A gestire le decine e decine di miliardi di aiuti militari che gli USA hanno inviato allβUcraina negli ultimi ormai poco meno di due anni, cβΓ¨ un piccolissimo ufficio con appena una decina di dipendenti che negli ambienti militari statunitensi ormai sono diventati leggendari; dal giorno alla notte hanno gestito, senza battere ciglio, un aumento del carico di lavoro del 15 mila % imparando a βsvolgere in poche ore quello che prima richiedeva mesiβ, come riportava enfaticamente Defenseone. Tra quei 10 eroi della patria, con ruolo apicale, cβΓ¨ anche lui: Josh Paul.
βSono entrato a far parte dell’Ufficio per gli affari politico-militari (PM) piΓΉ di 11 anni faβ ha scritto Josh βe l’ho trovato immediatamente un lavoro affascinante e coinvolgente, fatto di compiti e obiettivi estremamente impegnativi sia intellettualmente che moralmente. Sono molto orgogliosoβ continua Josh βdi aver fatto molte volte la differenza, sia visibilmente che dietro le quinte, dalla difesa dei rifugiati afghani, allβaver influenzato le decisioni dellβamministrazione sul trasferimento di armi letali in paesi accusati di mancato rispetto dei diritti umani. Quando sono arrivato in questo ufficio, che Γ¨ l’ente governativo degli Stati Uniti maggiormente responsabile del trasferimento e della fornitura di armi a partner e alleati, sapevo benissimo che il mio compito era tuttβaltro che privo di complessitΓ morale e di compromessi delicati, e mi sono ripromesso che sarei rimasto finchΓ© i danni che ero costretto a fare fossero stati controbilanciati da sufficienti contributi positivi. E in questi 11 anni ho fatto piΓΉ compromessi morali di quanti riesco a ricordare, ma senza mai venir meno a quel patto con me stessoβ. Ma dopo 11 anni, conclude Josh, βoggi finalmente sento il dovere di andarmeneβ. E questa Γ¨ la sua lettera di dimissioni.
A convincere Josh che ormai quel patto si era rotto, infatti, sarebbe βla fornitura continuata, anzi, ampliata, e accelerata, di armi letali a Israeleβ che lo ha posto di fronte a una contraddizione insanabile: βnon possiamo essere una volta contrari alle occupazioni, e unβaltra volta a favore. Non possiamo essere una volta a favore della libertΓ , e unβaltra contro. E non possiamo dirci a favore di un mondo migliore, mentre contribuiamo concretamente a crearne uno peggioreβ. Josh condanna senza appello lβazione di Hamas βma sono profondamente convintoβ sottolinea βche la risposta che Israele sta dando, e il sostegno americano a quella risposta, non possa che portare inevitabilmente a sempre maggiore sofferenza sia per il popolo israeliano che per quello palestinese. E alla lunga, danneggiare anche gli interessi del nostro paeseβ. Secondo Josh, infatti, βla risposta di questa Amministrazione β e anche di gran parte del Congresso β non Γ¨ altro che una reazione impulsiva basata solo su bias cognitivi, mera convenienza politica, e una tragica bancarotta intellettualeβ. Josh si dichiara enormemente deluso, ma non sorpreso: βIl fattoβ sottolinea Josh βΓ¨ che il sostegno cieco a una parte a lungo termine Γ¨ distruttivo per gli interessi dei cittadini di entrambeβ. Il timore di Josh, insomma, Γ¨ che βsi stiano ripetendo gli stessi errori commessi negli ultimi decenni. E io mi rifiuto di farne ancora parteβ. Secondo Josh, infatti, in questo genere di conflitti βnon dovremmo schierarci con uno dei combattenti, ma con le persone prese in mezzo, e quelle delle generazioni future. La nostra responsabilitΓ β continua βdovrebbe essere aiutare le parti in conflitto a trovare una soluzione, mettendo sempre al centro i diritti umani, invece di cercare di eluderli. E, quando accadono, denunciarne le violazioni, indipendentemente da chi le commette, sia quando sono avversari, il che Γ¨ facile, ma ancora di piΓΉ quando sono nostri partnerβ. Ed Γ¨ proprio per questi motivi, conclude Josh, βche mi sono dimesso dal governo degli Stati Uniti: perchΓ© se posso lavorare, e ho lavorato duramente per migliorare le politiche in materia di sicurezza, non posso lavorare a sostegno di una serie di decisioni politiche che ritengo miopi, distruttive, ingiuste e in palese contraddizione con i valori che sosteniamo pubblicamente e che sostengo con tutto il cuore: un ordine internazionale fondato sulle regole, e che promuova lβuguaglianza e lβequitΓ β.
Abituati a esercitare unβegemonia totale in campo militare grazie allβesercito piΓΉ grande e dispendioso della storia umana, in campo economico grazie allo strapotere del dollaro, e in campo ideologico grazie alla proprietΓ di tutti i mezzi di produzione del consenso, gli USA si sono illusi di poter applicare spudoratamente doppi standard a tutto quello che li riguarda senza mai dover pagare pegno, ma da Josh Paul ai vecchi alleati in Medio Oriente che a Biden, ormai, manco gli rispondono piΓΉ al telefono perchΓ© hanno paura di essere linciati dalle loro opinioni pubbliche, il fascino indiscreto e totalizzante dellβimpero sembra perdere continuamente smalto. E se a far crollare definitivamente lβimpero non fosse qualche nemico esterno, ma semplicemente la sua ormai insostenibile tracotanza?
βLβAmerica Γ¨ la causa principale dellβultima guerra tra Israele e Palestinaβ; nellβultimo lungo articolo per Foreign Policy, il buon vecchio Stephen Walt, come gli capita spesso, ha deciso di toccarla pianissimo. Blasonato professorone di politica internazionale allβUniversitΓ di Harvard, 15 anni fa divenne il bersaglio preferito della potente lobby israeliana dopo averne descritto, senza tanti fronzoli, la gigantesca influenza in un celebre libro scritto a 4 mani insieme al leggendario John Mearsheimer e pubblicato in Italia con il titolo βLa Israel lobby e la politica estera americanaβ. Walt non puΓ² fare a meno di notare come βmentre israeliani e palestinesi piangono ognuno i loro morti, sembra impossibile riuscire a resistere alla tentazione di cercare qualcuno in particolare da incolpare. Gli israeliani e i loro sostenitoriβ continua Walt βvogliono attribuire tutta la colpa ad Hamas. Mentre coloro che sono solidali con la causa palestinese, vedono la tragedia come il risultato inevitabile di decenni di occupazioneβ. Walt, invece, propone un filone un poβ diverso e si propone di ricostruire a grandi linee βcome 30 anni di politica estera americana si sono conclusi con un disastroβ. La ricostruzione di Walt, infatti, parte dal 1991, lβanno della prima guerra del Golfo: βuna straordinaria dimostrazione della potenza militare e dellβabilitΓ diplomatica degli USAβ sottolinea Walt βche sono stati in grado di eliminare la minaccia posta da Saddam Hussein agli equilibri regionaliβ. Walt ricorda come, allβepoca, lβUnione Sovietica fosse ormai sullβorlo del collasso, come gli USA utilizzarono questa schiacciante vittoria per consolidare la loro posizione di unica potenza globale βsaldamente al posto di guidaβ, e anche come decisero di sfruttare questa posizione di dominio incontrastato per imporre,nellβottobre del 1991, una conferenza di pace in grado di mettere attorno a un tavolo Israele, Siria, Libano, Egitto, ComunitΓ Economica Europea, Unione Sovietica e una delegazione giordano-palestinese: Γ¨ la famosa Conferenza di pace di Madrid che, secondo Walt, βsebbene non abbia prodotto risultati tangibili, aveva gettato le basi per un serio sforzo per costruire un ordine regionale pacificoβ. Eppure, riconosce Walt, βMadrid conteneva anche un fatidico difetto, che avrebbe generato innumerevoli problemi nei decenni successiviβ: a Madrid, infatti, mancava lβIran. Non la presero proprio benissimo, diciamo; come osservava Trita Parsi nel suo Treacherous Alliance, infatti, βlβIran vedeva in Madrid non solo una conferenza sul conflitto israelo-palestinese, ma come il momento decisivo nella formazione del nuovo ordine in Medio Orienteβ e ovviamente, da grande potenza regionale quale indubbiamente era e continua ad essere, βsi aspettava un posto a tavolaβ. E visto che quel posto a tavola non cβera, decise di prenotare un tavolo tutto suo in un ristorante diverso. Ospiti dβonore: Hamas e la Jihad islamica, due gruppi della resistenza palestinese in odor di fondamentalismo,che fino ad allora non sβera cacata di pezza. βUna risposta principalmente strategica, piuttosto che ideologicaβ, sottolinea Walt, per βdimostrare agli Stati Uniti e agli altri che se i suoi interessi non fossero stati presi in considerazione, era in grado di far fallire i loro pianiβ. Che, fa notare Walt, Γ¨ esattamente quello che Γ¨ successo poco dopo, βquando gli attentati suicidi e altri atti di violenza estremista hanno interrotto il processo di negoziazione degli accordi di Oslo e minato il sostegno israeliano a una soluzione negoziataβ.
Per arrivare al secondo capitolo della ricostruzione di Walt, invece, bisognerΓ aspettare unβaltra decina di anni; il riferimento, ovviamente, Γ¨ allβ11 settembre prima e allβinvasione dellβIraq del 2003 poi, che oltre ad essere stata una carneficina di dimensioni inaudite, in grado di trasformare in sanguinarie terroriste anche le suore Orsoline, alla fine Γ¨ stata pure un altro regalo allβIran. Come ricordava ieri il Financial Times, infatti, con quella specie di piccolo genocidio democratico βWashington non aveva fatto altro che rimuovere la minaccia piΓΉ imminente ed esistenziale per la teocrazia, per poi lasciarle in ereditΓ uno stato iracheno de debole infestato di quinte colonne iranianeβ; unβevoluzione, sottolinea Walt, che βha allarmato lβArabia Saudita e gli altri paesi del Golfoβ. Da lΓ¬ in poi, prosegue Walt, βla percezione di una minaccia condivisa da parte dellβIran ha cominciato a rimodellare le relazioni regionali in modo significativo, alterando anche le relazioni di alcuni stati arabi con Israeleβ.
Il terzo atto di questa lenta e inesorabile tragedia, poi, arriverΓ nel 2015, quando lβamministrazione Trump deciderΓ di abbandonare unilateralmente il patto per il nucleare iraniano. Una decisione scellerata che ha indotto lβIran a βriavviare il suo programma nucleare e avvicinarsi molto a possedere finalmente la bombaβ e, di conseguenza, ha indotto anche lβArabia a ritenere indispensabile lo sviluppo di un nucleare suo, magari con lβaiutino di Tel Aviv.
Il quarto atto, infine, sarebbero gli Accordi di Abramo che, secondo Walt, sono unβestensione logica del ritiro unilaterale dal patto sul nucleare: βNati da unβidea dello stratega dilettante, nonchΓ© genero di Trump, Jared Kishnerβ sottolinea Walt βhanno fatto relativamente poco per promuovere la causa della pace perchΓ© nessuno dei governi arabi partecipanti era attivamente ostile a Israele o capace di danneggiarloβ.
Che il piano di Trump per il Medio Oriente fosse totalmente fallimentare lβaveva capito addirittura un pezzo di classe dirigente USA e cosΓ¬ tra le promesse elettorali di Biden, ecco che fa capolino lβintenzione di tornare a sottoscrivere il patto sul nucleare che perΓ², appunto, rimane solo unβintenzione, e forse manco quella. In compenso Biden si Γ¨ astenuto scientificamente dal provare a ostacolare in qualche modo la deriva ultra-reazionaria del governo israeliano, ormai esplicitamente clerico-fascista e impegnato a sostenere la ferocia estremista di coloni criminali che hanno spinto a un ulteriore radicalizzazione la maggioranza della popolazione palestinese. Intanto lβamministrazione Biden, nonostante la riapertura dei rapporti diplomatici tra sauditi e iraniani raggiunta grazie alla mediazione cinese, puntava tutto sul geniale Patto di Abramo del geniale Jared Kushner ma questa opzione, sottolinea Walt, βaveva poco a che fare con la pace tra israeliani e palestinesi, ed era piuttosto finalizzata esclusivamente a impedire un ulteriore avvicinamento dei sauditi alla Cinaβ. Insomma, la questione palestinese Γ¨ completamente uscita dai radar: βCome il primo ministro Netanyau e il suo gabinettoβ sottolinea Walt βi massimi funzionari statunitensi sembrano aver dato per scontato che non ci fosse nulla che un gruppo palestinese potesse fare per far deragliare o rallentare questo processo o attirare nuovamente lβattenzione sulla loro difficile situazione. Sfortunatamenteβ continua Walt βquesto presunto accordo, invece, ha rappresentato per Hamas un potente incentivo a dimostrare quanto fosse sbagliata questa ipotesiβ. Secondo Walt, quindi, il tipo di azione e la sua tempistica non sono stati altro che una risposta di Hamas – da questo punto di vista perfettamente razionale – βa sviluppi regionali che sono stati guidati in misura considerevole da preoccupazioni di tuttβaltro genereβ. Insomma, sottolinea Walt, βdagli accordi di Oslo Washington ha monopolizzato la gestione del processo di pace, ma i suoi sforzi alla fine non hanno portato assolutamente a nulla, e nel corso degli anni la soluzione dei due stati non ha fatto che allontanarsi sempre di piΓΉ fino a diventare oggi probabilmente impossibileβ. Un fallimento totale che offre un assist preziosissimo alle potenze che piΓΉ coerentemente si battono per lβemergere di un nuovo ordine multipolare che, da questo punto di vista, risulterebbe semplicemente necessario, di fronte allβunipolarismo USA che, molto banalmente, non riesce a garantire la sicurezza per nessuno: βGli Stati Uniti gestiscono da soli la regione da piΓΉ di 3 decenni, e con quali risultati?β si chiede Walt: βassistiamo a guerre devastanti in Iraq, Siria, Sudan e Yemenβ elenca Walt. βIl Libano Γ¨ in fin di vita, in Libia cβΓ¨ lβanarchia, lβEgitto sta barcollando verso il collasso. I gruppi terroristici si sono trasformati, e continuano a seminare terrore in tutti gli angoli del pianeta, mentre lβIran si avvicina sempre di piΓΉ alla bomba. Non cβΓ¨ nΓ© sicurezza per Israele, nΓ© giustizia per la Palestina. Ecco cosa ottieni quando lasci che a gestire tutto sia Washington. A prescindere dallβidea che ognuno di noi ha su quali siano le reali intenzioni di Washington, il dato Γ¨ che i leader USA ci hanno ripetutamente dimostrato che non hanno la saggezza e lβobiettivitΓ necessarie per ottenere risultati positivi. Nemmeno per se stessiβ.

Dallβaltra parte cβΓ¨ la Cina che puΓ² vantare il fatto di aver costruito relazioni costruttive con tutti gli attori regionali senza eccezione, al punto da riuscire a far tornare a dialogare anche due acerrimi nemici storici come Arabia Saudita e Iran: βnon Γ¨ ovvio che il mondo trarrebbe beneficio se il ruolo degli Stati Uniti diminuisse e quello dei cinesi aumentasse?β. Ovviamente quella di Walt, che come Mearsheimer Γ¨ un conservatore e non ha nessuna simpatia per lβascesa cinese e del sud globale in generale, Γ¨ una provocazione e un campanello dβallarme: βse anche tu pensi che affrontare la sfida di una Cina in ascesa sia una prioritΓ assolutaβ scrive infatti βpotresti voler riflettere su come le azioni passate degli USA hanno contribuito alla crisi attualeβ. Walt infine, al contrario di quanto sosteniamo noi da giorni, riconosce allβamministrazione Biden lo sforzo in queste ore di provare a contenere lβescalation del conflitto, βmaβ sottolinea βil team di politica estera dellβamministrazione assomiglia piΓΉ a una squadra di meccanici che non di architettiβ e potrebbe non essere minimamente attrezzato ad affrontare unβepoca in cui βlβarchitettura istituzionale della politica mondiale Γ¨ sempre piΓΉ un problema e sono necessari nuovi progetti. Eβ ovvioβ insiste Walt βche hanno interpretato male la direzione in cui era diretto il Medio Oriente, e lβapplicazione dei cerotti oggi β anche se viene fatta con energia e abilitΓ β lascerΓ comunque le ferite sottostanti non curate. Se il risultato finale delle attuali amministrazioni di Biden e del Segretario di Stato Antony Blinken fosse semplicemente un ritorno allo status quo pre 7 ottobreβ conclude Walt βtemo che il resto del mondo starΓ a guardare, scuoterΓ la testa con sgomento e disapprovazione, e concluderΓ che Γ¨ arrivato il tempo per un approccio diversoβ.
Se anche tu, quando vedi rimbambiden e i suoi vassalli in giro per il mondo, scuoti la testa e pensi che sarebbe arrivato il momento per un approccio leggermente diverso, aiutaci a costruire il primo media che guarda al mondo nuovo che avanza senza le lenti annebbiate dei vecchi babbioni suprematisti: aderisci alla campagna di sottoscrizione di Ottolina Tv su GoFundMe e su PayPal.
E chi non aderisce Γ¨ Chicco Mentana













