Gab
97 persone uccise dalla ripresa degli attacchi nella Striscia di Gaza: questo il macabro bilancio di Israele.Donald Trump è tornato a casa di corsa, lasciando dietro di sé, una nebulosa di domande: non è ancora chiaro quando Hamas sarà disarmata, come sarà amministrata e ricostruita Gaza, come si garantirà l’ingresso degli aiuti. Le autorità israeliane hanno detto di aver ripreso i bombardanti dopo aver subito un attacco nella zona di Rafah. Hamas ha smentito la notizia.

Nella giornata di domenica, Israele ha chiuso i valichi e interrotto l’afflusso di aiuti umanitari; l’Egitto garantisce una mediazione H24 per risolvere la nuova crisi. L’accordo mediato dagli USA è durato meno di una settimana.
Donald è fuggito rapidamente dall’Asia occidentale; doveva tornare alla Casa Bianca per minacciare il Sud America: questa volta è la Colombia nel mirino. Nei giorni passati, Gustavo Petro aveva chiesto il motivo dell’uccisione di un cittadino colombiano durante le operazioni della guerra al narcoterrorismo. La reazione di Trump non si è fatta attendere: lo ha definito “un leader della droga” e ha deciso che taglierà gli aiuti alla Colombia.

Bene, invece, le cose per l’impero in Bolivia, dove si è votato il secondo turno e ha vinto il candidato di centrodestra, Paz; il suo motto in campagna elettorale è stato “Capitalismo per tutti“: buona fortuna!

Infine, tacciono finalmente le armi tra Pakistan e Afghanistan: la Turchia e il Qatar hanno mediato il cessate il fuoco. Rimangono però attivi i motivi del conflitto: dall’avvicinamento Kabul – Nuova Delhi, al presunto supporto talebano a gruppi anti-pakistani.
Notizie sparse:
– Imponenti manifestazioni contro Donald Trump negli USA
– Cipro: il fallimento del modello federale
Il Marru
Il feldmaresciallo sir David Julian Richards, barone di Herstmonceux, è stato Capo di Stato Maggiore della difesa britannica dal 2009 al 2013 ed è stato “l’unico ufficiale britannico ad aver comandato truppe statunitensi in massa in guerra dal 1945”; ha lavorato anche come consulente per il governo degli Emirati, come lobbista per il colosso dell’industria bellica USA DynCorp, ed è entrato anche nel gotha delle oligarchie finanziarie globali come membro del comitato consultivo del leader della gestione patrimoniale britannica CQS. Insomma: è, a tutti gli effetti, un esponente di primissimo piano dello 0,01% che domina l’Occidente collettivo e che, da secoli, ambisce a dominare l’intero globo terracqueo. E ha una tesi molto semplice: l’Ucraina non può vincere la guerra, nemmeno se l’Occidente gli desse tutte le armi che ha.

“Quello che abbiamo fatto nel caso dell’Ucraina è stato incoraggiare l’Ucraina a combattere, ma non fornirle i mezzi per vincere“ e anche se le fornissimo tutte le risorse che abbiamo a disposizione, “non potrebbe vincere”, perché “non hanno la manodopera necessaria”. Ovviamente, sir David è un convinto sostenitore dell’innegabile superiorità militare del mondo libero e democratico, rispetto alla stazione di benzina con la bomba atomica russa, e quindi sostiene che se la NATO, a un certo punto, decidesse di intervenire direttamente, le sorti sarebbero diverse; ma per giustificare il fatto che, alla fine, non interverrà, sottolinea come “per noi, l’Ucraina non è una questione esistenziale”, mentre “per i russi”, chiaramente, “lo è”: da questo punto di vista, sottolinea, “siamo in una sorta di guerra ibrida”, che “non è la stessa cosa di una guerra in cui i nostri soldati muoiono in gran numero”. L’intervista veniva pubblicata a poche ore di distanza dal resoconto in esclusiva sul Financial Times dell’incontro tra Trump e Zelensky che si è tenuto venerdì a Washington

“Trump ha esortato Zelensky ad accettare le condizioni di Putin, o sarà distrutto dalla Russia”: “Secondo fonti vicine alla vicenda”, riporta il Financial Times, “l’incontro tra i presidenti degli Stati Uniti e dell’Ucraina si è trasformato più volte in una litigiosa discussione, con Trump che imprecava continuamente“; “Hanno aggiunto che il presidente degli Stati Uniti ha gettato via le mappe della linea del fronte in Ucraina, ha insistito affinché Zelensky consegnasse l’intera regione del Donbass a Putin e ha ripetuto più volte i punti di discussione sollevati dal leader russo nella loro telefonata del giorno prima”: “Secondo quanto affermato dai funzionari europei informati sull’incontro, durante l’incontro di venerdì Trump sembra aver adottato alla lettera molti dei punti di discussione di Putin, anche quando contraddicevano le sue recenti dichiarazioni sulle debolezze della Russia”.
John Helmer riporta che le sue fonti a Mosca ritengono che Putin, al telefono, abbia convinto Trump di 3 cose: “La prima”, riporta, “è che potrebbero raggiungere un accordo per una soluzione della guerra prima del loro incontro a Budapest”; “La seconda”, continua Helmer, “è che a Budapest potrebbero siglare un accordo di pace che permetterebbe a Putin di avanzare la candidatura di Trump al Nobel per la Pace”, e “la terza è che se Trump non raggiungerà un accordo e aggraverà la situazione con più armi, più uomini statunitensi direttamente sul campo e più sanzioni, alla fine perderà la guerra, perderà la vita di cittadini statunitensi e sarà costretto a una Saigon del 1975 o a una Kabul del 2021”. Da MAGA, a MALA: “Make America Lose Again”… Il problema, sottolinea Helmer, è che Putin potrebbe anche convincere Trump, ma difficilmente riuscirà a convincere una fetta consistente del suo entourage: dal “vicesegretario alla Difesa, Elbridge Colby” a “JD Vance”, dal “direttore della CIA John Ratcliffe al consigliere Stephen Miller”, che però, sostiene Helmer, “possono essere convinti che la pace rappresenterà, in realtà, una pausa temporanea nella loro guerra su tutti i fronti contro la Russia” – che, sempre secondo queste fantomatiche fonti, sarebbe esattamente quello che accetterebbero di buon cuore anche i russi, a partire dagli “ambienti economici”, che vedono di buon occhio una possibile “sospensione dell’applicazione delle sanzioni”.
Nel frattempo, come segnala il nostro buon Francesco Dall’Aglio sul suo profilo Facebook , Trump ha rilasciato 40 minuti abbondanti di intervista a Fox News, ma di Ucraina, si è parlato soltanto “dal minuto 5:35 al minuto 6:05 (si è detto fiducioso di convincere le parti a un accordo) e soprattutto dal minuto 10:12 al minuto 11:50, nel quale ha ribadito che non possiamo dare tutte le nostre armi all’Ucraina riferendosi ai Tomahawk, ma, in generale, all’arsenale americano, e che certamente Putin si prenderà un pezzo di Ucraina, perché noi siamo l’unica nazione che vince una guerra e se ne va, in riferimento all’Iraq. Questo è tutto, due minuti scarsi”.
Last but not least, il buon Ray McGovern ha rilasciato una lunga intervista a Glenn Diesen dove ricostruisce le ultime fasi che avrebbero portato all’inizio dell’operazione militare nel febbraio 2022: secondo McGovern, il 17 dicembre del 2021 la Russia avrebbe presentato alla NATO una proposta di accordo strategico per evitare lo scoppio di una guerra nel cuore del Vecchio Continente; la proposta seguiva la scelta dell’amministrazione Biden di piazzare nel cuore dell’Ucraina sistemi missilistici offensivi che rappresentavano una minaccia intollerabile per il Cremlino. A fine dicembre, Biden, in una telefonata con Putin, avrebbe promesso che l’installazione dei missili sarebbe stata sospesa, ma solo per venire smentito poche ore dopo da Blinken e da Sullivan; a febbraio, durante un’altra telefonata, Biden avrebbe ufficialmente ribadito che l’installazione sarebbe proseguita come previsto: pochi giorni dopo, iniziava l’operazione militare speciale.
Ale
Il governo di Kiev ha attinto la maggior parte del suo finanziamento del Fondo Monetario Internazionale e deve affrontare un deficit stimato di $ 65 miliardi fino al 2027: anche per questo i Paesi dell’Ue stanno discutendo su come utilizzare i famosi asset russi congelati per permettere a Zelensky di continuare la guerra. Visto che la confisca è attualmente fuori discussione, data l’illegalità dell’operazione e gli effetti devastanti sulla credibilità della Ue, come riporta anche Bloomberg, i funzionari dell’Ue stanno valutando un’idea più pragmatica: sbloccare circa 135 miliardi di euro in “prestiti di riparazione” senza interessi all’Ucraina: il fondo rimarrebbe così intatto, evitando le insidie legali che ostacolavano le proposte precedenti; ma il rimborso alla Russia non verrebbe previsto fino a quando Mosca non finanzierà la ricostruzione dell’Ucraine attraverso delle “riparazioni di guerra”. Nonostante questo, come sottolinea Analisi Difesa riportando i dati del Kiel Institute, un istituto che tiene conto dei finanziamenti occidentali dati a Kiev, l’Europa ha inviato o stanziato solo un totale di 3,3 miliardi di euro in aiuti militari all’Ucraina a luglio e agosto, con una media di 1,65 miliardi di euro al mese; si tratta di un calo del 57% rispetto a gennaio-giugno, quando i Paesi europei avevano speso in media 3,85 miliardi di euro al mese per sostenere l’Ucraina, ma non è solo una tendenza europea: gli aiuti militari all’Ucraina provenienti da tutti i Paesi sono diminuiti del 43% nello stesso periodo. Al vertice NATO-Ucraina dello scorsa settimana, il Segretario del Dipartimento della Guerra Hegseth ha, però, fatto la ramanzina ai membri europei dell’alleanza di non dare abbastanza armi all’Ucraina nell’ambito del programma PURL – e, cioè, la modalità di finanziamento della guerra di Zelensky per la quale gli europei comprano armi agli Usa da girare poi a Kiev.
Infine, come approfondisce in questo articolo di InsideOver Giuseppe Gagliano, tra sanzioni, accuse di interferenze, sorveglianza dei dissidenti di Hong Kong e un progressivo irrigidimento dei rapporti bilaterali, la nuova Guerra fredda ha colpito duramente anche i rapporti tra Cina e UK, come ben esemplificato dal blocco del progetto della nuova ambasciata di Pechino a Londra.
Soddu
Continua il braccio di ferro su Nexperia. Come già abbiamo potuto raccontarvi gli scorsi giorni, Nexperia, con sede in Olanda, ma di proprietà cinese, ha notificato ai produttori e fornitori del settore di non poter più garantire le consegne dei propri chip, che vengono assemblati in Cina: la comunicazione è arrivata all’indomani della decisione del governo olandese di esercitare un controllo speciale sull’azienda a partire dal 30 settembre; in questo contesto, la filiale cinese dell’azienda ha invitato i dipendenti a ignorare le istruzioni della sede centrale, segno evidente di un conflitto aperto tra autorità locali e proprietà europea. L’articolo del South China Morning Post illustra i dettagli della vicenda; la notizia è riportata anche da Bloomberg, che parla di una presa di posizione senza precedenti e di una possibile “nazionalizzazione di fatto” dell’azienda. Nel frattempo, il governo olandese ha annunciato un incontro urgente con le autorità cinesi per discutere il sequestro del chipmaker. Il caso Nexperia è emblematico della nuova fase della guerra tecnologica: la guerra commerciale tra Cina e Stati Uniti sta creando un terremoto globale tale che l’intera economia del pianeta, un tempo guidata dalla globalizzazione, si trova ad essere spinta verso uno dei due grandi blocchi, e tutti legami intermedi vengono prima o dopo recisi.
La cyber guerra. Dopo il presunto attacco cinese al colosso della cyber-sicurezza F5 segnalato dalle autorità statunitensi e britanniche, il ministero della Sicurezza del Dragone ha accusato gli Stati Uniti di aver condotto un’intrusione informatica contro il Centro nazionale di misurazione del tempo: l’attacco, secondo Pechino, proverebbe l’esistenza di un programma di sorveglianza digitale globale orchestrato da Washington; l’episodio arriva a pochi giorni da altre accuse reciproche di spionaggio informatico, a conferma che la cyber-sfera è ormai un campo di battaglia parallelo a quello economico e diplomatico.
La diplomazia delle tariffe. Prosegue la complessa partita tra Washington e Pechino sul fronte dei dazi: secondo Reuters, il vicepremier cinese e l’ex tesoriere statunitense Scott Bessent si incontreranno per cercare di disinnescare il nuovo aumento tariffario americano. Ma dietro gli incontri ufficiali, la Cina sembra pronta a rispondere con durezza: come scrive il Washington Post, Pechino “prende in prestito il manuale economico americano” per colpire gli Stati Uniti con misure speculari e mirate. Il conflitto commerciale è entrato in una fase più sofisticata, in cui le due potenze si imitano a vicenda alternando concessioni tattiche e minacce economiche.
Apple tra due fuochi. In piena tensione geopolitica, Apple cerca un equilibrio impossibile: come riporta il New York Times, l’azienda di Cupertino ha promesso nuovi investimenti sia negli Stati Uniti sia in Cina, tentando di mantenere buoni rapporti con entrambi i governi. E’ il riflesso di una realtà che molte multinazionali stanno vivendo: non possono più scegliere tra i due blocchi, ma devono convivere con entrambi, con margini di manovra ogni giorno più stretti.
Taiwan: segnali di distensione politica? Il nuovo leader del principale partito di opposizione taiwanese, il Kuomintang, ha promesso di lavorare per la pace e la cooperazione con la Cina: la notizia va contestualizzata nel progressivo avvicinamento di alcune fasce della popolazione taiwanese alle ragioni della RPC; la popolazione si sente poco rappresentata dagli Stati Uniti e teme di distruggere i suoi rapporti con il continente, nonché una vera guerra nello stretto. Poche ore dopo l’insediamento, Xi Jinping ha inviato un messaggio ufficiale di congratulazioni, ribadendo la volontà di “riunificazione pacifica” e di collaborazione inter-strait, un doppio segnale che molti osservatori leggono come una finestra diplomatica fragile, ma reale.
Giappone: Takaichi, prima premier donna. Dopo settimane di trattative, il Partito Liberal Democratico giapponese (LDP) e il partito JIP hanno raggiunto un accordo per formare un governo di coalizione: la leader Sanae Takaichi è destinata a diventare la prima donna premier del Giappone. La mossa rafforza ulteriormente l’asse conservatore: Tachaiki, infatti, rappresenta la fazione più conservatrice e nazionalista del suo partito; si è distinta alla guida di vari dicasteri durante diversi governi di Shinzō Abe e, nelle primarie del partito, si è presentata come la candidata di continuità con le politiche economiche e militari di Abe, un po’ come tutta questa generazione di donne conservatrici al potere che fuori dal Giappone ammira e si ispira a Margaret Thatcher. Le posizioni della politica si sono sempre caratterizzate per un forte sentimento anticinese, ed è vicina agli ambienti ultra-reazionari del Sol Levante.
Pakistan tra politica interna e pace afghana. In Pakistan, le autorità del Punjab si stanno progressivamente avvicinando alle posizioni del movimento religioso TLP, che destabilizza da mesi l’area; dobbiamo aspettarci azioni di rappresaglia e forse un possibile tentativo di smantellamento del gruppo. Sul fronte esterno, Riad ha accolto con favore il cessate il fuoco tra Pakistan e Afghanistan, definendolo “un passo positivo” e confermando il sostegno agli sforzi di pace regionali. Sono dinamiche che mostrano come Islamabad si muova tra i suoi fragili equilibri interni e, soprattutto, le fortissime pressioni diplomatiche esterne.










