Vista la complessità e l’importanza dell’argomento – il soft power statunitense come non l’ho ancora mai affrontato prima – questa volta la puntata sarà divisa in due parti. Perciò iniziamo senza indugi.
Secondo molti dizionari il termine complottista sta anche a significare, ovviamente, “organizzatore di complotti”. E cos’è un complotto? Secondo la Treccani è un’ “intesa segreta tra poche persone, volta a rovesciare un potere”. Bene: oggi parliamo del complotto dei complotti perché è formato non da poche persone, ma da decine di migliaia – alcune delle quali neppure si rendevano conto di esserne complici (forse). Perché è stato ed è tuttora volto a imporre il potere dei poteri, quello imperialista statunitense sull’Europa e sul mondo, ma soprattutto perché, come il migliore dei complotti possibili, soddisfa in pieno questa ovvia massima di Richard Crossman, un politico laburista del secolo scorso e quindi figura centrale di un ramo segreto del Ministero degli Esteri britannico dedicato alla disinformazione durante la Guerra Fredda: “Il modo migliore per fare buona propaganda è non far mai apparire che si sta facendo propaganda”.











Non conoscevo il libro ma devo riconoscere di avere un intuito soprannaturale: molti dei nomi di intellettuali italiani, qua citati, non mi hanno mai convinto e solo Silone l’ho sempre salvato anche dalle accuse degli stessi compagni. Credo non lo sapesse. Calvino troppo post moderno quasi a ridosso di “Sentieri ecc…”; troppo sinistra da terrazze e salotti. Carlo Levi sa scrivere ma tanta pietà e poi tolleranza per quegli esseri inferiori di Lucani. Del poeta cileno posso testimoniare che dai prof intellettuali degli anni sessanta veniva trattato alla stregua di Prevert. Solo un collega cileno di mio figlio me ne ha fatto scoprire la grandezza. Credo che non sapessero quel che dicevano ma l’innocenza non li ha preservati dalle colpe.