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Tag: immobiliare

Scandalo Giorgio Armani: come si diventa il terzo uomo più ricco d’Italia grazie alla schiavitù

“Le borse di pelle firmate Giorgio Armani” scrive Alessandro Da Rold su La Verità “si vendono nelle boutique dello stilista sparse per il mondo a poco meno di 2000 euro l’una”; “per produrle però” svela “di euro ne bastano una novantina. 75, se evadi pure l’IVA”: è il quadro che emerge dall’inchiesta della procura di Milano che ha portato all’”amministrazione giudiziaria della Giorgio Armani Operations spa, nell’ambito dell’indagine sul rapporto tra la holding e i suoi fornitori”. Il fornitore ufficiale italiano di Armani si chiama Manifatture Lombarde che, a sua volta, subappaltava le commesse a subfornitori cinesi, un rapporto che gli inquirenti hanno definito di caporalato di manodopera straniera irregolare e sul quale il gruppo, nella migliore delle ipotesi, “non vigilava”; in realtà, però, vigilava eccome, solo che si concentrava su altro: come ricorda Luigi Ferrarella sul Corriere della sera, infatti, “Un mese fa i carabinieri del Comando Tutela del Lavoro in uno di questi opifici cinesi hanno persino trovato un ispettore della Giorgio Armani Operations spa intento a fare il controllo di qualità dei prodotti”. “Nel corso delle indagini”, insistono gli inquirenti, “si è disvelata una prassi illecita così radicata e collaudata, da poter essere considerata inserita in una più ampia politica d’impresa diretta all’aumento del business. Le condotte investigate non paiono frutto di iniziative estemporanee e isolate di singoli, ma di una illecita politica di impresa”.
Nel frattempo, il mondo del lusso italiano veniva stravolto da un’altra notizia incredibile: la Kering della famiglia Pinault, infatti, si sarebbe comprata una storica palazzina in via Montenapoleone a Milano per la modica cifra di 1,3 miliardi, 110 mila euro al metro quadrato; è, in assoluto, la più grande operazione immobiliare della storia del nostro paese e servirà a vendere a cifre astronomiche gli oggetti prodotti dai nuovi schiavi che, ormai, si moltiplicano nel nostro paese. E’ la nuova normalità nell’era del declino putrescente del capitalismo finanziarizzato e dell’impero. Buon visione, e buon mal di stomaco.

Giorgio Armani

Quella su Armani non è la prima inchiesta del genere: a gennaio, a venire commissariata era stata l’Alviero Martini che, rispetto ad Armani, c’ha anche l’aggravante di fare prodotti di una bruttezza rara che ancora oggi interrogano tutti i principali psicologi del consumo globale; anche in questo caso l’azienda era stata “ritenuta incapace di prevenire e arginare fenomeni di sfruttamento lavorativo” forse anche perché, appunto, le garantivano lauti margini di profitto. In generale, il punto è che i marchi appaltano la produzione ad aziende che non hanno nemmeno lontanamente la struttura produttiva necessaria; sono solo intermediari che servono esclusivamente ad allontanare il luogo dove si concentra l’accumulazione di capitali e il profitto dal luogo ultimo dello sfruttamento più abietto, al di fuori di ogni perimetro di legalità. Gli intermediari, infatti, competono tra loro esclusivamente andando alla ricerca dei subfornitori più economici e, a quel livello, la gara sui prezzi si fa solo in un modo: violando ogni tipo di legge sui diritti del lavoro; non c’è investimento, non c’è know how, solo bruto sfruttamento oltre ogni limite, come nelle fabbriche di Manchester del 1800.
Le testimonianze raccolte dagli inquirenti tra i lavoratori delle aziende subfornitrici indagate sono la descrizione di un girone dantesco, anche se – evidentemente – non abbastanza per scatenare una reazione collettiva che vada oltre l’indignazione da salotto; la schiavitù, come lo sterminio di massa, evidentemente è ormai parte integrante del giardino ordinato e bisogna farsene una ragione senza indulgere troppo nel buonismo.
Tra i vari casi elencati, uno di quelli che mi ha colpito di più è quello della supply chain di Minoronzoni, il gruppo di Ponte San Pietro proprietario dei marchi Toscablu e Minoronzoni 1953, ma che il grosso dei quattrini li fa – appunto – subappaltando a lavoratori rinchiusi in qualche scantinato le commesse milionarie che gli arrivano dai principali brand del lusso internazionali: secondo le dichiarazioni raccolte dagli inquirenti, ricorda sempre Da Rold su La Verità, in buona parte lavoravano a cottimo “con una paga inferiore a un euro al pezzo per lavori che potevano durare fino a quattro ore”; secondo la testimonianza di un lavoratore, l’azienda pagava “più o meno 60 centesimi per manifattura e confezionamento”, spesa che poi fatturava direttamente a nome suo ai vari committenti, “da Guess, a Versace, passando per Armani” a circa 15 euro a cintura, un trentesimo del prezzo di boutique.
La cosa più inquietante è che tutte queste dinamiche (e il fatto che siano sistematiche) lo sappiamo ormai da anni: quando lavoravo a Report, la sempre cazzutissima Sabrina Giannini a un certo punto se ne venne fuori con ore e ore di filmati, girati con la telecamera nascosta dentro le aziende cinesi del pratese; si era spacciata per un’intermediaria in cerca di fornitori adeguati per alcuni brand del lusso. Il quadro che ne era emerso era raccapricciante: decine e decine di capannoni dormitorio con migliaia di lavoratori ammucchiati a farsi il mazzo per 12/14 ore al giorno, festivi compresi, prevalentemente la notte, tutto completamente fuori regola in mezzo a corridoi pieni del meglio del meglio del lusso made in Italy. “Da quanto tempo producete queste borse Gucci?” aveva chiesto la Giannini: “Da una decina di anni” aveva risposto l’imprenditore cinese; era il 2007, 17 anni fa. Da lì in poi, la Giannini s’è appassionata al tema e c’è tornata più e più volte, svelando quanto questo scandalo fosse sistematico e ben noto a tutti i soggetti coinvolti, tra ispezioni fasulle e leggi che – guarda caso – lasciavano sempre aperto uno spiraglino per continuare sempre col business as usual; e se oggi questa situazione raggiunge le aule dei tribunali è solo perché a Milano c’è un procuratore cazzutissimo che ha dichiarato guerra alla nuova schiavitù che la tecnocrazia neoliberista ha serenamente reintrodotto nel nostro paese, dal lusso alla logistica.
Si chiama Paolo Storari e, da qualche anno a questa parte, si è conquistato il ruolo di pm più odiato della penisola (o, almeno, dal partito unico della guerra e degli affari): sempre nell’ambito di un’altra sua inchiesta, ad esempio, nel dicembre del 2022 la guardia di finanza ha sequestrato 102 milioni di euro ai colossi della logistica Brt, che è l’ex Bartolini, e Geodis che, tra l’altro (giusto en passant) sono – come in buona parte del mondo del lusso – altri due esempi di aziende italiane acquisite da megaconglomerati francesi; nel corso delle indagini, Storari era andato a controllare a campione una trentina abbondante di cooperative che lavoravano come fornitori dei colossi della logistica e aveva trovato conferma a tutti i peggiori sospetti. Bartolini truffava sistematicamente Stato e fornitori riconoscendo in busta paga solo ed esclusivamente il minimo, per poi saldare a parte evitando di pagare i contributi; per “non far emergere criticità fiscali che potessero riverberarsi su Brt”, le cooperative venivano sistematicamente chiuse ogni due anni che, tra l’altro, per i lavoratori comportava anche la perdita sistematica degli scatti di anzianità e degli altri diritti maturati e il tutto era sostanzialmente gestito direttamente dall’azienda, con le coop che non avevano nessunissima autonomia organizzativa. In quel caso, nonostante tutti i crimini emersi e le prove che i crimini erano stati perpetrati sistematicamente, volontariamente e consapevolmente, il tutto – alla fine – s’è risolto con un anno di amministrazione giudiziaria, “alla ricerca di una misura efficace”, sottolineava il Corriere, “ma invasiva il meno possibile”: nessun esproprio, nessuna conseguenza penale; solo l’affiancamento per un anno alla solita struttura, che è rimasta al suo posto, di un amministratore esterno che faccia da tutor “per bonificare l’azienda” scriveva ancora il Corriere, “irrobustire i controlli ed evitare che si possano nuovamente verificare ulteriori situazioni agevolatrici di attività illecite”. Insomma: una pacca sulle spalle; d’altronde, in quel caso, era solo sfruttamento, non vera e propria schiavitù.
Nel caso dello scandalo Armani di sicuro le conseguenze saranno state più drastiche. Colcazzo; anche qua infatti, nonostante tutte le prove accumulate dagli inquirenti, le conseguenze dal punto di vista strettamente legale, al momento, sono minime: “La società” ricorda infatti il Corriere “non è indagata, né lo è l’89enne stilista terzo uomo più ricco d’Italia” e i vertici dell’azienda, che vede nel CdA tutti e tre i nipoti di Re Giorgio, sono sempre comodamente al loro posto. Il tutto, infatti, si limita – appunto – ad affiancare alla struttura aziendale, per un anno, il commercialista Piero Antonio Capitini per “bonificare i rapporti con tutti i fornitori”; ovviamente si tratta di casi eclatanti di giustizia dei ricchi: agisci per anni e anni impunemente mettendo in opera comportamenti illeciti eclatanti, alla fine vieni perseguito esclusivamente perché, nel mare magnum dell’esercito dei passacarte formati ad hoc per permettere al sistema di replicarsi sempre identico a se stesso, ogni tanto una scheggia impazzita comunque sfugge. E quando, dopo mesi di indagine, finalmente si riescono a provare in modo circostanziato e inoppugnabile tutte le zozzerie possibili immaginabili, il massimo che ti tocca è che per un anno ti viene affiancato un altro amministratore che deve controllare che non lo farai più, almeno fino a che non se ne va. E’ la conferma eclatante che nel giardino ordinato se hai un conto in banca a 6 zeri il massimo che ti puoi aspettare per i crimini più efferati è un po’ di toto’ sul culetto, ma oltre a questa vergogna che grida evidentemente vendetta, sarebbe anche il caso di andare oltre il moralismo e provare a capire le ragioni strutturali di tutta questa monnezza.
Iniziamo da un piccolo riassunto delle puntate precedenti: una sorta di micro-bignamino dell’idea ottolina di come s’è evoluto il capitalismo negli ultimi decenni. Facciamo un salto indietro, negli anni ‘70: la logica ferrea del capitalismo industriale ha comportato la concentrazione della produzione in fabbriche sempre più grandi e sempre più automatizzate; questo processo, però, aveva due problemini non da poco. Da un lato, gradualmente, riduceva i margini di profitto, come diceva Marx: la caduta tendenziale del saggio di profitto, che avviene inesorabilmente mano a mano che aumentano gli investimenti in quello che si chiama capitale fisso, (e cioè, appunto, grandi stabilimenti pieni zeppi di macchinari); dall’altro, che nella grande fabbrica, sempre più automatizzata, numeri crescenti di persone che hanno ruoli sempre più standardizzati si ritrovano a condividere la stessa identica condizione di sfruttamento e questo favorisce la creazione di grandi organizzazioni di massa in grado di contendere ai grandi capitalisti e ai loro docili servitori il monopolio del potere politico. Tra la fine degli anni ‘60 e l’inizio degli anni ‘70 questo processo aveva raggiunto una dimensione tale da gettare nel panico le élite economiche globali che, per sopravvivere, hanno organizzato la loro controrivoluzione: la controrivoluzione neoliberista, che viene ufficialmente teorizzata, a partire dal 1975, con il famoso studio dal titolo La crisi della democrazia. Rapporto sulla governabilità delle democrazie che un gruppo di ricercatori al servizio della dittatura del capitale capitanato dal famigerato Samuel Huntington ha redatto su richiesta della Commissione Trilaterale; nello studio si sottolinea, appunto, come la dittatura del capitale nei paesi più industrializzati è messa a rischio da un “eccesso di democrazia” che, appunto, deriva dalla capacità organizzativa dei lavoratori ai tempi della grande fabbrica. Da allora, l’obiettivo del grande capitale diventa, appunto, rimuovere la causa principale che aveva permesso ai lavoratori di guadagnare così tanto potere politico e cioè, appunto, la grande fabbrica taylorista; le strategie sono principalmente due: nei settori dove questo è possibile, frammentare il più possibile il processo produttivo, passando dalla grande fabbrica alle reti di piccoli produttori, un fenomeno che in Italia – in particolare – ha preso le sembianze della famosa distrettualizzazione che, incredibilmente, da certa sinistra è stato visto addirittura come un processo positivo, mentre, in realtà, non era appunto che uno degli strumenti della guerra di classe dall’altro contro il basso. Per quei settori dove, invece, questa frammentazione non era possibile, la strada maestra diventava la delocalizzazione; in entrambi i casi, ovviamente, era fondamentale introdurre meccanismi di concentrazione del potere economico che impedissero ai padroncini dei distretti, tanto quanto ai fornitori del Sud globale, di diventare indipendenti e quindi, alla fine, di fregare le oligarchie capitalistiche occidentali: tra questi meccanismi, i più importanti sono stati il monopolio del know how tecnologico, il monopolio – diciamo così – “culturale” (e quindi della creazione dell’immaginario attraverso il marketing con l’affermazione dei grandi brand) e, soprattutto, il monopolio finanziario, che è il vero cuore del potere politico.
Il cuore del potere politico, infatti, è sostanzialmente il potere di decidere dove vanno i soldi per fare cosa e questo potere si è concentrato sempre di più nei grandi monopoli finanziari occidentali e, in particolare, statunitensi: prima con le grandi banche e, negli ultimi anni, in particolare, con gli asset manager che gestiscono patrimoni di ordini di grandezza superiori ai prodotti interni lordi della stragrande maggioranza dei paesi del globo; grazie alla concentrazione dei capitali nei grandi monopoli finanziari, la proprietà del grosso delle principali corporation globali – per la stragrande maggioranza basate negli USA – è oggi, sostanzialmente, tutta in mano a un manipolo di fondi che hanno completamente stravolto il meccanismo originario con il quale, nel capitalismo industriale, ci si arricchiva. Invece di investire per produrre merci e poi rivenderle per fare profitti, mettere i soldi nei mercati finanziari e riscuotere una rendita; il principale prodotto di questo nuovo capitalismo monopolistico completamente finanziarizzato non sono più le merci, ma le azioni – dal feticismo delle merci, al feticismo delle azioni quotate in borsa.

Bernard Arnault

Ora, in questo scenario macro il mondo del lusso presenta una lunga serie di anomalie: la prima, macroscopica, è che è uno dei pochissimi settori dove i gruppi principali non sono controllati dai giganti dell’asset management, a partire proprio dal principale dei gruppi, la LVMH capitanata da Bernard Arnault che, con i suoi 430 miliardi e oltre di capitalizzazione, pesa da sola per quasi metà del valore in borsa di tutto il settore, soprattutto se ci si aggiungono i quasi 150 miliardi di capitalizzazione di Dior, sempre della famiglia Arnault; in entrambi questi colossi del lusso, a guidare – con una maggioranza schiacciante – la compagine azionaria non sono i soliti fondi prenditutto made in USA, ma la cassaforte di famiglia del buon vecchio Bernard che l’ha trasformato nell’uomo in assoluto più ricco del pianeta, surclassando la nuova aristocrazia del tecnofeudalesimo made in USA. Ma tenere il passo dei grandi monopoli finanziari a stelle e strisce è un’opera titanica; i monopoli finanziari privati, infatti, sono in grado di garantire due cose: uno, che essendo i principali azionisti di tutti i principali gruppi in un determinato settore, quel settore è sostanzialmente monopolistico e, quindi, è in grado di imporre sulla società i margini di profitto che desidera. E’ esattamente quello a cui abbiamo assistito negli ultimi 2 anni, dove l’inflazione non era certo dovuta a una crescita della domanda, ma proprio alla capacità delle aziende di imporre prezzi sempre crescenti in quanto monopolisti privi di concorrenza. Due, che hanno una liquidità tale che sono in grado di garantire la crescita del prezzo delle azioni a prescindere da cosa succede nell’economia reale. Sostanzialmente, almeno fino a che regge l’impero e la dittatura globale del dollaro, sono in una botte di ferro che non può essere destabilizzata dagli alti e bassi del mondo reale.
Per tenere testa alla pressione di questi colossi, Arnault deve garantire sostanzialmente le stesse condizioni: che il mercato del lusso sia sostanzialmente un monopolio e che abbia abbastanza liquidità da sostenere il prezzo delle azioni a prescindere. Ed ecco così che, nel tempo, Arnault si è letteralmente comprato tutto: da Bulgari a Fendi, passando per Loro Piana e, giusto il mese scorso, pure Tod’s, così ricavi e profitti dovrebbero essere in una botte di ferro. La capacità, invece, di sostenere il prezzo delle azioni a prescindere, un po’ meno: le azioni di LVMH, a differenza di molte di quelle dove puntano BlackRock e Vanguard, sembrano – infatti – piuttosto dipendenti dai conti economici reali; dopo il covid, quando la gente è tornata a spendere i soldi che si era messa da parte durante l’emergenza pandemica, il titolo, infatti, ha guadagnato circa il 70% nell’arco di un anno. Poi, però, la stagnazione economica ha fatto credere ai mercati che anche il lusso ne avrebbe risentito e il titolo ha cominciato a scendere, nonostante Arnault abbia cercato di fare la piccola BlackRock de noantri; il meccanismo, ovviamente, per chi non gestisce migliaia di miliardi altrui come i fondi, è sempre quello del buyback; nel luglio scorso LVMH s’è ricomprata 1,5 miliardi delle sue azioni e, siccome non è bastato, il mese dopo Arnault da solo, di tasca sua, s’è comprato altri 250 milioni delle sue aziende, ma rispetto alla potenza di fuoco dei fondi, per una società che capitalizza quasi 450 miliardi, sono spiccioli. E il titolo è continuato a scendere fino al febbraio scorso, quando LVMH pubblica i risultati economici del 2023: se non ha abbastanza cash per imitare la strategia di sostenimento artificiale del prezzo delle azioni dei fondi, ha abbastanza controllo del mercato per incassare i dividendi della sua posizione semi-monopolistica. LVMH comunica una crescita delle vendite vicina al 10% e i mercati reagiscono istantaneamente: nell’arco di poche ore il titolo guadagna oltre il 10% e, nel mese successivo, guadagnerà un altro 20%.
A contribuire, nel frattempo, un altro fattore; LVMH ha capito che c’è un’altra speculazione finanziaria che è più alla sua portata che non la manipolazione del prezzo delle azioni: la speculazione immobiliare. Nell’arco di pochi mesi investe 500 milioni di dollari per ingrandire e rinnovare il gigantesco e leggendario negozio di Tiffany sulla 5th avenue – quello, appunto, di Colazione da Tiffany; poi si è comprato i negozi dove i suoi brand erano rimasti fino ad allora in affitto sugli Champs Elysèes e sulla londinese Bond Street. E LVMH non è un’eccezione; come titolava l’Economist il mese scorso, Gucci, Prada e Tiffany scommettono sugli immobili: a guidare le danze, in particolare, c’è il principale concorrente di Arnault, Kering, l’altro megaconglomerato del lusso francese. Kering è, in tutto e per tutto, il precursore di LVMH: a partire da fine anni ‘90, ha cercato di costruire un monopolio del lusso facendo shopping forsennato – da Gucci a Yves Saint Laurent, da Bottega Veneta a Balenciaga e sempre rimanendo saldamente in mano alla famiglia Pinault, un progetto che però, a un certo punto, si è arenato. L’ultima grande acquisizione di Kering (e che poi manco è così grande) è stata quella di Balenciaga nel 2001; nell’era dei monopoli, troppo poco: ed ecco ,così, che Kering non solo, come Arnault, non ha abbastanza cash per sostenere le sue azioni, ma manco abbastanza quote di mercato per garantirsi ricavi e profitti. Ed ecco, così, che a marzo, mentre LVMH era tornato a correre grazie a un anno record, Kering doveva dichiarare il crollo dei ricavi del suo brand principale, Gucci, che ha segnato un bel -20% di ricavi. Risultato: al contrario di LVMH, il declino delle azioni di Kering, iniziato col post covid, continua ancora. Ed ecco, allora, che – più di ogni altro – il buon vecchio Pinault decide di dedicarsi all’altro ramo della speculazione: quella immobiliare; a gennaio s’è comprato, per oltre 800 milioni, il negozio sulla 5th avenue dove Gucci era stato, fino ad allora, in affitto e giovedì scorso è arrivato a casa nostra. Per 1,3 miliardi di euro, infatti, il compagno Pinault s’è comprato il palazzo storico di via Montenapoleone a Milano dove ci sono le boutique di Saint Laurent e Prada: è, in assoluto, la più grande operazione immobiliare di sempre nel nostro paese – che uno si immagina chissà quanti metri quadrati saranno 1,3 miliardi… Macché: la superficie complessiva, infatti, è di poco meno di 12 mila metri quadrati – di cui soltanto 5 mila sono commerciali. Tradotto: sono 110 mila euro al metro quadrato.
Ora, capite bene che, rispetto a queste follie, Giorgio Armani, con i suoi 9 mila dipendenti, poco più di 2 miliardi di fatturato e meno di 150 milioni di utili, sia sostanzialmente un morto che cammina e che cerca di rimandare la sua resa definitiva con ogni mezzo necessario, compresa la schiavitù. Per ora sdoganare la schiavitù pubblicamente fa ancora brutto, forse, ma state tranquilli che ci arriveremo; li vedo già i giornali nei prossimi anni: Buonisti radical chic condannano la schiavitù e fanno chiudere le aziende italiane. Anzi: in realtà, anche se non formulata esattamente così, ci sono già stati; per anni abbiamo sostenuto che la controrivoluzione neoliberista avrebbe necessariamente portato all’impoverimento e alle svolte autoritarie; eravamo ottimisti. La controrivoluzione neoliberista ci scaraventa direttamente in una entusiasmante nuova era di genocidi, stermini di massa e schiavitù. Forse sarebbe il caso di organizzarsi e reagire come si deve a questa nuova età di barbarie senza fine; per farlo, abbiamo bisogno di un vero e proprio media che smonti pezzetto per pezzetto la narrazione delle oligarchie affamapopoli e dia voce al 99%. Aiutaci a costruirlo: aderisci alla campagna di sottoscrizione di Ottolina Tv su GoFundMe e su PayPal.

E chi non aderisce è Donatella Versace

P.S.: per i più determinati, visto che un po’ di tempo fa – quando, per la prima volta, Arnault venne ufficialmente incoronato da Forbes uomo più ricco del pianeta scavalcando allora Elon Musk – gli avevamo dedicato un simpatico video biografico, adesso ve lo riproponiamo. Buona ri-visione.

Ma è proprio vero che la Cina ha smesso di crescere e si sta armando fino ai denti per distruggerci?

La Cina investe in difesa, l’economia resta in crisi titolava ieri Il Giornanale. Come ormai d’abitudine, anche di fronte all’appuntamento politico cinese più importante dell’anno i nostri media di regime hanno lanciato la loro gara a chi stravolgeva di più la realtà; and the winner is, appunto, Rodolfo Parietti dalle pagine del Giornanale, l’organo più mainstream della propaganda filogovernativa che di economia, evidentemente, ci capisce il giusto, però a verve poetica dà la via a tutti: “Più che quello del dragone” sottolinea, infatti “in Cina il 2024 sarà l’anno del bradipo. Un andamento lento, quasi una sorta di paresi”. L’andamento lento della Cina consiste negli obiettivi di crescita per il 2024 ufficializzati dal premier Li Qiang nel discorso inaugurale delle così dette liang hui, le due sessioni che si sono aperte lunedì scorso a Pechino: +5%, una vera paresi, in effetti; mica come da noi col governo dei patrioti. Come titola Libero, da noi c’è stato un vero e proprio Colpo di reni del PIL a fine anno: “L’ISTAT” annuncia trionfante l’organo più cringe del fascioliberismo in salsa italica “rivede al rialzo la crescita del quarto trimestre 2023”; invece che lo 0,5%, lo 0,6. Non nel trimestre, eh? Annualizzato. Vabbeh, e grazie tante che i cinesi crescono di più: come sottolinea sempre Il Giornanale “investono in difesa”; “è lì” insiste spudorato il nostro Parietti “dove la Cina manifesta propositi muscolari, rincorrendo l’America sull’aumento delle spese militari”. E’ la stessa tesi sostenuta rigorosamente anche da tutti gli altri giornali: “L’unico investimento imponente” scrive infatti Santevecchi sul Corriere della serva “è quello annunciato per la difesa”. Non sfugge alla retorica nemmeno Il Manifesto: Addio grande crescita titola; “La Cina vuole più militari”.

Li Qiang

Ma, esattamente, a quanto ammonta questo gigantesco investimento nella difesa che, come rilancia Il Giornanale, trasformerebbe l’economia cinese in un’economia di guerra? “Gli investimenti destinati alla difesa” sottolinea con enfasi Parietti “cresceranno” addirittura, udite udite, “del 7,2%”: basterà, come dice Parietti, per rincorrere l’America? Mhhh… insomma. La Cina, infatti, spende in difesa l’1,6% del PIL; gli USA oltre il 3,5 e il PIL USA – quello nominale in dollari, perlomeno – è ancora un bel po’ più grande di quello cinese. Eh, vabbeh, però di questo passo si stanno avvicinando! Mmhh… anche qui, non proprio: se il budget cinese, infatti, per il 2024 aumenterà del 7,2%, quello statunitense, invece, aumenterà dell’8,5, nonostante le stime per la crescita del PIL nel 2024 siano di poco superiori al 2% contro, appunto, il 5 cinese. Risultato: la Cina, nel 2024, spenderà per la difesa 231 miliardi di dollari; gli USA 886. Come abbiamo sottolineato diverse volte, i cinesi lavorano, gli americani bombardano chi lavora; risultato: la Cina è l’unica vera superpotenza produttiva e, da sola, pesa per il 35% della produzione globale, più dei 9 paesi che la seguono messi assieme. Gli USA, invece, sono l’unica vera superpotenza distruttiva, con una spesa militare che supera la somma dei 10 paesi che la seguono; la Cina spende in armi 163 dollari per ogni suo abitante, gli USA poco meno di 2700 dollari – 16 volte tanto – e nel giardino ordinato dell’Occidente collettivo sono sempre più in buona compagnia.
L’anno scorso, dei 26 paesi membri della NATO, 18 hanno raggiunto l’obiettivo del 2% di PIL di spesa militare; erano soltanto 3 appena 15 anni fa, ed è solo l’inizio: recentemente, il ministro della difesa tedesco Borsi Pistorius ha dichiarato che il suo obiettivo sarebbe portare la spesa militare stabilmente sopra il 3% del PIL nonostante la Germania sia in piena recessione e la Polonia, già dal prossimo anno, supererà abbondantemente quota 4%. Che ci vuoi fare, i colonialisti son fatti così: non solo si armano fino ai denti per ingaggiare guerre di aggressione illegale ai 4 angoli del pianeta, ma se poi qualcuno decide di starsene lì a guardare mentre loro programmano l’aggressione, ecco che immediatamente diventa un pericoloso guerrafondaio. Anche a questo giro, per capire qualcosa di uno degli eventi politici mondiali più importanti – se non il più importante – dell’anno, la nostra propaganda suprematista serve decisamente a poco e, allora, proviamo a metterci una piccola pezza noi. Ora, intendiamoci, noi siamo abituati bene perché viviamo nel giardino ordinato dove vige lo stato di diritto, la libertà – e la democrazia – di votare Mario Draghi (senza o con parrucca bionda) o, come negli USA, di scegliere tra le due gang della casa di riposo più importante del pianeta; è quello che involontariamente ha sottolineato, in un articolo esilarante di un mesetto fa, l’incomprensibilmente celebre guru dell’economia USA Paul Krugman su La Stampa: “Sì, è vero, Biden è anziano” ricorda “e sarà ancora più anziano a fine secondo mandato se verrà rieletto. E sì, è vero che parla a voce bassa e un po’ lentamente, ma chi ha avuto modo di chiacchierare direttamente, e io l’ho fatto, vi dirà che è in possesso di tutte le sue facoltà mentali”. Oh, e se lo dice Krugman che c’ha addirittura parlato dal vivo, chi siete voi per giudicare? Ma aspetta: la parte più bella viene dopo, perché se Biden, a prima vista, appare addirittura in possesso delle sue facoltà mentali – che, evidentemente, è un requisito più che sufficiente per guidare la più grande superpotenza globale – lo stesso, sostiene Krugman, non si può dire del suo sfidante che, sottolinea Krugman, “è più giovane di lui di soli quattro anni”. “Forse” argomenta Krugman “alcune persone sono colpite dal fatto che Trump parla a voce alta e in modo aggressivo, ma cosa dice quando parla?”; “A me ricorda” conclude l’autorevole economista “l’ultimo terribile anno di mio padre quando, colpito dall’alzheimer, ebbe attacchi di incoerenza e di aggressività. E noi dovremmo preoccuparci per le condizioni mentali di Biden?” In sostanza quindi, conferma Krugman, la democrazia USA si riduce alla possibilità di poter scegliere qual è il meno rincoglionito tra due vecchietti che reggono l’anima coi denti. In Cina, questo culo non ce l’hanno mica; in Cina c’è un omino che la mattina si sveglia e decide vita, sorte e miracoli di 1,4 miliardi di persone: cioè, sono tutti schiavi sfigatissimi che lavorano 12 ore al giorno e poi c’è lui che li manovra a piacimento come dei bambolotti e, visto che è tutto così semplice, cosa ci potrà mai essere di così interessante da capire?
Il momento del liang hui, e cioè delle due sessioni, rischia però di mettere un po’ in crisi questa caricatura profondamente razzista e neocoloniale; in cosa consiste? Sostanzialmente, è il periodo dell’anno durante il quale oltre 5000 delegati provenienti dagli angoli più remoti del paese si danno appuntamento nei palazzi monumentali della gigantesca piazza Tienanmen: in poco meno di 3 mila partecipano ai lavori dell’assemblea nazionale del popolo e, cioè, il massimo organo legislativo della repubblica popolare; di questi, circa 2000 sono iscritti al Partito Comunista Cinese, ma ci sono anche circa 500 indipendenti e pure altrettanti iscritti ad altri partiti. Sono i partiti del cosiddetto Fronte unito, che vanno dagli eredi degli ex militanti del Kuomintang, che si separarono da Chang Kai Shek durante la guerra civile e che contano ancora oggi oltre 130 mila iscritti, alla Lega Democratica, che di iscritti ne vanta poco meno di 300 mila e che è uno dei tre partiti nati in opposizione al partito comunista nella cosiddetta primavera di Pechino del ‘78 e che è stato tra i protagonisti delle proteste di Tienanmen dell’89. In contemporanea, altri duemila partecipano invece ai lavori della Conferenza politica consultiva del popolo, l’organo consultivo dove, al fianco degli stessi partiti di cui sopra, si riuniscono ampie delegazioni di alcune delle principali organizzazioni popolari del paese – dalla Federazione delle donne all’Associazione cinese per la scienza e la tecnologia e anche una folta rappresentanza di alcune categorie specifiche, divise per settore – da quello artistico a quello sportivo, passando per quello religioso, come quello sanitario o quello dell’informazione: insieme formano il cuore di quella che viene definita la democrazia con caratteristiche cinesi che, per carità, con l’idea che abbiamo noi di democrazia c’entrano un po’ come il cavolo a merenda, ma che – tutto sommato – dubito siano meno degne di attenzione che la faida a chi c’ha il finanziamento miliardario più grosso combattuta da due vecchi rimbambiti dall’altra parte del Pacifico. Come ricorda il Global Times, infatti, “Nelle due sessioni dell’anno scorso, i deputati hanno avanzato 271 proposte e 8.314 suggerimenti, che nel corso dell’anno sono state esaminate da nove comitati speciali e da 204 organizzazioni diverse. Durante questo anno inoltre il comitato consultivo ha organizzato 94 consultazioni, dalle quali sono pervenute 350 raccomandazioni”.
Insomma: la storiella del paese in preda agli umori dell’uomo solo al comando non sembra essere proprio rigorosissima, ecco, anche perché -, al contrario di quello che avviene sempre più spesso tra le diverse forze politiche dell’Occidente collettivo e, in maniera ancora più clamorosa, nella postdemocrazia a stelle e strisce – in queste 5000 persone trovi davvero le posizioni più disparate, come d’altronde anche all’interno del partito comunista stesso che, ricordiamo, vanta 100 milioni di iscritti che lo rendono, di gran lunga, l’organizzazione politica più grande e complessa della storia dell’umanità e dove dentro, appunto, ci trovi letteralmente di tutto. E non nel senso nostro di diverse sfumature del pensiero unico neoliberale e della dittatura thatcheriana del There is no alternative, ma proprio letteralmente di tutto: dai reazionari ultranazionalisti ai liberisti più sfegatati, fino anche, ovviamente, a un sacco di gente normale, e cioè – in varie forme e misure – socialisti. Tra queste varie anime, sia dentro al partito che, più in generale, in questi organi più ampi, c’è una dialettica feroce il cui esito è tutt’altro che scontato e non solo per questioni tutto sommato marginali, come accade nel nostro giardino ordinato dove il potere vero risiede sempre più spesso in strutture tecnocratiche che di democratico non hanno assolutamente niente (come ad esempio le banche centrali) se non, addirittura, direttamente nei consigli d’amministrazione delle principali corporation private e, soprattutto, in quelli dei grandi monopoli finanziari; è quello che, ad esempio, emerge con grandissima forza dal bellissimo libro di Isabella Weber How China escaped shock therapy – come la Cina è sfuggita alla terapia d’urto – che racconta come, in almeno 2 circostanze, la Cina optò per la via del socialismo con caratteristiche cinesi al posto della distruzione programmata dell’economia e della sovranità nazionale sulla falsariga di quanto imposto alla Russia dal regime eltsiniano al photofinish. Il famoso processo di accentramento del potere che, oggettivamente, è avvenuto con la leadership di Xi Jinping, nasce proprio da qui e dall’esigenza di garantire che si mantenesse la barra dritta in una fase di aggressione imperialista a tutto tondo senza precedenti, ma – appunto – da qui alla leggenda dell’uomo solo al comando ce ne corre.
Come sempre, anche quest’anno ad inaugurare la settimana di lavoro delle due sessioni c’ha pensato il premier che ha presentato ai delegati il report sul lavoro del governo e che non si è nascosto dietro a un dito: “Pur sottolineando i risultati ottenuti” ha dichiarato “siamo profondamente consapevoli dei problemi e delle sfide che ci troviamo ad affrontare. La crescita economica globale manca di slancio e la nostra ripresa economica non è sufficientemente solida, come risulta evidente dalla debolezza della domanda effettiva come anche dalla crisi di sovracapacità in alcuni settori industriali”; “a livello globale” insiste “la ripresa economica è lenta, i conflitti geopolitici sono sempre più acuti, il protezionismo e l’unilateralismo sono in aumento, e queste condizioni ambientali hanno esercitato un impatto sempre più negativo sullo sviluppo della Cina” e “a livello nazionale” poi “i problemi già radicati sono diventati più pronunciati, e ne sono emersi di nuovi. Al calo della domanda esterna si è sommata una mancanza di domanda interna e sono emersi problemi sia ciclici che strutturali. I rischi potenziali del settore immobiliare, del debito delle amministrazioni locali e della debolezza delle piccole e medie aziende sono diventati particolarmente severi”.
Le sfide principali che si trova di fronte la Cina per continuare a registrare un tasso di crescita molto superiore a quello statunitense – sostenuto dalla dittatura del dollaro e dal saccheggio sistematico degli alleati vassalli – sono fondamentalmente due: le esportazioni verso i mercati più ricchi dell’Occidente collettivo e la bolla immobiliare e cioè, sostanzialmente, i due tasselli fondamentali della spettacolare crescita cinese nella prima lunga fase di aperture e riforme e che sono tra loro profondamente interconnessi; il settore immobiliare ha rappresentato, negli ultimi 30, anni un traino gigantesco per l’economia cinese, pesando per circa un quarto del suo prodotto interno lordo – quasi il doppio di quanto registrato negli USA, in Gran Bretagna o in Giappone. D’altronde la sfida che si è trovata ad affrontare la Cina da questo punto di vista è stata epocale: trasformare, nell’arco di pochi anni, un gigantesco paese quasi interamente agricolo in una superpotenza industriale urbanizzata; il processo di urbanizzazione cinese è stato, in assoluto, il più grande e rapido della storia dell’umanità e, a differenza di tutti gli altri paesi in via di sviluppo, senza che il paese diventasse un concentrato di slum e di homeless. La Cina ha – in proporzione – ancora oggi meno homeless non solo degli Stati Uniti, ma anche di Francia, Gran Bretagna e Canada, ma ovviamente, un processo di questa portata non poteva non avere anche enormi controindicazioni: la prima consiste, appunto, nel fatto che per finanziarlo si è fatto ricorso ai risparmi dei cittadini, che sono abituati a risparmiare assai e che sono stati convinti attraverso incentivi fiscali succulenti a investire tutto nel mattone, dove viene custodito oltre il 70% dei loro patrimoni. La seconda è che si è creata una gigantesca bolla, non tanto nel senso che, a parte i principali centri urbani, le case in Cina abbiano raggiunto chissà che prezzi, ma più che altro nel senso che alcuni dei principali costruttori, che in Cina hanno raggiunto dimensioni spaventose, per cavalcare l’onda hanno creato una sorta di gigantesco schema Ponzi che riusciva a stare in piedi solo fino a che la gente continuava ad accumulare case su case pagandole in anticipo e facendo affidamento sul fatto che il prezzo delle case sarebbe aumentato all’infinito; fino a quando, come tutti gli schemi Ponzi, a un certo punto il giochino è saltato per aria e, in buona parte, a farlo saltare per aria è stato proprio Xi in persona da quando, nel 2016, ha cominciato ad affermare chiaramente che Le case servono per viverci, non per speculare, e poco dopo sono state introdotte le prime misure restrittive per limitare l’indebitamento dei costruttori. I sapientoni della propaganda occidentale, allora, anche se non sono mai stati in grado di anticipare l’esplosione delle megabolle di casa loro – a partire da quella di svariati ordini di grandezza più grande del 2008 – si sono profusi in consigli non richiesti; la formula è chiara ed è esattamente quella adottata da Obama nel 2008: salvare il grande capitale e rilanciare la bolla speculativa più forte che mai.

Le vie della seta

La Cina, seppur non senza tentennamenti e con qualche concessione qua e là, sembra però aver scelto una strada fondamentalmente diversa e ovviamente, in termini di crescita del PIL, sta pagando un prezzo e dovrà continuarlo a pagare, ma difficile credere ci possa essere una retromarcia; l’obiettivo fondamentale, infatti, a 8 anni di distanza continua a stare tutto sempre in quell’affermazione: le case servono per viverci, non per speculare. E non è soltanto questione di giustizia e di equità: ancora di più, piuttosto, l’obiettivo – infatti – è fare in modo che i risparmi dei cinesi, dal mattone, si spostino verso qualcosa di più produttivo, un’esigenza strutturale che, negli ultimi anni, è diventata una vera e propria emergenza. Dopo un decennio abbondante di investimenti esteri diretti senza precedenti, infatti, le recenti tensioni geopolitiche hanno fatto precipitare l’arrivo di capitali dall’estero ai minimi storici: dai 350 miliardi del 2021, che è stato un anno record, a poco più di 30 miliardi nel 2023; nel frattempo, gli investimenti cinesi all’estero sono tornati ad aumentare, anche se hanno disertato completamente l’Occidente – che li disincentiva, quando non li vieta tout court – e si sono concentrati tutti nei paesi che hanno aderito alla Belt and road initiative. Questa ritirata dei capitali privati internazionali non è tanto – o, almeno, non solo – un problema quantitativo, ma anche qualitativo: quei capitali, infatti, in buona parte erano legati a investimenti che permettevano alla Cina di colmare gradualmente il gap tecnologico rispetto ai paesi a capitalismo più avanzato che, nonostante tutto, in alcuni settori rimane. La Cina, allora, si è trovata di fronte a un imperativo categorico: sviluppare una vera e propria indipendenza tecnologica, più o meno totale; per farlo, oltre ai grandi progetti guidati dalle aziende di Stato e dai capitali pubblici, ha bisogno di incentivare l’iniziativa privata e la concorrenza e, per farlo, ha bisogno di indirizzare verso questi settori i risparmi privati, che è quello che, ad esempio, è successo con i veicoli elettrici. Da bravo Stato sviluppista, il governo ha sviluppato tutte le forze produttive necessarie ad avviare il settore e poi ha incentivato una concorrenza spietata tra gruppi privati, che ha portato la Cina a essere ordini di grandezza più competitiva del resto del mondo e così oggi – come ha sottolineato lo stesso Elon Musk – “Senza barriere commerciali, le aziende di veicoli elettrici cinesi demoliranno i rivali”; c’ha messo 12 anni ma, alla fine, c’è arrivato: quando, nel dicembre scorso, è uscita la notizia che il colosso BYD aveva superato Tesla nella vendita di veicoli elettrici, Bloomberg infatti ha ritirato fuori questa chicca risalente ormai al lontano 2011:

Giornalista: C’è un concorrente adesso, che sta crescendo. Immagino tu lo conosca, è BYD, che è presente anche sulla West Coast e che sta aumentando la sua produzione di veicoli elettrici.
Musk: <ride>
Giornalista: Perché ridi? Stanno provando a competere, cosa c’è da ridere? Hai visto le loro auto?
Musk: Sì, le ho viste. <ride ancora>
Giornalista: Non li vedi come competitor?
Musk: No.
Giornalista: Perché? Hanno prezzi molto competitivi.
Musk: Non credo abbiano un buon prodotto.


S
impatico eh, Musk, come una gattina attaccata ai coglioni.
Comunque, se c’ha messo 12 anni Musk a capire cosa stava succedendo, potete immaginare quanto ci metteranno i nostri Rampini o la Vestager: la concorrenza spietata tra decine e decine di marchi a colpi di innovazione è stata resa possibile proprio grazie ai risparmi privati che si sono riversati sulle borse di Shenzhen, di Shanghai e di Hong Kong, alla ricerca dell’unicorno del secolo e lo stesso è successo anche con i produttori di batterie e con i produttori di tutto quello che serve per produrre energia da fonti rinnovabili, a partire dal fotovoltaico; sono quelli che i cinesi chiamano i tre nuovi e cioè i tre nuovi pilastri della nuova Cina industriale, che fa qualche passetto indietro sulle vecchie produzioni a basso valore aggiunto e punta tutto sulle produzioni ad altissimo contenuto tecnologico. E i risultati fanno paura, letteralmente: in questo grafico del Financial Times si vede la crescita, a partire dal 2020, in fucsia dei veicoli elettrici e, in blu, delle batterie:

In quest’altro, invece, la crescita delle rinnovabili in termini di gigawatt di capacità installata:

Per quanto riguarda il fotovoltaico, nel 2023 la Cina ha installato più nuova capacità del resto del mondo messo assieme e più di quanto gli USA abbiano fatto negli ultimi 30 anni.
Il problema è che i tre nuovi da soli non sono certo in grado di sostituire il vecchio manifatturiero o il real estate: questo sforzo va moltiplicato per 100 e, per farlo, serve convincere i risparmiatori a mettere i loro soldi in titoli più che in mattoni; ecco perché, da un anno a questa parte, in Cina non si fa altro che parlare di riformare il mercato finanziario. Alcuni osservatori poco pratici hanno confuso questa foga riformatrice con la volontà della Cina di scimmiottare la finanziarizzazione dei paesi a capitalismo avanzato; è l’esatto opposto: la volontà della Cina, infatti, è quella di ridurre ancora di più le rendite improduttive per destinare tutte le risorse allo sviluppo di quelle che chiamano le nuove forze produttive. Per farlo, hanno deciso, appunto – come ricorda il Global Times – “di puntare tutto sulla protezione degli investitori di piccole e medie dimensioni, perché costituiscono la principale fonte di finanziamento a lungo termine per il mercato azionario cinese”. Nella sua prima apparizione davanti ai media proprio nell’ambito delle due sessioni, il neo nominato capo dell’autorità della vigilanza sui titoli cinesi, Wu Qing, ha chiarito che, ovviamente, “Il funzionamento del mercato ha le sue regole e in circostanze normali non si dovrebbe interferire”, ma ciononostante “non esiteremo ad intervenire ogni qualvolta il mercato si discosta dai suoi fondamentali, o vi sono fluttuazioni irrazionali e violente”. Insomma: un mercato finanziario sicuro e accessibile, a misura di piccolo azionista; esattamente l’opposto di quello che – nel frattempo – sta avvenendo in Italia dove, col Decreto capitali da poco definitivamente approvato, si è fatto un passo decisivo verso un mercato dei capitali a immagine e somiglianza degli interessi della finanziarizzazione e dei grandi asset manager che, grazie all’introduzione del voto multiplo, potranno garantirsi il controllo delle aziende con appena il 10/20% delle azioni. E con lo strapotere dei grandi fondi, la direzione non potrà che essere quella intrapresa da tempo negli USA: i mercati finanziari, invece che essere lo strumento per reperire le risorse necessarie alla produzione, sono una cosa a sé che non produce niente se non la speculazione che viene fatta sui titoli azionari stessi.
Il fatto che – grazie a una riforma dei mercati finanziari efficace – la Cina punti a trovare le risorse per replicare in modo allargato il successo ottenuto nei tre nuovi pilastri dell’industria hi tech, terrorizza l’Occidente collettivo anche perché, in tutti questi casi, “Ciò che ha davvero allarmato l’Occidente” sottolinea il Financial Times “è che la tecnologia cinese è spesso superiore a quella degli Stati Uniti e di altre economie avanzate”; come hanno reagito allora? Esattamente come chiedeva Elon Musk: dopo aver sfrantumato la uallera per decenni sulle magnifiche sorti e progressive del libero commercio, hanno ricominciato ad innalzare barriere commerciali; prima l’hanno chiamato decoupling, poi – quando le loro stesse corporation gli hanno spiegato che era una minchiata e non era fattibile – hanno abbassato un po’ i toni e l’hanno ribattezzato derisking. Ma, qualsiasi sia l’etichetta, la sostanza è la stessa: la concorrenza cinese va evitata, costi quel che costi. Ora, appunto, con il mercato immobiliare che continuerà a non essere particolarmente sostenuto (nella speranza di convincere i cinesi a finanziare lo sviluppo hi tech) e l’export che continuerà a faticare perché l’Occidente ha deciso di farla finita con la retorica della libera competizione – al contrario di quanto titolavano i nostri giornalacci – l’obiettivo della crescita al 5% non è certo poca cosa, anzi! E, infatti, le principali testate dei paesi che contano – e che, quindi, non si possono accontentare di fare un po’ di propaganda da bar per affrontare la sfida cinese, ma devono cercare di capire come combatterla – è su questo che si concentrano, non certo sulle segate alla Parietti. Di fronte a tutte queste difficoltà – e il giudizio è unanime, dall’Economist al Financial Times, passando per Bloomberg e il Wall Street Journal – raggiungere una crescita del 5% richiederebbe sforzi giganteschi che però Li Qiang , nell’inaugurazione delle due sessioni, non ha minimamente citato; anzi: l’obiettivo è ridurre ulteriormente il deficit, dal 3,8 al 3%.
Nonostante il debito cinese sia, tutto sommato, piuttosto contenuto, c’è addirittura chi l’ha definita una sorta di austerity con caratteristiche cinesi: non avrebbero tutti i torti, se solo fossimo nati ieri; per chi, invece, ha un minimo di memoria storica, la narrazione – anche a questo giro – non è tanto convincente. Da quando le due sessioni indicano degli obiettivi di crescita precisi, infatti (e, cioè, da almeno una trentina d’anni), la Cina non ha mai tradito le aspettative, con l’unica eccezione della crisi pandemica. Il motivo è piuttosto semplice: il socialismo con caratteristiche cinesi ha lasciato intatti nelle mani del governo tutti gli strumenti che gli permettono di stimolare la crescita più o meno a piacimento; il punto, però, è che ogni intervento anticiclico che viene fatto per raggiungere gli obiettivi di crescita (aumentare il deficit, ridurre il tasso di interesse, introdurre alleggerimenti di carattere fiscale e legislativo che stimolano gli investimenti e i consumi) crea degli squilibri e ha conseguenze che poi si ripercuotono nel medio lungo termine. “La logica” scrive Wiliam Pesek su Asia Times “sembra essere che la Cina si impegna a fare il minimo indispensabile per stabilizzare le azioni e mantenere il PIL il più vicino possibile al 5%”; “Xi”, scrive Neil Thomas dell’Asia Society Policy Institute sul Financial Times, “non sembra farsi prendere dal panico e non sembra voler ricorrere a stimoli massicci per cercare di rilanciare la crescita. Xi vede le attuali vacillazioni economiche della Cina come la sofferenza a breve termine necessaria per ottenere il vantaggio a lungo termine della sua visione di sviluppo di alta qualità”. I primi segnali sembrano dargli ragione; mentre stavamo finendo di scrivere questo pippone, sono usciti i dati aggiornati sulle esportazioni di gennaio e febbraio: gli analisti interrogati da Bloomberg avevano previsto una crescita inferiore al 2%. E’ stata superiore al 7.

L’unica cosa che manca per avere la certezza assoluta del successo è solo il solito immancabile editoriale di Rampini che, come ogni anno, annunci il crollo della Cina: se entro la prossima settimana non dovesse arrivare, allora sì che ci sarebbe da preoccuparsi; in tal caso, l’unica consolazione sarebbe comunque che – vada come vada il mercato azionario cinese – noi tanto non c’abbiamo un euro da investire e sempre i soliti poveracci resteremmo. E i poveracci, per sognare di costruire – finalmente – un vero e proprio media che permetta anche a noi italiani di non vivere sempre e solo nel fantastico mondo incantato della nostra propaganda cialtrona e suprematista, una possibilità sola c’hanno: il tuo sostegno. Aderisci alla campagna di sottoscrizione di Ottolina Tv su GoFundMe e su PayPal.

E chi non aderisce è Giuliano Ferrara

Italia, Germania e Giappone: quale delle 3 Colonie USA FALLIRÀ PER PRIMA?

Germania in crisi titolava lo scorso 8 febbraio a caratteri cubitali – per l’ennesima volta – Il Sole 24 Ore; “produzione industriale giù del 3%”. A dare la botta definitiva sarebbero stati i dati dell’ultimo dicembre: ci si aspettava un crollo significativo dello 0,4, al massimo lo 0,5% che, spalmato sull’anno, significherebbe comunque un disastroso – 6%; il calo invece, in un solo mese, è stato addirittura dell’1,6%. Altri 12 mesi così e l’industria tedesca, in un solo anno, avrà perso quasi il 20%; “I giorni della Germania come superpotenza industriale stanno inesorabilmente volgendo al termine” sentenzia Bloomberg.

Ciononostante, ci sono altre superpotenze industriali che per andare come la Germania ci metterebbero una bella firma: “Il prodotto interno lordo del Giappone si è inaspettatamente ridotto per il secondo trimestre consecutivo” scrive Asia Nikkei, il Sole 24 Ore giapponese. Un altro fulmine a ciel sereno: la media degli analisti interpellati dal quotidiano economico, infatti, puntava a una crescita dell’1,1%, e la conseguenza immediata ha qualcosa di epocale; con questi ultimi dati, infatti, il Giappone scende definitivamente dal podio delle principali economie globali e, ironia della sorte, si fa scalzare proprio dalla Germania che, come scrive Onida sul Sole, nel frattempo – come negli anni ‘90 – “è tornata ad essere il vero malato d’Europa”.
Eppure, tra le grandi potenze industriali c’è anche chi ha tutto da invidiare pure al Giappone; chi? Ma noi, ovviamente: la nostra amata colonia italiana. La gelata del mattone titolava ieri mattina La Stampa; “Le compravendite di case calano del 16%, e le erogazioni dei mutui del 35%”, specifica. Non so se è chiaro: il 35% di mutui in meno, un’enormità dalle conseguenze devastanti: il patrimonio immobiliare degli italiani, infatti, negli ultimi 30 anni è stato il vero grande ammortizzatore sociale di massa che ha permesso di tenere botta di fronte a una crisi economica infinita e di proporzioni bibliche e che è stata tutta scaricata sulle persone comuni, mentre i super – ricchi incassavano. Il protettorato italiano è ormai, in buona parte, un’economia a zero valore aggiunto fondata su gelaterie e parrucchieri, che durano come un gatto in tangenziale e, ciononostante, proliferano come funghi proprio perché fanno leva sul patrimonio immobiliare accumulato dalle famiglie, che ormai è ridotto al lumicino; come ricordava una decina di giorni fa Il Sole 24 Ore infatti, ancora solo nel 2009 le famiglie italiane erano le più ricche di tutti: 159.700 euro pro capite, ben al di sopra dei francesi che erano fermi a quota 137.400 euro e, addirittura, degli statunitensi, a quota 152.300. E il grosso di questa ricchezza era tutto mattone: circa il 65%.
Ora tra i paesi del G7 siamo il fanalino di coda (e manco di poco) e più poveri eravamo in partenza, più c’abbiamo rimesso: nel 2011 la metà più povera della popolazione, infatti, deteneva il 12% del patrimonio complessivo; ora non arriva all’8, una quota che, però, non è stata redistribuita equamente tra il 50% messo meglio, eh? Se la sono presa tutta i più ricchi: il 10% più ricco del paese, infatti, già all’inizio del secolo deteneva oltre la metà della ricchezza complessiva, il 53%; ora ne detiene il 58. Si sono fregati tutta la ricchezza del 50% più povero e un pochino anche di tutti gli altri.
In buona parte è dovuto a un fattore molto semplice: il patrimonio (misero) dei più poveri sta nel mattone; quello dei più benestanti in buona parte è invece in azioni di aziende quotate e il valore delle azioni quotate è aumentato parecchio di più che la casa di famiglia, il 125% contro il 54, quasi 3 volte. E questo è se rimaniamo a Piazza Affari; quelli più privilegiati tra i privilegiati, infatti, mica investono nelle aziende italiane mezze decotte quotate a Milano: puntano direttamente tutto sui mercati internazionali che sono cresciuti del 200%, quasi il doppio. Con quest’ultima prevedibilissima, scontatissima botta al mercato immobiliare si va verso la resa dei conti finale; ora, una domandina semplice semplice: cosa hanno in comune i tre paesi elencati? Esatto: sono i 3 grandi sconfitti della seconda guerra mondiale e non è un caso; il superimperialismo finanziario statunitense, infatti, ha allungato le sue mani piene zeppe di dollari su tutto il pianeta, ma una cosa è essere semplicemente soggiogati dal potere del dollaro, un’altra cosa è essere occupati militarmente che è, sostanzialmente, la nostra condizione. Negli anni, un pochino questo aspetto fondamentale era rimasto quasi in sordina; certo, c’è stata Gladio, la strategia della tensione, il golpe bianco di tangentopoli, però il peso materiale, concreto, tangibile dell’occupazione militare vera e propria – almeno da un po’ di tempo a questa parte – non emergeva in modo così lampante, anche perché le nostre élite condividevano pienamente l’agenda e nessuno gliene chiedeva particolarmente conto. Ora, nei confronti dei propri protettorati l’impero usa più o meno la mano forte a seconda delle circostanze: quando se lo può permettere – e coincide con i suoi interessi o, almeno, non ci fa a cazzotti – può essere anche un dominio benevolo; lo è stato addirittura quello inglese sul subcontinente indiano dove, a un certo punto, sono state investite anche ingenti risorse, e proprio per liberare forze produttive: sono state costruite infrastrutture, sono stati fatti investimenti industriali enormi, fino a che l’impero non è entrato in difficoltà e, allora, le forze produttive sono state massacrate per estrarre quanto più valore possibile e rinviare il declino, che è esattamente quello che sta succedendo ora a noi con gli USA.
Per far fronte al fatto che una bella fetta del Sud globale di farsi succhiare risorse si è abbondantemente rotto i coglioni, e sta reagendo in modo sempre più perentorio, il superimperialismo finanziario USA sta succhiando risorse da tutti gli alleati e tra gli alleati, in particolare – ovviamente – a quelli letteralmente occupati militarmente, dove può esercitare direttamente e senza tanti compromessi il proprio dominio: l’equivalente del subcontinente del superimperialismo finanziario USA; la buona notizia è che, vedendo al precedente britannico, per quanto ti sforzi di spolpare lo spolpabile (o forse proprio perché ti riduci a spolpare lo spolpabile), alla fine l’impero crolla e i sudditi trovano il modo di andarti abbondantemente nel culo. Quella cattiva, invece, è che – sempre nel caso britannico – per convincerli a mollare definitivamente l’osso c’è voluta un’altra bella guerra mondiale, che non è stata esattamente una pacchia, diciamo. Come andrà a finire?
Autunno 2023, Dusseldorf: “In un cavernoso capannone industriale” “i toni cupi di un suonatore di corno accompagnano l’atto finale di una fabbrica secolare” scrive in un raro slancio poetico Bloomberg: la fabbrica in questione, da una trentina di anni, era diventata la divisione locale della francese Vallourec, il principale concorrente della ex italiana Tenaris nel mercato dei tubi in acciaio senza saldatura indispensabili per l’industria petrolifera e del gas, ma le sue radici affondano più dietro assai; a partire da fine ‘800, infatti, era sempre stata il fiore all’occhiello di Mannesmann, il colosso tedesco che prima di dedicarsi interamente alle telecomunicazioni ed essere inglobato da Vodafone (in quella che rimane ancora oggi la più grande acquisizione di tutti i tempi) aveva la leadership mondiale della lavorazione dell’acciaio e ora, “tra lo sfarfallio di razzi e torce”, ecco che “molte delle 1.600 persone che hanno perso il lavoro rimangono impassibili mentre il metallo incandescente dell’ultimo prodotto dello stabilimento viene levigato fino a diventare un cilindro perfetto su un laminatoio”. “La cerimonia” continua Bloomberg “mette fine a una corsa durata 124 anni, iniziata nel periodo di massimo splendore dell’industrializzazione tedesca e che ha resistito a due guerre mondiali, ma non è riuscita a sopravvivere alle conseguenze della crisi energetica”; cerimonie del genere, continua Bloomberg, sono diventate sempre più frequenti e ormai scandiscono “la dolorosa realtà che la Germania deve affrontare: i suoi giorni come superpotenza industriale potrebbero essere giunti al termine”.
Notare le date: 124 anni, come avrebbe dovuto festeggiare il centoventesimo compleanno anche la Ritzenhorff, la storica fabbrica di bicchieri di Marsberg, nella Renania – Vestfalia, ma per la festa non sono previste candeline; come ricorda Isabella Buffacchi sul Sole 24Ore infatti, la dirigenza ha annunciato “di doverla dichiarare insolvente per evitare la bancarotta, e 430 dipendenti rischiano il posto di lavoro”.
Siamo alla resa dei conti definitiva della seconda guerra dei 100 anni, che anche nella sua prima versione – quando a confrontarsi erano Francia e Inghilterra – ne durò in realtà 116; a questo giro, invece che due paesi in lotta per il controllo del territorio, a confrontarsi sono stati due sistemi economici: l’imperialismo finanziario da un lato e il capitalismo produttivo dall’altro. Potremmo leggerla anche così questa fase terminale della grande avventura industriale dell’asse Italia – Germania – Giappone, l’ultimo atto della guerra dei 100 anni tra il neofeudalesimo delle oligarchie finanziarie e il capitalismo industriale che, come ci ha raccontato Michael Hudson, è iniziata appunto con la prima guerra mondiale. Il tracollo dell’industria tedesca procede spedito oltre ogni più pessimistica previsione e il modo migliore per provare a realizzarne l’entità è attraverso questo grafico:

rappresenta l’andamento della produzione industriale; fatta 100 la produzione nell’ottobre 2015, è passata da un valore di 70 nel 1993 a un picco di 107,5 nel novembre 2017, in una delle più grandi ascese di sempre in un paese a capitalismo già avanzato. Da allora è iniziata la grande discesa che ha portato a perdere 15 punti nell’arco di 6 anni e se gli indici non vi stuzzicano abbastanza la fantasia, ecco qualche esempio concreto: il gigante della componentistica per l’automotive Continental ha da poco annunciato il taglio di oltre 7.000 posti di lavoro, 5.400 in ruoli amministrativi e 1.750 addirittura nelle attività di sviluppo e ricerca e “circa il 40% delle riduzioni” sottolinea Bloomberg “riguarderà i dipendenti in Germania”. Il produttore di pneumatici Michelin ha annunciato la chiusura di due dei suoi stabilimenti e la riduzione di un terzo entro il 2025 “con una mossa” scrive sempre Bloomberg “che interesserà più di 1.500 lavoratori” ai quali vanno aggiunti quelli impiegati in due stabilimenti della concorrente Goodyear che ha annunciato intenzioni simili; e sempre per restare nell’automotive e dintorni, anche Bosch, riporta sempre Bloomberg, “sta cercando di tagliare 1200 posti di lavoro nella sua unità software ed elettronica”.
Va ancora peggio per la chimica dove, sempre secondo Bloomberg, “quasi un’azienda su 10 sta pianificando di interrompere definitivamente i processi di produzione”; a inaugurare le danze intanto c’hanno pensato la Lanxess di Colonia e la BASF, che hanno annunciato rispettivamente un migliaio e 2.600 licenziamenti. D’altronde, non poteva andare molto diversamente: se la produzione industriale tedesca è calata in media del 3% in un anno, nel solo mese di dicembre quella metallurgica è crollata di 5,8 punti; quella chimica addirittura di 7,6, e il tonfo si è sentito benissimo anche in Italia. La crisi tedesca fa calare l’export made in Italy titolava il 16 gennaio Il Sole 24Ore, “a novembre – 4,4% annuo”; “La discesa, in termini assoluti” si legge nell’articolo “vale oltre 2,5 miliardi di euro”, ma se nei mercati extra UE l’export italiano cala di meno di 3 punti e mezzo, in Europa siamo poco sotto i 5 punti e mezzo “con punte più alte proprio a Berlino, primo mercato di sbocco, che ha ridotto nel solo mese di novembre gli acquisti del 6,4%, approfondendo il rosso dall’inizio dell’anno”. Risultato: “Italia e Germania”, riporta sempre Il Sole in un altro articolo, “sono i paesi della zona euro con la quota più alta di aziende vulnerabili” e, cioè, di aziende che rischiano di chiudere i battenti: addirittura 1 su 10; “Nel secondo e terzo trimestre del 2023” continua l’articolo “l’indice delle dichiarazioni di fallimento dell’eurozona ha raggiunto il livello più elevato dal 2015, quando l’indicatore UE è stato reso disponibile per la prima volta” e, ovviamente, il grosso delle aziende vulnerabili sono proprio aziende manifatturiere: l’11% contro il 6% di quelle attive nei servizi. Eh, narra la difesa d’ufficio degli analfoliberali, un po’ però ce lo cerchiamo, con tutte queste piccole aziende inefficienti. Beh, insomma: “La quota di imprese vulnerabili” ricorda infatti Il Sole “è aumentata in misura maggiore tra le grandi imprese rispetto alle PMI”. Eh, continua la difesa analfoliberale, ma un po’ comunque se la sono cercata: sono vecchi dinosauri, ma, anche qui, ari-insomma; “La quota di imprese vulnerabili” continua infatti l’articolo “è cresciuta più tra le imprese giovani rispetto alle più vecchie”, ed ecco così che, anche a questo giro, dura realtà rossobruna batte editorialisti del Foglio 3 a 0. E le stime dell’osservatorio UE potrebbero essere ottimistiche: secondo la società di consulenza Alvarez & Marsal, riporta infatti Bloomberg, “circa il 15% delle aziende tedesche attualmente sono in difficoltà finanziarie”; in soldoni, significa che fanno fatica a ripagare le obbligazioni che hanno emesso e, come sempre accade quando si cominciano ad ammucchiare le carcasse, ecco che spuntano gli avvoltoi. “Secondo i banchieri e i consulenti presenti a Davos” ricorda, infatti, sempre Bloomberg “le società di private equity sono attratte dalla Germania a causa delle difficoltà che molte aziende stanno attraversando, e stanno cercando di acquistare aziende familiari a basso costo e promuovere miglioramenti operativi” che, se lo traduci nella nostra lingua, significa come sempre smembrarle a pezzetti, spolparle per bene e rivenderle con ampio margine fuggendo con la borsa piena e il deserto produttivo alle spalle. Fondi come Ares Management e Blackstone, riporta sempre Bloomberg, hanno aperto uffici a Francoforte e sono a caccia di affari per acquistare a prezzi di saldo, o anche soltanto per concedere prestiti ad alti tassi. E c’è chi scommette nel crollo definitivo: “I venditori allo scoperto” riporta, infatti, sempre Bloomberg “stanno scommettendo 5,7 miliardi di euro contro le aziende del paese”; ad essere presa di mira, in particolare, Volkswagen che in molti, ormai, sospettano non abbia nessuna chance di reggere l’impatto della concorrenza cinese. Ma le scommesse vanno anche oltre l’industria, a partire da Deutsche Bank, particolarmente esposta nel settore immobiliare, dove si è già registrato un calo di prezzi dell’11% nel residenziale che potrebbe essere solo l’antipasto; per gli uffici, infatti, “gli analisti” riporta Bloomberg “prevedono cali di valore in media rispetto al picco del 40%”. L’ultima volta che l’impero finanziario angloamericano cercò di troncare sul nascere l’ascesa industriale del Giappone e della Germania – con l’Italia utile idiota al seguito – le potenze industriali reagirono coltivando il sogno di ridurre in schiavitù mezzo pianeta; ora, fortunatamente, non hanno la potenza militare e politica nemmeno per pensarci e, però, la tentazione rimane: come abbiamo anticipato ieri, infatti, la Germania si è messa alla testa dei paesi europei che stanno cercando di affondare la normativa europea che impone alle grandi aziende di rispettare nientepopodimeno che le leggi sull’ambiente e i diritti umani, e pure di farle rispettare ai fornitori e ai subappaltatori. E’ già un passo avanti: prima, per trovare schiavi, ti invadevano coi carrarmati; ora si accontentano di fare qualche gara al massimo ribasso o di un po’ di caro vecchio caporalato.

Olaf Scholz

Di fronte alla debacle economica e all’assoluta mancanza anche solo di un barlume di reazione da parte della classe dirigente, nel mondo reale i malumori non possono che aumentare esponenzialmente: se oggi la maggioranza di governo tornasse alle urne, tutta insieme supererebbe di poco il 30%; e le piazze tornano a riempirsi di lavoratori dell’industria e dei servizi, ma in queste settimane, sopratutto, di trattori che, nonostante comportino numerosi disagi e spesso portino avanti rivendicazioni non proprio chiarissime – e addirittura a volte non proprio condivisibili – possono vantare un grande sostegno popolare, una miccia che bisogna spegnere in tutti i modi. E in particolare in Germania, dalle proteste contro il sostegno incondizionato a guerre e genocidi a quelle contro il declino economico, non c’è metodo migliore per spegnere una miccia che fare leva sull’atavico senso di colpa per il passato nazista; ed ecco così che come per magia, proprio quando serve, spunta una bella psyop in piena regola: ricordate la vicenda del fantomatico complotto di estrema destra ordito da alcuni dirigenti dell’AfD che avrebbero esternato la volontà di radunare gli immigrati per poi deportarli? Quello che ha spinto centinaia di migliaia di persone a scendere in piazza contro la deriva nazista, segnando l’unica vittoria in termini di public relations del governo Scholz da 2 anni a questa parte? Beh, a leggere il sempre ottimo Conor Gallagher su Naked Capitalism, è una vicenda non esattamente limpidissima, diciamo; il tutto, infatti, sarebbe nato da un rapporto di un’organizzazione no profit di nome Correctiv: Piano segreto contro la Germania si intitola. “Era l’incontro di cui nessuno avrebbe mai dovuto venire a conoscenza” recita il rapporto; “A novembre” continua “politici di alto rango del partito tedesco di estrema destra Alternative für Deutschland (AfD), neonazisti e uomini d’affari comprensivi si sono riuniti in un hotel vicino a Potsdam. Il loro programma? Niente di meno che la messa a punto di un piano per le deportazioni forzate di milioni di persone che attualmente vivono in Germania”. Nel rapporto si fa inoltre riferimento alla Conferenza di Wannsee, durante la quale una quindicina di gerarchi nazisti mise a punto la strategia della cosiddetta soluzione finale della questione ebraica; indignarsi, ovviamente, è il minimo indispensabile ed è esattamente quello che succede, e non ci si ferma alle proteste: bisogna trovare una soluzione drastica. E la soluzione è proibire per legge l’AfD che diventa, magicamente, una proposta ragionevole, razionale, almeno fino a quando la vicedirettrice di Correctiv, Anett Dowideit, viene intervistata dalla Tv e indovinate un po’? Afferma, riporta Gallagher, “che in realtà non si era parlato di deportazioni durante l’incontro, né era simile alla conferenza nazista di Wannsee del 1942, dove si si decise di intraprendere l’uccisione di massa degli ebrei”; “Dowideit” continua Gallagher “ha affermato che la stampa tedesca ha interpretato male il rapporto di Correctiv”: due smentite secche che, però, non hanno trovato eco sui media – dove si continua a discutere di quanto sia democratico proibire all’AfD di partecipare alle elezioni. E la cosa buffa è che, nel frattempo, le deportazioni avvengono davvero e non certo a causa dell’AfD; a impartirle, infatti, è stato il democraticissimo Bundestag che ha approvato, nel silenzio dei media, una legge che apre la strada a una semplificazione drastica per la deportazione dei richiedenti asilo.
Quanto a lungo continueremo a permettere alle nostre élite di evitare di pagare le conseguenze delle loro azioni semplicemente spacciando puttanate? Per smetterla una volta per tutte di farci prendere così platealmente per il culo, abbiamo bisogno di un vero e proprio media che invece che spacciare armi di distrazione di massa per rimandare la resa dei conti, dia voce al 99%. Aiutaci a costruirlo: aderisci alla campagna di sottoscrizione di Ottolina Tv su GoFundMe e su PayPal.

E chi non aderisce è Olaf Scholz

La Cina si sta preparando per dichiarare guerra all’Occidente?

Quante probabilità ci sono che la Cina inizi una guerra? A lanciare l’allarme su Foreign Policy sono Michael Beckley della prestigiosa Università di Tufts, nei sobborghi di Boston, e Hal Brands, professore di relazioni internazionali alla John Hopkins University, un esempio da manuale del rovesciamento totale della realtà che alberga nelle menti distorte dei suprematisti liberaloidi; i due ricercatori denunciano come in alcuni ambienti accademici USA prevalga spesso una certa ingenuità: “Alcuni studiosi” sottolineano “sostengono che il pericolo sarebbe gestibile se solo Washington evitasse di provocare Pechino. Altri” continuano “ricordano come la Cina non abbia più avviato una guerra di invasione da quella con il Vietnam del ‘79, che durò appena tre settimane”. “Ma tutta questa fiducia” ci mettono in guardia “riteniamo che sia pericolosamente mal riposta”. I due ricercatori ci ricordano come storici e scienziati politici abbiano individuato, in particolare, 4 fattori che determinano la propensione alle avventure belliche di un paese e “se si considerano questi quattro fattori” allertano “diventa chiaro che molte delle condizioni che un tempo hanno favorito un’ascesa pacifica, oggi potrebbero invece incoraggiare una discesa violenta”. Ah beh, certo, la famosa discesa cinese, un tracollo proprio. Si parte benissimo, diciamo, e si procede meglio: gli autori, infatti, sottolineano come “il fatto che Pechino si sia astenuta da grandi guerre – mentre gli Stati Uniti ne hanno combattute diverse – ha permesso ai funzionari cinesi di affermare che il loro Paese sta seguendo un percorso unico e pacifico verso il potere globale”. Cioè, pensa te quanto so’ manipolatori questi cinesi: al solo scopo di farci credere che sono pacifici e che non vogliono la guerra, per farci abbassare la guardia e coglierci di sorpresa effettivamente non fanno guerre. Geniale! Tipo la storia di Kubrik che aveva il compito di simulare per la NASA l’allunaggio, ma era così meticoloso che, per simularlo, è andato a girarlo direttamente sulla Luna; ma tranquilli, perché il bello deve ancora arrivare e, da qui in poi, il fuffometro è tutto in crescendo.

Michael Beckley

Il primo dei famosi 4 fattori presi in considerazione, infatti, sono le contese territoriali coi vicini: in tutte le controversie, affermano i due ricercatori, “la Cina sta diventando sempre meno incline al compromesso e alla risoluzione pacifica di quanto non lo sia stata in passato, rendendo la politica estera un gioco a somma zero”. Eh già: i cinesi sono talmente aggressive che se dopo 50 anni che sostieni formalmente la politica di Una Sola Cina, per la prima volta nella storia approvi un pacchetto di aiuti militari diretti (come ha fatto in agosto Biden) contraddicendoti in maniera plateale, se la prendono pure, come se la prendono anche quando ti fai consegnare un’intera fetta di territorio filippino per metterci un’altra sfilata di missili puntati direttamente contro di loro. Eh, ma quanto so’ suscettibili però, eh? Si vede proprio che non fanno altro che cercare un pretesto per incazzarsi, un po’ come Putin che si lamenta dell’espansione della NATO contro le promesse che – come dicono i nostri amici analfoliberali‘ndo sta scritta sta promessa, eh? Metti il link!
Il secondo fattore preso in considerazione, comunque, è ancora meglio: “Le dittature personaliste” sostengono infatti gli autori “hanno più del doppio delle probabilità di scatenare guerre rispetto alle democrazie, e anche alle autocrazie, dove comunque il potere è detenuto in molte mani. I dittatori” infatti, continuano “iniziano più guerre, perché sono meno esposti ai costi del conflitto: negli ultimi 100 anni, i dittatori che hanno perso le guerre sono caduti dal potere solo il 30% delle volte”; precedenti particolarmente allarmanti, ovviamente, perché – manco a dirlo – “Xi ha trasformato la Cina in una dittatura personalista particolarmente incline a disastrosi errori di calcolo e guerre costose”. Insomma: la Cina, nonostante 1,5 miliardi di abitanti, la più grande potenza produttiva del pianeta e un partito con 100 milioni di iscritti sarebbe, in realtà, dominata da un uomo solo al comando che, senza nessun contro – potere e senza nessun bisogno di mediare con chicchessia, potrebbe tranquillamente svegliarsi la mattina e decidere di bombardare un paese a caso giusto per ammazzare un po’ la noia, e senza rischiare nulla manco in casa di sconfitta; d’altronde, mica so’ occidentali bianchi quelli. Je poi fa’ quello che te pare, mica se n’accorgono: ed è esattamente quello che fa Xi il sadico, dai “brutali lockdown anti – covid ai campi di concentramento in Xinjiang”. Dal vademecum delle puttanate sinofobe degli analfoliberali manca giusto la carne di cane. Tutte “forme di aggressione interna” sostengono gli autori, che “dovrebbero renderci molto nervosi per l’aggressione esterna che potrebbe verificarsi”. Ovviamente, e fortunatamente, questa storia dell’uomo solo al comando è una barzelletta in ogni stato moderno con una certa complessità; figurarsi in un vero e proprio continente come la Cina dove i centri di potere – sia pubblici che privati – sono infiniti, dove ci sono aziende di Stato che sono Stati dentro lo Stato con fatturati che si avvicinano al PIL di interi paesi e dove vige un federalismo molto spinto, con le singole regioni che gestiscono direttamente una fetta enorme delle loro entrate fiscali che autonomia differenziata scansate proprio. Ma questi sono tutti distinguo da professoroni che non possono intralciare i deliri del pragmatismo guerrafondaio di un vero cowboy che si rispetti. Purtroppo, comunque, la lista dei fattori che fanno suonare l’allarme rosso nei confronti della Cina non è ancora finita.
E il terzo fattore, tutto sommato, ha anche un che di ragionevole: “L’equilibrio militare in Asia” ricordano infatti gli autori “si sta modificando in modi che potrebbero rendere Pechino pericolosamente ottimista sull’esito della guerra”. Oh, lo vedi? Anche due propagandisti suprematisti, dai e dai qualcosa di sensato riescono a dirlo: avranno realizzato che mentre prendi gli schiaffi in Ucraina e mentre sei diventato incredibilmente vulnerabile anche in Medio Oriente – che fino a ieri trattavi come terra di scorribande senza rischiare nessuna ritorsione – che tu possa reggere un terzo fronte nel Pacifico non è molto credibile. Macché; con un virtuosismo da manuale, dopo poche righe ecco che ribaltano di nuovo completamente la frittata: “Un punto di vista” affermano così a caso, senza senso, a un certo punto – infatti “è che la guerra della Russia in Ucraina renda meno probabili altre guerre di aggressione”. Il fatto sarebbe, sostengono gli autori, che questa guerra dimostrerebbe “quanto le guerre di aggressione possono ritorcersi contro” e così “dall’indecente furto di terre da parte di Putin” continuano “la Cina sta imparando lezioni importanti”. Tipo? Secondo gli autori, Pechino starebbe imparando:
UNO: “quanto possa essere difficile la conquista contro un difensore impegnato”;
DUE: “quanto le forze armate autocratiche possano sottoperformare in combattimento”;
TRE: “quanto sia abile l’intelligence statunitense nell’individuare piani di predazione” e
QUATTRO: “quanto duramente il mondo democratico possa penalizzare i paesi che sfidano le norme dell’ordine liberale”.

Hal Brands

Cioè, dopo due anni pieni di schiaffi a due mani dati con nonchalance dalla Russia a tutta la NATO messa insieme nella guerra per procura in Ucraina, questi vogliono trarre insegnamenti su come affrontare la Cina partendo dal presupposto che l’Ucraina ha vinto la guerra: bene, ma non benissimo, diciamo. Ma soprattutto, qui oltre a un’overdose di pensiero magico, non si capisce proprio manco la logica: cioè, da un lato dici che la Cina potrebbe essere spinta a gettare il cuore oltre l’ostacolo dal fatto che i rapporti di forza sembrano avvantaggiarla un po’ e poi, nel periodo dopo, dici che dalla guerra in Ucraina dovrebbero aver imparato che quando un uomo con gli occhi a mandorla si trova di fronte a un marine, l’uomo con gli occhi a mandorla è un uomo morto. Prodigi dell’analfoliberalismo suprematista.
Ma la vera chicca arriva alla fine: “Le grandi potenze” scrivono infatti i nostri due autori “diventano bellicose quando temono il futuro declino”. Dai, dai che dicono una roba sensata! Quando “la concorrenza geopolitica si fa feroce e spietata” continuano “le nazioni difendono nervosamente la loro ricchezza relativa e il loro potere”; “pesantemente armata, ma sempre più ansiosa” insistono “una grande potenza sull’orlo del declino sarà ansiosa, persino disperata, e tenderà a respingere le tendenze sfavorevoli con ogni mezzo necessario”. Oh, ecco: finalmente parlano della sindrome da declino degli USA. Bravi! Ah, no? Cioè, quando dicono potenza in declino pesantemente armata in preda al panico non si riferiscono a Washington? Eh, voi pensavate ci fosse una soglia minima di dignità anche per gli accademici suprematisti, eh? Macché; qui siamo di fronte a un vero e proprio capolavoro: secondo gli autori, gli esempi di queste forze in declino in preda alla disperazione sarebbero, infatti, nientepopodimeno che “la Germania nazista, l’impero giapponese e la Russia di Putin”. Ora, si può buttare a ridere – che ridere non fa mai male, ma (Imprecazioni, ndr), questi insegnano in università con rette da 100 mila euro l’anno e non pubblicano sul Foglio o fanno le dirette sul canale di Ivan Grieco, ma pubblicano articoli sulla più autorevole rivista di politica internazionale del pianeta e affermano serenamente che quando la Germania nazista è entrata in guerra era una potenza in declino, e pure il Giappone: cioè, due paesi all’apice della loro potenza politica, economica e militare dichiarano guerra al resto del mondo per conquistarlo e assoggettarlo, e secondo loro sono potenze in declino. Cioè, ci si può anche ridere, ma quando l’intera élite intellettuale di un paese che, da solo, spende in armi più di tutti gli altri messi insieme non capisce un cazzo a questi livelli, non so quanto ci sia da ridere ecco, soprattutto quando dalla storia passano all’attualità: “Man mano che le prospettive militari a breve termine della Cina migliorano” scrivono infatti i ricercatori “le sue prospettive economiche a lungo termine si stanno oscurando” e questa, sottolineano “è una combinazione che in passato, spesso, ha reso le potenze revisioniste più violente”.
Un’analisi completamente scollegata dalla realtà ed estremamente pericolosa perché da questo punto di vista – dal momento che, senza nessuna motivazione plausibile, pensi che la Cina sia in declino – non solo crei allarmismo ingiustificato perché, appunto, sostieni che le rimane solo da lanciare una guerra disperata, ma ti fai anche un viaggio totalmente strampalato su cosa dovresti fare per ridurre i rischi, un trip delirante che, infatti, arriva subito: “I requisiti per frustrare l’ottimismo della Cina sull’esito di un’eventuale guerra” sostengono i due autori “sono abbastanza semplici”; si comincia con “una Taiwan irta di missili antinave, mine marine, difese aeree mobili e altre capacità economiche ma letali”, si prosegue poi con un bel “esercito americano in grado di utilizzare droni, sottomarini, aerei furtivi e quantità prodigiose di capacità di attacco a lungo raggio per portare una potenza di fuoco decisiva nel Pacifico occidentale”, si passa poi a “accordi con alleati e partner che danno alle forze statunitensi l’accesso a più basi nella regione e minacciano di coinvolgere altri paesi nella lotta contro Pechino” e si finisce con “una coalizione globale di paesi che può colpire l’economia cinese con sanzioni e soffocare il suo commercio transoceanico”. “Washington e i suoi amici” ammettono gli autori “stanno già portando avanti ognuna di queste iniziative. Ma” lamentano “non si stanno muovendo con la velocità, le risorse o l’urgenza necessarie per superare la minaccia militare cinese in rapida maturazione”. Insomma: partendo da un’analisi storica completamente strampalata e da un’analisi economica che non sta né in cielo né in terra, i nostri autori arrivano alle considerazioni di un Edward Luttwack qualsiasi: sono selvaggi, bombardiamoli; almeno Luttwack, però, per dire ‘ste cose mica studia. Passa da un buffet all’altro: se devi dire solo puttanate, almeno goditela, diciamo; imparate da Zio Silvio così almeno, quando – a questo giro – i vostri deliri si paleseranno per le gigantesche cazzate che sono, potrete dire che almeno ve la siete spassata.

Edward Luttwak (quasi)

Sfortunatamente per i nostri due autori, l’idea strampalata del declino economico cinese non poteva arrivare in un momento meno adatto; due giorni fa, infatti, il Fondo Monetario Internazionale – che non è esattamente un braccio della propaganda di Pechino – ha ribadito, numeri alla mano, l’ovvio che ormai sfugge solo a Rampini e a Scacciavillani: “Anche quest’anno” ha affermato Steven Barnett al China Daily “la Cina offrirà il contributo di gran lunga maggiore alla crescita globale con oltre un quarto della crescita stessa” e fino a qui, diciamo – a parte chi legge Rampini – lo sapevamo. La cosa importante, invece, è che sempre il Fondo Monetario sottolinei quanto questo risultato sia straordinario e dimostri tutta la resilienza dell’economia cinese, dal momento che avviene non solo mentre la crescita globale va a rilento – e quindi la situazione economica generale non è delle migliori – ma, in particolare, mentre due degli elementi fondamentali dell’economia cinese sono in profonda crisi: il mercato immobiliare e l’export. Non è un risultato da poco: la Cina, in 30 anni, si è trasformata da un paese agricolo fatto di contadini che vivono in campagna, in una potenza industriale fatta di operai che vivono nelle città: questo, che è in assoluto e di gran lunga il più grande processo di urbanizzazione della storia dell’umanità – e che ho descritto in dettaglio nel mio CEMENTO ROSSO, il secolo cinese, mattone dopo mattone (che, per inciso, è il primo e unico mio libro, visto il clamoroso fallimento editoriale) – ha rappresentato, ovviamente, una componente gigantesca del miracolo economico cinese; ora quella spinta propulsiva è arrivata al capolinea, e alla crescita cinese manca un tassello enorme. Molte altre economie sono andate gambe all’aria per molto, ma molto meno: la Cina, invece, è continuata a crescere anche quest’anno del 5,2% e, secondo l’IMF, anche il prossimo anno – di poco meno, e senza mettere in campo chissà che incentivi, eh? Al contrario del 2008 – e al contrario degli USA, infatti – la Cina, a questo giro, ha deciso di non schiacciare troppo sull’acceleratore degli interventi anticiclici finanziati a debito, ma quello che ha ancora più del miracoloso è che tutto questo avveniva mentre anche la seconda componente storica del miracolo cinese subiva una contrazione piuttosto significativa: parliamo delle esportazioni, che hanno subito una battuta d’arresto non solo e non tanto per la guerra commerciale combattuta a suon di retorica su decoupling e reshoring – che è più fuffa propagandistica che altro – ma soprattutto perché, appunto, i mercati più ricchi dove i cinesi vendevano un sacco di roba (a partire dall’eurozona) sono tutti più o meno in recessione a parte gli USA, dove però la crescita è tutta a debito ed è dovuta agli investimenti privati sostenuti dai soldi pubblici. Insomma: per essere in declino non male, diciamo; per 30 anni fondi il tuo miracolo su due gambe, fai un incidente, te le tronchi tutte e due eppure cominci ad andare in meta. Non so quante volte sia successo in passato, sinceramente; come sia possibile, l’ha spiegato in modo piuttosto convincente in un recente articolo Richard Baldwin, professore di Economia Internazionale alla Business School di Losanna – come l’IMF, non esattamente una bimba di Xi, diciamo – ma a differenza di Rampini e dei due prof di Foreign Policy, evidentemente, manco uno che vive in un mondo parallelo tutto suo. “Non sono un esperto di Cina” esordisce Baldwin “ma durante il lavoro in corso sulle interruzioni della catena di approvvigionamento globale, non ho potuto fare a meno di riflettere su un fatto evidente che però non credo sia così ampiamente noto come dovrebbe essere: la Cina oggi è l’unica superpotenza manifatturiera mondiale”. Baldwin sottolinea, infatti, come la Cina rappresenti oggi una quota di produzione manifatturiera superiore alla somma dei successivi 10 paesi, dagli Stati Uniti al Giappone, per arrivare al Regno Unito, una cosa mai vista e che, sottolinea Baldwin, è avvenuta con una rapidità senza precedenti: “L’ultima volta che il re della collina manifatturiera è stato spodestato dal trono” scrive Baldwin “è stato quando gli Stati Uniti hanno superato il Regno Unito poco prima della Prima Guerra Mondiale. Un passaggio di consegne che è durato poco meno di un secolo. Il passaggio tra Cina e Stati Uniti invece ha richiesto meno di 20 anni. L’industrializzazione della Cina, in breve” conclude Baldwin “non può essere paragonata a nessun altro evento del passato”.

Richard Baldwin

Contro questa ascesa impetuosa e inarrestabile, agli USA non rimane che buttarla tutta in un altro settore dove invece la superpotenza, almeno sulla carta, continuano a essere indiscutibilmente loro; esattamente come la Cina nella produzione di cose che rendono la nostra vita migliore, gli USA – infatti – primeggiano in cose che la nostra vita la annientano del tutto: la spesa militare di Washington è superiore alla somma delle spese militari dei 10 paesi successivi. La strada, quindi, sembra segnata: la Cina produce e ha bisogno di pace e di sicurezza nelle rotte commerciali per vendere, gli USA son buoni solo a spendere quattrini in armi di ogni genere e per arrestare il loro inarrestabile declino non hanno opzione migliore che scatenare la guerra. In realtà, però, Baldwin sottolinea due aspetti che complicano ulteriormente il quadro: il primo si chiama GGR, Gross Globalisation Ratio, che sta per rapporto lordo di globalizzazione ed è un indice che rappresenta la quota di produzione manifatturiera venduta all’estero; a differenza del PIL manifatturiero, che indica soltanto le vendite di beni finiti, include tutte le vendite di tutti i produttori presenti in Cina. “Durante la sua ascesa allo status di superpotenza manifatturiera” scrive Baldwin “il GGR della Cina è aumentato vertiginosamente, quasi raddoppiando”: tradotto, la Cina è diventata enormemente più dipendente dalle esportazioni ma, a differenza di quanto generalmente si pensi, questa impennata in realtà è sostanzialmente tutta concentrata tra il 1999 e il 2004; “quel periodo” sottolinea Baldwin, effettivamente “ha rappresentato lo straordinario effetto della globalizzazione, ed è probabilmente il motivo per cui così tanti pensano alla Cina come a un’economia incredibilmente dipendente dalle esportazioni”. “Ma la storia” continua Baldwin “non è finita nel 2004. Da allora infatti il GGR cinese è in costante calo. E nel 2020 è ritornato ai livelli del 1995”. Cosa significa? Molto semplicemente che “la produzione cinese non è più dipendente dalle esportazioni come molti potrebbero credere” e questo, continua Baldwin “sfata il mito secondo cui il successo della Cina può essere interamente attribuito alle esportazioni. A partire dal 2004 circa, piuttosto, la Cina è diventata sempre più il miglior cliente di se stessa”; tradotto: continuare a sperare che la Cina continui ad accettare ogni sorta di ritorsione commerciale da parte di chi non è in grado di competere sul piano produttivo perché è troppo dipendente dai nostri mercati e senza la domanda delle nostre economia decotte crollerebbe da un momento all’altro, potrebbe rivelarsi – e in parte si è già rivelato – puro wishful thinking. E non è tutto perché nel frattempo, invece, la dipendenza degli USA dai prodotti cinesi – compresi i semilavorati e tutta la componentistica – non ha fatto che aumentare a dismisura, mentre quella cinese nei confronti dei prodotti USA è leggermente, ma costantemente, diminuita. Insomma: “Nel suo documento di ricerca” scrive il sempre ottimo Ben Norton “Baldwin dimostra che gli USA sono molto più dipendenti dall’acquisto di manufatti cinesi di quanto la Cina dipenda dal mercato statunitense per vendere i propri prodotti”; “I politici che indulgono in chiacchiere sul disaccoppiamento dalla Cina” conclude Baldwin “avrebbero probabilmente bisogno di valutare con un po’ più di lucidità questi fatti oggettivi: il disaccoppiamento sarebbe difficile, lento, costoso e distruttivo, soprattutto per i produttori del G7”.
Insomma: per mesi si è parlato di quanto la Cina fosse ormai in una profonda crisi economica e di come, sostanzialmente, la tenevamo per le palle perché più era in crisi e più aveva bisogno dei nostri ricchi mercati per le sue merci; oggi scopriamo che non c’è nessuna crisi e che abbiamo più bisogno noi della Cina che lei di noi e che, anche a questo giro, andando dietro alla retorica bellicista USA non facciamo altro che darci l’ennesima martellata sui coglioni. Forse, e dico forse, avremmo bisogno di un media che non ci racconta fregnacce per convincerci a darci altre martellate sui coglioni; forse, e dico forse, avremmo bisogno di un vero e proprio media che dia voce al 99%. Aiutaci a costruirlo: aderisci alla campagna di sottoscrizione di Ottolina Tv su GoFundMe e su PayPal.

E chi non aderisce è Federico Rampini

L’economia cinese torna sul tavolo operatorio

“L’economia cinese è attualmente sul tavolo operatorio, con la cavità toracica spalancata, collegata a una macchina cardiopolmonare, circondata da infermieri che fissano i monitor”. Questo l’incipit di un articolo di Han Feizi, osservatore di Asia Times, che ci racconta il suo punto di vista sull’economia cinese e suoi suoi obiettivi “irrealisticamente ambiziosi”. Un po’ di ottimismo, misto al gusto per lo splatter socio-economico!