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Tag: unione europea

“L’Europa potrebbe morire”: se Macron fomenta la guerra per far arricchire le oligarchie francesi

L’Europa può morire: con questa affermazione, il sempre pimpantissimo Manuelino Macaron la settimana scorsa aveva cercato di riconquistare il centro del dibattito politico in Europa dopo che l’effetto shock delle dichiarazioni sulle truppe europee in Ucraina del febbraio scorso aveva già abbondantemente perso gran parte del suo hype. Un’operazione riuscita: venerdì scorso, infatti, l’Economist, la bibbia delle oligarchie suprematiste occidentali, dedicava la sua homepage interamente al wannabe novello Napoleone; nella lunga intervista, corredata da svariati commenti e approfondimenti, il sempre pimpantissimo Manuelino spiega che la sua provocazione era una citazione colta e, cioè, quando nientepopodimeno che Paul Valery, dopo la prima guerra mondiale, aveva affermato che “Oggi sappiamo che una civilizzazione può anche morire”. Più prosaicamente, il pimpantissimo Manuelino si accontenta di sottolineare che l’Europa, negli ultimi decenni, ha investito sensibilmente meno nella sua sicurezza di quanto non abbiano fatto Stati Uniti e Cina che poi – in termini di percentuale del PIL e, ancora meno, in termini assoluti – manco è vero, visto che la Cina è probabilmente la superpotenza mondiale che spende meno in armamenti di tutti i tempi (ad esempio meno della metà di Polonia e Grecia, giusto per fare un esempio), ma, comunque, diciamo che è una licenza poetica. Il succo del discorso invece, appunto, è che “L’Europa non è il posto più sicuro del mondo” e questo “significa che l’Europa deve legittimamente porsi la questione della propria protezione militare” e visto che “deve prepararsi a non godere più della stessa protezione da parte degli Stati Uniti d’America”, “Dobbiamo prepararci a proteggerci da soli”.
Non si può certo dire sia un fulmine a ciel sereno: come ricorda il pimpantissimo Manuelino Macaron in persona personalmente, già nel 2019 si era intrattenuto con i ligi funzionari delle oligarchie dell’Economist per denunciare che la NATO stava diventando “cerebralmente morta”, che “L’America sta voltando le spalle al progetto europeo” e che “è arrivato il momento di svegliarci”. Ma la sfera della sicurezza non è l’unica che preoccupa il sempre pimpantissimo Manuelino: “La sfida per l’Europa” sottolinea, è anche, se non soprattutto “economica e tecnologica” perché “Non può esistere una grande potenza senza prosperità economica, né senza sovranità energetica e tecnologica” e, quindi, dobbiamo costruire la nostra autonomia strategica anche “in termini di energia, di materiali e di risorse rare, ma anche in termini di competenze e tecnologie chiave”; il pimpantissimo Manuelino ricorda inoltre che, rispetto alle altre potenze maggiori, non produciamo abbastanza ricchezza pro capite e che la “nostra grande ambizione, in un’era nella quale i fattori produttivi vengono riallocati, sia nel campo delle tecnologie pulite che dell’intelligenza artificiale, deve essere di diventare un continente in grado di attrarre i grandi investimenti in questi settori”.

Emmanuel Macron

Ma c’è anche un terzo aspetto che tormenta il sempre pimpantissimo Manuelino: “L’Europa” denuncia accorato “è colpita da questa crisi delle democrazie”; noi abbiamo inventato la democrazia liberale, ricorda, e “il nostro sistema sociale è fondato su queste regole”, ma ciononostante “siamo stati colpiti dalle vulnerabilità create dai social network e dalla digitalizzazione delle nostre società”, che “alimentano questo impulso illiberale”. Tradotto: con il sistema mediatico e culturale tradizionale avevamo in mano tutti i mezzi di produzione del consenso, grazie ai quali eravamo addirittura riusciti a convincere le masse popolari che la lotta di classe dall’alto contro il basso che abbiamo portato avanti in modo feroce negli ultimi 40 anni fosse cosa buona e giusta; poi quando dai media tradizionali, che sono alla portata esclusivamente delle oligarchie, siamo passati a un sistema ancora più oligarchico come quello delle piattaforme digitali monopolistiche, pensavamo di limitare ancora di più l’espressione democratica di ogni forma di dissenso e, invece, abbiamo lasciato la porta aperta e tutti i mal di pancia; per il sistema brutale e demenziale che avevamo creato hanno trovato il modo di farsi spazio. E, quindi, oggi alle oligarchie serve un bel bagno di realtà e bisogna che capiscano che vale la pena rinunciare a qualche euro di fatturato per salvaguardare la dittatura del pensiero unico; altrimenti, sottolinea il sempre pimpantissimo Manuelino, il combinato disposto di questi tre fattori di destabilizzazione del giardino ordinato – la sicurezza, l’arretratezza tecnologica e la fine dell’egemonia neoliberale – rischia di far andare tutto in pezzi “molto rapidamente”. “Le cose possono accadere molto più rapidamente di quanto pensiamo” ribadisce il pimpantissimo Manuelino “ e possono portare a una morte più brutale di quanto immaginiamo”; per invertire questa deriva, insiste, ci vuole un possente scatto di reni.
Ed ecco così che il pimpantissimo Manuelino rivendica con forza la sua dichiarazione del 26 febbraio scorso quando, appunto, mise a soqquadro il dibattito pubblico di tutto l’Occidente collettivo affermando che i paesi europei non potevamo escludere l’invio di truppe direttamente in Ucraina: “Non escludo nulla” dichiara di nuovo all’Economist “perché siamo di fronte a qualcuno che non esclude nulla. E senza dubbio siamo stati troppo titubanti nel definire i limiti della nostra azione nei confronti di un avversario che non ne ha più e che è l’aggressore!”; d’altronde, sottolinea il sempre autorevolissimo Manuelino, “La nostra credibilità dipende anche dalla capacità di deterrenza”, che significa anche non dare “piena visibilità a ciò che faremo o non faremo. Altrimenti ci indeboliamo, ed è questo il quadro nel quale abbiamo operato finora”. “Il nostro obiettivo strategico deve essere molto chiaro” continua: “La Russia non può vincere in Ucraina”; è lo stesso concetto sottolineato da un altro fenomeno da baraccone delle classi dirigente europee, il dandy Boris Johnson che, con l’orgoglio colonialista che si addice a un erede diretto della casa reale britannica, ha detto fuori dai denti che in ballo c’è “l’egemonia dell’Occidente” e, cioè, il diritto dell’uomo bianco di sottomettere gli altri popoli del pianeta agli interessi della sue ristrettissime oligarchie. Il pimpantissimo Manuelino che, con tutti i limiti rispetto a questa imbarazzante aristocrazia parassitaria, è comunque figlio della rivoluzione francese – e quindi, antropologicamente, un’evoluzione della specie – la mette in termini più digeribili e parla più semplicemente di “sicurezza dell’Europa” e anche di credibilità: “Che credibilità avrebbero gli europei” si chiede “se dopo aver speso miliardi, e affermato che era in gioco la sopravvivenza del continente, non si dotano dei mezzi necessari per fermare la Russia?”.
Ma la differenza non è solo nella forma: per il pimpantissimo Manuelino, che è a capo dell’unico grande paese europeo che, nonostante l’appartenenza senza se e senza ma all’internazionale imperialista, ha mantenuto – nonostante tutto – un qualche residuo di sovranità, la minaccia russa sembra essere più che altro una scusa; Manuelino sottolinea come, dal 1990, “L’Europa ha pensato alla propria sicurezza essenzialmente in termini dello scudo americano e della NATO” e questo ha impedito all’Europa di sviluppare un’idea condivisa di “sicurezza comune, perché ci ha messo nella condizione di pensare alla nostra sicurezza solo attraverso un alleato al quale abbiamo chiesto di pensarci al posto nostro, e di accollarsene anche il peso”. Difficile capire se il pimpantissimo Manuelino è semplicemente mosso da opportunistica piaggeria o se crede davvero alle puttanate che dice: ovviamente gli USA non si sono accollati nessunissimo peso; piuttosto, gli USA, d’amore e d’accordo con le nostre classi dirigenti equamente divise tra svendipatria volontari e semplici ebeti sprovveduti, hanno letteralmente impedito all’Europa di sviluppare una sua difesa autonoma perché temevano che a un’Europa unita e sufficientemente armata – magari dopo un ricambio di classe dirigente che, nonostante tutto, non può mai essere totalmente escluso a priori – sarebbe potuta venire la tentazione di cominciare a ritagliarsi qualche spazio di autonomia e di sovranità. E il bello, ovviamente, è che – alla fine – agli USA questo giochino sostanzialmente costava anche pochino perché grazie all’esorbitante privilegio del dollaro come valuta di riserva globale, una bella fetta del debito crescente USA (necessario proprio a finanziare la sua supremazia bellica) alla fine del giro la pagavamo noi e, cioè, i paesi che – al contrario degli USA – per campare sono costretti a lavorare e quindi accumulano dollari derivanti dal surplus commerciale, che poi non sanno dove mettere se non nell’acquisto di titoli del tesoro a stelle e strisce; un meccanismo che, tra l’altro, i francesi (come il sempre pimpantissimo Manuelino) dovrebbero conoscere piuttosto bene visto che il primo grande dirigente europeo a parlare espressamente di esorbitante privilegio del dollaro fu il più volte ministro delle finanze Valery Giscard d’Estaing. Al di là di questa valutazione, comunque, il punto è che secondo il pimpantissimo Manuelino l’AGGRESSIONEH RUSSAH ha comportato per l’Europa una sorta di risveglio strategico: “Lo vediamo oggi” insiste Manuelino “con la proposta tedesca dello scudo antimissile europeo. O con la Polonia, che si dice pronta a ospitare le armi nucleari della NATO”; ora, continua Manuelino, si tratta di sedersi attorno a un tavolo e concordare per bene quello che è necessario fare per garantire in modo credibile e sostenibile la difesa del nostro spazio vitale. “La NATO” precisa “fornisce già una risposta, e non è il caso di metterla da parte. Ma questo quadro è molto più ampio di quello che viene attualmente fatto all’interno della NATO”.
Ma perché mai gli USA dovrebbero permettere ora quello che hanno sistematicamente impedito in passato? Beh, molto semplice: perché, nel frattempo, l’idea stessa di un’Europa in cerca di un suo spazio di autonomia si è dissolta completamente nel niente; non che sia mai stata particolarmente in auge, ma in passato qualche accenno, anche se probabilmente del tutto velleitario, comunque c’era stato. Basta tornare con la memoria al 2003, quando Francia e Germania ebbero addirittura il coraggio di dire no alla guerra illegale di aggressione fondata sulle fake news di Bush junior contro l’Iraq, con tanto di sterminio feroce e gratuito di decine e decine di migliaia di bambini iracheni: oggi, ai tempi della Germania che si fa bombardare (dopo essere stata abbondantemente avvisata) un’infrastruttura strategica come il Nord Stream 2 senza battere ciglio e dell’Europa tutta che accetta passivamente una recessione senza fine per permettere a Washington di pompare la sua economia sulla nostra pelle, sembra fantascienza. Il fatto è che, nel frattempo, la gerarchia all’interno del blocco suprematista e imperialista tra il centro USA e le periferie dell’Atlantico e del Pacifico (che prima, per essere mantenuta, aveva bisogno di fondarsi sul monopolio della forza e, quindi, su una supremazia militare USA indiscutibile), a ormai oltre 15 anni dall’inizio della terza grande depressione inaugurata con la crisi finanziaria del 2008, si fonda saldamente su ben altri presupposti molto più strutturali e, cioè, sul dominio incontrastato dei grandi monopoli finanziari privati USA – a partire dai colossi dell’asset management come BlackRock e Vanguard – dove le borghesie nazionali europee, nel frattempo, sono corse a far affluire tutti i soldi estratti dall’economia europea e che oggi hanno un potere quasi assoluto all’interno dell’Occidente collettivo di decidere dove vanno i soldi e per fare cosa: grazie a questo rapporto gerarchico strutturale, gli alleati vassalli degli USA, dall’Europa al Giappone, oggi sostanzialmente non possono nemmeno essere più considerati veri e propri Stati nazione, ma molto semplicemente – appunto – appendici di un sistema imperiale che ha il suo unico centro decisionale a Washington e a Wall Street.
E’ il Wall Street Consensus, come lo chiama Daniela Gabor: in questo contesto, il riarmo dell’Europa invocato da Macron non rappresenta più il rischio di favorire la costruzione di una qualche forma di autonomia strategica, ma è semplicemente il rafforzamento di uno dei bracci armati dell’imperialismo, sempre più necessario mano a mano che procede la guerra totale dell’imperialismo contro il resto del mondo; e il comparto militare – industriale USA che, fino a ieri, gli ha garantito il dominio non è più in grado di garantire da solo all’imperialismo un vantaggio sostanziale sull’asse che si sta formando tra i paesi che si sono ribellati al dominio imperialista, a partire, in particolare, da Cina, Russia, Iran e Corea del nord. Ciononostante, Macron sembra sforzarsi, anche con un po’ di piaggeria (come, ad esempio, quando sottolinea il fardello del quale si sarebbero fatti carico i poveri americani per garantire la sicurezza a noi sfaticati europei) per rassicurare gli USA: il punto è che il riarmo dell’Europa è un’esigenza vitale dell’imperialismo e, quindi, è fuori discussione; quello che, invece, è ancora in discussione è chi lo guiderà e come: quando, ad esempio, la Germania, subito dopo l’inizio della seconda fase della guerra per procura contro la Russia in Ucraina, aveva annunciato un megapacchetto da 100 miliardi per riarmarsi, il grosso era destinato all’acquisto di sistemi d’arma made in USA; oggi anche la Germania, proprio per il discorso che facevamo prima sulla necessità dell’imperialismo di estendere anche alla periferia la crescita esponenziale del suo comparto militare – industriale, rivendica un ruolo per la sua industria bellica, ma – appunto – si tratta della Germania che è, sotto molti punti di vista, un vero e proprio protettorato USA quanto, se non più, dell’Italia. E per garantire che i suoi piani di rilancio industriale nel settore bellico non hanno niente a che vedere con la rivendicazione di maggiori spazi di autonomia, ha scelto il portavoce che, agli occhi di Washington, è in assoluto il più affidabile di tutti: San MarioPio da Goldman Sachs, a tutti gli effetti un funzionario delle oligarchie finanziarie a stelle e strisce.
La Francia del sempre pimpantissimo Manuelino Macaron invece, appunto, sembra più che altro impegnata a percorrere tutte le strade percorribili per provare a trasformare la nuova realtà della guerra totale dell’imperialismo unitario contro il resto del mondo nell’ultima opportunità per riproporsi come l’unica guida possibile di un’Europa subalterna sì agli USA, ma – ciononostante – con un piccolo margine di autonomia strategica rispetto a Washington (che, astrattamente, non suona nemmeno poi malissimo). Sostanzialmente, si tratterebbe di approfittare del vincolo esterno imposto dalla nuova guerra mondiale ibrida per accelerare un processo di trasformazione politica che in tempo di pace è stato ostacolato dall’inerzia del sistema vigente, sulla falsariga di quanto già fatto dalle grandi potenze mondiali: Putin ha sfruttato la guerra per fare i conti con le oligarchie, centralizzare il potere riducendo l’influenza dei vari feudi che hanno sempre parassitato il sistema di potere del Cremlino e impossessarsi, così, degli strumenti necessari per portare avanti il suo ambizioso new deal; Rimbambiden ha sfruttato la guerra per provare a rimettere al loro posto alcune oligarchie parassitarie che continuano a estrarre valore dall’economia statunitense sottoforma di rendita parassitaria (a partire da Big Pharma) e ostacolano così il tentativo di reindustrializzazione del Paese. Xi Jinping, da parte sua, sta cercando di sfruttare una guerra commerciale di cui farebbe volentieri a meno per cercare di sostituire i vecchi motori della crescita economica – dalla speculazione immobiliare alle esportazioni di prodotti a medio – basso valore aggiunto – a un nuovo motore fondato sulle nuove forze produttive e il raggiungimento dell’indipendenza tecnologica; ora il sempre pimpantissimo Manuelino sembra voler approfittare della guerra per raggiungere quell’unità politica (ostacolata fino ad oggi dall’architettura stessa delle istituzioni ordoliberiste dell’Unione europea) facendo leva sull’inderogabile necessità, appunto, di dotarsi di una difesa comune e di creare un mercato unico sufficientemente ampio ed omogeneo da riuscire ad attrarre investimenti in grado di farci recuperare il gap tecnologico.
Ma il sempre pimpantissimo Manuelino potrebbe fare i conti senza l’oste: a differenza delle altre potenze, infatti, il problema di fondo è che questa Unione europea è stata creata proprio dalle fondamenta in modo e maniera da impedire ogni forma di vera sovranità, a partire da una moneta monca e da una Banca Centrale che non può fare il mestiere di una vera banca centrale, e che sono state pensate per fare da satelliti al sistema fondato sul dollaro; tant’è vero che, proprio mentre le altre potenze non pongono limiti al ricorso al debito pubblico per finanziare gli obiettivi politici che vogliono imporre ai loro sistemi economici, l’Unione europea si ritrova a reintrodurre un patto di stabilità che, per quanto riformato, reintroduce l’austerity e i vincoli esterni e ci porta nella direzione esattamente opposta e, cioè, proprio a rinunciare a priori a imporre obiettivi politici al cosiddetto mercato (che poi, ovviamente, non sono altro che le oligarchie e quindi, in ultima istanza, stringi stringi, Wall Street).

Enrico Letta con Rowan Atkinson

Un limite strutturale invalicabile che, tutto sommato, conosce benissimo anche il pimpantissimo Manuelino che, infatt,i sta lavorando a un piano B: è il famoso rapporto sul mercato unico di Enrico Mitraglietta, che sta alle oligarchie finanziarie francesi esattamente come San MarioPio da Goldman Sachs sta a quelle d’oltreoceano. La formula di Mitraglietta e delle oligarchie finanziarie che lo sostengono – a partire da Credit Agricole e, quindi, Amundi, che è il più grande fondo di gestione patrimoniale d’Europa e l’unico a fare capolino nella top 10 mondiale interamente occupata, appunto, dagli americani – è quella, appunto, di copiare il modello di finanziarizzazione USA e creare intorno ad Amundi un monopolio finanziario privato europeo in tutto e per tutto simile ai vari BlackRock, Vanguard o State Street che però, a differenza di Amundi, fondano il loro dominio sulla collaborazione con le istituzioni che gestiscono la valuta di riserva globale. Amundi si dovrebbe accontentare di lavorare in tandem con una Banca Centrale che non solo non emette una moneta che gode dell’esorbitante privilegio di essere la valuta di riserva globale, ma che non può nemmeno essere considerata una valuta sovrana a tutti gli effetti; questo, in soldoni, significa una cosa sola: Amundi, o chi per lei, non potranno mai essere la BlackRock o la Vanguard europei, ma soltanto un altro fondo, magari anche più intimamente legato ai risparmi e alle corporation europee, ma che – alla fine – non è altro che un pezzettino di un unico mercato finanziario dell’Occidente collettivo diretto da Washington e da Wall Street.
La ricetta Mitraglietta, quindi, strutturalmente non è minimamente in grado di garantire alla nuova Unione europea (sognata dal pimpantissimo Manuelino) maggiori margini di autonomia strategica nell’ambito dell’impero, anzi! Nel frattempo, però, per costruire questo polo finanziario che, più che alternativo, è aggiuntivo e perfettamente organico a quelli già esistenti, ecco che torna in auge l’austerity e, con lei, i tagli al welfare che costringeranno i lavoratori europei a destinare una quota sempre maggiore dei loro redditi a investimenti nei vari fondi integrativi per garantirsi quei diritti essenziali – dalla sanità alla pensione – che fino ad oggi, anche se sempre meno, erano considerati ancora in buona parte diritti universali essenziali. La Francia, quindi, e le altisonanti boutade del pimpantissimo Manuelino non ambiscono ad altro che a ritagliare per le oligarchie nazionali un posto, se non proprio al sole, almeno – diciamo – alla penombra, in questa nuova stagione dell’ormai trentennale rapina dall’altro contro il basso; ed in questo contesto, quindi, è del tutto comprensibile e razionale che il pimpantissimo Manuelino ponga il tema della concentrazione del potere politico in seno alle istituzioni antidemocratiche comunitarie, in modo da sopprimere sul nascere i già limitatissimi spazi di democrazia residui a livello di stati nazionali che, nonostante tutto, ancora a tratti permettono ai popoli – se non altro – di testimoniare la loro opposizione al partito unico della guerra e degli affari che la propaganda suprematista, finanziata dalle oligarchie, definisce fake news e disinformazione russa.
La buona notizia è che anche se – per ora – solo a livello molto superficiale e decisamente confuso, che questo meccanismo non stia più in piedi ormai lo cominciano a pensare in parecchi: lo stiamo toccando con mano anche noi in prima persona da quando abbiamo messo in piedi MULTIPOPOLARE e, in tutti i posti dove siamo andati, abbiamo riscontrato sistematicamente una consapevolezza e anche una combattività che va ben oltre ogni nostra aspettativa; e, da questo punto di vista, non possiamo che dare ragione al pimpantissimo Manuelino quando ricorda, appunto, che “Le cose possono accadere molto più rapidamente di quanto pensiamo, e possono portare a una morte più brutale di quanto immaginiamo”. Carissimo Manuelino, stai pur certo che faremo tutto quello che è in nostro potere affinché la tua profezia si avveri, a partire dalla costruzione di un vero e proprio media in grado di squarciare il velo di Maya della propaganda del partito unico della guerra e degli affari e che ci aiuti a vedere il mondo dal punto di vista degli interessi concreti del 99%. Per farlo, ovviamente, non possiamo sperare nel sostegno delle oligarchie che vogliamo abbattere e, quindi, dobbiamo contare su di te: aderisci alla campagna di sottoscrizione di Ottolina Tv su GoFundMe e su PayPal.

E chi non aderisce è Enrico Letta

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Navi Militari Europee nel Mar Rosso: Escalation o Armata Brancaleone?

Mar Rosso, l’Italia si schiera titolava lunedì il Corriere della serva: il riferimento, come ben saprete, è alla missione Aspides che in greco, non a caso, significa scudo e che è la missione militare targata Unione Europea che dovrebbe avere il compito di difendere le nostre navi mercantili nel Mar Rosso. Una missione che però, titolava ieri Il Giornanale, resta un annuncio: per il via libera infatti, come minimo, bisognerà attendere il 19 febbraio, quando si riunirà il consiglio esteri convocato da Bruxelles. Nel frattempo, in molti rimangono piuttosto titubanti: il ministro degli esteri spagnolo Josè Manuel Albares avrebbe annunciato l’intenzione del suo paese di non partecipare; idem l’Irlanda. L’Olanda, invece, c’aveva judo: partecipa già alla missione Prosperity Guardian a guida americana. Missioni difensive europee sono for pussies, missioni offensive angloamericane sono for real men– anche se i real men non sempre brillano proprio per lucidità strategica: “Gli attacchi aerei allo Yemen stanno funzionando?” ha chiesto un giornalista a Biden durante una conferenza stampa di qualche giorno fa; “Dipende da cosa cosa intendi per funzionare” ha risposto Biden. “Stanno stoppando gli Houti? No. Continueranno? Sì.”, che poi – a ben vedere – è il riassunto perfetto della strategia geopolitica USA da un po’ di tempo a questa parte. D’altronde, come commenta il mitico blog Moon of Alabama, “Quando il tuo unico arnese è un martello, ogni problema assomiglia a un chiodo”.

Gian Micalessin

Ma se i razzi USA e britannici non sembrano impattare poi molto sulle capacità offensive di Ansar Allah e, invece che riportare la calma, sembrano esclusivamente aumentare il bordello, anche la nostra Aspides rischia di non essere molto efficace nella difesa; risultato? Aspides ad oggi potrà contare su appena tre navi messe a disposizione dalla triplice italo – franco – tedesca: “l’Italia così” scrive Gian Micalessinofobia sempre sul Giornanale “si ritroverebbe a fare la parte del leone. La nostra marina militare, già presente nel Mar Rosso con la fregata Martinengo che partecipa alla missione anti – pirateria Atlanta, è pronta infatti a mandare un’altra unità dedicata”; un po’ pochino per coprire un’area che andrebbe dallo stretto di Bab-el-Mandeb – attualmente sotto fuoco yemenita – a quello di Hormuz, che separa l’Iran da Oman ed Emirati e che, sulla carta, pattugliato dovrebbe esserlo già da 4 anni: nel 2020, infatti, Parigi riuscì a strappare all’Europa l’ok alla missione Agenor, che doveva proteggere la navigazione commerciale dal rischio che arrivava dall’Iran e che però, come sottolinea lo stesso Micalessinofobia, è “rimasta un’inutile scatola vuota”. Siamo di fronte a un remake? Al momento sembra abbastanza probabile: tra i due stretti infatti, ricorda ancora Micalessinofobia, “ci sono oltre 2.300 chilometri di mare. Un’estensione impossibile da coprire con appena tre navi e qualche drone”.
Qualcosina in più di Agenor sembra l’abbia portato a casa un’altra operazione: si chiama Atalanta, è in corso ormai dal lontano 2008 e ha l’obiettivo di proteggere i mercantili della pirateria a largo della Somalia; quando inizialmente gli USA avevano annunciato l’avvio dell’operazione Prosperity Guardian, l’Unione Europea – per voce di Borrell – aveva inizialmente parlato di un nostro contributo proprio attraverso l’operazione Atalanta, ma il tutto era stato inizialmente bloccato dal veto spagnolo: poi Biden ha alzato il telefono, ha chiamato direttamente Sanchez e il divieto è venuto meno, ma l’iniziativa è rimasta dov’era. Una volta tanto, l’Europa ha avuto un sussulto di dignità e ha evitato di fare il portaborse in un’operazione dove la catena di comando era saldamente in mano agli USA e dove le regole di ingaggio, come abbiamo visto chiaramente, vanno decisamente al di là della difesa dei mercantili. Ma sull’utilità di quello che abbiamo già dispiegato per l’operazione Atalanta in questo nuovo contesto, ci sono più di qualche dubbio: “Gli Houti” infatti, spiega l’ex ufficiale della folgore e fondatore del Security Consulting Group Carlo Biffani intervistato da AGI, “non attaccano con barchini dotati di motori fuoribordo e fucili d’assalto e rappresentano ben altro tipo di minaccia”; in quel caso, continua Biffani, “bastò schierare navi da guerra che incrociavano a largo della Somalia, e posizionare a bordo dei cargo personale armato con dotazioni consistenti unicamente in fucili d’assalto. In questo caso invece si tratta di neutralizzare in tempo reale il lancio di missili contro obiettivi navali”. Per assolvere a questo ruolo, bisognerà ricorrere probabilmente a delle portaerei e sfruttare “la terza dimensione, ovvero quella dei cieli, con sistemi di ascolto e di controllo radar di ampissimo raggio”; per le regole d’ingaggio di questa missione, come sottolinea il Corriere, “mancano ancora i dettagli”. I media, comunque, sono concordi nel dare per scontato che sarà appunto meramente difensiva: “Sono categoricamente escluse azioni a terra” scrive Di Feo sulla Repubblichina, “neppure per eliminare le rampe da cui partono ordigni contro le forze occidentali” e questo, se confermato, è senz’altro una buona notizia.
Ma le buone notizie, come le bugie, hanno le gambe corte: come spiegava Stephen Bryen su Asia Times già una decina di giorni fa, infatti, se USA e UK – a un certo punto – da scortare i mercantili (come dovremmo cominciare a fare anche noi con l’operazione Aspides) sono passati a lanciare razzi sullo Yemen non è perché sono scemi o perché sono cattivi, o almeno non esclusivamente; il problema, spiega Bryen, è che “sono sorti seri dubbi sia da parte britannica che da parte statunitense sul fatto che fossero adeguatamente attrezzati per resistere ancora a lungo agli attacchi di sciami di droni e di missili Houthi”. Solo nella giornata del 10 gennaio scorso, ad esempio, “le forze statunitensi e britanniche hanno dovuto abbattere 21 droni e missili. E per stessa ammissione del segretario dalla difesa britannico Grant Shapps, questo non sarebbe sostenibile”; il problema, meramente tecnico ma fondamentale, è che le imbarcazioni militari di missili non è che ce n’abbiano all’infinito e quello che è più grave, sottolinea Bryen, “non possono essere rifornite in mare”. Con l’aumento del numero degli attacchi da parte di Ansar Allah, in realtà rimanevano quindi due sole opzioni: o smettere di scortare i mercantili – che non era pensabile – o provare ad attaccare le postazioni dalle quali gli attacchi partivano pur sapendo che i risultati sarebbero probabilmente stati molto limitati, tanto che ancora lunedì USA e UK hanno colpito di nuovo in almeno sei località diverse, ma Ansar Allah nel frattempo – sempre più superstar assoluta per tutta l’opinione pubblica del mondo arabo – è riuscita a continuare i suoi attacchi senza grossi problemi. Ieri, ad esempio, Ansar Allah ha comunicato di aver colpito l’americana Ocean Jazz che, sempre secondo gli yemeniti, sarebbe solitamente scortata dalla marina mercantile USA e che sarebbe solitamente adibita al trasporto di attrezzatura militare statunitense di grandi dimensioni. Le 3 navi europee in dotazione a Aspides potrebbero ritrovarsi di fronte a questo dilemma ancora prima perché, molto banalmente, sostanzialmente non sono dotate di sistemi per fronteggiare i missili balistici; sappiamo che possono abbattere i droni, ma che riescano ad abbattere un missile balistico è piuttosto difficile. L’unica soluzione realistica sembrerebbe quella di impiegare, appunto, aerei da ricognizione in grado di individuare tempestivamente l’eventuale lancio di missili per poi comunicarlo alla marina USA, che sarebbe l’unica in grado di abbatterli, ma fornire intelligence alla marina USA sul nemico che sta bombardando non sarebbe poi molto diverso da partecipare direttamente alla loro missione e, quindi, entrare in guerra contro lo Yemen.

Aereo da ricognizione MQ-1 Predator

In uno slancio di ingiustificato ottimismo proviamo comunque ad attaccarci a un’ultima possibilità e cioè che entrino in gioco anche la diplomazia e il dialogo: se l’Europa garantisse che Aspides non servirà per scortare anche navi israeliane o dirette in Israele, e che si limiterà a scortare cargo e petroliere diretti verso gli altri porti del Mediterraneo, potrebbe anche strappare ad Ansar Allah l’impegno a non minacciarle con missili balistici; difficile, però, che questo gentleman agreement possa avvenire se – appunto – Aspides prevederà, come sembra scontato, l’impiego di aerei da ricognizione che ovviamente sarebbero sospettati di lavorare per gli angloamericani. Insomma, sembra che la strada sia piuttosto stretta: da un lato una missione davvero puramente difensiva che ci esporrebbe a molti rischi e, dall’altro, l’adesione sostanziale alla missione offensiva USA, che a rischio ci metterebbe tutto il nostro traffico commerciale. L’unica soluzione concreta per tutelare i nostri interessi nell’area rimane quella di affrontare il problema alla radice, e cioè il genocidio al quale, fino ad ora, abbiamo assistito – nella migliore delle ipotesi – impassibili. Qualche piccolo spiraglietto si è aperto: dopo che i familiari degli ostaggi lunedì hanno fatto irruzione alla Knesset, Israele ha annunciato di aver ripreso a parlare con Hamas di una nuova pausa e di un nuovo scambio di prigionieri. Tutto sommato, potrebbero cominciare a sentire il bisogno anche i militari israeliani: sul campo, infatti, la resistenza palestinese nonostante tutto sembra tenere botta e le forze armate israeliane, dopo aver provato a sollevare un mezzo polverone, lunedì hanno dovuto ammettere di aver subito 24 perdite in un giorno solo.
Anche sul fronte della guerra ibrida contro l’Iran probabilmente si sperava di poter ottenere qualcosa in più, a partire dalla scaramuccia col Pakistan; fortunatamente invece, dopo lo scambio di razzi, le relazioni diplomatiche sono state subito riavviate e il ministro degli esteri iraniano Abdollahian è atteso per una visita ufficiale ad Islamabad il prossimo 29 gennaio; allo stesso tempo, l’Arabia Saudita ha fatto sapere che per Israele non è troppo tardi per tornare indietro e che, se si tornasse a discutere seriamente della soluzione dei due Stati, le petromonarchie potrebbero tornare a dialogare con Tel Aviv.
Insomma, la soluzione definitiva contro la lotta di liberazione palestinese sembra sempre più un miraggio delirante, come anche la marginalizzazione dell’Iran; nel mezzo ci stanno 30 mila vittime civili totalmente gratuite che rimarranno a eterna memoria di come l’Occidente collettivo, dopo 5 secoli di dominio globale, al momento del suo declino relativo abbia avuto ancora l’energia per mostrare il peggio di sé – e questo, diciamo, nella migliore delle ipotesi. Contro i colpi di coda dell’impero in declino e i deliri suprematisti della sua macchina propagandistica, abbiamo bisogno subito di un vero e proprio media che stia dalla parte dei popoli che lottano per la loro liberazione e del 99%. Aiutaci a costruirlo: aderisci alla campagna di sottoscrizione di Ottolina Tv su GoFundMe e su PayPal.

E chi non aderisce è Antonio Tajani

SCOOP DEL CORRIERE: gli USA hanno fregato Berlino che ha fregato l’Italia

Fermi tutti! Fermi tutti che qui c’abbiamo lo scooppone: il Corriere della serva s’è accorto che gli USA si sono mangiati l’economia europea e che il resto dell’Europa s’è mangiato quella italiana. “Redditi” – titola – “così l’America ha doppiato l’Italia: i trent’anni di declino e i silenzi della politica”: eh, invece il Corriere della serva in questi 30 anni ha fatto proprio una guerra senza frontiere al declino, di sicuro. In particolare, poi, l’autore dell’articolo in prima persona, Federico Fubini: proprio un’avanguardia patriottica che, negli anni, si è immolato contro il furto delle burocrazie di Bruxelles e delle oligarchie finanziarie a stelle e strisce, non c’è che dire. I numeri che riporta Fubini – che evidentemente ha cominciato a seguire Ottolina Tv – sono una piccola selezione dalla mole di dati che, da oltre un anno, vi riproponiamo fino all’orchite e che da sempre ci chiediamo come sia possibile che non campeggino un giorno sì e l’altro pure sulle prime pagine dei giornali di tutto il vecchio continente, e ci siamo pure dati una risposta: quei giornali sono di proprietà delle stesse identiche persone, famiglie e gruppi di potere responsabili di quei numeri; che non siano disposte a pagare di tasca loro per pubblicizzarli mi sembra proprio il minimo sindacale. Che, con qualche anno di ritardo, finalmente Fubini ne parli quindi è un po’ un mezzo avvenimento storico; peccato che la questione sia relegata alla sua newsletter e non sia stata ritenuta abbastanza rilevante da essere promossa alla carta stampata, ma accontentiamoci.

Federico Fubini

Ma cosa dicono esattamente questi dati riportati da Fubini? Primo dato: in dollari correnti, nel 1996 il prodotto interno lordo dei paesi che costituiscono l’Europa a 27 e quello degli USA “erano di dimensioni uguali: entrambe a circa ottomila miliardi di prodotto lordo. E adesso? Malgrado la forte crescita dei Paesi emergenti dell’Europa centro-orientale, nel 2022 l’economia americana era del 52% più grande di quella dell’Unione europea, uno scarto di quasi diecimila miliardi di dollari che nel 2023 non ha fatto che allargarsi ancora”; una roba gigantesca, da far ribaltare i tavoli, eppure nessuno ribalta niente. Sarà perché ‘sto PIL è un po’ una misura astratta: che vorrà dì? Boh. E allora ecco il secondo numero, più immediato: “All’inizio della globalizzazione, nel 1980” riporta Fubini “il prodotto interno lordo per abitante negli Stati Uniti era paragonabile a quello medio dell’Unione europea a 27 Paesi”; l’anno scorso, “il reddito medio per abitante negli Stati Uniti è stato di 76.300 dollari correnti, quello medio nell’Unione europea di 37.400 dollari correnti: meno della metà”, ma non è ancora finita perché c’è Europa ed Europa – o almeno c’era – e “la quota dell’economia italiana in quella dei 27 Paesi dell’attuale Unione europea è crollata del 26% fra il 1995 e il 2023: dal 17,2% al 12,7%”.
Sono le due dinamiche fondamentali che abbiamo già descritto millemila volte: gli USA che consolidano il loro primato come centro di accumulazione capitalistica del Nord globale, e nella periferia europea i capitali più forti dell’Europa settentrionale che si pappano quelli della periferia della periferia, a partire dal nostro; il tutto con la complicità delle nostre élite economiche, che accettano di buon cuore di vedersi devastare l’economia nazionale davanti agli occhi in cambio della possibilità di esportare i profitti che continuano a estorcere a lavoratori, sempre più ipersfruttati, per andarli a impiegare nello schema Ponzi delle bolle speculative USA dopo averli sottratti al fisco attraverso i paradisi fiscali. Risultato? Come sottolinea Fubini “l’Italia dallo status di Paese avanzato” è passata “al rango di un Paese a reddito medio”; niente di cervellotico e di astratto quindi, ma un declassamento molto concreto non solo del nostro posto nel mondo, ma proprio molto direttamente del nostro tenore di vita, mentre una manciata di oligarchi continuava ad arricchirsi e, con quei soldi, ci si comprava pure i giornali e i mezzi di produzione del consenso che ancora oggi garantiscono buoni stipendi ai Fubini di turno in cambio dell’omertà. Lo ha ammesso qualche anno fa Fubini stesso: “Faccio una confessione” dichiarava ai microfoni di TV2000 nell’ormai lontano 2019: “c’è un articolo che non ho voluto scrivere. Guardando i dati della mortalità infantile in Grecia” continuava Fubini “mi sono accorto che con la crisi sono morti 700 bambini in più di quanti ne sarebbero morti se la mortalità fosse rimasta quella di prima della crisi”; ciononostante, argomentava Fubini, “ho deciso di non scrivere perché il dibattito in Italia è avvelenato da antieruopei pronti a usare qualsiasi materiale come una clava contro l’Europa e quello che rappresenta, cioè la democrazia fondata sulle istituzioni e sulle regole” che, tra l’altro, conferma esattamente la definizione che dà il nostro guru Michael Hudson su cosa intenda davvero la propaganda suprematista quando parla di democrazia vs autoritarismo, dove autoritario sarebbe qualsiasi stato abbastanza forte da impedire alle oligarchie di dettare legge e democratico, invece, qualsiasi stato dove le oligarchie fanno allegramente quel cazzo che gli pare.

Michael Hudson

Ma la domanda allora è: perché Fubini, dopo 30 anni passati a cantare le lodi delle magnifiche sorti e progressive della globalizzazione neoliberista a guida USA da un lato e dell’austerity ordoliberista di Bruxelles dall’altro, fuori tempo massimo si decide oggi a suonare questo campanellino d’allarme? Una prima risposta è molto simile a quella del 2019, e ce la dà lo stesso Fubini: è tutto merito della Meloni. Fubini, infatti, è indignato perché in 190 minuti di conferenza stampa di inizio anno la nostra Giorgia lamadrecristiana non ha trovato il tempo di snocciolare nessuno di questi numeri, “come se gli italiani non avessero bisogno di una scossa, di un incoraggiamento, di sentire che a Roma c’è qualcuno che cerca di ridare energia al paese”. Non è uno scherzo, eh? Dopo 30 anni, la principale firma sui temi economici del più autorevole quotidiano della borghesia italiana si accorge di come l’Italia sia stata ridotta scientificamente a un paese del secondo mondo, e la ricetta che propone è “ridare energia al paese”; un po’ come la senatrice di Fratelli d’Italia Lavinia Mennuni che contro la crisi demografica ha detto che la soluzione è far diventare la maternità cool again.
Ora, al di là della imperdibile occasione per perculare un po’ Fubini – che sembra stato creato da madre natura apposta – e anche per metterci al petto la medaglietta di avervi bombardato con numeri che il mainstream ha realizzato con anni di ritardo, visto che è appena iniziato il nuovo anno io in questo episodio voglio provare a vederci anche una piccola luce in fondo al tunnel: oltre 15 anni fa scoppiava quella che la propaganda ci ha voluto spacciare come una crisi finanziaria e che invece, per citare Vijay Prashad, era nientepopodimeno che la Terza Grande Depressione del capitalismo globale; la risposta è stata un furto sistematico dall’alto verso il basso, con le borghesie nazionali più forti che si pappavano le più deboli e tutte insieme che si ingroppavano felicemente chi campa del suo lavoro. Purtroppo – e non a caso – tutto questo è avvenuto all’apice dell’egemonia culturale e ideologica del neoliberismo: avete presente, no? “There is no alternative”, non c’è alternativa. E’ inutile proprio anche porsele certe domande, anche perché, al di là delle chiacchiere, a sostenere questo processo – armi alla mano – c’è la più grande superpotenza militare della storia dell’umanità. Meglio non fare troppo i furbetti, e poi – certo – questa ristrutturazione capitalistica sarà dolorosa, ma una volta somministrata la cura vedrete che l’economia tornerà a crescere.
Certo, come no: negli ultimi anni è diventato palese che la superpotenza militare USA proprio super non è, e che di tornare a crescita dopo la cura lacrime e sangue non c’è verso; anzi, gli USA tentano di scaricarci sul groppone i costi delle loro avventure imperiali e, nel frattempo, mettono in campo politiche protezionistiche come non se ne erano mai viste e ci fregano pure quel poco che rimane attirando negli USA, a suon di incentivi fiscali, quel poco che le nostre borghesie erano ancora disposte ad investire. Non è che, magari, anche tra le oligarchie compradore europee e, a cascata, anche tra i loro mezzi di produzione del consenso comincia a fare breccia una qualche forma di ripensamento? E non è quindi arrivato il tempo di mettere in campo una proposta politica seria, realistica, di massa, in grado di approfittare di queste crepe che si stanno creando nel fronte che tiene unito imperialismo USA e élite cooptate attraverso l’opportunità di fare parte del loro schema Ponzi? Non è che quella profezia che si autoavvera del “There is no alternative” sta arrivando al capolinea?
E’ arrivata l’ora di tornare a giocare le partite che contano: per farlo, prima di tutto abbiamo bisogno di un vero e proprio media che sia in grado di farci uscire dalle conventicole e di ridare voce al 99%. Aiutaci a costruirlo: aderisci alla campagna di sottoscrizione di Ottolina Tv su GoFundMe e su PayPal.

E chi non aderisce è Federico Fubini

Come la Germania è diventata l’emissaria di Wall Street – ft S. FassinaFassina provvisorio

L’ennesimo governo di amministratori coloniali, del tutto indistinguibile da quelli che l’hanno preceduto, ha deciso di farci un bellissimo regalo di Natale e coronare così, in modo esemplare, un lungo anno passato a fare per accelerare il declino; l’ok definitivo alla reintroduzione del patto di stabilità riformato a chiacchiere ma del tutto identico a quello vecchio nella sostanza, è l’ennesima prova di coraggio di una maggioranza di governo tutta chiacchiere e distintivo: feroce e determinata contro i più deboli – dai percettori del reddito di cittadinanza ai bambini di Gaza – e docile come una Fornero qualsiasi con i più forti anche quando, tutto sommato, questi forti – da Washington a Bruxelles – così forti non sembrano esserlo ormai nemmeno più di tanto, e chiunque abbia quel minimo di schiena dritta da spingerlo a provare a dire la sua, alla fine si fa beatamente li cazzi sua senza pagare dazio – dall’Ungheria di Orban alla Turchia di Erdogan, passando dall’Arabia di Bin Salman.
Ecco. Tra le altre cose, il 2023 per noi italiani passerà alla storia esattamente per questo: l’anno in cui si ufficializzò il fatto che, rispetto all’Italia, la Turchia, l’Ungheria, l’Arabia Saudita (ma anche il Niger o il Burkina Faso e chi più ne ha più ne metta) tutto sommato sono più indipendenti e sovrani e, quindi, anche democratici. La firma italiana al nuovo patto di stabilità, ovviamente, era ampiamente scontata, tant’è che per scontata l’abbiamo sempre data anche noi di Ottolina e tutti i nostri ospiti, nessuno escluso. Come d’altronde era ampiamente scontata l’altra pagliacciata suprema: la bocciatura del MES che, ovviamente, è del tutto sacrosanta – intendiamoci – ma che, altrettanto ovviamente, di fronte all’enormità del ritorno del patto di stabilità si riduce a poco più di un’arma di distrazione di massa scientificamente preparata dalla propaganda fintamente antisistema dell’alt right che, per mesi e mesi, ha parlato del dito e non della luna (molto banalmente perché è quello il motivo per cui è stata inventata): come dice sempre il Nencio, politicizzare le puttanate e gettare nel dimenticatoio tutto quello che, invece, pesa eccome.
E un bell’aiutino, come sempre, è arrivato dai maestri della svendita della patria all’invasore straniero: gli analfoliberali, che hanno fatto di tutto per trasformare agli occhi dell’opinione pubblica questo governo di patetici chiacchieroni inconcludenti in coraggiosi difensori degli interessi nazionali. L’Italia del 2023 ci lascia così l’immagine di questo potente 4 3 3 di zemaniana memoria, con il trittico d’attacco che vede – appunto – al centro gli attuali amministratori coloniali, e sulle due fasce l’alt right da un lato e gli analfoliberali dall’altro a fornire assist su assist. Una micidiale macchina da gol, solo che invece che mirare alla porta dell’avversario, mirano direttamente alla nostra.
Il livello imbarazzante del dibattito politico, tutto interno a fazioni sovrapponibili del partito unico degli affari e della guerra, rischia di distrarci dalla reale portata di quanto avvenuto in questi ultimi giorni del 2023; il ritorno dell’austerity nell’Unione Europea è un fatto di portata gigantesca, in grado di spiegarci quanto profondamente siano cambiati i rapporti di forza all’interno dell’Occidente collettivo dall’inizio della seconda fase della guerra per procura della NATO contro la Russia in Ucraina. Se la prima ondata di austerity, infatti, era di matrice tedesca e aveva come finalità il consolidamento delle gerarchie all’interno dell’Unione Europea – con la Germania al centro e tutti gli altri intorno che potevano accompagnare solo e fare da sub – fornitori a basso costo per permetterle di continuare a macinare profitti senza mai investire manco mezzo euro – l’austerity che ci aspetta, con il beneplacito dei sovranisti de noantri, è un’austerity nuova di zecca, targata direttamente Wall Street. Obiettivo: obbligare i governi a privatizzare quello che rimane ancora da privatizzare e che, fino a poco tempo fa, rappresentava la caratteristica fondamentale del modello europeo. Se nel mondo anglosassone, infatti, negli ultimi 15 anni è stato definitivamente portato a termine il più grande processo di concentrazione dei capitali nelle mani di una ristrettissima oligarchia mai visto nella storia – a partire dalla triplice dell’asset management composta da BlackRock, Vanguard e State Street – l’Unione Europea aveva bisogno di mettersi in pari rapidamente e, da vera patria dell’ipocrisia qual è, non poteva che farlo reintroducendo la solita vecchia ingegneria istituzionale spacciata come tecnica e che, invece, è pura lotta di classe dall’alto contro il basso; un processo che rende strutturale la sottomissione dell’Europa agli USA non più solo dal punto di vista politico e militare, ma anche economico e finanziario.
Insomma: mentre in tutti gli angoli del mondo le ex colonie alzano la testa e mettono fine al Washington consensus, all’interno dell’Occidente globale le vecchie potenze coloniale vogliono provare l’ebbrezza di trasformarsi definitivamente in protettorati, e utilizzano l’arma dell’austerity per imporci di aderire a quello che Daniela Gabor chiama il Wall Street Consensus e, in tutto questo, l’Italia – grazie alla dimensione complessiva della sua economia e con la scusa del livello del suo debito – diventa la preda per eccellenza, il vero laboratorio della nuova svolta autoritaria e neofeudale del capitalismo occidentale che prova a serrare le fila per opporsi alla storia, a partire dalla svendita di Poste Italiane. Buon Natale […contenuto non disponibile].

Durante tutto questo lunghissimo e intensissimo anno, noi di Ottolina Tv, le decine e decine di volontari che ci gravitano attorno, le centinaia di ospiti che hanno contribuito al nostro lavoro e le centinaia di migliaia di persone che hanno guardato, condiviso, discusso e anche criticato i nostri contenuti, abbiamo lavorato per mettere a punto gli strumenti che ci permettono di capire quali sono gli interessi concreti in ballo e in che direzione vanno al di là delle vaccate della propaganda, delle false illusioni delle anime belle e del vocìo inconcludente dei vomitatori d’odio di professione; anticipando gli eventi e sforzandoci continuamente di inserirli in un contesto più complessivo, abbiamo dimostrato, giorno dopo giorno, fatto dopo fatto, come il grosso degli eventi più significativi che la propaganda ci vorrebbe rivendere come un fiume in piena di elementi tutti scollegati tra loro non sono frutto del caso o dell’arbitrio, ma seguono tutti una logica piuttosto coerente e razionale: il tentativo estremo di una ristrettissima classe sociale di ultraprivilegiati di impedire al resto dell’umanità di riprendere in mano il suo destino e partecipare attivamente alla costruzione di un Mondo Nuovo.
Dal profondo del nostro cuore, un ringraziamento enorme a tutti quelli che hanno reso possibile questa bellissima avventura e un auspicio: che questa avventura non sia che un primissimo passo e che, con l’aiuto di tutti, Ottolina Tv, giorno dopo giorno, riesca davvero a diventare il primo media che dà al 99% una voce abbastanza grossa da farsi sentire in tutti gli angoli del paese, e oltre.

HOLLYWOOD È FALLITA (e anche la Cina se la passa malino)

Svolta storica: sì all’Ucraina in Europa”; Zelensky: “una vittoria per tutti”; dopo una lunga sequenza di pessime notizie, venerdì mattina le redazioni di tutti i principali quotidiani italiani si sono svegliate con l’oro in bocca. Ma quale fallimento dell’Ucraina? Popo’ di gufacci maledetti!
A ringalluzzire i sogni bagnati di una propaganda alla disperata ricerca di uno spillo di buone notizie in un pagliaio di schiaffi a doppia mano, è il sì definitivo all’inizio dei negoziati per l’ingresso dell’Ucraina nell’Unione Europea: “E’ molto semplice” scrive gasatissimo l’impareggiabile Iacoboni sul suo profilo Twitter; “L’Ucraina sta combattendo per le democrazie, e dunque il suo posto è nel consesso più alto delle democrazie, l’Europa”. “Il vero sconfitto è Putin” scrive Il Giornale; “politicamente distrutto” e, fra poco, anche militarmente: “Sul campo” infatti, ammette Il Giornale, “la storia sarà ancora lunga e complessa. Ma il vento è cambiato per davvero.”
Mi sa che hanno cantato vittoria un po’ troppo presto: mentre i nostri giornalai, infatti, erano a fare bisboccia dopo aver chiuso queste edizioni trionfalistiche, a Bruxelles la festa si trasformava repentinamente nel solito vecchio corteo funebre. E così, quando venerdì mattina ci siamo messi a fare la solita rassegna stampa quotidiana, ci siamo trovati di fronte a questo scenario schizofrenico: da un alto la propaganda italica che stappava lo spumante per l’Europa che finalmente risollevava definitivamente le sorti ucraine; dall’altro, sui media internazionali: “L’UE non sostiene gli aiuti all’Ucraina” (Bloomberg); “L’Ungheria blocca gli aiuti all’Ucraina” (New York Times); “L’UE non riesce ad approvare un pacchetto di finanziamenti da 50 miliardi di euro per l’Ucraina” (Financial Times).
Quasi a presa di culo, infatti, immediatamente dopo la chiusura degli inutili giornali italiani Orban si era preso la sua rivincita e aveva messo il veto all’approvazione del bilancio, pacchetto di aiuti all’Ucraina compreso; insomma, nell’arco di poche ore l’Unione Europea aveva salvato il culo all’Ucraina a chiacchiere, per poi lasciarla precipitare nell’abisso nei fatti e quello che pochi minuti prima Iacoboni – nel suo solito italiano non esattamente brillantissimo, diciamo – aveva definito il consesso più alto delle democrazie ecco che, nel suo stesso profilo, diventa magicamente un’organizzazione disfunzionale con un bisogno disperato di cambiare radicalmente le sue regole. Dai, coerente!

Lucio Caracciolo

Ora, avremmo potuto decidere di ricamarci sopra per una settimana, anche perché la bocciatura del pacchetto di aiuti europei arriva poche ore quella degli aiuti USA e rischia veramente di mettere fine a tutti i giochi in modo ancora più drastico e drammatico di quanto non andiamo sostenendo su questo canale da un po’ di tempo a questa parte: per tutti questi aspetti vi rimando all’intervista di martedì (19 dicembre 2023 n.d.r) alle 18.30 con Lucio Caracciolo, uno dei pochissimi che, pur ostinandosi – per lo meno – a non vivere nell’universo parallelo della propaganda più surreale, continua ancora ad essere accolto nei salotti buoni dei media che contano e che, sempre venerdì, ancora prima che si sapesse del blocco del pacchetto di aiuti della UE, aveva invitato dalle pagine de La Stampa a una doccia di realismo. “Kiev è uno stato fallito” aveva dichiarato; “Zelensky ha perso e non recupererà i territori. E a pagare il conto saranno gli europei”. Ecco: con grande gioia degli analfoliberali tutto questo, per adesso, lo rimandiamo e – invece – ci concentriamo su un altro aspetto, e cioè l’annosa domanda “quanto a lungo ancora e fino a che punto siamo ancora disposti a farci prendere così sfacciatamente per il culo?”. E non intendo in particolare sull’Ucraina, o sulle beghe dell’Unione Europea… No, no: intendo proprio in generale, cioè quanto distaccata dalla realtà deve diventare la narrazione che cercano di rifilarci prima che – non dico io o gli ottoliner – ma, in generale, il grosso della gente comune si rompa definitivamente i coglioni? E dopo mezzo secolo di colonialismo culturale a stelle e strisce e di involuzione antropologica dettata dalla controrivoluzione neoliberista, è ancora possibile immaginarsi un’alternativa radicale? E da dove potrebbe nascere?
In questa incredibile fase storica nella quale il declino relativo dell’Occidente globale e dell’egemonia USA sta attraversando un’accelerazione spaventosa al di là di ogni previsione e da sostanzialmente tutti i punti di vista, c’è un aspetto in particolare dove, invece, si fa fatica a vedere anche solo il barlume di una possibile alternativa: quello che c’abbiamo nella capoccia. Nei meandri delle reti neuronali che c’abbiamo nel cervello, l’uomo nuovo partorito da 50 anni di controrivoluzione neoliberista continua a regnare incontrastato nonostante i segnali che arrivano continuamente dal mondo empirico non facciano altro che indicargli che, proseguendo in questa direzione, va contro i suoi stessi interessi, compreso quello primario di conservazione della specie; la propaganda e il lavaggio del cervello hanno sconfitto addirittura la biologia. D’altronde non dovrebbe sorprendere più di tanto.
A mettere a repentaglio l’ordine costituito in campo militare, politico ed economico – infatti – non è qualche movimento di massa o qualche partito politico nato nel cuore delle nostre società, ma l’ascesa inarrestabile degli stati sovrani del Sud globale che rivendicano con forza il loro posto nel mondo e che sempre di più hanno la forza materiale per farlo, a partire dalla Cina che però, nonostante gli incredibili successi su ogni fronte – diplomatico, economico, tecnologico -, dal punto di vista del soft power dire che arranca è un eufemismo. Intendiamoci: nelle ristrettissime cerchie delle persone più politicizzate sono stati fatti passi avanti considerevoli; quando ho cominciato ad appassionarmi alla Cina io, ad esempio (ormai un po’ più di una quindicina di anni fa), in Italia a non considerarla un inferno turbocapitalista – patria mondiale dello sfruttamento e dell’abbrutimento più distopico – eravamo veramente una manciata di persone. 15 anni dopo, tra le persone dotate di qualche neurone e che non sono proprio spudoratamente razziste e suprematiste, quella visione caricaturale degna della peggiore propaganda maccartista è diventata piuttosto minoritaria, e si è fatta strada – per lo meno – una qualche forma di rispetto e anche di curiosità ma, ciononostante, la Cina rimane ancora ben lontana dall’insinuare nei cuori delle popolazioni del Nord globale qualcosa di comparabile al sogno americano ma con caratteristiche cinesi. Certo, a pesare c’è sicuramente anche un dato materiale macroscopico: per quanto la Cina sia già oggi di gran lunga la prima potenza economica mondiale, tutta questa ricchezza è comunque distribuita in una popolazione che è oltre 4 volte superiore a quella USA che, tradotto, significa che la Cina – da tanti punti di vista – è ancora oggi un paese in via di sviluppo con un tenore di vita medio ancora lontano dagli standard più elevati del Nord globale, anche se con sempre più eccezioni. Il sogno americano, in buona parte, altro non è che l’ambizione di avere un posto a tavola nel posto più ricco dell’Occidente, ma ridurre tutto a questo aspetto potrebbe essere fuorviante; un ruolo rilevante, senza dubbio, ricopre – infatti – proprio la capacità di conquistare il nostro immaginario e, da quel punto di vista, i fallimenti della Cina sono talmente ampi ed evidenti da non poter essere liquidati con un’alzata di spalle – e non certo perché, anche su questo fronte, la secolare egemonia USA e del suo modello non presenti sempre più crepe.

Il logo di Netflix

Ne abbiamo parlato in dettaglio in un video giusto l’altra settimana: partendo da un’analisi dell’incredibile popolarità che stanno riscuotendo i contenuti di ogni genere a sostegno della causa palestinese sulle piattaforme social – o, per lo meno, su quelle che come TikTok non cercano di reprimere il fenomeno con varie forme di censura più o meno esplicite – abbiamo sottolineato come la spietata logica capitalistica applicata all’industria dell’intrattenimento abbia comportato un processo di concentrazione talmente feroce da ridurre gli attori veramente significativi addirittura appena a un paio. Risultato? Stiamo sempre più incollati davanti a qualche forma di schermo ma le cose che vediamo sono sempre più uguali tra loro: le migliaia di serie che Netflix sforna senza soluzione di continuità sono sostanzialmente indistinguibili tra loro, e il 50% degli incassi al botteghino ormai sono destinati ad appena una decina di film l’anno – e sono tutti sequel di storie inventate decenni fa; per continuare a colonizzare con successo il nostro immaginario, un po’ pochino. La forza prorompente che ha permesso agli USA di colonizzare culturalmente il grosso del pianeta, infatti, si è sempre fondata anche sulla capacità di riassorbire al suo interno una gigantesca varietà di messaggi, compresi quelli più critici; banalizzando, è un po’ la logica espressa magistralmente da due grandissimi intellettuali italiani che, come pochi altri, incarnano alla perfezione lo spirito dei tempi: Nathalie Tocci e David Parenzo. Ve li ricordate?
Di fronte a chi gli ricordava gli innumerevoli crimini di guerra commessi dal mondo liberale e democratico negli ultimi decenni, la risposta – a suo modo geniale – era che “almeno noi poi ne discutiamo, e facciamo autocritica”. Ecco; la forza della narrazione hollywoodiana è, in buona parte, sempre stata esattamente questa: anche gli USA e il mondo democratico in generale è attraversato da terribili ingiustizie, ma la forza del modello liberaldemocratico è proprio che queste, immancabilmente, a un certo punto vengono sempre alla luce e alla fine il bene vince sempre, come Sylvester Stallone in Rocky IV. E’ esattamente la stessa logica che oggi guida tutta la retorica woke che permea ogni singola serie di un certo livello di Netflix o ogni produzione della Disney: certo, la nostra società è attraversata da mille tipi di discriminazione, ma a differenza dei regimi oscurantisti e totalitari noi ne parliamo apertamente e, alla fine, il processo democratico ci permette sempre di superarle. Perché, allora, parliamo di una crisi di questo potentissimo schema narrativo? Il punto è che la narrazione mainstream è sì in grado di riassorbire anche le voci più critiche, ma solo fino a quando queste critiche, ovviamente, non mettono in discussione alcuni principi fondamentali: la libertà, la democrazia – ovviamente sempre tutti rigorosamente declinati in chiave neoliberale. La versione annacquata dei diritti civili che vediamo nella propaganda di Netflix ha esattamente questa caratteristica: non solo non mette in discussione gli assi portanti del sistema neoliberista e imperiale, ma anzi, da un certo punto di vista, li rafforza; il problema, sembrano spesso suggerire, non è che ci sono troppo neoliberismo e troppo imperialismo, anzi! Paradossalmente, è che ce ne sono troppo pochi. Per mero interesse economico, le nostre classi dirigenti corrotte scendono a compromessi con la peggio feccia del pianeta: i dittatori cinesi, i tagliagole iraniani, i petrolieri, i trumpiani, ma le democrazie liberali – è il pensiero di fondo – hanno tutti gli anticorpi per reagire a questo declino morale; basta ridare agli individui la possibilità di farsi gli stracazzi loro e tornare a mostrare i muscoli contro l’asse del male ed ecco che la giustizia tornerà a trionfare.
Il problema però, a questo punto, è che di fronte alle plateali distorsioni che caratterizzano l’impero in declino e i suoi vassalli, aumentano le critiche che non sono più compatibili con questo schema pigliatutto distopico: con sempre più frequenza emergono critiche radicali al pensiero unico neoliberista che – per quanto in modo disarticolato e spesso anche sguaiato e inconcludente, se non addirittura all’insegna di ricette che sono anche peggio del male stesso – mettono comunque in discussione le fondamenta stesse dell’intera impalcatura e violano, così, le linee rosse dell’industria dell’intrattenimento. Queste critiche, invece di essere riassorbite, vengono escluse sistematicamente: ed ecco così che c’è un pezzo sempre più grande di società e di idee che nelle 25 mila milioni di serie sfornate da Netflix non trova nessunissima forma di rappresentazione; e se questo accade in modo consistente sotto i nostri occhi nelle nostre società che sono, ormai da decenni, totalmente colonizzate culturalmente, immaginiamoci quale possa essere la dimensione del fenomeno in quello che definiamo il Sud globale. E – mi pare evidente – non si tratta di qualcosa di passeggero legato a una singola crisi. Certo, il sostegno incondizionato allo sterminio dei bambini arabi a Gaza è senz’altro un evento a suo modo eccezionale che amplifica a dismisura questa frattura, ma il disallineamento tra la narrazione dell’impero egemone e pezzi sempre più consistenti di società va ben oltre, e sembra essere destinato ad aumentare in modo inesorabile.

Marcello Lippi quando allenava la nazionale cinese

Ora, questa condizione strutturale mi pare evidente che, potenzialmente, rappresenti un’occasione straordinaria proprio per la crescita del soft power cinese che però, incredibilmente, rimane al palo: perché? Sicuramente le ragioni sono molteplici. In alcuni casi, dei tentativi sono stati fatti: il caso più eclatante, probabilmente, è stato quello del pallone; Xi Jinping credeva talmente tanto nel ruolo del calcio come veicolo per aumentare il soft power cinese da averlo trasformato in un ambizioso progetto di portata nazionale, con soldi a profusione riversati in impianti all’avanguardia, accademie di ogni genere, ingaggi miliardari e chi più ne ha più ne metta, ma – a quasi 10 anni di distanza – il fallimento è plateale e universalmente riconosciuto, a partire dai cinesi stessi. E “Mentre la Cina pasticcia con le sue ambizioni calcistiche” riflette Han Feizi su Asia Times “ha anche lasciato cadere la palla sui suoi sogni di avere un impatto su altre arene culturali globali: film, musica, media. Dopo un decennio di massicci investimenti e supporto normativo” continua Feizi “la Cina non ha ancora né un suo K-Pop, né i suoi Pokemon, né i suoi K-drama, né la sua CNN. E certamente nessun universo cinematografico Marvel da esportare”. Alcuni attribuiscono questi fallimenti a un non meglio precisato torpore della creatività cinese che deriverebbe dalle restrizioni alla libera circolazione delle idee e al contrasto all’insorgere di ogni forma di pensiero critico tipico di ogni regime autoritario; nonostante si tratti di un aspetto non del tutto peregrino, sinceramente rimango un po’ scettico: per 10 anni ho sentito ripetere questo tipo di argomentazioni a supporto dell’idea che la Cina era sì bravissima a copiare, ma negata a inventare e a innovare; oggi i tassi di innovazione tecnologica cinese fanno letteralmente impallidire il resto del mondo e quelle argomentazioni si sono rivelate essere fondate più sul nostro suprematismo che non su un’analisi equilibrata e razionale della realtà. Inoltre, se è vero che l’industria dell’intrattenimento cinese non ha fatto breccia nei cuori dei consumatori globali, un discorso completamente diverso va fatto per il mercato interno: il mercato domestico dell’intrattenimento ha raggiunto dimensioni gigantesche e, in grandissima parte, è completamente in mano a produttori cinesi; secondo alcuni, in realtà, questo non sarebbe altro che il frutto del protezionismo cinese e sicuramente questo aspetto ha giocato un ruolo non marginale, ma – anche a questo giro – sono argomentazioni che ho già risentito.
Per giustificare l’affermazione dei giganti cinesi del web 2.0, appunto, il pensiero suprematista è sempre ricorso al tema del protezionismo che – intendiamoci, di nuovo – non è del tutto peregrino; la messa al bando, in Cina, dell’oligopolio delle piattaforme digitali USA è stata senz’altro una condizione fondamentale per la crescita e l’affermazione dei campioni nazionali, ma dopo 15 anni le piattaforme alternative cinesi non sono certo rimaste un fenomeno domestico: WeChat è la superapp all inclusive che tutti in Occidente vorrebbero imitare (senza successo) e TikTok è, senza dubbio, la piattaforma social tecnologicamente più avanzata di tutto il mercato. D’altronde – come sa benissimo qualsiasi storico dell’industria – il protezionismo è sempre una condizione necessaria per permettere a chi parte svantaggiato di affermare i suoi campioni nazionali: non esiste sostanzialmente al mondo grande gruppo industriale che non si sia affermato grazie a una prima fase di politiche protezionistiche. Nel caso del mondo digitale la realtà parla chiaro: chi non ha adottato misure protezionistiche, come l’Europa o l’India o il Giappone, molto banalmente è stato colonizzato dai giganti USA – tra l’altro tutti abbondantemente sostenuti direttamente da Washington; eppure quello che è successo con le piattaforme digitali cinesi non è successo con l’industria dell’intrattenimento. I campioni nazionali dell’entertainment che hanno avuto l’opportunità di crescere in un ambiente protetto non sono stati in grado di conquistare i mercati globali: ma il mercato locale invece sì, eccome, nonostante – in realtà – siano stati molto meno protetti che non le piattaforme digitali. “Sebbene la Cina non sia riuscita a penetrare nei mercati culturali globali” ricorda infatti sempre Feizi su Asia Times “i film nazionali hanno sovraperformato di gran lunga quelli di Hollywood, conquistando nel 2023 tutti i primi 10 posti negli incassi al botteghino”: in Italia, per dire, i primi 10 film sono TUTTI, e dico TUTTI, made in USA, e dei primi 25 tutti a parte 3.
Ma torniamo alla Cina: il punto, quindi, non è che c’è la dittatura e non c’è la concorrenza di Hollywood – anzi, per Hollywood il mercato cinese è diventato vitale -, ma di fronte alle grandi produzioni cinesi, per il mercato locale, semplicemente, è perdente; e quindi, ancora, perché mai i film cinesi che in casa sbancano i botteghini non conquistano i mercati globali come TikTok e WeChat? E qui entriamo nell’ambito delle speculazioni infondate del Marrucci: per risolvere questo mistero, infatti, a mio avviso può essere utile fare un parallelo tra il sistema globale dell’industria culturale e il sistema globale dei flussi di capitali, e anche provare a capire come questi due fenomeni siano intimamente interconnessi; come nei mercati finanziari, infatti, assistiamo al dominio incontrastato del dollaro, così nell’industria globale dell’intrattenimento assistiamo a un dominio incontrastato di Hollywood – inteso come simbolo dell’intero oligopolio dell’industria culturale made in USA. Ora, il dominio globale del dollaro si è affermato attraverso la globalizzazione neoliberista: questa, infatti, ha comportato lo smantellamento delle varie specificità nazionali nel tentativo di creare un mercato globale dei capitali il più omogeneo possibile, all’interno del quale far circolare liberamente i capitali; e in questo mondo piatto e privo di barriere la valuta che rappresentava i capitali più forti si è imposta come l’unica vera valuta globale. Allo stesso modo, in questo mondo piatto dove sono state scientemente cestinate tutte le specificità nazionali si è affermato anche un altro monopolio: quello della costruzione dell’immaginario; nel mondo piatto, cioè, si sono affermati dei linguaggi universali: il linguaggio universale dei capitali che si chiama dollaro e il linguaggio universale dei sogni che si chiama Hollywood. Il punto, però, è che non tutti sono caduti nel tranello: la Cina, in particolare, ha accettato – obbligatoriamente – di far parte del mondo unipolare fatto a immagine e somiglianza del dollaro, ma ha mantenuto il controllo sulla circolazione dei capitali e, in questo modo, è riuscita a finanziare il suo sviluppo e a consolidare la sua sovranità e la sua indipendenza. Allo stesso modo, la Cina ha deciso di proteggere la sua identità culturale nazionale ed è sfuggita così, almeno in parte, al colonialismo culturale a stelle e strisce: questa cosa, da un lato, oggi le permette di avere un’industria culturale nazionale fondata su alcuni campioni nazionali e di non essere una succursale di Hollywood ma, dall’altro, è probabilmente proprio il singolo aspetto che maggiormente le impedisce di conquistare i mercati globali, e questo proprio perché i mercati globali dell’immaginario parlano la lingua universale imposta da Hollywood – che è esattamente quella che la Cina ha deciso di non imparare per proteggere la sua identità culturale nazionale. L’industria culturale cinese, così, oggi parla una lingua diversa da quella che si è imposta nei mercati globali e quindi, sostanzialmente, ne è esclusa; e questa cosa, tutto sommato, dovrebbe rassicurare tutte le persone che sono affette da qualche forma di sinofobia: il chiodo fisso di ogni sincero sinofobo, infatti, è sempre “Eh, vabbeh, l’egemonia USA è cattiva. Ma, finita l’egemonia USA, ecco che arriva quella cinese, che è pure peggio”.
Ora, il timore che finita un’egemonia ne arrivi un’altra, potenzialmente anche peggiore, può anche essere astrattamente un timore giustificato; la buona notizia, però, è che quando dall’astrazione passiamo al mondo reale, il timore – in questo caso – si rivela piuttosto infondato: come abbiamo provato a spiegare diverse volte, infatti, non c’è nessuna possibilità che al declino dell’egemonia del dollaro segua l’ascesa dell’egemonia dello yuan. Una valuta, infatti, per diventare valuta di riserva globale deve essere emessa da uno stato che garantisce la libera circolazione dei capitali, il che significa necessariamente che quello stato si identifica totalmente con gli interessi delle oligarchie finanziarie che, in questo schema, sono i veri detentori del potere sia economico che politico: esattamente quello che la Cina vuole evitare a ogni costo; in Cina a comandare è il partito comunista cinese e non le oligarchie finanziarie che, tra l’altro, è esattamente il motivo per cui la Cina viene definita un regime autoritario. Nella neolingua del Nord globale finanziarizzato e rigorosamente neoliberista, un regime autoritario – come dice sempre Michael Hudson – “è qualsiasi regime dove lo stato mantenga potere a sufficienza da ostacolare le ambizioni politiche delle sue oligarchie finanziarie”. Ecco; un ragionamento, tutto sommato, piuttosto simile lo possiamo fare anche per il colonialismo culturale; anche nel caso di un eventuale collasso dell’egemonia culturale USA non c’è motivo di temere l’affermazione di una qualche forma di pensiero unico made in China: ammesso e concesso che gliene freghi qualcosa, molto banalmente non sono in grado e – appunto – non perché non sono creativi perché c’è la dittatura, ma molto semplicemente perché hanno un linguaggio completamente diverso dal nostro, che è quello del mondo piatto costruito a immagine e somiglianza delle ambizioni imperiali USA.
Il buon Han Feizi su Asia Times riporta un esempio piuttosto eclatante: il secondo film d’animazione campione d’incassi al botteghino in Cina nel 2023, ricorda, si intitola “30 mila miglia da Chang’an”; 170 minuti, sottolinea Feizi, “senza stratagemmi hollywoodiani a buon mercato, nessuna storia d’amore gratuita, e nessun osso gettato ai bambini”. “La storia” riassume Feizi “segue l’amicizia di una vita tra Gao Shi, un onorevole militare e poeta minore, e l’incandescente Li Bai, un poeta dal talento celestiale e dall’infinita dissolutezza. A collegare le storie, ci sono 48 poesie della dinastia Tang e innumerevoli cameo di poeti, generali, musicisti e calligrafi Tang”; “un film” continua Feizi “di portata tolstoiana: un inno all’amicizia, all’essere giovani, all’invecchiamento, all’ambizione, alla lealtà, alle scelte che facciamo, alle gioie dell’alcol, a ciò che dobbiamo al talento, alla seduzione del potere e al rimpianto”.

Fabio Volo

Che riesca a colonizzare culturalmente uno come me, che non è mai riuscito ad arrivare alla fine di un film sveglio in vita sua e che sbava dietro a Christian de Sica e a Checco Zalone, la vedo dura, diciamo. La domanda, allora, a questo punto è: ma se l’avversario strategico degli USA non è minimamente in grado di sostituirne l’egemonia culturale, chi o cosa potrebbe farlo? Margherita Buy? Fabio Volo? Il problema, infatti, non è solo che il monopolio USA sull’industria culturale globale – esattamente come il monopolio delle piattaforme digitali – ha totalmente raso al suolo le industrie nazionali; il problema è che, per come stiamo messi, è una fortuna che sia andata così: almeno i prodotti culturali made in USA son tutti uguali, ma sono tecnicamente e narrativamente ineccepibili. Per staccare il cervello vanno più che bene; i nostri, anche se stacchi il cervello, ti fanno comunque venire l’orchite, e anche qui il parallelo con il declino dell’egemonia del dollaro potrebbe esserci utile. Anche in quel caso, il declino del sistema valutario unipolare fondato sul dollaro – e l’impossibilità dello yuan di sostituirlo – apre potenzialità gigantesche, ma anche rischi e, quindi, responsabilità: in un eventuale nuovo ordine valutario multipolare starà anche ai singoli paesi sovrani, o alle federazioni regionali dei singoli paesi sovrani, sviluppare una politica economica e monetaria in grado di garantirgli un posto in un mondo sempre più complesso. In un nuovo eventuale ordine multipolare conviveranno paesi che adottano un modello simile a quello saudita con paesi che adottano un modello simile a quello norvegese, con paesi che adottano un modello simile a quello cubano, nel quadro di alcune regole condivise: saranno anche un po’ stracazzi nostri, insomma, e ci troveremo a comunque a doverci fare gli stracazzi nostri a partire da quello che abbiamo ereditato dai decenni precedenti, e cioè una devastazione sistematica del tessuto produttivo e della capacità di creare ricchezza; insomma, ci saremo liberati da una forma insostenibile di schiavitù, ma da lì a raggiungere una forma sostenibile di libertà ce ne passa, e ci dovremo mettere del nostro.
Per l’industria culturale e la ricerca di una nuova identità culturale nazionale le cose potrebbero essere ancora più complesse perché, in 50 di mondo piatto fatto a immagine e somiglianza del dollaro e di Hollywood, non è solo il nostro tessuto produttivo ad essere stato asfaltato ma, appunto, la nostra capoccia: una volta che ci saremo tolti Hollywood e Netflix dai coglioni, continueremo ad averceli dentro la testa e l’involuzione antropologica imposta da decenni di neoliberismo continuerà a farci compagnia a lungo; e magari, per darci un’identità, la condiremo con una bella dose di xenofobia, di omofobia e di tutte le sfumature di negazionismo che oggi vanno così di moda nel microcosmo dei cosiddetti anti-sistema.
Per capire su cosa fondare la gigantesca battaglia culturale che ci aspetta per sostituire la fuffa di Hollywood con un’autentica cultura nazionale in grado di sostenere la nostra emancipazione – invece che relegarci all’imbarbarimento – però io, sinceramente, grossi strumenti non ne ho, e allora vi rimando a domani, lunedì 18 dicembre, quando alle 18 e 30 pubblicheremo la straordinaria intervista al filosofo Vincenzo Costa che abbiamo registrato ieri mattina insieme al nostro socio Gabriele Germani. Nel frattempo, per prepararci adeguatamente alla battaglia culturale, di sicuro quello di cui abbiamo urgentemente bisogno è un nuovo media pronto a dare battaglia affinché il mondo nuovo che ci aspetta sia un passo avanti e non tre passi indietro. Aiutaci a costruirlo: aderisci alla campagna di sottoscrizione di Ottolina Tv su GoFundMe e su PayPal.

E chi non aderisce è Fabio Volo

L’Italia è fallita? La resa dei conti finale dopo 30 anni di devastazione dell’economia italiana

Bentornato 2011

Vi ricordate? L’anno della crisi del debito sovrano. Trending topic su ogni genere di piattaforma e nei titoli di ogni media possibile immaginabile un solo termine: SPREAD.

l’Italia era sull’orlo del baratro al punto che la trojka ha architettato un vero e proprio colpo di stato, e noi gli abbiamo pure detto bravi.

A 12 anni di distanza, spiace dirlo, abbiamo la prova provata: non solo non è servito, ma non ha fatto che aggravare la situazione; ora siamo di nuovo di fronte allo stesso identico baratro, solo che a questo giro è ancora più profondo e le vie di fuga sono enormemente più ristrette, troppo per permettere a questo governo di cialtroni e svendipatria di riuscire a percorrerle, tant’è, che manco ci provano. Preferiscono rifugiarsi nella più cringe delle propagande: “governo-gufi 4 a 0” titolava martedì entusiasta il Giornale, elencando 4 goal totalmente immaginari.

Il primo il governo l’avrebbe segnato riuscendo a vendere ai risparmiatori italiani il Btp Valore, per la bellezza di – sottolineano enfaticamente – 4,6 miliardi. Evidentemente, hanno qualche problemino con i numeri e con le virgole: quei 4,6 miliardi al debito italiano, come si dice dalle mie parti, gli fanno come il cazzo alle vecchie. Niente. Zero. Nemmeno un friccicorino. A breve di miliardi, infatti, ce ne serviranno pochi meno di 150, e per piazzarli ci dovremo letteralmente disssanguare.

Il secondo goal il governo l’avrebbe segnato grazie allo spread, che invece della cifra astronomica di 500 punti abbondanti raggiunta nel 2011, ora sarebbe sotto quota 200.

Che culo eh? Peccato che non significhi assolutamente niente.

Prof. Alessandro Volpi: “Ma io […] la smetterei di parlare di spread, perché lo spread è un indicatore che ha un senso nella misura in cui i titoli tedeschi, che sono i titoli di riferimento, paga rendimenti bassi. In questo momento la Germania sta pagando rendimenti che sono significativamente alti, vicini al 3%. Quindi è chiaro che se la Germania invece che pagare lo zero o poco più come accadeva nel 2011, paga il 3%, lo spread rimane a 200. […] Quello che conta non è il differenziale con la Germania, è quanto paghiamo ad oggi. […] Cioè noi stiamo pagando il decennale sopra il 5%. […] Alla fine tutta questa roba qui vuol dire che il conto interessi dello Stato italiano è passato dai 57 miliardi del 2020 a una stima che dice che nel 2025 saranno 132 miliardi ed è molto probabile che sia una stima per difetto.”

Non so se è chiaro: la propaganda filogovernativa stappa lo champagne, mentre nei prossimi 2 anni dobbiamo trovare 80 miliardi l’anno in più solo per pagare gli interessi sul debito.

80 miliardi sono 5,6 manovre finanziarie e 4 volte i 20 miliardi che il governo si appresta già quest’anno a recuperare privatizzando i gioielli di famiglia. Ogni anno,forever and ever. Non volevamo fare la fine della Grecia e ci hanno accontentati: sarà molto, ma molto peggio.

l’Italia è nel bel mezzo di una nuova gigantesca crisi del debito; non forse, chissà, magari, nel futuro. No, no, proprio adesso. Qui. Ora.

Prof. Alessandro Volpi: “[…] C’è una regoletta del debito che è molto semplice, che consiste in questo, cioè: quando i rendimenti dei titoli a breve termine è vicino al rendimento dei titoli a lungo termine, vuol dire che quello che, un po’ pomposamente si chiama mercato e che io chiamerei il luogo delle speculazioni, è sostanzialmente convinto che per quel Paese ci sia delle serissime difficoltà nel corso dei prossimi mesi. Cosa sta succedendo in Italia in questo momento? […] i buoni del Tesoro emessi a sei mesi pagano il 4%, i Btp pagano il cinque, quindi vuol dire che chi presta i soldi allo Stato italiano e sa che lo Stato ieri restituirà fra sei mesi, chiede il quattro e passa per cento. Chi glielo presta per dieci anni, il cinque. Ora questo è un differenziale assolutamente anomalo, perché se io presto i soldi a dieci anni è chiaro che chiedo maggiori garanzie perché vincolo quel titolo per dieci anni. Quindi normalmente il differenziale fra il breve e il lungo termine è molto ampio. Ora questo fenomeno si sta riducendo. Nel 2011, nel famigerato novembre 2011, i tassi a breve superarono i tassi a lungo termine. Questo vuol dire che in quel momento c’era chi scommetteva su una crisi dello Stato italiano e chi era che scommetteva che lo Stato italiano? Tutti quelli che possedevano le scommesse sul debito, i famosi credit default swap che sono ripartiti nonostante la normativa europea, dice che non è possibile che si rimettano scommesse titoli derivati su titoli di Stato senza possederli… Ecco, nonostante tutto questo, […] è ripartita anche la scommessa contro il debito italiano. […] È nell’aria una grande e sempre più marcata aggressione nei confronti del debito italiano. In primis, io direi dai grandi fondi che intervengono in questo tipo di mercato.

Chi si sveglia oggi, o è completamente suonato, o è in malafede.

Il punto, come abbiamo ripetuto ormai milioni di volte, è che le cause che hanno portato alla crisi finanziaria globale del 2008, e poi a quella dei debiti sovrani del 2011, non solo non sono state minimamente risolte, ma sono state enormemente aggravate.

Prof. Alessandro Volpi: “[…] Noi abbiamo affrontato anche la crisi del 2011, come se fosse una deroga alla normalità. […] La stessa Whatever it takes (pronunciata da Mario Draghi, ndr) aveva la implicita affermazione secondo cui era una situazione di emergenza. Si affrontava una situazione di emergenza con una deroga, si produceva l’acquisto del debito perché quella era una situazione particolarmente critica, eccetera eccetera eccetera. […] Poi c’è stato il covid che ha prorogato la deroga e ora siamo arrivati alla fine della deroga. […] Ora le cose più o meno sono tornate come erano, ritorniamo alle vecchie regole: è lì errore cioè fino a che noi non capiamo che non è una questione di deroga.”

Durante questa deroga, molto banalmente, la Banca Centrale Europea è tornata a fare quello che le banche centrali hanno sempre fatto fino a quando l’obiettivo del capitalismo era la crescita economica, e non la sua distruzione sistematica: il prestatore di ultima istanza, che in soldoni significa che a comprare il debito, e a stabilire quanto si deve pagare di interessi, non sono i mercati, che non esistono, ma lei.

Prof. Alessandro Volpi: “[…] Nella storia il prestatore di ultima istanza esiste dalla nascita della Banca d’Inghilterra alla fine del Seicento, e fattelo dire da uno che queste cose ci ha perso tempo a studiare. È sempre esistito un prestatore di ultima istanza. […] Lo faceva la Banca di Francia al tempo di Napoleone; lo ha fatto la Banca di Francia al tempo del Secondo Impero di Napoleone terzo e Zola lo ha scritto con grande chiarezza; l’ha fatto storicamente la Banca d’Inghilterra; l’ha fatto storicamente la Federal Reserve, che è nata dopo le altre banche. […] Lo ha fatto la Banca d’Italia quando era una società per azioni privata nel 1893; L’ha fatto durante il fascismo con la legge 36, lo ha fatto nel dopoguerra. Ma perché ci dobbiamo inventare una roba che non è mai esistita? Perché noi consideriamo la normalità quello che nella storia non è mai esistito e andiamo in deroga perché riteniamo che la normalità sia quella roba lì per cui la banca centrale non ha senso di essere.”

Oggi infatti la deroga è finita e il debito bisogna tornare a piazzarlo sul mercato, che in concreto, in realtà, significa semplicemente che dobbiamo convincere a comprarlo i fondi speculativi, e per convincerli gli dobbiamo riconoscere interessi che, molto banalmente, non sono sostenibili; oggi più che mai perchè il problema del whatever it takes di Draghi non è soltanto che era solo una deroga, e poi il conto si sarebbe comunque ripresentato, ma – forse ancora più grave – è che durante quella deroga si è fatto di tutto per aggravare il problema. Invece che andare in investimenti nell’economia reale, e quindi permettere all’economia nel suo insieme di tornare a creare ricchezza, quella montagna di quattrini sono andati a gonfiare le bolle speculative, e il debito prima non si è ridotto per qualche anno manco di un centesimo, e poi, col covid, è letteralmente esploso.

Prof. Alessandro Volpi: “Qui il problema del debito è diventato essenziale. D’altra parte noi siamo stati in piedi, come Paese nel corso degli ultimi anni, almeno dal 2020, e abbiamo fatto una spesa pubblica complessivamente intorno ai 100-112 miliardi di euro. Più della metà, quasi il 70%, l’abbiamo finanziata emettendo debito, che però era debito, pagando lo 0,5%, addirittura con la Bce che comprava o prestava i soldi alla Banca d’Italia, che comprava i titoli di Stato italiano e su quei titoli riceveva un interesse che girava al Tesoro italiano. Ecco, questa partita è finita. Questa partita è completamente esaurita. […] Cioè qui non non esiste modo per finanziare perché ormai la spesa pubblica è strutturalmente finanziata a debito. […] Quando gli interessi non costavano cinquanta miliardi, tu potevi fare la spesa pubblica. Se la spesa da cinquanta arriva a centocinquanta, cosa che non è impossibile perché non c’è più una banca centrale che compra i titoli e fa anche un’azione di calmiere. […] Perché è chiaro che se io so che una parte di titoli se li compra la Bce alla fine è solo che il tasso lo fa la Bce. Il whatever it takes di Draghi, in quel momento era servito anche a frenare i meccanismi speculativi, perché le scommesse sul debito ci sono. E se si sa che a un certo punto la Bce inonda il mercato di liquidità alla fine, qualche speculatore rischia di rimanere scottato. Tutta questa roba qui non c’è più. Gli speculatori giocano a senso unico, la Bce, questa fenomenale Madame Lagarde ha detto e continua a dire “noi finché non arriva il 2% terremo i tassi alti”. Non compriamo più niente. Ma come la sostituiamo questa roba qui? Che io voglio capire come la sostituiamo. […] Perché la Bce ha detto chiaramente noi non compriamo più niente fino a che l’inflazione arriva al 2%, che è una roba veramente lunare, lunare.”

Ad aggravare la situazione, 10 anni dopo la crisi del debito sovrano del 2011, è che ormai nella corsia del pronto soccorso delle economie in stato comatoso non ci sono più soltanto i paesi più deboli della periferia europea, ma letteralmente tutto il nord globale, alla disperata ricerca di capitali per tenere in piedi un debito pubblico che nel frattempo è letteralmente esploso, scatenando una guerra al rialzo dei tassi della quale non si vede la fine.

Come abbiamo già detto, i titoli tedeschi, che nel 2011 fruttavano lo 0,2% di interessi, ora si avvicinano alla soglia del 3; ma la situazione è ancora più estrema oltreoceano, a Washington, dove il rendimento dei titoli di stato si sta avvicinando al 5%.

Non so se è chiaro: i titoli in assoluto più liquidi e sicuri sul mercato globale, pagano oggi il 5% di interessi.

Prof. Alessandro Volpi: “E questo vuol dire che in giro per il mondo c’è un competitor fortissimo che sono gli Stati Uniti. I quali appunto emettono debito a tassi di interesse così alti che sono il target con cui fare riferimento. In questo ricorda molto la politica di Paul Volcker e del primo Reagan, cioè quando Reagan arriva porta i tassi della Federal Reserve, attraverso Paul Volcker, da cinque, sei per cento al 14%. E il nostro debito si è scassato lì […]. Non è che il debito pubblico italiano è cresciuto perché abbiamo fatto la riforma delle pensioni, perché abbiamo fatto una riforma sanitaria… è cresciuto perché a un certo punto abbiamo dovuto pagare interessi altissimi per fare concorrenza al debito degli Stati Uniti e non ce l’abbiamo più fatta. […] Ma ancora nel ’90 il debito italiano era il 70% del Pil. È esploso per effetto non delle politiche Craxiane e tutta sta roba, ma perché per ogni titolo di Stato emesso si pagava il 14%. Cioè 1994 c’erano i buoni del Tesoro [così come] nel ’93 e nel ’92, pagavano undici, dodici perché c’era la concorrenza internazionale, non c’era la banca centrale.”

Perchè il punto, ovviamente, è che questi rendimenti faranno sì che tutti i soldi che ci sono in circolazione eviteranno come la peste di impelagarsi in mezzo a tutti i rischi che comportano gli investimenti nell’economia reale. Chi te lo fa fare di produrre qualcosa se semplicemente comprando titoli del tesoro hai un rendimento di oltre il 5%?

Questo significa una cosa sola, semplicissima: recessione. E con l’economia che entra in una lunga e dolorosa recessione, da dove li tiri fuori i 120/130 miliardi l’anno che ti servono per pagare gli interessi sul debito?

La risposta purtroppo la conoscete fin troppo bene: privatizzazioni, che a noi che siamo un po’ complottisti, più che l’unica soluzione possibile, sembra molto sinceramente la vera ragione ultima che ha determinato queste scellerate scelte di politica economica.

Prof. Alessandro Volpi: “[…] In questo momento la politica della Bce è una politica irresponsabile . […] Una politica che ha come fine evidente la privatizzazione. […] È partita una concorrenza internazionale sui titoli del debito che provocherà un aumento dei tassi di interesse che vorrà dire per gli Stati più deboli: privatizzare obbligatoriamente. Perché quando la seconda voce di spesa del bilancio sono centocinquanta miliardi di interessi su mille miliardi di spesa pubblica di cui ce ne sono una parte significativa vincolata fra pensioni e cose di questo tipo… ma di cosa stiamo parlando? È evidente che andremo verso la privatizzazione. I fondi costruiranno le pensioni integrative, la sanità integrativa e andiamo avanti così.”

In realtà un’alternativa ci sarebbe anche: far pagare chi in questi anni di devastazione sistematica dell’economia, casualmente, si è arricchito come non mai prima ma il vento politico, sempre casualmente – ci mancherebbe – sembra spirare in una direzione leggermente diversa.

Prof. Alessandro Volpi: “Non so se hai notato, è un inciso, ma l’eredità del vecchio uno dei temi per cui, come dire, gli eredi del Vecchio cercano di pagare l’imposta di successione in Italia e non in Francia è perché in Francia pagherebbero il 70%. […] A differenza di quella percentuale poco distante del dieci che pagherebbero in Italia. Quindi è evidente che noi dobbiamo riformulare il sistema fiscale: riformulare il sistema fiscale in forma equa, progressiva, colpendo le rendite, eliminando questa bega delle cedolari secche che sono gli affitti per coloro che hanno fasce di reddito di un certo tipo, recuperando certamente l’imposizione fiscale sul tema dei dividendi, cioè noi non possiamo continuare ad avere un’imposizione fiscale per cui i profitti sono penalizzati molto di più dei dividendi e quindi tutto si sposta in questo modo sui dividendi. [..] Cioè se noi non teniamo insieme debito e riforma fiscale, una delle due non è sufficiente. […] Se anche mettessimo la patrimoniale più esasperata, pesantissima modello governo Parri del maggio dei 45, non riusciremo ad avere in queste condizioni il gettito sufficiente. Creeremo certamente dei meccanismi di riduzione delle disuguaglianze, creeremo finalmente dei meccanismi di incentivazione a una economia che non è un’economia di finanza e di rapina, però abbiamo bisogno di una banca centrale che ci finanzi il debito, che è una parte essenziale della finanza pubblica. Se non facciamo questo. […] non ce la faremo, quindi ci vuole una riforma fiscale, ma contestualmente ci vuole una politica monetaria, come diresti tu (riferito a Giuliano Marrucci, ndr) di natura sovrana, ma nel senso che sia in grado di rispondere alle esigenze di un’economia che è un’economia produttiva, di una collettività.”

Ed ecco così che si ritorna a bomba. Ormai vi uscirà dalle orecchie, ma noi continueremo a ripeterlo a oltranza fino a quando quello che diciamo non si trasformerà in un progetto politico serio, in grado di mandare definitivamente a casa tutti i portaborse delle oligarchie finanziarie che si sono avvicendati negli ultimi 30 e passa anni: è in corso una guerra totale dell’1% contro il resto del mondo, combattuta a colpi di finanziarizzazione e distruzione degli assi portanti dello stato e della democrazia moderna, una guerra che l’1% combatte ferocemente con tutte le armi a disposizione, a partire dal monopolio totale della cultura e dei mezzi di produzione del consenso.

Ripartiamo da lì e costruiamo il primo vero media che dia voce al paese reale e ai subalterni.

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E chi non aderisce è Christine Lagarde

L’intelligenza artificiale è un’arma di distruzione di massa: e gli USA si rifiutano di regolarla

Ma quante storie con questa intelligenza artificiale, è solo una tecnologia.

Giusto, è solo una tecnologia: come la bomba atomica, il sarin, o anche l’ingegneria genetica, o l’energia prodotta da fonti fossili.

Sono solo tecnologie, che sarà mai…

Lo sviluppo industriale e scientifico degli ultimi due secoli ha comportato benefici straordinari, ma non sono gratis. Grazie proprio a questo incredibile sviluppo oggi infatti l’essere umano e le forme specifiche di organizzazione politica, sociale ed economica di cui si è dotato, ha il potere di distruggere definitivamente, se non proprio l’intero pianeta che ci ospita, di sicuro una fetta consistente della vita che lo anima, a partire in particolare dalla nostra stessa specie. Come dice l’uomo ragno, “da un grande potere, derivano grandi responsabilità”.

Saremo abbastanza adulti e consapevoli da potercele accollare?

A giudicare dal fanatismo ideologico nel quale ci hanno catapultato cinquant’anni di controrivoluzione neoliberista, sembrerebbe proprio di no. Ai piani bassi, la profonda trasformazione antropologica imposta dalla controrivoluzione ha fatto si che la nostra capacità di lettura dei fenomeni e dei processi che condizionano la nostra vita venisse sistematicamente compromessa dal pervadere di una inscalfibile superstizione di massa: le cose si aggiusteranno da sole, grazie alla mano invisibile del mercato.

O comunque, anche se non si aggiusteranno, ha ragione TINA, la nostra amica immaginaria collettiva, che ci insegna che There Is No Alternative. Tocca farsi il segno del dollaro, al posto di quello della croce e avere fede nell’intervento salvifico di un entità immaginaria. Ai piani alti invece, dove in realtà che un’alternativa c’è sempre: lo sanno benissimo e invece che sulla leggenda della mano invisibile,preferiscono concentrarsi sulla realtà concretissima di chi detiene il potere e per farci cosa, semplicemente del destino dell’umanità e della vita tutta, non hanno tempo di occuparsene. Sono troppo presi ad accumulare quanta più ricchezza e quanto più potere nel minor tempo possibile e le conseguenze, per quanto devastanti, vengono catalogate semplicemente sotto la voce “effetti collaterali”.

L’intelligenza artificiale non fa eccezione.

Senza entrare nei dettagli di un dibattito tecnico che di scientifico mi sembra abbia pochino, da qualunque punto di vista la si guardi, sul tema esistono sostanzialmente due opzioni:

1 – L’intelligenza artificiale è un bel giochino, va bene, ma è solo una tecnologia tra le tante, con un impatto limitato. Quindi anche i rischi che comporta sono limitati. e quindi anche basta con tutto questo hype ingiustificato.

2 – L’intelligenza artificiale comporta una vera e propria rivoluzione tecnologica, in grado di modificare in profondità sostanzialmente tutto quello che facciamo e come lo facciamo. In tal caso, come la giri la giri, comporta anche rischi enormi. sostanzialmente, incalcolabili.

Noi, molto onestamente, non siamo minimamente in grado di dirvi quale delle due opzioni sia quella giusta. Possiamo però fare una semplicissima deduzione logica: se quella giusta è l’opzione numero 2, siamo letteralmente nella merda.

Voi, in tutta sincerità, ve la sentite di accollarvi il rischio?

18 luglio 2023, New York, sede delle Nazioni Unite.

Dopo lunghe ed estenuanti trattative, per la prima volta in assoluto il Consiglio di Sicurezza si riunisce per affrontare un tema avvertito da più parti come sempre più urgente: i rischi legati all’intelligenza artificiale applicata ai sistemi d’arma. A promuovere l’incontro, la Cina: da 18 mesi. La prima volta che i funzionari cinesi avevano provato a portare il tema alle nazioni unite infatti era il dicembre 2021. Il Ministero degli Esteri aveva da poco pubblicato un documento ufficiale per la “regolazione della applicazioni militari dell’intelligenza artificiale”: dal momento che la pace e lo sviluppo nel mondo si trovano ad affrontare sfide dalle molteplici sfaccettature”, si legge nel documento, “i diversi paesi dovrebbero elaborare una visione sulla sicurezza comune, globale, cooperativa e sostenibile, e cercare il consenso sulla regolamentazione delle applicazioni militari dell’IA attraverso il dialogo e la cooperazione e stabilire un regime di governance efficace, al fine di prevenire danni gravi o addirittura disastri causati dalle applicazioni militari dell’Iintelligenza artificiale”. Soltanto una governance comune globale e cooperativa, sostengono i cinesi, può aiutarci a “prevenire e gestire i potenziali rischi, promuovere la fiducia reciproca tra i paesi e prevenire così una nuova pericolosissima corsa agli armamenti”. Il rischio, in particolare, riguarda eventuali sistemi di risposta automatica.

Non è un problema del tutto inedito

Sistemi di allarme preventivo automatizzati infatti sono sempre esistiti. Come il celebre Oko, il sofisticato sistema di allerta precoce sviluppato a partire dai primi anni ‘70 e che ha rischiato di catapultarci in un conflitto nucleare, per sbaglio. Era il settembre del 1983: l’Oko segnala il lancio di una batteria di ben cinque missili intercontinentali. Il protocollo prevedeva di riportare l’allerta immediatamente ai piani alti della catena di comando, ma secondo la dottrina della “distruzione reciproca assicurata”, la risposta sarebbe dovuta essere un contrattacco nucleare immediato obbligatorio contro gli USA. Fortunatamente però quel giorno il compito di trasmettere le allerte del sistema era toccato al colonnello Stanislav Petrov. Sin da subito, Petrov pensò a un errore: era convinto che in caso di primo attacco nucleare gli USA avrebbero lanciato contemporaneamente centinaia di missili nel tentativo di annientare la capacità controffensiva sovietica, quindi decise di non riportare l’allarme ai superiori, ed ebbe ragione.

Nessun missile intercontinentale toccò mai il suolo sovietico. Petrov aveva evitato la guerra nucleare. Ma nessuno gli disse grazie, anzi…

Premiarlo, infatti, avrebbe comportato riconoscere ufficialmente le carenze del sistema. Poco dopo, fu costretto a ritirarsi in pensione prima del tempo per un esaurimento nervoso. Il timore espresso dai cinesi, appunto, è che si vada verso una situazione dove non ci sarà più un Petrov a salvarci dall’estinzione, e che quindi è urgente mettere dei paletti condivisi.

Ad aumentare a dismisura i rischi di incidente, infatti, è l’inizio dell’era dei missili ipersonici, che con la loro velocità fino a dodici volte superiore a quella del suono, accorciano in maniera drastica il tempo utile per consentire un eventuale intervento umano. Una minaccia esistenziale, la cui risoluzione non può più essere rinviata. È essenziale garantire il controllo umano per tutti i sistemi d’arma abilitati all’intelligenza artificiale”, ha affermato di fronte al consiglio di sicurezza l’ambasciatore cinese presso le Nazioni Unite, sottolineando che “questo controllo deve essere sufficiente, efficace e responsabile”

Ma la partita militare è solo una parte del problema

Se davvero l’intelligenza artificiale è questa rivoluzione epocale di cui tutti parlano, il suo potenziale distruttivo necessariamente va ben oltre il campo di battaglia e il problema di una governance “globale, cooperativa e sostenibile” riguarda necessariamente anche ben altri ambiti. Ed è proprio per rispondere a questa esigenza che nel luglio scorso a Nishan, nella provincia orientale dello Shandong, i cinesi hanno invitato tutti gli stati del pianeta, a prescindere dal loro orientamente politico, a partecipare alla World Internet Conference. Tutti i paesi, grandi o piccoli, forti o deboli, ricchi o poveri”, avrebbe dichiarato il vice direttore del dipartimento per il controllo delle armi del Ministero degli Esteri, “hanno pari diritti di partecipare alla governance globale dell’IA”.

Il Nord Globale, però, ha risposto picche. Non si sono manco presentati: erano occupati a organizzare un altro simposio, tutto loro. Si dovrebbe tenere il prossimo novembre nel Regno Unito. Ma i cinesi, come d’altronde una lunga serie di altri Paesi ritenuti dall’Occidente globale dei pariah, non sono stati invitati.

Una follia, che ha spinto addirittura i ricercatori dell’occidentalissimo e liberalissimo Oxford Internet Institute a scrivere una lettera aperta di protesta al Financial Times: perchè escludere la Cina dal summit sull’intelligenza artificiale sarebbe un errore”, si intitola. Ribadisce quello che dovrebbe essere ovvio, ma che in questo clima avvelenato da guerra ibrida globale, evidentemente, non lo è più: primo”, scrivono, “i rischi posti dai sistemi di intelligenza artificiale trascendono i confini nazionali. senza il coinvolgimento della Cina, qualsiasi accordo internazionale teso a contrastarli sarebbe del tutto futile. Prendiamo ad esempio l’utilizzo dell’intelligenza artificiale per lo sviluppo di armi chimiche. Se un accordo sulle migliori pratiche per prevenire ciò escludesse la Cina, gli altri paesi potrebbero semplicemente utilizzare i sistemi di intelligenza artificiale cinesi per questo tipo di scopi dannosi”. “Secondo”, continuano, “qualsiasi accordo internazionale, se verrà percepito come un vantaggio per la Cina, nopn potrà che essere respinto, in particolare negli Stati Uniti. Fino ad oggi, infatti, gli sforzi esistenti per introdurre una regolamentazione sono stati vanificati dai timori di perdere una “corsa agli armamenti dell’intelligenza artificiale” a favore della Cina. Avere la Cina al tavolo riduce questo rischio, poiché sarà vincolata dallo stesso accordo”. Per finire, “In terzo luogo, mentre gli Stati Uniti e il Regno Unito hanno in gran parte ritardato la regolamentazione dell’intelligenza artificiale, la Cina è stata proattiva. Di fatto è l’unico paese a promulgare regolamenti specificamente mirati all’intelligenza artificiale generativa. Questa esperienza normativa sarebbe preziosa per indirizzare una politica ben progettata al vertice sull’intelligenza artificiale del Regno Unito”.


L’esclusione della Cina non è l’unico aspetto del summit a sdubbiare la comunità accademica. Secondo Wendy Hall dell’Università di Southampton, riporta sempre il Financial Times, il problema principale è costituito dal fatto che “i consigli proverranno principalmente dalle grandi aziende tecnologiche stesse”.

““È giusto”, si chiede la Hall, “che le persone che traggono profitto da questa rivoluzione siano le stesse che progettano la sua regolamentazione?”. Ed ecco così svelata la vera natura del conflitto insanabile tra come intende la governance dell’intelligenza artificiale la Cina, e come la intendono i paesi del Nord Globale. Come ricorda sempre un ricercatore di quella temibile cellula dell’internazionale bolscevica che è l’Oxford Internet Institute, in un articolo pubblicato ieri su Asia Times: “il 15 agosto 2023, in Cina è entrata in vigore una nuova legge per la regolazione dell’intelligenza artificiale generativa. è solo l’ultimo di una lunga serie di sforzi mirati a governare diversi aspetti dell’intelligenza artificiale, ed è la prima legge al mondo specificatamente rivolta all’intelligenza artificiale generativa”. La legge introduce alcune restrizioni importanti per le società che offrono questo genere di servizi, in particolare in relazione alla natura dei dati utilizzati per addestrare gli algoritmi. Sin dalla fine del 2020, la Cina ha intrapreso una lunga battaglia contro il consolidamento di un oligopolio da parte dei grandi gruppi tecnologici, rafforzando l’azione della sua agenzia antitrust, e sopratutto ponendo limiti chiari allo sfruttamento dei dati personali a fini commerciali. Un approccio molto simile a quello adottato dall’Unione Europea a partire dall’introduzione del GDPR. Con la differenza che queste restrizioni all’Europa non sono costate niente, visto che non ha sue proprie aziende competitive nel settore. La Cina invece, nonostante la guerra tecnologica ingaggiata nei suoi confronti dagli USA, ha deciso di porre alcuni paletti precisi allo strapotere delle principali aziende tecnologiche, in nome della tutela dei diritti degli utenti. Come ricorda anche l’Economist: “Un modo in cui le aziende cinesi di intelligenza artificiale potrebbero essere frenate è limitando i dati personali resi disponibili per addestrare i loro modelli di intelligenza artificiale”.

L’economist ricorda come “Il partito gestisce lo stato di sorveglianza di massa più sofisticato del mondo, e fino a poco tempo fa, anche le aziende tecnologiche cinesi erano in grado di sfruttare i dati personali. Ma quest’era sembra ormai essere definitivamente tramontata. Ora le aziende che vogliono utilizzare determinati tipi di dati personali devono ottenere prima il consenso. E L’anno scorso la CAC ha multato Didi Global, una società di ride-sharing, per l’equivalente di 1,2 miliardi di dollari per aver raccolto e gestito illegalmente i dati degli utenti”. Ora, con questa ultima legge sull’intelligenza artificiale, conclude l’economist, “le aziende sarebbero responsabili della tutela delle informazioni personali degli utenti”. Esattamente il contrario, in soldoni, di quanto avvenuto negli USA, dove con la scusa del laissez-faire, semplicemente si è deciso di dare carta bianca ai giganti tecnologici a spese dei diritti degli utenti con la sola finalità di avvantaggiare la concentrazione del potere nelle mani appunto di un oligopolio adeguatamente foraggiato in grado di vincere la competizione contro i gruppi cinesi e anche procedere indisturbato alla colonizzazione digitale del vecchio continente. Ma come sottolinea sempre lo stesso articolo su Asia Times, “Un approccio normativo più rigido, potrebbe rivelarsi economicamente impegnativo nel breve termine, ma sarà essenziale per mitigare i danni agli individui, e anche per mantenere la stabilità sociale”.

Insomma, come abbiamo sottolineato svariate volte già in passato, paradossalmente, l’approccio cinese, teso a governare questo processo con regole trasparenti a tutela di consumatori ed utenti, sembra essere molto più vicino a quello europeo di quanto non lo sia invece il far west immaginario di Washington. Una differenza, quella dell’approccio europeo rispetto a quello a stelle e strisce, sottolineata sempre dall’Oxford Internet Institute in un lungo paper di ormai 2 anni fa, dove si sottolineava che mentre “dal punto di vista della governance dell’intelligenza artificiale, l’approccio europeo è eticamente più corretto”, dal momento che “Mette in primo piano la protezione dei diritti dei cittadini delineando il valore guida di un’intelligenza artificiale affidabile incentrata sull’uomo. Il laissez-faire intrapreso dagli Stati Uniti è eticamente decisamente più discutibile, dal momento che ha affidato gran parte della governance dell’AI nelle mani degli attori privati, lasciando ampio margine alle imprese per mettere i propri interessi davanti a quelli dei cittadini”. “Ciò nonostante”, scrive l’economist, “l’idea che la Cina possa fungere da guida per quanto riguarda l’etica dell’intelligenza artificiale dovrebbe terrorizzare i governi occidentali”.

Capito come ragionano?

La Cina procede cautamente per tutelare i cittadini proprio come vorrebbe fare l’Unione Europea, però il nostro alleato anche in questa partita devono per forza essere gli USA, anche se stanno combinando un disastro, perché alla fine i cinesi rimangono comunque sempre cinesi…

Decidere su aspetti fondamentali per la nostra sicurezza in base al razzismo, insomma: benvenuti nel 2023.

Cosa mai potrebbe andare storto?

L’umanità si trova di fronte a sfide epocali che potrebbero metterne a rischio la stessa sopravvivenza, ma la principale potenza del globo è ostaggio di un manipolo di oligarchi pronti a consegnarci mani e piedi al più distopico dei futuri possibili pur di non cedere nemmeno un pezzettino della spaventosa concentrazione di ricchezza e di potere che hanno accumulato sulla nostra pelle.

Sarebbe arrivata l’ora di mandarli anche un po’ a fare in culo

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e chi non aderisce è Bill Gates