La seconda guerra civile americana è già cominciata, ed è anche in Italia.
Hollywood l’aveva previsto nel 1997, quando Joe Dante, il regista di Gremlins, aveva già raccontato tutto: Stati Uniti spaccati in due, media che alimentano l’odio, élite che usano i migranti come carne da propaganda. Destra e sinistra? Le stesse mani che manovrano lo stesso capitale, mentre alimentano un finto dibattito contrapponendo accoglienza con sicurezza, integrazione con respingimenti. Ma mentre fingono di litigare, sono d’accordo nel togliere diritti sociali, sia a te e sia ai migranti. C’è chi li sfrutta come strumento di ricatto salariale in nome della presunta, falsa, superiorità morale borghese della sinistra neoliberista, e c’è chi li sfrutta per darli in pasto al suo elettorato destrorso in parte altrettanto borghese, ignorante e razzista.
“La seconda guerra civile americana” è il film di Joe Dante che racconta tutto questo e che Hollywood ha cercato di cancellare. Un film che è tante cose insieme: una satira feroce dell’immigrazionismo, la strumentalizzazione degli immigrati da parte delle élite economiche, dei media e della politica. Un film di cui abbiamo disperatamente bisogno ancora oggi, mentre sul profilo X dell’Istituto Liberale Piddino si legge questo: “I migranti di ieri erano diversi da quelli di oggi. Ieri i migranti andavano dove potevano crearsi un futuro e c’erano opportunità. Oggi i migranti vanno dove c’è welfare. Per avere i migranti di ieri e ‘far tornare a casa loro’ i migranti di oggi bisogna tagliare il welfare.” Ecco, accoglienza come sinonimo di eliminazione delle protezioni sociali conquistate in decenni di lotta. Che è esattamente ciò che stanno facendo destra e sinistra, mentre ne accolgono a centinaia di migliaia per sfruttarli nei campi a 3€ l’ora. Mentre l’idea che possa esistere uno Stato sociale capace di far star bene tutti, locali e migranti, neppure li sfiora.
Sarà per l’argomento scivoloso, l’immigrazionismo, che per la prima volta in un suo prodotto televisivo Joe Dante ha dovuto subire il controllo di un dirigente della casa di produzione su ciò che doveva montare nel film? È lui stesso a dire che se quel controllo non ci fosse stato il film sarebbe riuscito meglio. Eppure siamo comunque di fronte a un capolavoro di politicamente scorretto e satira antistatunitense come poche ne sono state fatte a Hollywood. Cosa sarebbe stato il film senza quelle pressioni?
Joe Dante si considera un regista sovversivo. E ha ragione. Come tutti i veri sovversivi infatti, le persone che lo circondano cercano sempre di “salvarlo da se stesso”, cosa che ha dichiarato, anche in questo caso, lui stesso. (avete avuto anche voi questa esperienza, vero, durante i pranzi nelle famiglie piddine coi parenti “dabbene” che dall’altro della loro ostentata, presunta superiorità – il termine tecnico è “iattanza” – vi spiegano come dovreste comportarvi e soprattutto cosa dovreste pensare?). Nel caso di Dante, a circondarlo per salvarlo da se stesso sono anche e soprattutto gli executives reazionari delle major hollywoodiane. Che in realtà vogliono solo salvare il proprio posto di lavoro.
Ma a circondare certi film di Joe Dante è anche la critica mainstream, che però usa un altro strumento oltre alla iattanza: l’indifferenza. Come ha fatto per esempio col nostro ultimo film, C’era una volta in Italia, sulla privatizzazione della sanità pubblica da parte delle elite economiche, della politica e dei media (che infatti, guarda caso, come abbiamo detto, sono LA STESSA COSA). (Lo trovate su Prime Video, Apple TV, Cecchi Gori TV e youtube). De La seconda guerra civile americana infatti si parla molto raramente nelle interviste e negli articoli dedicati a Dante. Non se ne parla neppure nel libro italiano “Joe Dante: Master of Horror”. Anzi, se conoscete qualche buona analisi critica su questo film vi prego di inviarmela.
Ecco la trama del film: negli Stati Uniti del futuro, l’immigrazione è aumentata rapidamente, dando vita a una società multiculturale frammentata. Il sindaco di Los Angeles parla solo spagnolo, il Rhode Island è popolato principalmente da cinesi americani e l’Alabama ha un deputato sikh. La politica è stata apertamente ridotta a una questione di assecondare i diversi gruppi etnici per ottenere i loro voti, e la polarizzazione alimentata dai media ha portato a un’ansia diffusa, con gli ascolti dei notiziari ai massimi storici. Su questo scenario si innesta la storia della preparazione di una guerra civile alimentata da motivi etnici. La scintilla che la fa esplodere è l’utilizzo dell’arma atomica da parte dell’India contro il Pakistan e la decisione di un’organizzazione internazionale di portare orfani rifugiati in Idaho. Ma poiché l’Idaho ha già accolto oltre un milione di rifugiati, il governatore Jim Farley (Beau Bridges) ordina alla Guardia Nazionale dell’Idaho di chiudere i confini per motivi di sicurezza pubblica. Da qui, il delirio.
Dante non si fa problemi nel mettere a nudo, in modo esilarante e liberissimo, le contraddizioni feroci degli USA, e infatti ha dichiarato che se per Amazing Stories e Ai confini della realtà fu lasciato completamente in pace, “quando ho fatto La seconda guerra civile americana, ci sono state moltissime interferenze in post-produzione. Venivano da un solo dirigente, ma sono state sufficienti a rovinare il film”. Un film che ironizza sull’esercito, sulle ONG, demolisce i massmedia e l’autorevolezza dei politici, soprattutto del presidente degli Stati Uniti, e non fa sconti a nessuno. Il finale con la bandiera USA che racconta che la guerra civile sta finendo – che richiama quelli seriosi e retorici dei film di Spielberg (che pure lo ha sostenuto diverse volte, e che diverse volte ha litigato con Dante per divergenze di opinioni) – viene surclassato dalla notizia che il programma televisivo “Figlio, figlio mio” ha avuto il record di ascolti più alto della storia della TV. Sullo speciale dedicato a Joe Dante di pointblank.it, Giorgio Sedona scrive: “Fin dalla scena iniziale capiamo che l’universo di News Net è il palcoscenico principale dal quale dirigere l’orchestra degli eventi. Non sono le stanze private della Casa Bianca, piene di lobbistici pupari e presidenti pupazzi a prendere decisioni. La realtà e le scelte politiche di una nazione vengono filtrate, accumulate, guardate e scelte da un regista televisivo, una divinità che associa e monta, determinando i ritmi e le trame dell’intero Paese. L’occhio supremo di una plutocrazia mediatica basata sulla regola sempre buona delle Tre P.: Poppe Poppanti Pianto” scrive sempre Sedona. “Abili manipolatori dello share (…) riusciranno a far atterrare l’aereo di piccoli profughi in uno spazio da prime time.”
Non a caso Dante ha lavorato con due dei più notevoli, strenui e onesti filmmaker indipendenti di Hollywood: Roger Corman (cui abbiamo dedicato una puntata) e che appare in un cameo nel film, e John Sayles, cantore degli emarginati, protagonisti dei suoi film di genere, come per esempio Fratello da un altro pianeta. Per questo, se chiedeste a Dante se preferisce lavorare con un budget grosso o piccolo, OVVIAMENTE (e sinceramente non capisco che razza di domanda sia) risponde “preferisco fare film con meno soldi a disposizione. Non hai nessuno che ti controlla, che ti dice cosa fare, cosa è meglio e cosa è peggio”. Mentre se gli chiedeste se essere sovversivo è uno sforzo consapevole, risponderebbe: “Certo. È uno sforzo costante per rimanere fedele a me stesso”.
Torniamo alla corrosiva satira sull’immigrazionismo presente nel film. Non è roba di destra, rega, visto che sento già molte mascelle scricchiolare e produrre questo fastidioso rumore: “Fassistah, fassistah!” Negli anni d’oro del comunismo italiano, quando i compagni erano compagni e non avevano ancora trovato lavoro, cioè non rispondevano ancora a chi gli arricchiva il conto corrente, era opinione ferrea e condivisa che i lavoratori, come scrive Alberto Scotti in un post su facebook, “dovessero conquistare il diritto a trovare occupazione dignitosa nella propria terra anziché essere costretti a emigrare”. Era un punto fermo politico-culturale, che si riverberava anche in molte canzoni e nel cinema. Scotti ci ricorda due esempi: Trevico-Torino – Viaggio nel Fiat-Nam, di Ettore Scola del 1973. Lo trovate su Youtube. Un emigrato dell’avellinese arrivato a Torino per lavorare alla FIAT conosce la vera condizione in cui finiscono tutti quelli come lui: lo fruttamento. “Nella Torino ultramoderna dei primi anni Settanta”, scrive il sito Quinlan, “mentre si costruisce una monorotaia che da sola costa un miliardo (e mentre un operaio trova in busta paga al massimo un milione all’anno), la gente passa la notte nella stazione, chiama “stanza” capannoni per il carbone, va a mangiare nelle mense delle parrocchie. Una vita passata a lavorare, per un progresso della nazione dal quale gli operai non trarranno mai godimento. Le classi subalterne vengono solleticate, ma a loro non arrivano altro che le briciole”. Nel monologo finale Fortunato, il protagonista, denuncia esattamente ciò che oggi non si vuole denunciare, cioè la feroce necessità del diritto a NON emigrare. Così come fa anche Scola in Rocco e i suoi fratelli, di Luchino Visconti, con “l’emigrazione vista come drammatico sradicamento, tragedia umana e impoverimento culturale”, continua Scotti, l’opposto di ciò che i nostri registi denunciano oggi, quando mostrano l’entusiasmo di un migrante alla vista dell’Italia. E i nostri attori.
Rocco e i suoi fratelli racconta la storia dell’emigrazione di una famiglia lucana (la famiglia Parondi) dal Sud Italia a Milano e documenta le speranze di una vita migliore e la successiva disintegrazione dell’unione familiare sotto le pressioni sociali ed economiche della metropoli, diventando un potente affresco del fenomeno migratorio degli anni ’50 e ’60. Attraverso il dramma della famiglia Parondi, Visconti descrive lo sradicamento culturale e il conseguente trauma che milioni di meridionali vissero in quegli anni. Arrivati a Milano infatti, i fratelli e la madre vengono inizialmente alloggiati in case popolari e vengono spesso stigmatizzati con epiteti dispregiativi, come “terroni”. E su questo ha detto molto anche il film francese La crisi, del 1992, ma dal punto di vista opposto, quello degli altri subalterni, quelli del Paese di arrivo, quelli che dovrebbero accoglierli nei loro ghetti di periferia già affollati. Perché ad accoglierli non sono MAI gli stessi che si strappano le vesti quando muoiono in mare. La crisi condivide col cinema di Joe Dante, e con diversi altri registi, la consapevolezza che, come affermava Nawal al-Sa’dawi, scrittrice, psichiatra, saggista, nonché militante femminista egiziana. Cioè: vuoi trattare bene qualcuno? Vuoi rispettarlo? Bene, sparagli in faccia esattamente ciò che pensi, argomentando nel modo più intelligente possibile (altrimenti sei Calenda), anche se ciò lo offende. È l’unico modo per non offenderlo. Il buonismo, la parlata forbita, l’autocontrollo, le buone maniere… sono spesso MERDA per nascondere il vuoto che c’è dietro, quando si tratta di argomenti del genere. “Siamo tutti nati creativi e siamo tutti nati dissidenti” dice ancora Nawal al-Sadawi. “Sono le buone maniere a trasformare molti in imbecilli”. Joe Dante, Luigi Magni, Luciano Salce, diversamente dalla maggior parte dei registi, soprattutto italiani degli ultimi 33 anni, non amano le buone maniere al cinema.
Sull’immigrazionismo è stato scritto molto, soprattutto sulle ragioni del razzismo: ne cita molti Lisa Stanton, in un post su facebook: WEB du Bois, Angela Davis, Claudia Jones, Ali Kadri, Immanuel Wallerstein, Samir Amin, Lelio Basso. Stanton fa una riflessione formidabile, che fa il paio con quella che dovremmo fare oggi di fronte al genocidio dei palestinesi: non si tratta di un’eccezione, un inciampo della democrazia, ma di uno degli strumenti cardine del capitalismo imperialista. Così come lo è l’austerità, come dimostra Clara Mattei nei suoi libri. “Imperialismo e razzismo sono centrali nell’economia globale capitalista: la barbarie è una caratteristica, non un difetto”, scrive Stanton. “L’obiettivo primario del capitale è mantenere il processo di accumulazione perpetua, per il quale sono necessarie enormi quantità di manodopera a basso costo e di natura a basso costo. Bisogna negare alle persone il controllo sulla propria terra e negare ai lavoratori l’accesso ai raccolti della loro produzione”. Per evitare forme eccessive di dissenso, tra cui la rivoluzione, “è necessario un qualche tipo di frontiera esterna, dove poter sfruttare impunemente il lavoro e la natura, dove poter esternalizzare i costi sociali ed ecologici e dove qualsiasi ribellione possa essere repressa con la forza bruta. Ecco che entra in gioco l’imperialismo: il capitalismo necessita di “un accordo imperiale” per mantenere l’accesso a manodopera e natura a basso costo e, di conseguenza, stabilizzare l’accumulazione”. L’imperialismo non è quindi un’attività secondaria o un’esagerazione di individui avidi, ma una caratteristica strutturale dell’economia capitalista. “A partire dal XVI secolo”, continua Stanton, “quello che oggi chiamiamo il Sud del mondo fu integrato forzatamente nell’economia globale incentrata sull’Europa, come fornitore di manodopera, risorse e beni a basso costo. Fu un processo estremamente violento, che comportò colonizzazione, espropriazione, riduzione in schiavitù di massa e genocidio”. E qui si arriva al punto: come giustificare questi orrori? La razza, spiega Stanton. “I discorsi sulla supremazia bianca e sulla gerarchia razziale, inventati dalle classi dominanti per disumanizzare la maggioranza, isolarono dal regno dei diritti e fornirono l’impalcatura ideologica necessaria a giustificare livelli apocalittici di sfruttamento e spargimento di sangue”. Il razzismo, come l’imperialismo, non è un fenomeno collaterale del capitalismo, ma una sua entità strutturale. “Non è un problema che può essere affrontato con qualche riforma liberale, è sempre stato centrale nel capitalismo dell’800 che domina oggi.” Superare il capitalismo, ovvero passare a un’economia socialista democratica, è necessario per porre fine al razzismo strutturale e alla violenza imperialista. “La lotta contro il razzismo deve essere anticapitalista e la lotta contro il capitalismo deve essere antirazzista”. Meglio ancora: la lotta contro il capitalismo è antirazzista, la lotta contro il razzismo è anticapitalista.
Chi di voi è uscito dalla fase anale e ha sostituito il principio di piacere col principio di realtà, chi ha le palle di accettare la verità, guardi questo. Gli altri tornino a votare Elly Schlein: si tratta delle regolarizzazioni di immigrati degli ultimi 40 anni. “Regolarizzazioni di cui l’Italia si è servita in questi decenni per avere manodopera straniera al fine di alimentare settori spesso informali e usuranti, come quello domestico o quello delle costruzioni”, o quello della raccolta pomodori, spiega un articolo di Forum Disuguaglianze e diversità. “I migranti vivono una condizione di segregazione lavorativa e sociale che li ha confinati ad una condizione senza via d’uscita, in cui spesso anche i figli, seppur più vicini in media ai cittadini italiani in termini di standard di vita, soffrono di gap importanti e faticano ad emanciparsi dalla condizione di partenza”. Su quanto e come vengono sfruttati i Seydou una volta arrivati in Italia, leggete tutto quello che potete di Marco Omizzolo. Ovviamente i giornali, in mano ai padoni, non ne parlano più di tanto. Non possono parlare delle malefatte dei padroni i giornali dei padroni. Per esempio La Repubblica. Soprattutto, La Repubblica, in mano a quelli che un articolo definisce “negrieri”.
Come racconta il sito farodiroma.it infatti, “La prima settimana d’agosto 2025, la città serba di Kragujevac è diventa teatro di una nuova controversia industriale e sociale: la Stellantis ha deciso di importare circa 800 operai dal Nepal e dal Marocco per lavorare alla produzione della nuova Fiat Grande Panda”. Una scelta che deriva dall’incapacità di trovare manodopera serba disposta a lavorare per salari da fame offerti dall’azienda, inferiori alla media nazionale e giudicati insufficienti per una vita dignitosa, continua l’articolo. “Il salario proposto dalla Stellantis agli operai di Kragujevac si attesta intorno a circa 597-600 euro netti mensili. Solo lavorando straordinari e tutti i sabati si può superare la soglia di circa 800 euro, ben al di sotto dello stipendio medio serbo, che oscilla tra 750 e 900 euro netti senza straordinari.” “La nuova legge serba sull’immigrazione facilita la ‘importazione’ di lavoratori stranieri, digitalizza i permessi, e crea una vera e propria massa di migranti pronta a essere sfruttata nelle fabbriche automotive, nei cantieri per Expo 2027 e nei servizi pubblici. Questa strategia, sostenuta attivamente da governo che ha ceduto alle pressioni di varie multinazionali europee e americane con la speranza di attirare capitali esteri, sta trasformando l’intera Serbia in zona di manodopera a basso costo, a svantaggio del tessuto sociale e della dignità dei lavoratori”. Così commenta il sito. Qualcuno mi spieghi quali sono le differenze con l’Italia, questo governo e i precedenti. Grazie. Ovviamente prima o poi parleremo anche di Fiat-Stellantis, dei suoi padroni vecchi e nuovi, di quanti soldi è costata allo Stato, delle sue molteplici evasioni fiscali, di come altro sfrutta il lavoro dei poveracci. Nel frattempo, se state pensando di acquistare un Fiat Grande Panda, ricordate come viene prodotta. Grazie a questo.
Torniamo a Joe Dante, il quale, da buon yankee, non arriverà mai a comprendere o accettare discorsi così complessi, ma che almeno prova a smascherare in piena libertà pezzi di potere fin dove arriva la sua capacità di comprensione. Tra le poche VERE satire nel cinema hollywwodiano, in ottima compagnia per esempio con ll dottor Stranamore di Kubrick, c’è sempre un altro suo film: Matinée (del 1993). Che inizia esattamente come finisce il film di Kubrick. Dante fa un’operazione speculare a quella di Kubrick: cerca la catarsi dal terrore della bomba, la speranza, cerca nel cinema il doppio della realtà in cui rifugiarsi. Dante “rifiuta il cinismo e l’aridità di qualsiasi tendenza postmoderna che sarebbe venuta nei decenni successivi, a favore di un’illuminata, profondissima, beata ingenuità” (pointblank.it). Il film infatti racconta la storia di un regista indipendente, simile a William Castle – il regista di B movies che produsse anche Rosemary’s baby – che promuove la première del suo ultimo film, Mant, su un mostro metà uomo metà formica, durante la crisi missilistica cubana. Anche se lo scambiano piuttosto per un altro regista, Mant “fornisce un doppio dell’orrore radioattivo, sublima la realtà in una narrazione finzionale, presentifica le nostre paure irridendole, permettendo agli spettatori di gioire della propria salvezza. Lo spavento cinematografico assume una funzione positiva, vicariale” (pointblank.it). Che poi non è altro che l’obiettivo di qualunque narrazione cinematografica della Hollywood classica e contemporanea: disinnescare il desiderio di confliggere davvero, di confliggere nella realtà. Non a caso, come abbiamo detto nella prima puntata di Desaparecinema, su Guerre stellari, la struttura hollywoodiana della sceneggiatura in tre atti viene anche dalla cosiddetta “struttura conservatrice in tre atti” di Eugene Scribe, altrimenti detta “Pièce bien faite”, la commedia ben fatta, signora mia. Siamo cioè nel teatro ottocentesco francese successivo alle guerre napoleoniche, quando la borghesia agognava alla stabilità, alla mancanza di conflitto sociale. La commedia insomma dalle buone maniere che, come dice Nawal al-Sa’dawi, “trasforma molti in imbecilli”.
“Dopo il successo di Mant Lawrence Woosley abbandona la cittadina dove è ambientato Matinée, lasciando il cinema nelle mani di quei ragazzini che tanto amavano i suoi film”, scrive ancora Samuele Sestieri su pointblank: “Joe Dante era già consapevole che il mondo stava per cambiare, che l’industria del cinema l’avrebbe ben presto dimenticato: firma quello che sembra un film tanto luminoso quanto crepuscolare, quasi il canto del cigno ideale del suo cinema. D’altronde Matinée rimane un film troppo intelligente per essere ricordato”.
Joe Dante stesso rimarrà un regista troppo intelligente per essere ricordato, quando non ci sarà più. Come Magni e Salce, appunto. Per esempio, ancora: dopo Gremlins (costato come Guerre stellari, 11 milioni di dollari, ne ha incassati 200) Dante poteva fare qualsiasi cosa, e infatti fece Explorers e Salto nel buio, che io trovo esilarante. Ma non voleva fare il sequel, Gremlins 2. Finché si convinse, come scrive l’Independent in un articolo di 5 anni fa: “Ci sono sequel e poi ci sono film che sostengono che i sequel siano ridicoli e che siamo tutti degli idioti a giocare al gioco di Hollywood: Gremlins 2 è un sequel che sa di esistere solo per riempire le tasche dello studio. E vuole che tu sappia che lo sa”. Come tutti i film veramente grandi, può essere apprezzato a diversi livelli. Oltre a essere una presa in giro di se stesso e del meccanismo aberrante dei sequel, riesce anche a essere un meta-film che smaschera l’avidità di Hollywood e una satira del consumismo. Ma allora perché Dante alla fine l’ha fatto Gremlins 2, se non crede nei sequel? Perché essendo uno dei più astuti protetti di Spielberg, aveva sì capito che dal punto di vista cinematografico i sequel fossero una cosa da poco, spiega sempre l’Independent. (Spielberg si era infatti rifiutato di essere coinvolto in Lo Squalo 2 e, dopo qualche tentativo, aveva bocciato un sequel di E.T..)
Ma Dante era anche abbastanza intelligente da capire che non poteva permettersi di essere esigente come il suo mentore. Così, dopo anni di suppliche da parte della Warner Bros., cedette. Avrebbe realizzato Gremlins 2, a condizione di avere completa libertà artistica. E libertà fu. E come tutti i grandi indipendenti, come Magni e come Salce, Dante sparava ad alzo zero sia a destra che a sinistra (vabè, se semo capiti: sia contro i guerrafondai dem che contro i guerrafondai rep). Nel film Joe Dante gioca coi paragoni con Donald Trump. I gremlins infatti a un certo punto brulicano per tutta la Clamp Tower. Un modo per citare la Trump Tower come esempio di tutto ciò che è in vendita nel capitalismo. Ma la Clamp Tower non era un clone di Trump al 100%, è importante sottolinearlo, perché ospita anche un’ala della TV satellitare, un chiaro riferimento al fondatore della CNN, Ted Turner. PiddinoEEHHHHHMMM cioè Dem fino al midollo. Sostenitore di Hillary Clinton. Infine, se non l’avete visto, Amazon Women on the Moon, del 1986, con un cast incredibile. Anche questo cattivissimo, come Joe Dante, filmmaker e, DUNQUE, sovversivo.









