Venerdì 13 (1980) è il primo capitolo di uno tra i più riusciti franchise horror della storia del cinema dal punto di vista del profitto. Non si può dire altrettanto dal punto di vista della qualità: la critica lo ha asfaltato, John Carpenter lo ha definito “una macchina ruba soldi poco geniale”. Infine nel 1981 il film fu candidato come Peggior Film e Peggiore attrice non protagonista ai Razzie Awards, gli Oscar statunitensi dedicati alle più brutte pellicole dell’anno precedente. Non che questo significhi molto: quello stesso anno furono candidati anche Stanley Kubrick e Shelley Duvall rispettivamente come peggior regista e peggiore attrice per Shining. Il che rende automaticamente i Razzie Awards il peggior premio della storia del cinema.
Venerdì 13 è costato appena 500.000 dollari e ne ha incassati 60 milioni. Ovviamente, si decise di approfittarne e furono realizzati numerosi sequel: undici. Senza contare videogiochi, libri e fumetti.
Ma di Venerdì 13 non è mai stato prodotto un prequel cinematografico. Finché nel 2022 fu annunciata la realizzazione di una serie TV prequel. Che uscirà nel 2026 su SKY e NOW. Pochissimi sanno che tempo fa furono realizzati dei provini e delle riprese in video di bassa qualità per quello che avrebbe dovuto essere il prequel ufficiale: non una serie ma un vero e proprio film. Che però non è mai uscito. Noi abbiamo ritrovato questo materiale grazie a un piccolo festival italiano che ha scoperto l’incredibile vicenda. Ecco tutta la storia, un modo degno di festeggiare la cinquantesima puntata di Desaparecinema.
Jason è un bambino deforme e idrocefalo bullizzato dai coetanei. Un giorno lo buttano nel Cristal Lake, mentre i suoi supervisori, distratti, stanno amoreggiando. Jason muore. Da quel momento Pamela, la madre, decide di vendicarsi uccidendo chiunque si avvicini al lago. Finché venti anni dopo viene uccisa a sua volta da una campeggiatrice che durante una notte d’inferno ha visto morire con efferati atti di violenza creativa da parte di Pamela tutti i suoi amici. Venerdì 13 fu diretto da Sean Cunningham, regista e produttore di B-movie horror. La nostra ipotesi è che Cunningham, dopo la candidatura ai Razzie, abbia deciso di fare come aveva fatto pochi anni prima George Lucas: tentare di accreditarsi presso la critica ufficiale come regista autoriale. Lucas infatti, nella fase di promozione di Guerre stellari, stabilì che quello che all’inizio definiva lui stesso “un film per bambini” doveva diventare, agli occhi del pubblico e della stampa, un film basato sul Monomito di Joseph Campbell, descritto per esempio nel suo libro “L’eroe dai mille volti”: un saggio di mitologia comparata che poi avrebbe influenzato “Il viaggio dell’eroe” di Vogler, manuale di sceneggiatura per registi gonzi yankee hollywoodiani. Praticamente l’algoritmo prima dell’algoritmo. Insomma, tutto questo per dire che anche Cunningham aveva bisogno di sentirsi un autore. È l’unica spiegazione per ciò che stiamo per svelarvi. E quanto segue è frutto anche della preziosissima collaborazione scientifica e filologica di Mazzino Montinari, critico cinematografico non iscritto al Sindacato Critici, e di Luigi M., grande appassionato della saga di Jason, di falci e di martelli.
I festival molte volte possono annoiarti, altre sorprenderti. Puoi trovare i soliti film indipendenti girati al solito modo per cinefili in cerca di autoerotismo, oppure, viceversa, film indipendenti girati al solito modo per cinefili in cerca di autoerotismo. O infine, in barba alla presunta, sbandierata indipendenza dei festival rispetto all’industria, film hollywoodiani che sono in concorso per accordi con la casa di distribuzione che ha bisogno di stampa amica per la partecipazione agli Oscar. Perciò nessuno, nella prima edizione dell’Horror Film Festival di Surdace (Calabria), a pochi Km da Calopezzati e Papaglionti, credeva al miracolo di un vero colpo di scena. La solita retrospettiva, l’attrice incartapecorita, lo sceneggiatore con l’Alzheimer, l’influencer con la classifica dei migliori film con scene di gente che mangia involtini primavera. In mezzo a tutto questo, immaginate lo stupore quando Umberto Smaila e Jerry Calà, i padrini della manifestazione, hanno invitato sul palco Mark Cunningham, il figlio di Sean S. Cunningham, regista del cult Venerdì 13. Fino a quel momento infatti – a parte l’attesa spasmodica per un fantomatico aperitivo di sole pizzette bianche e acqua di rubinetto (che il cinema sia morto lo si capisce soprattutto dal fatto che ai buffet delle anteprime stampa non ci sono più le pizzette rosse e il prosecco) – fino a quel momento dicevo, nessuno si era eccitato particolarmente. Ma poi Mark Cunningham ha iniziato a raccontare la storia di suo padre. Una storia che se avesse avuto un lieto fine avrebbe probabilmente cambiato le sorti del cinema horror, certamente di un intero franchise (quello di Venerdì 13).
Secondo Mark, a distanza di poche settimane dal successo di Venerdì 13, siamo quindi nel giugno/luglio 1980, per le ragioni che abbiamo ipotizzato Sean Cunningham, il regista del film, aveva proposto il prequel ai produttori di una importante major storicamente antisindacalista hollywoodiana, che ci è stato chiesto di non svelare. Erano tutti entusiasti all’idea, anche se all’epoca in molti si interrogavano sul concetto di prequel. Che cos’era esattamente un prequel? Un prodotto cinematografico per sceneggiatori depensanti ed executive privi di talento, fantasia e voglia di lavorare? Oppure, al contrario, un film alla portata creativa elementare di un algoritmo allenato da Calenda? Il primo prequel della storia, in ogni caso, pare essere stato Il Golem – Come venne al mondo, un film muto del 1920, prequel appunto del film perduto del 1915 Der Golem. Ma insomma: la major misteriosa che non vuole essere citata diede a Sean Cunningham il semaforo verde per cominciare a scrivere la sceneggiatura, anche se inizialmente gli executives avrebbero preferito che se ne occupasse Victor Miller, lo sceneggiatore del primo Venerdì 13. Miller, prima dello slasher diretto da Cunningham, aveva scritto per la televisione americana alcune soap opera, una su tutte Sentieri. I dirigenti della Disney erano attratti dal curriculum di scrittore di soap opera di Miller e c’è chi afferma che fu allora che iniziarono a pensare all’idea di acquisire l’altro franchise, Star Wars, per trasformarlo in quella che in effetti sarebbe diventata la trilogia sequel: una soap opera appunto.
A conferma che quanto stava dicendo era vero a proposito della storia del padre, Mark Cunningham mostrò un quaderno. Il direttore del festival ci ha raccontato che una signora in platea si mise a ridere, scettica, perché le sembrava di aver visto le tipiche righe dei quaderni della seconda elementare e non il più classico moleskine. Ma subito un filosofo prestato alla critica cinematografica – un settantenne magro dai capelli bianchi arruffati frequentatore assiduo del festival di Surdace, sorattutto dei suoi buffet alla sardella (fino agli anni ‘90), collaboratore esterno di Repubblica – la mise a tacere dicendole che i moleskine erano usati solo da quelli della Nouvelle Vague. La signora rimase stordita da tanto sapere, continuò il direttore del festival nel suo racconto, ma quello era l’epistemologo brasiliano Anton Mario Giulio Penequo, arrivato a Surdace per una lezione dal titolo «Esistenza sbam», o come sarebbe utile che la nostra vita fosse accompagnata dai suoni e rumori degli horror.
Continuando nel suo racconto, Mark ha ricordato al pubblico che nelle lunghe settimane di scrittura del film suo padre Sean fissava ossessivamente lui e sua madre e persino il cane. Guardava ogni loro singolo gesto e prendeva nota sul quaderno. Mark non era più libero di masturbarsi a suo piacimento e sua madre iniziò a pensare che fosse impazzito. Ma Sean continuava a prendere nota. Solo dopo moglie e figlio scoprirono di essere una specie di fonte di ispirazione per il suo prequel. Nel quaderno ora possiamo leggere il soggetto di quel film che purtroppo Sean non riuscì mai a realizzare.
La vicenda del film aveva inizio giovedì 12 giugno 1979, il giorno prima di quello in cui è ambientato Venerdì 13. Alla radio, nella prima scena, si parlava delle prime elezioni parlamentari europee, che si erano appena tenute tra il 7 e il 10 giugno, forse un riferimento politico alla carneficina che avrebbe atteso i protagonisti del film il giorno dopo, come metafora di quanto sarebbe accaduto ai cittadini europei – soprattutto italiani – a distanza di anni.
Nelle riprese di Cunningham, i protagonisti di Venerdì 13, Alice, Bill, Brenda, Ned, Annie e i due fidanzati Jack e Marcie, però, erano solo sullo sfondo. A interessare Sean Cunningham erano i genitori di Jack alle prese con un’aspirapolvere che non funzionava, e quelli di Marcie che discutevano animatamente dei bollini del supermercato attaccati, a dire della moglie, in modo sbagliato dal marito. Scene famigliari, riprese a media distanza, come la preparazione del caffè o le lunghe telefonate. Insomma siamo di fronte a uno dei primissimi esempi di quello che oggi viene chiamato “Elevated horror”, l’horror d’autore. I film horror di alto livello sono film che privilegiano l’ambizione artistica, la profondità psicologica e la complessità tematica rispetto ai tradizionali jump scare e al gore, affrontando spesso temi seri come traumi, malattie mentali e critica sociale. Sebbene possa essere un termine controverso, si riferisce generalmente a film che usano l’horror come mezzo per esplorare concetti più profondi attraverso la cinematografia artistica, con esempi importanti come Scappa – Get Out, Hereditary – Le origini del male, Babadook e The Witch.
Lo studio indipendente A24 è riconosciuto come il pioniere di queste produzioni, spesso citato come l’ideatore del termine stesso. Fin dalla sua fondazione nel 2012, A24 ha prodotto innumerevoli film horror che si distinguono per l’uso di tecniche cinematografiche artistiche, ritmi lenti, attenzione alle metafore e idee volutamente confuse. Under the Skin (2013), The Witch (2015) e Hereditary (2018) sono stati i primi film horror dello studio, che hanno gettato le basi per lo stile “horror elevato” per cui sarebbero poi diventati noti.
Per capire se questo termine abbia senso o se non sia come al solito un modo per confezionare robaccia indistriale spacciandola per cinema elevato, pensiamo a Shining: al netto di tutto il film di Kubrick fa semplicemente cagare sotto. A me ha angosciato di brutto. Lo chiamereste “elevated horror” o un gran bel film e punto?
Ma soprattutto: perché nessuno vuole tornare semplicemente a fare cinema medio? Un sano crime, un bel thriller, una esilarante commedia alla John Landis. Un bel polizziottesco con Er Monnezza e Bombolo. Perché nessuno considera più il popolo come destinatario delle proprie storie? E invece, qui in Italia, ormai si fanno quasi solo sedicenti film d’autore, che non esiterei a questo punto a chiamare “elevated horror”.
Occhio allora: la serie prequel di Venerdì 13 per SKY e NOW di cui abbiamo parlato all’inizio, sarà prodotta proprio da A24, la casa di produzione sedicente indipendente, concepita a Roma proprio sulla bretella A24, e si chiamerà Cristal Lake. Occhio, che magari ci ritroviamo una serie tipo i film di Jordan Peel, che tanto lontani dal prequel originario di Cunningham non sono.
Torniamo al prequel di Cunningham allora. In un scena della sceneggiatura, la madre di Marcie spiegava a una sua cara amica che Fred, suo marito, era sempre al lavoro e che lei non sopportava più quella solitudine e che non poteva continuare a sublimare il sesso con le partite a bridge. Era un continuo di riferimenti intimi, di momenti alienanti che avrebbero dovuto terminare con lo scatto della data dell’orologio a venerdì 13. Sean Cunningham per convincere i suoi produttori aveva girato anche delle piccole sequenze coinvolgendo amiche, parenti, vicini di casa. Ma quando mostrò i suoi appunti e quel materiale video, gli executives abbandonarono la stanza delle riunioni, lasciandolo da solo. Dopo quattro ore Sean capì che non sarebbero tornati. E che il film non si sarebbe mai fatto.
Magari, fosse già esistita la A24, il film si sarebbe fatto. In realtà: magari un cazzo.
Per chiudere: Roger Rabbit, uno dei più importanti critici cinematografici statunitensi, scrisse una recensione del film sulla base del soggetto. Quindi del film che non vide mai. Si trattava di una recensione entusiasta e chi l’ha letta afferma che forse fu lui a coniare per primo il termine “elevated horror”. Ma il film, appunto, non uscì. E Rabbit riciclò il pezzo per un altro film, che anche in questo caso non aveva visto.
Ah, e il titolo del prequel di Venerdì 13 era, ovviamente: Giovedì 12.










