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Mario Draghi percula la propaganda mainstream e ammette che l’Europa è morta a causa degli USA

admin by admin
10/09/2024
in Economia, I Pipponi del Marrucci, In evidenza
0

Carissimi ottoliner, oggi purtroppo siamo in lutto: ieri, infatti, nelle redazioni de Il Foglio, de Linkiesta, del Post e di innumerevoli altre testate analfoliberali s’è registrata una vera e propria epidemia di inspiegabili svenimenti seguiti da stati psicotici e maniaco-depressivi; negli ultimi due anni, infatti, si erano tutti spesi con inenarrabile coraggio per contrastare la vulgata che vedeva l’Europa in uno stato di declino economico e sociale senza precedenti e che ne attribuiva le responsabilità alla concorrenza sleale degli amici statunitensi, divenuta particolarmente eclatante e feroce con l’inizio della guerra per procura in Ucraina. Propaganda putiniana di bassa lega: l’Occidente, cercavano di spiegarci, è più in salute che mai e nell’Occidente siamo tutti amici e ci sosteniamo a vicenda; e voi siete solo dei gufacci che si fanno infinocchiare dalla paccottiglia del Cremlino. Fino a che ieri, dopo un anno di duro lavoro e 3 mesi abbondanti di ritardo, non è apparsa la nuova sacra scrittura dell’analfoliberale che si rispetti: il rapporto sul futuro della competitività europea che SanMarioPio da Goldman Sachs ha scritto sotto diretta dettatura dell’onnipotente dio dell’uomo bianco civilizzato e che li deve aver lasciati un po’ costernati; dall’energia alle nuove tecnologie, dalla space economy all’industria pesante, passando per la farmaceutica, la difesa e la green economy, SanMarioPio sembra aver passato gli ultimi mesi a riguardarsi tutti i video di Ottolina per – infine – dover confessare ai suoi fan più accaniti che purtroppo non c’avevano capito una seganiente. Il quadro che emerge dalle quasi 400 pagine del rapporto è esattamente quello che proviamo a dipingere noi bimbe di Putin e dei regimi totalitari: un vero e proprio terremoto; settore dopo settore, SanMarioPio sciorina una quantità imponente di dati che dimostrano, senza possibilità di smentita, i risultati della guerra economica che gli USA hanno dichiarato al vecchio continente. Ovviamente, poi, sempre SanMarioPio è e quindi le ricette che propone o sono aberranti e inique o del tutto irrealistiche e campate in aria, ma sicuramente c’ha dato una straordinaria opportunità nelle prossime settimane di divertirci come mandrilli nel vedere i salti mortali che la sua fanbase analfoliberale sarà costretta a fare per tenere insieme il culto religioso della sua persona e il fatto che gli ha dato sostanzialmente a tutti dei poveri coglioni. Prima di addentrarci in dettaglio tra le 400 pagine di questo importantissimo documento, però, vi ricordo di mettere un like a questo video per permetterci anche oggi di combattere la nostra guerra quotidiana contro gli algoritmi e, se ancora non lo avete fatto (e lo so che molti di voi non l’hanno fatto, perché me l’ha detto Google in persona) di iscrivervi a tutti i nostri canali e di attivare tutte le notifiche: a voi richiede meno tempo di quanto serva a un giornalista del Foglio per rinnegare tutte le stronzate che ha scritto non appena SanMarioPio si pronuncia, ma per noi fa davvero la differenza e ci permette di far arrivare anche alle persone comuni – che non ambirebbero ad altro che farsi gli stracazzi loro, ma che non sopportano di essere presi così platealmente per il culo – un po’ di informazione che non sia proprio completamente campata in aria e frutto di inquietanti disturbi psichici.

SanMarioPio da Goldman Sachs

Il primo, drammatico, campo di battaglia della guerra economica che gli USA hanno dichiarato al vecchio continente è ovviamente quello dell’energia: “Storicamente, i prezzi dell’energia in Europa rispetto agli USA sono stati da due a tre volte maggiori” sottolinea il rapporto sul futuro della competitività dell’Europa curato da SanMarioPio da Goldman Sachs e reso pubblico ieri; “Attualmente lo sono da 3 a 5 volte” e “i prezzi al consumo dell’elettricità, in particolare per l’industria, da essere superiori dell’80% rispetto a quelli USA, ora sono 3 volte”. La bolletta annuale europea per l’importazione di fonti fossili è passata dai 341 miliardi del 2019 ai 416 del 2023, fondi che “sarebbero meglio utilizzati se investiti in infrastrutture, innovazione, educazione”; e invece sono andati nelle tasche degli amici a stelle e strisce e in quelle dei campioni di democrazia norvegesi, che quando vi chiedete a cosa debbano la loro svolta ultra-atlantista… Beh, ma alla buona educazione, ovviamente! Grazie alla guerra per procura scatenata dagli USA in Ucraina, i soldi che i paesi dell’Unione danno ai simpatici amici norvegesi sono triplicati, raggiungendo i 50 miliardi l’anno: tutti soldi che vanno a gonfiare il fondo sovrano norvegese, che li reinveste nei mercati speculativi USA, che – sempre grazie alla guerra per procura e alle sanzioni che si porta dietro – ha garantito rendimenti stratosferici.
Il motivo del nostro suicidio energetico ovviamente è ben noto: fino al 2021 importavamo il 45% del nostro fabbisogno di gas dalla Russia a buon mercato; poi Rimbambiden c’ha detto che eravamo in guerra e così abbiamo deciso di “perdere l’equivalente della crescita del PIL europeo di oltre un anno per destinare massicce risorse fiscale ai sussidi energetici e alla costruzione delle infrastrutture per importare il gas naturale liquefatto”. E che i prezzi siano mediamente triplicati, non è l’unico problema: ad aggravare la situazione c’è il fatto che “La volatilità e l’imprevedibilità dei prezzi in Europa è molto più alta che altrove” e questo ovviamente “crea incertezza, e disincentiva gli investimenti” e questo è dovuto al fatto che, fino al 2022, l’82% del gas che importavamo lo importavamo sulla base di contratti a lungo termine. Oggi quella quota è scesa sotto il 60%; il resto lo compriamo in quello che viene definito lo spot market, dove i prezzi vengono stabiliti più dagli speculatori finanziari che non dalle dinamiche della domanda e dell’offerta in se. Insomma: come ampiamente noto, abbiamo ucciso la nostra economia in ossequio agli interessi geopolitici degli USA, da un lato, e a quelli delle oligarchie che campano di rendita finanziaria dall’altro. Che, denuncia Draghi, nella speculazione energetica hanno raggiunto un livello di concentrazione senza precedenti: “Una manciata di corporation non finanziarie svolgono la maggior parte delle attività commerciali” sottolinea il rapporto; sostanzialmente, appena 5 corporation in tutto, e sono cresciute del 200% in due anni. E – ammette SanMarioPio – purtroppo, nonostante la retorica green, continueremo a dipendere dal gas a lungo. E anche per la quota di energia che riusciamo a generare da altre fonti, il problema rimane: a determinare il prezzo della nostra energia, infatti, “Il 63% delle volte è proprio l’andamento del prezzo del gas, nonostante pesi soltanto per il 20% del mix energetico”; e l’Italia, per inciso, è quella messa di gran lunga peggio, con il gas che pesa per oltre il 40% del mix energetico e che determina il prezzo dell’energia nel 90% dei casi. E la cosa divertente è che a dettare il prezzo dell’energia rimarrà il gas sul mercato spot manipolato da 5 big corporation, anche quando (e se) davvero riusciremo ad aumentare dal 46 al 67% il contributo al mix energetico delle rinnovabili. Magie del mercato (e del colonialismo): grazie al suicidio energetico, ricorda ancora il rapporto, le Energy-intensive industries, cioè le industrie ad alto utilizzo di energia – dall’acciaio alla chimica, passando per la carta – hanno visto la produzione crollare del 15% dal 2021. Ma oltre alle industrie del passato e del presente, a preoccupare sono anche quelle del futuro: il punto è che se oggi i data center sono responsabili per appena il 2,7% del consumo elettrico del continente, le proiezioni al 2030 parlano addirittura del 28%; ergo, la situazione energetica attuale ci taglia completamente fuori dall’economia del futuro e, a dire il vero, non solo la situazione energetica.
L’altro tasto dolente è il petrolio del futuro, le materie prime critiche e, cioè, tutti quei materiali indispensabili non solo sia per la transizione ecologica che per quella digitale, ma anche per la difesa e per le applicazioni spaziali: la dimensione del mercato di questi materiali, solo nell’ambito della green economy, è raddoppiata nell’arco degli ultimi 5 anni raggiungendo i 300 miliardi di valore nel 2022, con alcuni materiali in particolare che sono più che triplicati, come ad esempio il litio; e nei prossimi 5 anni, secondo l’agenzia internazionale per l’energia, assisteremo a un ulteriore aumento tra il 250 e il 300%. E gli investimenti oggi in campo, per quanto cospicui – sottolinea il rapporto – “sono ben lungi dall’assicurare una fornitura adeguata”; ergo, per accaparrarseli, ci sarà da fare a schiaffi e noi rischiamo sempre e solo di prenderli, anche perché sono concentrate nelle mani di pochissimi e nessuno è europeo. Il 47% della produzione di litio è in mano all’Australia, il 49% del nichel all’Indonesia, il 74% del cobalto alla Repubblica Democratica del Congo, oltre il 70% di tutte le terre rare alla Cina; e il quadro per noi è ancora più catastrofico se, invece che dell’estrazione, parliamo della raffinazione, dove a dominare incontrastata – con quote di mercato che raggiungono spesso il 90% e a volte, come nel caso della grafite, lo superano – è sempre la Cina: negli ultimi anni, sottolinea il rapporto, sono stati fatti sforzi enormi per cominciare a diversificare, “ma i progressi sono limitati”. Anzi: “Tra il 2019 e il 2022 la quota dei primi tre produttori è rimasta invariata o è aumentata ulteriormente, soprattutto per nichel e cobalto”. E ancora peggio è se invece che dell’estrazione, parliamo della raffinazione: nel caso i paesi produttori si organizzassero in una specie di OPEC dei materiali critici, sottolinea il rapporto, noi saremmo letteralmente fottuti. Nel frattempo, la retorica del decoupling dei nostri simpaticissimi alleati di Washington, seguita a ruota masochisticamente da Bruxelles, ha già scatenato come reazione una sacrosanta corsa al protezionismo, con “le restrizioni di mercato che sono aumentate di 5 volte a partire dal 2009” e l’Europa, che “detiene una quota di produzione della maggior parte delle materie critiche inferiore al 7%”, è quella destinata a pagare il prezzo più alto e non sembra essere in grado di fare assolutamente niente per invertire la rotta: a differenza della Cina, denuncia SanMarioPio, “l’estrazione e il commercio di materie prime nell’Ue sono in gran parte lasciati agli attori privati e al mercato” e, più in generale, “manca una strategia globale che copra tutte le fasi della catena di fornitura”, col paradosso che ora stiamo investendo per cominciare a produrre batterie “senza essersi assicurati la fornitura che ne dovrà arrivare dall’esterno, e principalmente dalla Cina”. Anzi: su richiesta USA (e contro il parere della nostra stessa industria) mettiamo dazi un po’ a cazzo per provocarli; sveglissimi proprio!
Tanto ci rifacciamo con un po’ di vecchia superiorità tecnologica: come sottolinea il rapporto, la “competitività dell’Europa dipenderà sempre di più dalla digitalizzazione di tutti i settori e dalla costruzione di una su a forza nelle tecnologie avanzate”; purtroppo, però, anche qui, a differenza dei blocchi statunitense e cinese “che hanno spostato il loro modello economico verso la centralità dell’information and communication technology già a partire dalla prima rivoluzione di internet dei primi anni 2000, l’Unione europea in termini di prodotti, servizi, infrastrutture e brevetti relativi al mondo digitale dipende per l’80% da paesi terzi”. Delle 50 principali aziende tecnologiche al mondo, solo 4 sono europee e tutte insieme valgono un quarto della sola Apple; e dal 2013 al 2023 la quota di mercato globale digitale occupata dall’Europa è passata dal 22 al 18%, mentre quella USA cresceva dal 30 al 38. Il mercato del cloud europeo valeva 87 miliardi nel 2022 ed è previsto raggiunga i 200 nel 2028, ma solo il 16% è controllato da operatori europei e il 65% è interamente in mano ad appena 3 colossi USA: Amazon, Microsoft e Google; un ritardo talmente ampio che, suggerisce il rapporto, non vale manco nemmeno più la pena di provare a colmare e che, ovviamente, si ripercuote anche sul nostro ruolo nel mondo dell’intelligenza artificiale, con l’88% dei modelli adottati dalle nostre aziende che vengono da Cina e soprattutto Stati Uniti. “Il rischio” sottolinea il rapporto ricorrendo a un eufemismo “è che l’Europa diventi totalmente dipendente dai modelli di IA progettati e sviluppati all’estero sia per l’IA di carattere generale che, progressivamente, per usi verticali dedicati a settori cruciali, compresi quello automobilistico, bancario, delle telecomunicazioni, della sanità, della mobilità e della vendita al dettaglio”; d’altronde, negli ultimi 20 anni la nostra quota di mercato dei semiconduttori si è più che dimezzata e, al momento, “L’Unione europea non dispone di fonderie che producono microchip al di sotto di 22 nm, e fa affidamento sull’Asia per il 75-90% della capacità di fabbricazione di wafer”: giusto per capirci, la Cina, nonostante le sanzioni, produce chip da 7 nm.
Bilancio impietoso, inevitabilmente, anche per l’automotive, per il quale SanMarioPio ricorda che se da un lato ci siamo posti l’obiettivo ambizioso di eliminare l’endotermico entro il 2035, dall’altro abbiamo fatto di tutto per fare in modo che diventasse sin da subito del tutto irrealistico: “L’Ue non ha dato seguito a queste ambizioni con una spinta sincronizzata per convertire la catena di approvvigionamento. Ad esempio, la Commissione ha lanciato la European Battery Alliance solo nel 2017 per costruire una catena del valore delle batterie in Europa, e nel suo insieme il continente è molto indietro nell’installazione delle infrastrutture di ricarica. La Cina, al contrario, si è concentrata sull’intera catena di fornitura dei veicoli elettrici dal 2012 e, di conseguenza, si è mossa più velocemente e su scala più ampia e ora è una generazione all’avanguardia nella tecnologia dei veicoli elettrici praticamente in tutti i settori, producendo allo stesso tempo a costi inferiori”; nello specifico, la produzione di batterie ha raggiunto i 65 GWh nel 2023 e cioè appena il 6,5% della produzione globale. Gli USA sono poco sopra, a 80 Gwh; la Cina è a 670 Gwh, metà produzione globale da sola. Vabbè, vorrà dire che ci rifaremo con la corsa allo spazio: il rapporto ricorda come l’Europa, negli ultimi decenni, per quanto riguarda il settore aerospaziale “ha sviluppato risorse e capacità strategiche di livello mondiale”: “Nella navigazione satellitare, Galileo fornisce le informazioni di posizionamento e temporizzazione più precise e sicure, anche per applicazioni militari”; “e nell’osservazione della Terra, Copernicus offre i dati più completi a livello mondiale, anche per il monitoraggio dell’ambiente e dei cambiamenti climatici, la gestione delle catastrofi e la sicurezza”. Tuttavia, però – deve ammettere un po’ sconfortato SanMarioPio – anche qui “l’Ue ha perso la sua posizione di leader nel mercato dei lanciatori commerciali e dei satelliti geostazionari. E per lanciare i satelliti del suo programma strategico Galileo ha dovuto fare affidamento temporaneamente sui razzi SpaceX”, ma soprattutto siamo “in ritardo rispetto agli Stati Uniti anche nella propulsione missilistica, nelle mega-costellazioni per le telecomunicazioni e nei ricevitori e applicazioni satellitari, che costituisce un mercato molto più ampio rispetto agli altri segmenti spaziali”; d’altronde, quando smetti di investire, succede: “Negli ultimi quarant’anni” sottolinea infatti il rapporto “gli investimenti hanno oscillato tra il 15% e il 20% dei livelli statunitensi. E nel 2023, la spesa pubblica in Europa per lo spazio è stata pari a 15 miliardi di dollari, rispetto ai 73 miliardi di dollari degli Stati Uniti”.
Fortunatamente, però, ci sono anche settori dove teniamo botta: la farmaceutica, ad esempio, dove l’Ue “è leader a livello mondiale nel commercio in termini di valore”, ma anche qui (duole dirlo), inspiegabilmente il vecchio continente “resta comunque indietro nei segmenti di mercato più dinamici: dei dieci farmaci biologici più venduti in Europa nel 2022, solo due sono stati commercializzati da aziende dell’Ue mentre sei sono stati commercializzati da aziende con sede negli Stati Uniti” e indovinate perché? “La spesa pubblica per la ricerca e l’innovazione in campo farmaceutico della Ue è la metà di quella degli Stati Uniti, mentre quella privata raggiunge gli 1,5 miliardi: un quarto delle dimensioni degli USA”. Figuriamoci allora come stiamo messi con l’industria bellica: qui un po’ di soldini in più, ultimamente, abbiamo cominciato a metterceli, che ce lo chiedeva Washington; peccato, però, che “il 78% sono andati a fornitori non europei, a partire dal 63% che è andato negli Stati Uniti”; sarebbe bello, allora, continuare a coltivare almeno il vecchio pregiudizio suprematista che vede nell’uomo bianco europeo il top dello sviluppo intellettuale umano. Purtroppo, però, anche qui i dati dicono una cosa diversa: “Il livello di istruzione nell’Ue – così come misurato dall’OCSE – è in caduta libera. Le posizioni di punta nei recenti rapporti PISA sono dominate dai paesi asiatici, mentre L’Europa ha vissuto un declino senza precedenti. Questa tendenza al ribasso riguarda sia i valori di rendimento medi che quelli massimi: nel 2022, solo l’8% degli studenti dell’Ue ha raggiunto un livello elevato di competenza in matematica e il 7% in letteratura e scienze”. E quelli che ancora, nonostante tutto, riusciamo a formare adeguatamente, appena possibile fuggono: “Il bacino di talenti dell’Ue” ricorda infatti il rapporto “è impoverito a causa della fuga di cervelli all’estero grazie a maggiori e migliori opportunità di lavoro altrove”.
Insomma: fino a qui il buon SanMarioPio sembra averci voluto contraccambiare tutto il profondo affetto che gli abbiamo dimostrato in questi anni, ricostruendo pezzetto per pezzetto i vari aspetti della guerra economica che gli USA hanno dichiarato all’Europa e che hanno ridotto il continente sul lastrico: chissà come la prenderanno gli amici del Foglio, che lo venerano come una divinità, ma che da due anni non fanno altro che scrivere un giorno sì e l’altro pure che chi mette in fila quei numeri è un gufaccio a libro paga di Putin e di Xi Jinping; diciamo che, rispetto alla propaganda di decerebrati che lo circonda, SanMarioPio ha almeno il merito di non inventarsi completamente i numeri o di nasconderli e quindi, di conseguenza, anche il merito di lanciare un allarme agli analfoliberali e a chi, a suon di scrivere minchiate, magari ha finito per crederci. La situazione è drammatica e le classi dirigente europee si devono dare una svegliata, pena la loro stessa estinzione; ma quando da questo campanello d’allarme si passa alle ricette, ecco che questa salutare parentesi di lucidità immediatamente scompare: SanMarioPio indica chiaramente come, per cominciare a ridurre questi gap che si sono andati approfondendo negli ultimi 20 anni, servirebbero come minimo circa 800 miliardi di investimenti l’anno, corrispondenti a circa il 4,5% abbondante del PIL dell’Ue nel 2023. “Per fare un confronto” sottolinea “gli investimenti nell’ambito del Piano Marshall tra il 1948 e il 1951 erano equivalenti all’1 – 2% del PIL dell’Ue. Realizzare questo aumento richiederebbe che la quota di investimenti dell’Ue passi dall’attuale 22% circa del PIL a circa il 27%, invertendo un declino pluridecennale nella maggior parte delle grandi economie dell’Ue. Tuttavia”, continua, “gli investimenti produttivi nell’Ue non sono all’altezza di questa sfida. A partire dalla grande crisi finanziaria, si è aperto un divario considerevole e persistente tra gli investimenti produttivi privati nell’Ue e negli Stati Uniti. Allo stesso tempo, il divario degli investimenti privati nelle due economie non è stato compensato da maggiori investimenti pubblici, anch’essi diminuiti dopo la crisi finanziaria globale e persistentemente inferiori nell’Ue rispetto agli Stati Uniti in termini di percentuale del PIL”. A parte che fa ridere perché sembra che lui, nel frattempo, non sia stato uno degli uomini politici più influenti del continente, ma c’avesse judo; il punto ora è: dove li troviamo? Perché grosse battaglie da parte di SanMarioPio e della Ursulona, che questo rapporto l’ha commissionato, contro la reintroduzione del Patto di stabilità io non ne ho viste, ma magari ero distratto.
E, infatti, il nodo sta tutto qui: mica vorrai questi soldi farli tirare fuori dalle casse e reinserire così dalla finestra quelle politiche keynesiane che in passato avevano spostato i rapporti di forza tra le classi a favore del mondo del lavoro, altrimenti che uomo di Goldman Sachs sarebbe? Mario Draghi è fedele ai suoi datori di lavoro e, quindi, ogni cosa che dice e che ha sempre fatto è esclusivamente in funzione di salvaguardare le oligarchie, contro gli interessi delle classi popolari. Il meccanismo individuato, allora, è esattamente quello che ha insegnato negli USA: mobilitare il risparmio privato, metterlo a disposizione delle grandi concentrazioni monopolistiche finanziarie e lasciare che a guidare la rinascita europea siano loro, con il pubblico che non deve fare altro che usare il monopolio della forza per rendergli il lavoro un po’ più facile, eliminare i rischi e garantire la rendita finanziaria. Ad esempio, eliminando quei pochi residui di democrazia che sono rimasti in Europa – che, ovviamente, sono al livello dei singoli paesi – mentre le istituzioni europee, che ha contribuito a disegnare, negano ogni forma di democrazia alla radice e, per questo, vanno rafforzate: “Come dimostrato in questo rapporto, oggi le politiche industriali di successo richiedono strategie che abbracciano investimenti, tassazione, istruzione, accesso ai finanziamenti, regolamentazione, commercio e politica estera, uniti dietro un obiettivo strategico concordato. I principali concorrenti dell’Europa, come singoli Paesi, possono applicare queste strategie. Le decisione dell’Ue invece si basano sul raggiungimento del consenso tra i singoli Stati, che è una logica valida, ma che risulta lenta e macchinosa rispetto agli sviluppi che avvengono all’esterno”. Insomma: c’è troppa democrazia e la democrazia è un lusso che, se vogliamo cominciare a invertire la tendenza, non ci possiamo più permettere; una volta che gli ostacoli democratici saranno rimossi – ad esempio ampliando a dismisura il voto a maggioranza semplice per sempre più decisioni – allora potremmo puntare a utilizzare il risparmio privato, a partire dalla principale forma di salario differito e, cioè, le pensioni: oggi, ricorda il rapporto, i soldi delle nostre pensioni che finiscono in fondi che vengono utilizzati nel mercato dei capitali in Europa ammontano ad appena il 32% del PIL; nel Regno Unito al 100%, negli USA al 142%.
Come abbiamo raccontato in questo video c’è chi, nel frattempo, si è portato avanti, come gli amici finto-sovranisti della Lega che hanno da poco presentato una legge che permetterebbe allo Stato di rubarci il 25% delle nostre pensioni e obbligarci a metterlo in dei fondi: è la stessa logica che caratterizzava il Piano Letta sul mercato unico dei capitali del giugno scorso che, però, almeno era un po’ più sovranista; perlomeno, infatti, denunciava che di quello che già dei nostri soldi va nei fondi pensioni, il grosso va in mano ai gestori di patrimoni a stelle e strisce e in Europa rimane pochino, e invitava a invertire la tendenza. Nel rapporto di Draghi, che è un vero e proprio agente coloniale, manco quello: per quello anche i passaggi che, tutto sommato, mi trovano d’accordo mi sembrano un po’ parole al vento, ad esempio quando Draghi dice che l’Unione europea dovrebbe sviluppare una genuina “politica economica straniera” per affrontare in modo olistico il problema dell’accesso alle materie prime critiche necessarie per la transizione ecologica e digitale. Partendo dal Critical Raw Materials Act – e, cioè, il regolamento che stabilisce la cornice per garantire all’Europa una catena di approvvigionamento sicura – Draghi rilancia l’idea di una piattaforma comune che “faccia leva sul potere di mercato dell’Europa aggregando la domanda per l’acquisto congiunto di materiali critici e coordinando la negoziazione degli acquisti congiunti con i paesi produttori” che, in soldoni, vuol dire andare in Africa e America Latina e proporre condizioni migliori di quelle proposte dagli USA per garantirsi le materie prime; un po’ come faceva Mattei per il petrolio, diciamo. Sono tanto malfidato se dico che Draghi – come un qualsiasi leader politico europeo – a entrare in conflitto con gli USA in giro per il mondo proprio non ce li vedo? Insomma: come anticipato, la ricetta di Draghi è per metà inquietante, che ricalca la finanziarizzazione USA sostenuta con la forza da un governo federale antidemocratico, e un po’ è fuffa che richiederebbe un sussulto di dignità (che mi pare del tutto irrealistico); quello che però è importante è che mette a tacere la parte più fantasiosa della propaganda analfoliberale e certifica che la situazione oggettivamente è grave, e che la guerra economica degli USA contro l’Europa non è un’invenzione dei complottisti a libro paga di Putin, ma una cosa plateale che solo l’ignoranza o la malafede più spregiudicata può negare, al punto che per uscirne servirebbe una cosa che è 3 volte più grande del piano che venne adottato per superare le conseguenze della seconda guerra mondiale.
Ecco: se a questo giro non possiamo mandare a casa Draghi (perché tanto sta lì come abusivo e nessun organo democratico ce l’ha invitato), perlomeno dovremmo mandare a casa la propaganda analfoliberale che, a questo giro, è stata asfaltata addirittura dal suo banchiere di riferimento: per farlo, ci serve un vero e proprio media che combatta quotidianamente la loro spazzatura e dia voce al 99%. Aiutaci a costruirlo: aderisci alla campagna di sottoscrizione di Ottolina Tv su GoFundMe e su PayPal

E chi non aderisce è Claudio Cerasa

Tags: competitivitàdraghieconomiaeuropaguerramariorapportounione europea
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