Il cinema come lo conosciamo sta per morire? Tipo come quando D’Alema rilasciò 420 concessioni statali per l’apertura di altrettante sale Bingo a discapito delle sale cinematografiche? Oppure come quando provarono a imporre quella cagata del cinema in 3D? (per fortuna non ha mai funzionato) Oppure come quando arrivò la TV, negli anni ’50? Oppure come quando iniziò a fare film Nanni Moretti? Impossibile dirlo, ma è un fatto che in queste settimane nel cuore profondo dell’industria cinematografica mondiale, Hollywood, è scoppiata una vera e propria bomba: l’OPA contro la Warner Bros da parte di Netflix e Paramount. Praticamente Netflix e Paramount cercano di papparsi Beep Beep. Si parla di più di 100 miliardi di dollari, cioè due finanziarie di Giorgetti. E non si parla solo di cinema, ma di controllo totale dei media. Di rimodellamento o danneggiamento dell’industria dell’intrattenimento. Chi divorerà la Warner Bros. allora? La piattaforma woke di Ted Sarandos o quella vicina a Trump che il woke lo odia con tutta l’anima? Ed è vero che il cinema sta per scomparire?
Dicevamo: uno dei colossi dell’intrattenimento statunitense, la Warner Bros Discovery, da qualche giorno è vittima di una OPA da parte di Netflix e di Paramount Skydance, in guerra tra loro. In mezzo a questo casino ci sono anche il governo USA, Trump e i Dem. Cerchiamo di capirci qualcosa e perdonatemi se dovrò semplificare. La Warner Bros Discovery ha come sottodivisione la storica Warner Bros Pictures, famosa per esempio per Gatto Silvestro e Titti. Questa divisione della Warner è nata nel 1918 con la fondazione del primo studio cinematografio sul Sunset Boulevard di Hollywood da parte dei fratelli Warner, di famiglia ebrea polacca. Nel 1927 – stesso anno della nascita degli Oscar – (vedi la puntata dedicata) fu la Warner Bros a produrre quello che viene considerato il primo film con una sequenza sonora, Il cantante di Jazz. E sempre la Warner Bros produsse il primo film interamente parlato, nel 1928: Lights of New York. Ma furono gli anni ’30 quelli in cui la Warner Bros iniziò a crearsi un’identità precisa: quella di casa di produzione di film dallo stile concitato e crudo, spesso riguardanti tematiche sociali. Per esempio lanciando James Cagney con Nemico pubblico, Edward G. Robinson con Piccolo Cesare, Humphrey Bogart con Una pallottola per Roy. Oppure Bette Davis. Negli anni ’30 la Warner lancia i disegni animati più belli di sempre in Occidente, che se magnano Disney in un boccone: i Looney Tunes. E poi Casablanca, Joan Crawford, Lauren Bacall, Doris Day… Fino a produrre Elia Kazan e Nicholas Ray e lanciare Marlon Brando e James Dean. E poi John Ford e il suo capolavoro Sentieri selvaggi. Dopo la crisi degli anni ’60 e ’70 la Warner si riprende grazie a Clint Eastwood, Paul Newman, Robert redford e Barbra Streisand. Finché arriva Harry Potter, 8 film dal 2001 al 2011, che diventa la serie di film dai maggiori incassi della storia.
Oggi, tra i principali brand del gruppo a livello globale della Warner Bros. Discovery si annoverano Discovery Channel, Eurosport, HBO, Cartoon Network e molti altri. Ma soprattutto la CNN. In Italia la Warner Bros Discovery possiede 12 canali televisivi: per esempio Discovery Channel, Eurosport 1, Eurosport 2, e La NOVE, dove sguazzano felici e strapagati Fabio Fazio, Maurizio Crozza e Massimo Giannini (quest’ultimo con un programma che viene descritto come “Uno spazio di approfondimento per rispondere con la forza delle idee alla ricerca di senso che proviene dal pubblico televisivo”). Ora, forse non lo sapete o non lo ricorderete, ma la CNN è la TV che Trump odia di più perché antitrumpiana per eccellenza. Questo è un video che twittò tempo fa per spiegare cosa pensava della CNN. Nel 2017, per ben tre volte in sei mesi, giornalisti della CNN sono stati costretti a dimettersi per aver esagerato nell’attaccare oppure offendere Trump. Per esempio tre giornalisti investigativi tra cui un premio Pulitzer, hanno erroneamente collegato a Donald Trump e al suo collaboratore Anthony Scaramucci un fondo di investimento russo da dieci miliardi di dollari. L’articolo incriminato non era stato controllato dal team di fact-checking della CNN prima della messa online. Quindi occhio d’ora in poi, voi che guardate Fazio e Crozza e credete alla cagate di Giannini: perché il TG de La Nove è orgogliosamente realizzato in collaborazione con la CNN…
Per un po’ sembrava che a volersi pappare la Warner Bros, e solo la sua divisione cinematografica, fosse solo Netflix. Ma poi è ricicciata la Paramount Skydance, che è il risultato della fusione della Paramount Global – che ha in pancia per esempio la CBS, MTV, Comedy Central, ShowTime, PlutoTV – la Skydance Media, e la Paramount Pictures, la major hollywoodiana. La Paramount Pictures è, insieme alla Warner Bros e altre major hollywoodiane, una delle case di produzione che hanno inventato Hollywood. La sua fondazione si può far risalire al 1912. I primi attori scritturati dall’azienda furono Mary Pickford, Rodolfo Valentino, Gloria Swanson. Nel 1928 vinse il primo Oscar col film Ali, di William Wellmann. E nei decenni ha prodotto Titanic, Forrest Gump, Iron Man, Indiana Jones e il regno del teschio di cristallo, Beverly Hills Cop, Ghost… Il logo della Paramount è il più antico logo della storia di Hollywood ma non è chiaro a cosa si riferisca quella montagna. C’è chi parla del Monviso, chi del Cervino. L’unica cosa certa è che le 24 stelle che circondano la montagna rappresentano i 24 attori sotto contratto nel 1916.
La Paramount Skydance vuole tutto, della Warner Bros., anche le TV, anche la CNN: dietro l’offerta ci sarebbe infatti un fondo di private equity guidato da Jared Kushner, genero di Trump. Inoltre Trump è amico di lunga data di Larry Ellison (fondatore della Oracle e sul punto di prendersi Tik Tok, nonché la persona più ricca del mondo, secondo il Bloomberg Billionaires Index, con un patrimonio netto stimato di 351,8 miliardi di dollari). Larry Ellison è padre del fondatore della Paramount Skydance, David Ellison. Infatti durante una visita a Washington nei giorni scorsi, David Ellison ha offerto rassicurazioni ai funzionari dell’amministrazione Trump che se riuscisse ad aggiudicarsi la Warner porterebbe cambiamenti radicali alla CNN. Come riporta il Washington Post, molti alleati di Trump vedono Netflix come il loro nemico nella guerra culturale: “Si tratta anche degli Obama che prendono il controllo dei media”, ha scritto l’attivista Jack Posobiec su X, riferendosi a un accordo che Netflix ha stretto nel 2018 con la società di produzione di Barack e Michelle Obama, Higher Ground. A proposito della Higher Ground, Michelle Obama ha dichiarato: “Ho sempre creduto nel potere della narrazione di ispirarci, di farci pensare in modo diverso al mondo che ci circonda e di aiutarci ad aprire la mente e il cuore agli altri”. Per farlo, ha pensato bene di produrre un film, Becoming, che parla del tour del suo libro. Praticamente, Obama e Michelle sono i Veltroni USA.
Il conservatore Benny Johnson ha definito l’accordo da 83 miliardi di dollari di Netflix per l’acquisizione di Warner Bros. Discovery “la più pericolosa acquisizione mediatica nella storia americana”. Ha suggerito che “i super-donatori democratici che gestiscono Netflix ora deterranno il monopolio dell’intrattenimento per bambini”. E viene fato notare che Susan Rice, ex consigliere per la sicurezza nazionale e ambasciatrice alle Nazioni Unite di Obama, siede nel consiglio di amministrazione del gigante dello streaming Netflix.
In realtà, tra Netflix e Paramount c’è poca differenza, in quanto a pericolosità. Solo che, per ricapitolare: Netflix comprerebbe gli asset cinematografici e streaming di Warner Bros Discovery (inclusa HBO) per 82,7 miliardi (di cui 72 miliardi di equity value). La proposta di Netflix prevede una combinazione di cash e azioni e richiede la previa scissione delle attività di news e sport (CNN, TNT Sports, Discovery) in una nuova entità entro il 2026. Mentre Paramount Skydance ha presentato un’offerta di acquisto interamente in contanti da 30 dollari per azione, valutando l’intero gruppo 108,4 miliardi di dollari, cioè 18 miliardi in più in contanti rispetto alla proposta di Netflix, e acquisirebbe anche la CNN. Come scrive Il Fatto Quotidiano, “Paramount ha giocato anche la carta ‘Hollywood tradizionale’: si è impegnata a distribuire oltre 30 film all’anno nelle sale cinematografiche, una promessa che suona come una diretta stoccata a Netflix, da sempre accusata di privilegiare lo streaming a scapito dell’esperienza in sala”.
“Noi amiamo il cinema”– ha sottolineato infatti David Ellison di Paramount – “I film sono una delle più grandi esportazioni degli Stati Uniti. Vogliamo preservare e rafforzare questa eredità, non ridurla. L’unione tra Warner Bros e Netflix metterebbe fine all’industria cinematografica come la conosciamo”. A favore della Paramount, per questi motivi, ci sono la Writers Guild of America, cioè il potentissimo sindacato degli sceneggiatori, e registi come James Cameron e Jane Fonda che hanno definito l’eventuale accordo con Netflix «un disastro per il cinema». Io sono d’accordo, ma dovremmo anche dire che l’eventuale accordo con la Paramount sarebbe un disastro anche per il pianeta, visto che l’offerta della Paramount, come scrive BestMovie, è supportata anche da 24 miliardi di dollari garantiti dai fondi sovrani di Arabia Saudita, Qatar e Abu Dhabi.
Ovviamente stiamo parlando di fusioni che probabilmente sarebbero in ogni caso illegali e creerebbero un monopolio dell’informazione molto pericoloso perché in ogni caso legato alla politica degli Stati Uniti: che sia Trump o che siano i Dem sempre merda è. Creerebbero cioè un monopolio dell’informazione e dell’intrattenimento, quindi pienamente soft power, legato in ogni caso alla propaganda imperialista genocidaria. Stavolta anche saudita: come dice il megadirettore di OttolinaTV Marrucci, i sauditi oggi sono molto interessati al soft power perché si sono scottati con le conseguenze della brutta pubblicità seguita all’affare Kashoggi, e ora vogliono un apparato propagandistico tutto loro, che proietti un’immagine positiva del rinascimento wahabita che tanto piace a Matteo Shock Becasue.
Perciò non mi pare il caso di fare il tifo per nessuno, e starei attento a cadere nella trappola retorica di David Ellison, quando assicura che il cinema non morirà. Ellison sa come titillare la coscienza dei registi e degli attori hollywoodiani – che tendenzialmente sono quasi tutti antitrumpiani – a proposito del rischio della morte del cinema. E lo sa bene anche Sarandos, il CEO di Netflix.
James Cameron infatti, in uscita con il suo ultimo Avatar, che ormai è diventato una soap opera come le ultime due trilogie del franchise di Guerre stellari, pochi giorni fa ha detto: “Penso che la Paramount possa essere la scelta migliore. Se andasse a Netflix sarebbe un disastro.” Poi, a proposito del fatto che Sarandos a sua volta avrebbe detto che continuerebbe a far uscire al cinema i film targati Warner Bros., Cameron ha rincarato la dose: “È un’esca per creduloni. Porteranno il film al cinema per una settimana o 10 giorni e si qualificheranno per le candidature agli Oscar. Netflix è marcio fino al midollo. Un film dovrebbe essere realizzato come un film per il cinema, e i premi Oscar non significano nulla per me se non implicano cinematografico.” Secondo Cameron i film Netflix dovrebbero partecipare agli Oscar solo dopo essere usciti in 2.000 sale per almeno un mese. Cameron ha ragione a essere incazzato: Ted Sarandos ha detto che il cinema in sala è “un’esperienza obsoleta” e che Netflix sta salvando Hollywood.
«Stiamo salvando Hollywood. Siamo in un periodo di transizione, la gente è cresciuta pensando: “Voglio fare film su uno schermo gigante e farli vedere a degli sconosciuti [e farli] proiettare in sala per due mesi”, con la gente che piange e gli spettacoli che fanno il tutto esaurito… È un concetto obsoleto.»
D’altronde Sarandos si è fatto una cultura su cinema e TV e su ciò che piace alla gente, come ha detto lui stesso, lavorando come Tarantino in un negozio di noleggio di videocassette. Netflix infatti nacque nel 1998 come azienda di noleggio DVD via posta, simile a Blockbusters: aveva 30 dipendenti e un catalogo di 925 film. Nel 2008 ha attivato un servizio di streaming in abbonamento, che col tempo è diventato il business principale. Nel 2013 ha iniziato a produrre serie, partendo con House of Cards. Oggi ha quasi 200 milioni di abbonati.
Oggi quella cultura costruita con il noleggio di DVD Sarandos l’ha delegata completamente all’algoritmo, che usa per prevedere quali programmi gli spettatori vorranno guardare prima di produrli. A proposito di questo, Martin Scorsese, che di cinema se ne intende ed è un pelo più attendibile di Cameron, si è chiesto “Se il prossimo film da vedere te lo suggerisce un algoritmo che si basa su quello che hai già visto, e questi suggerimenti sono basati solo sugli argomenti trattati o sul genere, che cosa comporta questo per l’arte del cinema?” La risposta Scorsese se la dà ed è questa: comporta che chi ci fornisce i film da vedere non saprà più distinguere un film vero da un film parco a tema (cioè di puro entertainment), o – se volete – un film fatto da un filmmaker da un film fatto da un regista. Cioè roba seria, personale, voluta a tutti i costi per ragioni esistenziali profonde, roba di critica politica verso il sistema… paragonata a robaccia per arricchire l’azionista della major di turno. Lo dico meglio: se a scegliere quale film mostrare, e quindi produrre, sarà un algoritmo che si baserà anche su quello che dicono i social a proposito di una serie o di un film (perché è così che funzionano gli algoritmi Netflix), la storia culturale futura non verrà scritta dagli artisti ma da Facebook e Tik Tok. La storia culturale dei prossimi secoli sarà scritta da un algoritmo che decide cosa ci piace mentre guardiamo un film o una serie mentre cuociamo i broccoletti, stiriamo, caghiamo, ci addormentiamo da soli sotto le coperte subito dopo cena alla fine di una giornata lavorativa di merda (e non alla fine di una giornata in cui ci va di uscire con gli amici per andare al cinema).
Sarà scritta insomma dall’algoritmo di una piattaforma, Netflix, il cui programma più visualizzato è il finto caminetto che la gente tiene acceso sul televisore.
E c’è di peggio: se Netflix vincerà l’OPA dovremo ripensare definitivamente tutti i discorsi sulla propaganda USA che abbiamo fatto fin qui: “il soft power non sarà più affidato agli studios di Sunset Boulevard ma a un’app installata su 260 milioni di dispositivi”, scrive Repubblica. Un’app che è già più grande del mercato audiovisivo europeo. E se dobbiamo aspettarci che sia l’Ue a salvarci allora meglio iniziare a comprare un bunker. Tra l’altro la pericolosità dell’acquisizione della Warner Bros. da parte di Netflix è dovuta anche al fatto che Sarandos è membro di diversi consigli di amministrazione, tra cui: l’Academy Museum of Motion Pictures, l’American Cinematheque, l’American Film Institute e Spotify.
Come giustamente fa notare “Il sotterraneo del Retronauta”, questa fusione, qualunque essa sarà, con Netflix o con la Paramount, creerà “un problema che abbiamo già visto almeno altre quattro volte negli ultimi quindici anni”. Dopo le fusioni tra Disney e Marvel, Disney e Lucasfilm, Disney e 20th Century Fox, e Amazon con la Metro Goldwyn Mayer, “s’è verificato lo stesso schema: una corsa alla monetizzazione matta e disperatissima delle proprietà intellettuali per giustificare l’investimento. Perché quando un’azienda paga decine di miliardi, deve dimostrare rapidamente al mercato che l’acquisto produce valore. Valore economico. Perciò, il risultato è la fabbrica del contenuto senza freni, insomma. Con la Warner il rischio è identico; anzi potenzialmente più grande di quanto successo con Disney”. Insomma c’è il fortissimo rischio che ci sarà un calo della qualità (che richiede tempo) in favore della quantità (che richiede solo l’uso dell’algoritmo). Col rischio ulteriore che “Netflix potrebbe replicare questo modello su scala ancora maggiore, a causa di due motivi: il primo, sta nel fatto che produce già contenuti in quantità enorme. In secondo luogo, segue un modello aziendale molto preciso che punta tutto su: output elevatissimo. Rapidità. Testare e scartare. Produzioni globali a catena”.
E quindi? Di tutto questo a noi che ce frega? Direste se foste dei critici cinematografici, cioè se non capiste nulla di cinema. A parte i pericoli che abbiamo sottolineato sull’informazione e la propaganda, c’è il rischio che si producano film sempre più brutti e che a breve l’esperienza della visione di un film in sala scomparirà. Niente più popcorn, niente più odore di sedie di legno, niente più gente che svita le poltrone da terra per lanciarle contro lo schermo, niente più trombe da stadio per tifare a favore di Faccia di pelle, niente più fischi, urla, risate collettive…(a dire il velo mi è semblato di avel detto una stlonzata, da mo’ che sta loba non accade più al cinema)
Cinque anni fa, nel 2020, Denis Villeneuve – regista di film spettacolari come Dune, Blade Runner 2049 e Arrival, affermava: “Sono fermamente convinto che il futuro del cinema sarà sul grande schermo, indipendentemente da ciò che dicono i dilettanti di Wall Street. Sin dall’alba dei tempi, gli esseri umani hanno sentito profondamente il bisogno di condividere esperienze narrative collettive. Il cinema sul grande schermo è più di un business, è una forma d’arte che unisce le persone, celebra l’umanità e rafforza la nostra empatia reciproca: è una delle ultime esperienze artistiche collettive dal vivo che condividiamo come esseri umani”. Villeneuve, un anno dopo, fu costretto a dire, a proposito del primo capitolo di Dune, del 2021, mandato in onda dalla Warner Bros sul canale HBO: “Non c’è assolutamente amore per il cinema, né per il pubblico qui”, scrisse. “Si tratta della sopravvivenza di un colosso delle telecomunicazioni, che attualmente ha un debito astronomico di oltre 150 miliardi di dollari. Pertanto, anche se Dune è un film per il pubblico cinematografico, HBO si occupa solo della propria sopravvivenza a Wall Street.” “Viviamo in un’epoca molto conservatrice, in cui la creatività è limitata”, ha aggiunto. “Tutto ruota intorno a Wall Street. Ciò che salverà il cinema è la libertà e la propensione al rischio. E si percepisce l’entusiasmo del pubblico quando vede qualcosa che non ha mai visto prima”. Insomma, qui non si sta parlando solo della morte del cinema in sala, qui si sta parlando della morte del cinema in sé, della morte della narrazione. Cioè della sua finanziarizzazione. Cioè si sta parlando di qualcosa di terribile.
Come scriveva Dinamo Press infatti, “Netflix non è un’azienda di contenuti audiovisivi – e infatti non è un caso che venga quotata in borsa nel Nasdaq. Netflix è un’azienda che usa il cinema e le serie Tv come esca: la vera posta in palio sono i comportamenti, le abitudini e i gusti dei quasi 200 milioni di persone che passano ore della propria giornata a interagire con quel sito”. “Il vero oggetto insomma, è l’uso economico-finanziario dei dati”, continua Dinamo Press. Non dobbiamo fare l’errore di guardare il dito (i film) e non la Luna (le strategie di accumulazione capitalistiche). Netflix è solo una delle tante maschere dietro cui si sta trasformando il capitalismo contemporaneo tutto. Purtroppo, non solo al cinema”.
Nel frattempo, mentre il cinema corre a una velocità pazzesca di trasformazione in trasformazione, in Italia qualcuno, con un leggerissimo ritardo di 30 anni, finalmente confessa, riferendosi ai nostri attori e registi: “Non siamo più artisti. Siamo borghesi, in qualche modo benestanti, rammolliti. Il cinema italiano ha bisogno di passione, di un’onda di dissenso”. Il dissenso esiste già. Ma non sono certo che vi piacerà.










