Ale
La Germania intende costruire “l’esercito convenzionale più forte d’Europa”, impegnandosi a dargli “tutte le risorse finanziarie di cui ha bisogno” secondo le dichiarazioni di Merz dello scorso maggio; ma come sta andando effettivamente il riarmo? Politico ha visionato dei nuovi documenti del governo federale in cui si entra più nel dettaglio dei progetti di ammodernamento delle Bundeswehr

I documenti mostrano che la Bundeswehr vuole lanciare circa 320 nuovi progetti di armi e attrezzature nel corso del ciclo di bilancio del prossimo anno: di questi, 178 hanno un appaltatore già individuato; per gli altri rimane “ancora aperto”, dimostrando che gran parte del piano richiederà molto tempo per essere implementato. Interessante notare come le aziende tedesche dominano le gare d’appalto, con circa 160 progetti per un valore di circa 182 miliardi di euro: Rheinmetall è, di gran lunga, il maggior appaltatore.
Come spiegavamo ieri, però, Il 13 ottobre il governo ha dovuto annullare all’ultimo minuto una conferenza stampa in cui prevedeva di annunciare un nuovo disegno di legge che espandeva la coscrizione militare: il motivo sono i disaccordi tra i due principali partiti della coalizione di governo, i socialdemocratici (Spd) e i cristiano-democratici (Cdu/Csu); insomma: l’ostacolo più complicato da superare rimane quello di convincere i giovani a voler fare la guerra, oltre che il costo esorbitante di produzione degli armamenti.
In Spagna, Sanchez è più che in bilico: i separatisti catalani hanno votato per interrompere i legami con i socialisti e aprendo una grave crisi di governo; il leader separatista del partito, Junts Carles Puigdemont, ha detto che Sanchez non è riuscito a portare a termine le promesse fatte nel 2023, quando ha convinto i sette legislatori di Junts nel parlamento spagnolo a sostenere la sua offerta di rimanere al potere.

A questo punto, Sanchez non ha più la maggioranza in parlamento e vedremo come e se riuscirà a uscire dalla crisi.
Il Marru
Come ricorda Morya Longo sul Sole 24 Ore, “Diciannove Borse in tutto il mondo ieri hanno raggiunto i nuovi massimi storici. Non solo Wall Street e NASDAQ. Non solo Tokyo e Seoul, ma anche i listini in Sud America (Brasile, Cile, Colombia e addirittura Venezuela), e in Africa (Tunisia e Egitto)”.

Ma non solo, perché nel frattempo l’oro, la star del 2025, “cadeva sotto i 4 mila dollari l’oncia per la prima volta da quando aveva superato quella soglia l’8 ottobre scorso”; una data non a caso: l’8 ottobre, infatti, “era proprio la vigilia dell’inizio dell’ultima grande guerra commerciale tra USA e Cina, il giorno in cui Pechino ha varato restrizioni alle esportazioni di terre rare, spingendo Trump il giorno dopo ad aggiungere dazi al 100% sulle esportazioni cinesi”. Ed ecco, così, che quando ieri è arrivata la notizia della possibile tregua tra Cina e USA, siamo tornati alla casella di partenza: torna la voglia di rischiare e si vendono asset considerati sicuri, come l’oro, per tornare a comprare asset più rischiosi, come le azioni.
Dove si è brindato decisamente meno è in Europa: Milano è l’unica ad aver segnato un dignitoso +1%, ma Parigi, Francoforte e anche Londra si sono fermati a qualche misero decimale; Bruxelles e i vari sotto-protettorati coloniali si sono affrettati a soddisfare i diktat di Washington e hanno innalzato un muro contro Pechino. Il risultato eclatante è stato che il ministro degli Esteri tedesco ha dovuto addirittura cancellare il suo viaggio a Pechino, perché “non è stato possibile concordare un numero sufficiente di incontri”; oggi sull’episodio torna anche il Global Times.

“Berlino cerca di minimizzare il rinvio della visita del ministro degli Esteri in Cina, indicando la necessità di cooperazione”, ma i cinesi chiedono “una politica coerente e unitaria nei confronti della Cina”.
Eppure non tutto è perduto nel Vecchio Continente, come ricorda Milano Finanza.

”Le banche europee hanno registrato una performance eccezionale, superando nettamente i Mag Seven e l’S&P 500”, conferma Samir Parekh, gestore di portafoglio azionario di Capital Group: ”L’indice Msci Europe Banks ha registrato un rendimento del 63,6% da gennaio ad agosto, avviandosi a chiudere il miglior anno solare dal 1997. In confronto, il gruppo dei Magnifici 7 ha registrato un rendimento del 9,9%”. Anche i due titoli italiani presenti nella top ten dell’indice, ovvero Unicredit e Intesa Sanpaolo, arrivano da mesi di corsa: ”Unicredit ha guadagnato il 63% da gennaio, Intesa Sanpaolo il 44%”
Fare soldi dai soldi, con la complicità delle istituzioni, è sempre più facile. Mentre nel frattempo…

NB: nel frattempo, Toyota registra vendite record. L’automotive è in una fase di riassestamento decisamente complicata, ma il problema di Stellantis non è il mercato dell’automotive, il green deal, l’ideologia del gender e l’invasione delle cavallette; molto più banalmente è che i governi italiani permettono alle aziende di fregare lavoratori e contribuenti, senza mai chiedere niente in cambio.
Un po’ di link random. Foreign Policy spiega per bene perché le alternative alla Cina per la supply chain delle terre rare sono costosissime. Guancha amplia l’arsenale delle armi economiche in mano alla Cina citando il discorso delle materie prime farmaceutiche. Anche il Financial Times si occupa dell’industria biotecnologica cinese.

“Le riforme, uno sviluppo più rapido e costi più bassi”, scrive FT, “hanno dato una spinta alla crescita” e hanno determinato “l’inarrestabile ascesa delle aziende biotecnologiche cinesi”; sempre su FT, Rana Foroohar torna su similitudini e differenze tra bolla AI e bolla delle dotcom. Last but not least, Bloomberg dà un quadro piuttosto idilliaco di cosa Trump è riuscito a portare a casa dalla gita al vertice ASEAN.
Forse vale la pena chiudere con un Meme, va’…

Ale
Dopo l’incontro in mattinata in Vaticano con Papa Leone e prima di quello a Palazzo Chigi (ce ne sarà uno anche con Matteo Salvini), il primo ministro ungherese ha affermato che “l’Unione europea non conta nulla“ e che “Donald Trump sbaglia su Putin: andrò da lui per fargli togliere le sanzioni alla Russia“ sul petrolio: un salto di qualità dopo l’annuncio, nei giorni scorsi, dell’intenzione di aggirarle. Prima di lasciare il suo hotel nella Capitale, Orban ha spiegato la sua visione dello stallo, che lui stesso conta di risolvere con un faccia a faccia tra Trump e Vladimir Putin a Budapest, ancora però solo ipotizzato: “Abbiamo appaltato ad americani e russi la possibilità di risolvere la guerra. Purtroppo, non abbiamo un ruolo. L’Europa è totalmente fuori dai giochi“.
Il Soddino
La Cina e l’ASEAN sempre più vicine. La firma del Free Trade Area 3.0 Upgrade Protocol tra Cina e ASEAN rappresenta una svolta nella strategia commerciale asiatica, segnando l’ingresso in una nuova fase di integrazione economica e di riequilibrio strategico nella regione: l’accordo, che modernizza il vecchio patto del 2010, amplia la cooperazione su tecnologia, catene del valore e sostenibilità, spingendo l’ASEAN verso un ruolo più autonomo rispetto alle pressioni statunitensi. È un segnale politico chiaro: Pechino consolida la propria influenza su economie chiave del Sud-Est asiatico, mentre Washington tenta di riconquistare terreno. Come evidenzia Bloomberg, Trump, tornato in scena con la sua nuova strategia tariffaria, cerca di attrarre gli stessi partner con offerte bilaterali, ma la mossa rischia di frammentare l’area e favorire un effetto boomerang geopolitico; la Thailandia, in particolare, sta provando a sfruttare l’accordo di pace interno come leva negoziale per ottenere riduzioni dei dazi americani. Nel complesso, l’asse Pechino-ASEAN si rafforza proprio mentre gli Stati Uniti tentano di riattivare logiche di contenimento: è il segno che la nuova globalizzazione asiatica procede con o senza Washington.
Giappone: la diplomazia del golf. Il Giappone si trova in una fase di delicato equilibrio tra le sue complesse, ma esistenti, relazioni con la Cina e la necessità di mantenere un canale privilegiato con gli Stati Uniti: la recente telefonata tra il ministro degli Esteri cinese Wang Yi e l’omologo giapponese Toshimitsu Motegi mostra la volontà di mantenere aperto il dialogo su questioni marittime e commerciali, ma anche il tentativo di evitare un’escalation simbolica che potrebbe danneggiare gli interessi economici reciproci. Sul piano interno, la politica giapponese vive momenti di tensione populista, come dimostrano le polemiche per il regalo frettoloso di Sanae Takaichi, un putter utilizzato dall’ex primo ministro Shinzo Abe che ha scatenato una tempesta di indignazione online; l’episodio riflette un clima politico fragile, in cui simboli e gesti contano più della sostanza. In parallelo, il premier giapponese cerca di ricostruire un rapporto personale con Trump attraverso la diplomazia del golf, richiamandosi esplicitamente all’eredità di Shinzo Abe; questa politica degli omaggi rappresenta una continuità nella strategia giapponese: mantenere una connessione diretta con la Casa Bianca, anche a costo di accentuare la dipendenza simbolica dagli Stati Uniti.
Crisi e stallo nei negoziati di pace: Afghanistan e Pakistan. I colloqui di pace tra Pakistan e Afghanistan a Istanbul si sono conclusi senza alcun risultato concreto (un altro approfondimento anche qui): l’impasse riflette un contesto regionale instabile in cui le pressioni interne ai due Paesi, economiche, religiose e militari, rendono quasi impossibile una mediazione duratura; la Turchia, che aveva assunto il ruolo di ospite e facilitatore, tenta di riaffermarsi come attore mediatore nel mondo islamico, ma senza strumenti di influenza reali. L’assenza di un compromesso conferma la frattura profonda tra Islamabad e Kabul, aggravata dal ritorno della logica dei blocchi e dalle interferenze di Washington e Pechino; mentre la Cina spinge per la stabilità dell’area per motivi di sicurezza della Belt and Road, gli Stati Uniti osservano lo stallo come un elemento di pressione utile nelle trattative più ampie sull’Asia Centrale. Il fallimento di Istanbul dimostra dunque che la diplomazia regionale non ha ancora trovato un equilibrio post-americano e che ogni negoziato resta ostaggio di interessi incrociati, in un contesto dove la pace è diventata un argomento di politica estera più che una reale prospettiva.
Tensioni transatlantiche: il Canada cornuto e mazziato. Il caso della pubblicità canadese contro i dazi statunitensi, che ha suscitato l’ira di Washington, rivela la situazionaccia in cui si trova Ottawa: da un lato, il Canada dipende in modo vitale dal mercato statunitense; dall’altro, la nuova ondata protezionista di Trump lo obbliga a difendere la propria autonomia economica. L’indignazione americana è sintomo di un rapporto bilaterale sempre più sbilanciato, in cui la libertà di parola economica diventa un terreno di scontro politico; il dilemma canadese non riguarda solo i dazi, ma l’intera architettura delle relazioni commerciali del Nord America. In questa fase, Ottawa tenta di riposizionarsi come interlocutore equilibrato tra Stati Uniti e Asia, ma rischia di restare intrappolato tra la fedeltà storica a Washington e la necessità strategica di aprirsi ai mercati cinesi e del Pacifico.















