Il Marru
Dopo la chiamata con Xi, Trump ha chiamato Takaichi Sanae e le ha detto di abbassare il volume su Taiwan:

“Pochi giorni dopo che il primo ministro giapponese Sanae Takaichi aveva indignato la Cina suggerendo che un attacco cinese a Taiwan avrebbe potuto mobilitare una risposta militare da parte di Tokyo , Xi ha fatto una telefonata di mezz’ora con Trump, secondo quanto riferito da persone informate sulla questione, ribadendo la storica rivendicazione della Cina sull’isola democratica e autonoma, nonché la responsabilità congiunta di Washington e Pechino nella gestione dell’ordine mondiale. Più tardi, quello stesso giorno, Trump ha organizzato una chiamata con Takaichi e le ha consigliato di non provocare Pechino sulla questione della sovranità di Taiwan, hanno affermato funzionari giapponesi e un americano informati sulla chiamata”: “I funzionari giapponesi hanno affermato che il messaggio è preoccupante: il presidente non voleva che le tensioni su Taiwan mettessero a repentaglio la distensione raggiunta il mese scorso con Xi, che include la promessa di acquistare più prodotti agricoli dagli agricoltori americani duramente colpiti dalla guerra commerciale”; ho come il sospetto che ci sia altro, oltre al mercato della soia… Permettere agli alleati di innescare un’escalation attorno a Taiwan, potrebbe spingere la Cina a intervenire in qualche modo per ostacolare la fragilissima supply chain che fa dell’isola il centro del mondo dell’industria dei chip, soprattutto per quanto riguarda proprio NVIDIA, e visto quanto è fragile la bolla dell’AI che tiene in piedi tutta l’economia USA, qualsiasi ostacolo che determini anche solo qualche incertezza potrebbe costare migliaia di miliardi di dollari.
Anche perché, nel frattempo, la corsa cinese a demolire il monopolio immaginario USA sull’AI sul quale si fonda la bolla, continua a procedere:

La Cina supera gli Stati Uniti nel mercato globale dei modelli “open” di intelligenza artificiale, titola il Financial Times: “La tecnologia sostenuta da Pechino guadagna terreno, mentre i giganti americani mantengono salde le strategie chiuse”. Ad aumentare l’allarme ci si mette pure l’Economist:

Gli investitori si aspettavano che l’uso dell’intelligenza artificiale aumentasse vertiginosamente, titola, ma questo non sta accadendo e, anzi, “sondaggi recenti indicano un rallentamento dell’adozione da parte delle aziende”: per sostenere la bolla, come hanno chiesto con sempre più insistenza liberisti col culo degli altri come Sam Altman, è necessario che il governo esca allo scoperto e dichiari che i colossi del comparto sono too big to fail e che lui opererà come prestatore di ultima istanza; secondo il blog Moon of Alabama, la Missione Genesis, recentemente annunciata dalla Casa Bianca, servirebbe esattamente a quello. A ricostruire un po’ la linea temporale del dibattito sul salvataggio di Stato dell’AI ci pensa su Naked Capitalism il buon Nat Wilson Tuner; insomma, cara Takaichi: ti son nel cuore, ma non è proprio il momento… Bisogna concentrarsi sui piccioni-drone!!!

Il Soddu
Il libro bianco cinese sul controllo degli armamenti. Pechino ha scelto di concentrare l’attenzione globale sul tema del controllo degli armamenti proprio nel momento in cui Washington riaccende la competizione nucleare; l’uscita del nuovo Libro Bianco cinese su disarmo e non proliferazione non è un’operazione di routine: è un testo che ridefinisce il frame diplomatico in cui la Cina vuole collocare il confronto strategico con gli Stati Uniti. Mentre l’amministrazione Trump 2 spinge per nuovi test nucleari, Pechino risponde presentando sé stessa come potenza responsabile, custode degli impegni multilaterali e promotrice di stabilità. Il contrasto è netto: da un lato, la corsa verso la modernizzazione atomica americana; dall’altro, i cinesi che mirano a delimitare rischi, evitare escalation e difendere l’architettura di governance ereditata dalla Guerra Fredda. È evidente, però, che questa non è solo diplomazia: il documento sottolinea come la Cina intenda mantenere una deterrenza minima ma credibile, modernizzare i sistemi esistenti e garantire un equilibrio che impedisca a Washington di ottenere superiorità schiacciante. Non è una rinuncia agli armamenti: è un tentativo di raffreddare la corsa americana mentre consolida la propria posizione. Le reazioni cinesi alle recenti mosse di Trump sui test nucleari vanno lette in quest’ottica: ogni accelerazione statunitense viene descritta come un rischio sistemico che potrebbe trascinare il mondo verso una nuova instabilità strategica. Per Pechino, presentarsi come attore responsabile è tattica e strategia insieme: significa guadagnare terreno nel Sud globale, legittimare la propria crescita militare e dipingere Washington come fattore di insicurezza – cosa che è peraltro senza dubbio vera; in ogni caso, la nuova competizione nucleare è appena iniziata, ma la battaglia narrativa è già pienamente in corso. I matti che hanno tanto tempo da perdere possono trovare il testo completo qui; invece qui trovate gli approfondimenti di Global Times, Xinhua
e Bloomberg.
L’economia cinese: mantenere la rotta nel mezzo della burrasca. Il quadro economico cinese continua a mostrare una doppia velocità; da un lato, i dati sugli utili industriali confermano una ripresa graduale ma solida: la domanda interna regge, l’export resta resiliente e il sostegno selettivo delle politiche fiscali e creditizie continua a creare le condizioni per una normalizzazione post-crisi. Le imprese dei settori ad alta tecnologia e manifattura avanzata guidano il rimbalzo, segnalando come la strategia della nuova produttività stia iniziando a produrre effetti misurabili; la narrativa ufficiale insiste su un miglioramento strutturale, con un ciclo industriale che si stabilizza e una maggiore redditività in comparti chiave. Dall’altro lato, però, il mattone continua a frenare tutto il sistema; il caso Vanke, uno dei colossi immobiliari storicamente considerati più solidi, è un segnale severo: il rifiuto di almeno due banche locali alla richiesta di prestito indica che gli istituti di credito, nonostante le pressioni politiche per sostenere il settore, stanno tracciando nuove linee rosse. La fiducia nel real estate (cioè i beni immobiliari) rimane fragile, e la prudenza degli attori finanziari mostra quanto lo Stato debba ancora bilanciare stabilizzazione e disciplina finanziaria; anche la stampa finanziaria internazionale racconta un contesto in cui la Cina è costretta a tenere insieme obiettivi spesso contraddittori, come rilanciare la crescita evitando di riaprire i rubinetti come negli anni passati. Il risultato è una fase di transizione complessa, in cui settori dinamici trainano l’economia, mentre il vecchio motore immobiliare rallenta; la domanda, ora, è quanto a lungo questa coesistenza potrà reggere. La leadership sembra convinta di poter pilotare l’atterraggio, ma i segnali provenienti dal credito mostrano che la strada sarà ancora lunga e accidentata (qui gli approfondimenti di Xinhua, Bloomberg e Financial Times.










