo, potremmo affermare che i cittadini delle democrazie muoiono, essi esistono per questo. Ma il capitalismo vivrà per sempre. In questa maniera, il capitalismo vende ai propri cittadini un falso benessere a un prezzo altissimo. Non deve essere un caso che Kubrick abbia girato un film scritto da Trumbo, Spartacus. Pur essendo i due lontani anni luce sul piano politico. A Trumbo infatti la guerra, da pacifista comunista, faceva ribrezzo. Kubrick invece ne era affascinato, al punto da aver girato 6 film su 13 sulla guerra: il suo esordio, Fear and Desire, Orizzonti di gloria, Spartacus appunto, Il dottor stranamore, Barry Lyndon, Full Metal Jacket.
E Johnny prese il fucile è un film fortemente autobiografico, anche per questo Trumbo volle farlo a ogni costo senza rinunciare alla regia. “La cittadina di Joe è la mia, i suoi ricordi d’infanzia sono i miei”. Avrebbe voluto, nella parte di suo padre, Walter Matthau, che considerava uno dei più grandi attori di sempre. E nella parte di Cristo, nelle sequenze oniriche, Donald Sutherland. Quest’ultimo accettò, addirittura gratis, visto il budget ridotto del film, nonostante fosse allora uno degli attori più in voga di Hollywood (aveva appena fatto M.A.S.H., esilarante film antimilitarista dagli incassi colossali la cui proiezione fu vietata per anni nelle basi statunitensi). La ricerca dei soldi per realizzare il film di Trumbo, durata anni, sembra l’avventura produttiva di un qualunque film italiano indipendente oggi: delirio puro, ansia a secchiate, rischi di fallimento continuo, produttori multimiliardari che chiedono al regista in bolletta di metterci i soldi (una trappola vecchia come il mondo, nella quale posso dire con orgoglio di non essere mai caduto).
(e con questa ammissione sappiate che mi sono appena definitivamente giocato la possibilità di fare un altro film in tutta la mia vita, amici)
Ma soprattutto fu un miracolo economico. Otto Preminger, uno dei più importanti registi della Hollywood classica, visionando alcuni giornalieri di E Johnny prese il fucile, fu stupefatto di come, con un budget di meno di un milione di dollari, si fossero potuti ottenere risultati produttivi degni di un film importante. Per capirci: Chinatown, il film di Roman Polanski con Jack Nicholson del 1974, costò 6 milioni di dollari.
Alla fine, nel luglio del 1970, le riprese iniziarono. Trumbo, all’esordio dietro la macchina da presa, era nel panico. Ma accadde qualcosa che gli diede forza, esattamente come accadde a David Lynch quando stava per iniziare le riprese del suo primo film hollywoodiano, The Elephant Man: un macchinista gli raccontò che girava voce che Stanley Kubrick considerava il suo film precedente, ultra indipendente e ultra a basso costo, Eraserhead, il suo film preferito. A Trumbo invece arrivò un telegramma da Louis Buñuel: “So che state girando Johnny, il libro più commovente che sia stato mai scritto. E auguro con tutto me stesso che il film possa riuscire come il soggetto merita”. Trumbo rispose: “Non sarò mai in grado di realizzare Johnny come avrebbe fatto lei, ma questo augurio mi sarà di aiuto più di quanto lei possa immaginare”.
Finito il film, dopo una distribuzione pessima dovuta alla sfiducia degli investitori, veri e propri squali cui interessavano solo i dividendi e nulla del film (la situazione del 95% del cinema occidentale oggi, anche in Italia, SOPRATTUTTO del sedicente cinema d’autore), Trumbo confessò: “Non ho fatto Johnny per diventare ricco. Non l’ho certo fatto per diventare povero, ma devo essermi avvicinato piu al secondo obiettivo che al primo”.
Non scherzava. Pochi mesi dopo l’uscita del film, il Dipartimento dell’Acqua ed Energia chiuse la fornitura idrica della famiglia Trumbo. Dalton si ritrovò con 138.000 dollari di debiti e la casa sull’orlo del pignoramento.
Dalton morì per insufficienza cardiaca il 10 settembre del 1976. Sei anni prima aveva detto: “La lista nera ha reso il mio nome più noto di qualsiasi lavoro io abbia mai fatto”. Parlava della lista delle dieci persone che si erano rifiutate di rivelare la loro affiliazione politica, stilata nel 1947 a New York da sette major hollywoodiane. Dieci persone che non avrebbero più lavorato a Hollywood. Tra queste c’era Trumbo. Che però continuò lo stesso a scrivere sceneggiature sotto falso nome, pagato poco e in nero. Guarda caso, la CIA nacque proprio nel settembre del 1947, in sostituzione del OSS (Office of Strategic Services).
Utilizzando lo pseudonimo di Robert Rich, Trumbo scrisse per esempio il film La più grande corrida, per il quale vinse l’Oscar per la migliore sceneggiatura nel 1956, nel pieno del maccartismo. L’Academy non gli assegnò l’Oscar fino al 1975, un anno prima della sua morte. La stessa ipocrisia che aveva mostrato nei confronti di Charlie Chaplin tre anni prima, assegnandogli un Oscar dopo averlo trattato da pericoloso comunista per decenni.
Ma come era nata quell’idea criminale del maccartismo e della lista nera? Nel 1946, Truman aveva iniziato il repulisti dei presunti comunisti nel suo governo perché per la prima volta nella storia il Congresso era a maggioranza repubblicana in entrambe le Camere e Truman, democratico, dovette fare di tutto per ingraziarsele. Come ricorda il libro di Sciltian Gastaldi, “Fuori i rossi da Hollywood!”, Truman nominò una commissione provvisoria incaricata di studiare il livello di lealtà dei funzionari federali. Il presidente disse: “Il Programma laverà la macchia comunista del Partito democratico!”. Si riferiva all’ombra rossa che il New Deal di Roosevelt aveva gettato sul partito e alla sua ansia di cancellare una colorazione tanto sospetta. Praticamente il PD prima del PD. Ma Truman applicò questo programma anche in politica estera: la cosiddetta “Dottrina Truman, che stabiliva la necessità di portare aiuti economici e militari a qualunque paese minacciato dal comunismo”. Conseguenza immediata della Dottrina Truman, ci ricorda ancora Gastaldi, fu lo storico discorso pronunciato a Harvard davanti a 15.000 persone dal Segretario di Stato, il generale ed eroe di guerra George Marshall, che dette inizio al programma di aiuti economici per i paesi europei che ne avessero fatta richiesta. Fu quel giorno, il 5 giugno del 1947, che l’Italia divenne una colonia degli Stati Uniti. “Il ‘piano Marshall’ aveva come obbiettivo ufficiale quello di un aiuto umanitario alle popolazioni europee stremate da più di cinque anni di guerra, ma era soprattutto un progetto di acuta strategia politica mirante a frenare la crescita del movimento comunista in tutto il vecchio continente”.
Trumbo dunque fu vittima dell’incrocio di strategie geopolitiche e di squallide strategie di potere di un piccolo uomo in cerca di una poltrona, che fosse a destra o a sinistra non importava: il famigerato senatore McCarthy. Che nell’anticomunismo in epoca trumaniana aveva scoperto la miniera d’oro per le sue misere ambizioni.
Tra le mille, ecco un altro esempio delle ragioni che spinsero i fascisti statunitensi a prendere di mira il socialista Trumbo. Tender Comrade (il titolo italiano era Eravamo tanto felici) è un film in bianco e nero del 1943 distribuito dalla RKO Radio Pictures, scritto da Trumbo, che mostra le donne sul fronte interno che vivono in comunità mentre i loro mariti sono in guerra. Il film vede protagonisti Ginger Rogers, Robert Ryan, Ruth Hussey e Kim Hunter ed è stato diretto da Edward Dmytryk. Il film è stato successivamente utilizzato dalla HUAC come prova della diffusione di propaganda comunista da parte di Dalton Trumbo. Però anche tu, Dalton: scrivere un film dal titolo “Caro compagno comunista” nel pieno della seconda guerra mondiale mentre i compagni sovietici liberavano il mondo dal nazismo! Giustamente qualcuno può stranirsi. Eh? Prossima volta stai più attento.
Un aneddoto ci racconta bene come fosse considerato Trumbo dal governo e dalle agenzie di sicurezza. Come viene spiegato nel libro “La CIA a Hollywood. Come l’agenzia influenza il cinema e la TV”, del 2012, negli anni ’60 sulla ABC andò in onda una serie dal titolo The F.B.I., una palese campagna propagandistica lanciata sotto Edgar J. Hoover trasmessa durante le ore di massimo ascolto delle famiglie. Ogni episodio iniziava e terminava con il sigillo dell’FBI, e i titoli di coda ringraziavano Hoover e i suoi collaboratori per la loro cooperazione nella produzione del programma. Hoover scrisse di aver rifiutato quasi seicento offerte per realizzare quella serie, finché trovò qualcuno di cui potersi fidare: Jack Warner della Warner Bros., che aveva realizzato G-Men (1935), alla cui stesura della sceneggiatura collaborò direttamente J Edgar Hoover, e James Hagerty, presidente della ABC. Hoover pretese il controllo totale su sceneggiature, sponsorizzazioni e personale e, come si legge in alcuni promemoria interni, non permise mai a “ubriaconi, pazzi, pervertiti, froci, drogati e altri del genere” di lavorare allo show, comprese “persone come Jane Fonda e Dalton Trumbo dei Dieci di Hollywood”.
Abbiamo detto che Desaparecinema usa il cinema – che per me è una ragione di vista, che è il lavoro che mi dà da mangiare, che mi ha formato dall’età di cinque anni – per parlare del mondo. Per questo prendo per il culo cinefili e critici cinematografici, perché tendenzialmente quando parlano di cinema parlano solo di cinema, e quindi non sanno nulla di cinema. In questa puntata quindi il cinema di Trumbo voglio usarlo anche per dire lo schifo che sono sempre stati gli Stati Uniti d’America, soprattutto oggi che si vantano di andare in giro per il pianeta a salvare i popoli da quelli che chiamano regimi in nome di un imprecisato anelito di libertà nel quale possono credere sinceramente solo Calenda o Fratoianni. Ecco, cosa sono gli Stati Uniti. Sono quasi peggiori dell’Unione nazista europea. Bene, ascoltate ancora chi era Dalton Trumbo a proposito di quanto hanno fatto schifo gli Stati Uniti e fanno schifo ancora.
Trumbo, ci ricorda Giuliana Muscio, nel suo libro “Lista nera a Hollywood. La caccia alle streghe negli anni ’50”, si iscrisse al Partito comunista nel 1944 e ne uscì nel 1948. Trovava le loro riunioni noiosissime e “rivoluzionarie quanto una funzione del mercoledì sera alla chiesa del Christian Scientist”, diceva lui stesso. Ma nel 1954 si iscrisse di nuovo al partito a causa di quanto era capitato a 14 funzionari del Partito comunista della California: applicando lo Smith Act, furono condannati per “sedizione”. “I processi dello Smith Act erano così di cattivo gusto”, continua Trumbo, “e la pazzia del maccartismo così corrosiva, la vigliaccheria dei liberali della CIA così odiosa che, con tutte le mie forze, volevo essere il più vicino possibile alle loro vittime.”
Ma cos’era lo Smith Act? La cartina di tornasole perfetta di che cosa sono sempre stati e sono tuttora gli Stati Uniti: un Paese fascista. Al punto che lo stesso Trumbo ci ha scritto un libro: “The Devil in the Book”. Lo Smith Act è un emendamento a un’altra legge, l’Alien registration Act, del 1940, che serviva, nominalmente, a limitare le attività di stranieri nemici e spie fasciste durante la guerra. Ma invece, “per quanto ne so io né un nazista né un fascista sono stati arrestati e deportati”. Lo Smith Act era insomma, scrive Trumbo, una legge “per regolamentare, reprimere e comprimere qualsiasi discorso ritenuto una cospirazione. Non fu mai realmente concepito per essere usato contro i fascisti, nemmeno in tempo di guerra. Non era rivolto contro la destra, ma contro la sinistra, ed è stato costantemente utilizzato in questo senso. Proprio come la nostra legislazione contro i fascisti è sempre stata usata contro i comunisti”.
Altri tempi, per fortuna oggi le democrazie sono avanzate e negli Stati Uniti il maccartismo e la paura del comunismo non ci sono più.
Perché ci sono in Europa.










Eccellente
Appena finito di vedere! Bellissimo,grazie!
bravoooo!!!